In libreria...

Ne L'ipocrisia dell'Occidente, Franco Cardini, con gli strumenti dello storico, racconta le varie fasi dell’attacco musulmano all’Occidente con una personale chiave interpretativa. Dietro lo scontro di civiltà, usato strumentalmente da minoranze sparute, si nascondono interessi precisi. Al servizio di questo mito cooperano più o meno consapevolmente una diplomazia internazionale traballante e voltagabbana e un universo mediatico allarmista e ricercatore di consensi legittimanti. Leggi...


Minima cardiniana, 72

Domenica 19 aprile, III domenica di Pasqua

A PROPOSITO DEL "GENOCIDIO ARMENO", E NON SOLO...

Il termine “genocidio”, usato da papa Francesco durante l’Angelus della domenica in Albis  (12 aprile 2015) per indicare la tragedia del popolo armeno nella penisola anatolica dell’inizio della quale quest’anno ricorre il formale centenario, ha scatenato involontariamente un vero e proprio uragano diplomatico. La repubblica turca ha sempre rifiutato che una tale responsabilità... Continua


Minima cardiniana, 71

Domenica 12 aprile, Domenica in albis

AGIRE!

Parigi, 7 aprile 2015

Proviamo a fare il punto su quanto sta accadendo nel Vicino Oriente e in Africa. Dal Kenia alla Somalia alla Tanzania alla Nigeria la società multireligiosa e multiculturale africana sembra aver del tutto perduto il suo annoso, sincretistico equilibrio ed essere ormai scoppiata: e i cristiani sembrano essere le prime vittime di questo ormai sconvolto e scomparso equilibrio, come già è accaduto e sta ancora accadendo magari non più in Libano, ma un po’ dovunque in Asia dall’Iraq al Pakistan. I capi dei movimenti jihadisti sembrano avere abbracciato la tattica demagogica consistente nel far credere a masse sempre più larghe di musulmani poveri che i cristiani – in quanto presentati come correligionari degli occidentali – siano obiettivamente una “quinta colonna” dell’Occidente, quindi dei collaborazionisti delle lobbies che ormai da decenni – da quando il sistema colonialistico tradizionale è volato in pezzi - si associano ai malgoverni locali per drenare le ricchezze asiatiche e africane e arricchirsi sottraendo ai popoli i mezzi non solo di sviluppo, ma perfino di sussistenza.

Il malessere, in quelle aree del mondo, è vecchio: per quanto non si possa sostenere che sia proprio antico. In questi anni però una malattia acuta, la violenza, si va sovrapponendo alla vecchia affezione cronica, la miseria. E tutti sanno che quando un ammalato cronico viene assalito da un male repentino e letale è contro quest’ultimo che si deve immediatamente agire con una terapia d’urto, lasciando magari da parte le cure ordinarie.

E’ quel ch’è stato recentissimamente proposto. Tutti abbiamo sentito il papa pronunziare il suo energico “Basta!”, il suo convinto e accorato “Bisogna fermarli!”. E abbiamo sentito anche il ministro Gentiloni, che non è certo incline alle parole forti e alle dichiarazioni pesanti, uscirsene con una condanna che parrebbe inappellabile contro “l’ignavia” dell’Occidente.

Ignavia. Parola forte, appunto: anzi, “parola grossa”. Cominciamo da qui. “Ignavo” è l’indolente, l’indeciso, l’amorale sino alla viltà. Una condanna che sa quasi d’altri tempi data la tensione morale che non può non animarla: non una dichiarazione diplomatica, ma una denunzia senza mezzi termini. Era ora, si dirà. Il punto è: contro chi è stata diretta? Chi e che cos’è, in concreto, “l’Occidente”? La presidenza degli Stati Uniti, che sembra aver rinunziato al suo ruolo “imperiale” di cane da guardia del mondo e voler passare la mano alle potenze regionali delle varie parti del mondo, che se la cavino loro? Il Congresso statunitense, notoriamente avverso a Obama che ormai è “un’anatra zoppa” ma incline semmai ad ascoltare l’attuale governo israeliano che addossa tutte le colpe dell’attuale crisi vicino-orientale all’Iran, mentre nei confronti di esso è in atto una svolta diplomatico-politica che potrebbe davvero cambiare il volto della politica mondiale? Ed è “vile” l’America che cerca un accordo con l’Iran, mentre nello Yemen gli stati arabi tradizionalmente più vicini all’Occidente assalgono gli sciiti, vale a dire i primi avversari di al-Qaeda che in quel paese ha appunto i suoi santuari? Assalire gli sciiti yemeniti può significare voler indirettamente colpire l’Iran, d’accordo, ma allora come la mettiamo con il vantaggio che altrettanto indirettamente si offre al jihadismo salafita di al-Qaeda, peraltro a sua volta avversario dell’IS di al-Baghdadi? E se Gentiloni non ce l’ha con gli americani, a chi rivolge l’accusa d’ignavia? Alla NATO, all’interno della quale c’è anche l’Italia, che anzi deve proprio a quell’alleanza l’essere di fatto un paese occupato da basi militari straniere che di fatto ha da decenni perduto la sovranità militare? E se un paese non dispone di sovranità militare, può sostenere sul serio di averne una diplomatica? E se noi tale sovranità non ce l’abbiamo, siamo degli “ignavi” o siamo, semplicemente, dei subalterni?

Il papa appare più concreto, per quanto non stia a lui indicare le strade non dico militari, ma nemmeno quelle diplomatiche o politiche da percorrere. Il suo “Bisogna fermarli” non vuol certo equivalere a un invito a operazioni militari di rappresaglia indiscriminata, che oltretutto sarebbero molto difficili contro gruppi di guerriglieri che agiscono dislocati, in ordine sparso, con la tecnica del “mordi-e-fuggi”. Ma, sembra suggerire il papa, ci sono pure i governi locali dei paesi nei quali avvengono le violenze: quei governi corrotti, che hanno interessi anche da noi – e che quindi potrebbero facilmente essere indotti a ragionare, con opportune misure persuasive di tipo economico-finanziario -, che favoriscono la deregulation dei territori condizione prima dello sfruttamento selvaggio e sono di solito in combutta con potenti lobbies internazionali. Salvo i casi nei quali invece le lobbies preferiscono appoggiare se non addirittura creare movimenti di guerriglia per premere sui governi locali non abbastanza docili e ricattarli e condizionarli quando non addirittura rovesciarli. La casistica è in materia ricca di variabili. Ma i mezzi per premere sui responsabili, se si volessero attivare, ci sarebbero: eccome.

Se le Nazioni Unite funzionassero come dovrebbero, disporrebbero bene degli strumenti - o sarebbero in grado di provvedersene – atti ad individuare il nodo d’interessi che collega quei governi e quelle lobbies e ad agire colpendolo con efficacia. In questo momento, dai massacri dei cristiani in Africa fino alla tragedia che ormai da anni ordinariamente si consuma sul nostro mare, davanti alle nostre coste, stiamo assistendo a uno degli spettacoli più immondi e vergognosi che la storia possa offrirci: alla guerra tra poveri, a quella dove poveri musulmani ammazzano poveri cristiani e poveri europei si preoccupano dell’arrivo di masse di poveri musulmani in grado di aggravare la loro miseria mentre – come rivelano i dati dell’UNESCO – il trend della concentrazione di risorse e ricchezze a livello mondiale si appesantisce: vale a dire che una sempre maggior quantità di profitti finiscono nelle tasche di un numero sempre più limitato di famiglie e di corporations mentre in tutto il pianeta si assottigliano fino a scomparire i cosiddetti “ceti medi” e si allarga e approfondisce la proletarizzazione delle masse, cioè la miseria.

I miserabili assassini musulmani dei cristiani e i nostri italiani impoveriti che auspicano di poter “ricacciar in mare” i migranti dal Nordafrica sono – a un incommensurabilmente diverso livello – vittime del medesimo abbaglio: fanno come il cane che morde il bastone che lo colpisce, salvo poi lambire la mano del padrone che lo manovra. Quel che va insegnato ad entrambi è che oggi il solo nemico pubblico, il solo responsabile della povertà e della violenza che sta inghiottendo il genere umano, è la mafia internazionale che sfrutta fino alla polpa il genere umano: e contro la quale in Occidente poco possiamo (eccola, l’”ignavia”!), dal momento che da noi i “poteri forti” finanziari, economici e imprenditoriali hanno ridotto i politici a loro “comitato d’affari” e dominano i media imbavagliandoli. Questo è il vero problema: altro che la barbarie assassina di quattro fanatici jihadisti, a loro volta manovalanza del crimine internazionale! E se parte di quest’infamia che passa attraverso la sperequazione economica e le manovre dello sfruttamento finanziario riguarda o ha riguardato fino a pochi mesi fa da vicino (ma siamo sicuri che ora è tutto a posto?) perfino Santa Romana Chiesa, eccolo allora il mysterium iniquitatis o, come diceva il cardinale Ratzinger molti anni fa citando Ticonio, il “maestro” donatista di Agostino, ecco il mysterium facinoris! E funziona davvero ancora, il katechon che ne tiene a bada le estreme conseguenze apocalittiche, sia o no esso identificabile secondo la proposta di Carl Schmitt? E c’è davvero da augurarsi che funzioni davvero ancora, questo katechon, o dobbiamo sperare che la storia della nostra fine, ch’è per sua natura tutta la storia del genere umano, stia in realtà ormai per concludersi con la fine della storia, con il decisivo eskathon? E all’arrivo di esso, lo sapremo identificare, quell’Anticristo preconizzato dall’epistola di Giovanni e cui indirettamente allude anche la celebre II epistola ai tessalonicesi di Paolo? Attenzione: l’Anticristo non sarà un Controcristo, un Cristo rovesciato: in greco, antì significa non solo e non tanto “contro”, quanto “di fronte a”. L’Anticristo non sarà una caricatura del Cristo: ne sarà l’immagine rovesciata e simmetrica, sicut in speculo…Siamo sicuri, cristianucci, di saperlo riconoscere quando arriverà, se non è già arrivato e magari sta lavorando fra noi da anni, perfino da qualche secolo?

Ma torniamo all’oggi, al “già” che potrebbe restare magari a lungo un “non ancora”. Si parla molto – ben a ragione – della barbarie jihadista: ma perché si parla poco o nulla invece di altri aspetti, meno noti, della società musulmana, anche di quella parte di essa che (e non al invidiamo…) è governata dal califfo al-Baghdadi? Perché ad esempio, noi che siamo perseguitati e strangolati dalle banche, non parliamo mai del sistema creditizio islamico, delle banche musulmane che non sono istituzioni pensare per investire il danaro dei loro clienti a vantaggio prevalente per non dir totale dei loro azionisti e relativi dividendi, ma che sono fondamentalmente delle associazioni di mutuo soccorso all’interno delle quali si praticano ampie forme di prestito sociale e l’usura è sul serio combattuta? Perché non c’interroghiamo sulla radici anche strutturali del consenso che lo jihadismo sta ricevendo?

Già: perché non c’è bisogno di esser marxisti (come non lo è il papa) per rendersi conto che il disagio nel quale si dibatte il mondo e quindi molte delle causa della nostra stessa insicurezza hanno un’origine socioeconomica. Il giorno in cui, a non dir altro, le genti d’Asia, d’Africa e della stessa America latina rientrassero in possesso delle risorse che vengono loro oggi spietatamente sottratte e fossero sostenuti nella diretta gestione di esse, il fanatismo politico e religioso si spegnerebbe per mancanza di manodopera. Ma ciò significherebbe la fine di ricchissimi profitti, di grassissimi proventi. Chiedete un po’ ai signori della Total (petrolio in Africa centrosettentrionale), della Areva (uranio in Niger), della De Beers (diamanti in Sierra Leone), della Monsanto (gli OGM obbligatori, i biocarburanti), se e quando, e in che modo, saranno disposti a sacrificarne una parte in cambio dell’alleggerimento della sperequazione che soffoca la terra. Franco Cardini

SI MIGLIORA DAVVERO LA SCUOLA ELIMINANDO GRECO E LATINO?

Parigi, 10 aprile 2015

Il tema è, o almeno sembra, di scottante attualità anche da noi. A Torino si sono recentemente misurati, in un “processo contro il liceo classico”, l’economista Andrea Ichino come accusatore e il semiologo Umberto Eco nei panni del difensore. Il liceo classico è risultato assolto, ma con formula dubitativa: dev’essere riformato. E il problema sta tutto lì: come lo riformiamo?

In Francia, il ministro Najat Vallaud Belkacem, con il collège (la scuola media inferiore) sembra andarci giù per le spicce. Nelle sue prospettive di riforma, peraltro subito impugnate e contestate, il latino e a fortiori il greco quasi spariscono sostituiti da “corsi alternativi” à la carte, che dovrebbero essere gli studenti (e/o le loro famiglie?) a scegliere. Il tutto è francamente un po’ fumoso: si parla di una scuola media inferiore “unica” (e unificata”), ma al tempo stesso si moltiplica un’offerta formativa che secondo alcuni dovrebb’essere meno “umanistica”, più “tecnica” e “scientifica”, ma che non appare in realtà sostenuta da alcun progetto didattico chiaro. Si parla come di un toccasana degli EPI (“Enseignements Pratiques Indisciplinaires”: oh, l’amore per le sigle!...) e di transversalité compétentielle, che più che un programma sembra un obiettivo: favorire nei ragazzi l’interesse per gruppi di problemi presentati come concreti anziché per singole discipline, dichiarate pregiudizialmente “astratte”. Quindi niente grammatica e sintassi greca o latina, roba ovviamente “inutile” (ma inutile rispetto a quale prospettiva), e sì invece, appunto, ad EPI che propongono scopi “caratterizzati da concrete competenze”, quali – udite, udite! – come si fa un giornale, come si organizza un dibattito eccetera. E ciò all’insegna del minore sforzo possibile nell’apprendimento e della massima adesione almeno intenzionale rispetto ai problemi e alle prospettive di natura “pratica”: di quelli che per esempio consentirebbero di trovar prima e meglio lavoro se non addirittura di far più soldi. Stessa fumosità per le lingue straniere: si parla dell’introduzione almeno di una seconda lingua dalla metà circa dell’intero corso di studi di sei anni, ma si resta sul generico per quanto attiene ai due problemi fondamentali, le risorse e la selezione nonché l’aggiornamento dei docenti. Anche per il tema, molto sentito sembra dalle famiglie, dell’horaire d’accompagnement, cioè dei corsi di sostegno per gli studenti la resa didattica dei quali è più debole (e questo è un problema davvero drammatico, e in costante crescita al pari del bullismo), si va sulle tre ore settimanali (poche): ma pare che i professori disponibili facciano difetto. E allora?

Naturalmente, si è levato un coro di proteste. Per la verità stamattina a Parigi nulla sembrava diverso dal solito, ma giornali e TV ci hanno informati su una “grande riunione di docenti e studenti alla Sorbonne” (un centinaio di persone…), cui avrebbero preso parte vecchie glorie quali – senti, senti! – Régis Debrey il quale avrebba da par suo tuonato contro la “miopia della classe dirigente” e l’abisso di oblìo della memoria e della cultura che si sta spalancando davanti alle giovani generazioni.

Morale? Potete giurarci: nulla di fatto. Belkacem – progressista, come tutto il suo governo – andrà avanti, nella prospettiva pratica di una “scuola a due velocità”: pagante e quindi “élitista” per chi potrà permettersi gli istituti privati, gratuita e indifferenziata per gli altri. E’ il progetto dominato dalla vecchia formula liberal-liberista che ben conosciamo: tagliare i fondi a tutto quel ch’è pubblico, poi dichiarare che così non va e lasciare che chi può passi al privato; quindi i proventi della manovra privatizzatrice si risolveranno in dividendi per gli azionisti, l’eventuale deficit sarà accollato, al solito, ai pubblici contribuenti. Perché il punto non è che non va la scuola: è che non va la società civile. Non è la scuola a non rispondere alla domanda di formazione culturale con un’offerta adeguata: è la società, nei suoi centri direzionali e nel suo tessuto sociale, che non formula più tale domanda. Per cui, a che diavolo serve il latino? A nulla, per una società che ha deciso di correre compatta - e i media lo dimostrano - verso il semianalfabetismo di massa. Franco Cardini


Minima cardiniana, 70

IL CORANO: TRADUZIONI E MISTIFICAZIONI

Cari Amici, l’edizione del Corano patrocinata da “Il Giornale” con il commento di Magdi Cristiano Allam costituisce di per sé un evento molto significativo e meritevole di attenzione. Ad essa ho dedicato come qualcuno di voi ricorderà un lungo articolo in Minima Cardiniana 69 del 29.3.u.s. Ma in quella sede non avevo purtroppo sottomano una copia del libro Tradurre, tràdere, tradire, e dovetti limitarmi a ricostruire a memoria la vicenda. Ne derivarono alcuni errori: principalmente la dimenticanza del fatto che invitato a discutere da noi il 23 aprile 2005 a Firenze insieme con Magdi Cristiano Allam non fosse Battista, bensì Vittorio Feltri, che su “Il Giornale” aveva patrocinato un’edizione del Corano in fascicoli; Battista entrò solo successivamente nella discussione, con due scritti sul “Corriere della Sera”. Mi scuso sia con Battista, sia con Feltri, dell’equivoco generato da un mio errore: e rimedio ripubblicando il mio testo già uscito alcuni giorni fa.

Il quotidiano “Il Giornale” ha riproposto di recente la traduzione del Corano di Cherubino Mario Guzzetti presentandola come “il Corano spiegato da Magdi Cristiano Allam” e sottolineando che si tratta di un libro la conoscenza del quale è indispensabile. Il che è del tutto vero: salvo che può preoccupare il fatto che il Libro Santo finisca nelle mani di gente che poco o nulla conosce della Bibbia e del Vangelo ma che intende avvicinare il Corano per ricevere conferma dei suoi pregiudizi sull’Islam. Leggi...


Minima cardiniana, 69

Domenica 5 aprile. Pasqua di Resurrezione

“Perché cercate tra i morti il Vivente? Non è qui, è resuscitato” (Luca, 24, 5-6).

Sommario: Auguri e informazioni / Bagatelle per molti massacri, ovvero massacri come bagatelle / I diritti degli iraniani, le ragioni degli israeliani / La buona scuola

AUGURI E INFORMAZIONI

Vi dedico un augurio strettamente personale. Il ricordo di qualcosa che ha cambiato la mia vita e il mio modo di concepire il mondo e la storia. Non che me ne accorgessi sul momento: allora, mi limitai a commuovermi e a rendermi conto che c’era qualcosa nelle vicende antiche e recenti che mi era sfuggito, che non avevo capito. Qualcosa che da allora, e per molto tempo, mi capitò di sottovalutare e quasi di dimenticare. Perché molte come accaddero da allora, nel mondo e nella mia vita: qualcuna di esse mi assorbì, qualcun’altra mi travolse.

Ricordo quindi l’impressione profonda che ricevetti quella mattina di domenica, a Mosca, quasi mezzo secolo anni fa. L’avevo già letto nei romanzieri russi: ma vederlo, e vederlo nella Russia sovietica, e scoprirne la sincerità intensa e la profondità intatta, fu un’altra cosa. Uscendo dalla residenza universitaria, una ragazzina del Komsomol con tanto di fazzoletto rosso al collo mi abbracciò pronunziando a voce alta, commossa, la santa formula augurale: “Cristo è risorto!”. “E’ veramente risorto!”, le risposi: come in un racconto di Turgenev. Fuori, per strada, la gente si abbracciava. Era la Grande Pasqua Russa, come nella musica di Rimskij-Korsakov: la neve si scioglieva ai bordi delle strade e gocciolava dalle grondaie, le campane suonavano a distesa (quante campane, nella Mosca di Brežnev!...), la gente si scambiava semplici uova sode colorate di rosso. Pensai al mio paese nel libero e felice Occidente, alle uova di cioccolato con sorpresa, alle colombe Motta, al boom economico che stava svanendo, alla colta e intelligente ironia di quanti irridevano alle residuali superstizioni di chi ancora riceveva in casa il parroco per la benedizione pasquale o si portava dalla chiesa, la Domenica degli Olivi, il rametto di olivo o di palma benedetti; pensai al disagio degli Anni di Piombo che non potevo immaginare ma di cui già serpeggiavano, con i primi attentati, le avvisaglie; alle grandi chiese sempre più deserte cha magari si riempivano sì per Pasqua e per la feste comandate, ma solo allora; pensai alle incertezze del Concilio, alla guerra in Vietnam, alla cultura del permissivismo diffuso e del “vietato vietare” che, insieme con il consumismo, si stava affermando; pensai alla follìa di Krushev, il quale aveva affermato che il socialismo avrebbe battuto l’Occidente anche misurandosi con esso sul piano dei consumi (e già in giro per l’Unione Sovietica si scorgevano i primi devastanti effetti di quell’illusione, la fame di beni di consumo che pervadeva soprattutto i giovani…). Mi resi conto che la fine del cristianesimo, se mai fosse venuta, non sarebbe arrivata dall’ateismo di stato ancora ufficialmente imperante nel paese dove esistevano cattedre universitarie di “Filosofia e Ateismo”, ma da quelli nei quali sempre più grandeggiava troneggiante e indiscusso il Moloch del danaro, quella Mammona a cui si può servire solo rinnegando il Dio di Abramo, d’Isacco, di Giacobbe, di Gesù e di Muhammad. Mi resi conto che la vera Morte di Dio, se mai gli uomini si sarebbero davvero mai illusi di averla provocata, non sarebbe venuta dall’eresia pur sempre cristiana dell’uguaglianza, dall’utopia della Fine della Storia raggiunta attraverso la Società senza Classi, bensì dall’apostasia dell’individualismo assoluto e del materialismo non storico bensì pratico, volgare, onnipresente, distruttore. L’abominazione della desolazione.

Mezzo secolo circa è trascorso da allora: l’Occidente turbocapitalistico ha vinto, i progetti ad esso antagonisti – tutti – hanno finora fallito. Anche le mie personali speranze, i miei personali impegni, hanno finora fallito: e a 74 anni non posso se non specchiarmi umilmente nell’esempio del Maestro, Il Grande Fallito morto quasi duemila anni fa su una modesta altura fuori Gerusalemme, inchiodato al patibolo degli schiavi e dei criminali. Ma oggi si celebra ancora due millenni dopo, la gloria della Sua Resurrezione: unica vera speranza di tutti coloro che in Lui hanno fallito e con Lui sperano di trionfare, se e quando Lui vorrà.

Intanto, sulle rovine della civiltà cristiana, strilla forte il gallo rosso dell’Occidente liberista e consumista, quello che blatera sempre di Pace, di Libertà e di Progresso. Come sta scritto al Piazzale Michelangelo della mia Firenze, dove si allude al lavoro dell’architetto ottocentesco Giuseppe Poggi, “Guardatevi attorno: questo è il suo monumento”. Nella spaventosa sperequazione tra gli straricchi e chi muore di fame e di sete, nell’inquinamento della terra e dei mari, nella corsa folle allo sfruttamento e alle armi nucleari, in quella che papa Francesco ha chiamato la “cultura dell’indifferenza”. In una società che mantiene certo le sue radici cristiane (le radici non gelano…) ma nella quale si è fatto di tutto per reciderle e per renderle sterili attraverso un’inedita forma di persecuzione soft, apparentemente inodore, incolore e soprattutto indolore, una scristianizzazione che ha i tratti dell’Anticristo soprattutto perché si presenta ammantata delle buone intenzioni e dei valori falsificati della Libertà e dei Diritti mentre persegue di fatto gli obiettivi del profitto, dell’ingiustizia, del disprezzo per gli Ultimi.

Ma il Cristo è risorto: sì, è veramente risorto! Il Santo Sepolcro è vuoto perché Egli ha eletto quale Sua autentica sede il cuore di chiunque creda in Lui.

Per questo è necessario continuare la Buona Battaglia: non perché si speri di vincerla (questo è affare di Dio, non nostro), ma solo perché dobbiamo; perché, come sta scritto nel libro di Giobbe, militia est vita homimis super terram.

A questo fine, ognuno deve dare il suo modesto contributo. Quello mio si è riassunto in questi giorni nel piccolo libro L’ipocrisia dell’Occidente (Laterza), un tentativo di capire in werden qualcosa su quel che sta accadendo in questi mesi nel Vicino Oriente, tra disegni di destabilizzazione e nascita di nuovi califfati.

Segnalo altresì che martedì 21 aprile p.v., a Roma, si terrà alle ore 11 in Santa Maria in Aquiro, Piazza Capranica 22, la conferenza stampa del gruppo No alla guerra, no alla NATO durante la quale si presenterà alla stampa il documento elaborato da un gruppo di uomini liberi di varia e diversa posizione politica, che tuttavia ritiene primario e necessario per il nostro paese e per l’Europa uscire dall’equivoco dell’alleanza politico-militare stipulata il 4 aprile del 1949 e ormai profondamente distorta nei suoi connotati e nei suoi scopi. Tale documento reca anche la mia firma. Dal canto mio sarò forse presente in ritardo, in quanto reduce da un precedente viaggio: ma farò di tutto per assistere all’evento, riguardo al quale mi assumo evidentemente, e coerentemente, la mia parte di responsabilità.

BAGATELLE PER MOLTI MASSACRI, OVVERO MASSACRI COME BAGATELLE

Ormai siamo alla pratica quotidiana. E’ questa la vera Via Crucis dei cristiani nel mondo: e papa Francesco lo ha ricordato appunto, a Roma, nella consueta solenne cerimonia che ogni Venerdì Santo commemora il viaggio di Gesù verso il Calvario. Ha parlato alto e forte, il papa, mostrando come il Calvario dei cristiani sia simbolo e figura di tutte le sofferenze e le ingiustizie del mondo; e denunziando l’indifferenza, il silenzio dell’Occidente.

Ma perché stanno verificandosi con tanta frequenza e intensità , con tanto accanimento e tanta sistematicità, le violenze contro i cristiani? Cominciamo col notare che, a parte casi infrequenti e isolati, non è mai accaduto – nemmeno quando la guerra tra cristiani e musulmani era endemica (non però continua; e tanto meno esclusiva) – che i cristiani locali in terre a prevalente popolazione musulmana fossero soggetti a persecuzioni e a massacri. Teniamo presente che la shari’a, sancendo la superiorità dell’Islam come culmine delle fedi rivelate, stabilisce altresì che ebrei e cristiani, in quanto ahl al-Kitab (“gente del Libro”, titolari cioè di una Scrittura rivelata), sono dhimmi, “soggetti” ma anche e perciò stesso “protetti”, tenuti a corrispondere certe tasse e sottoposti ad alcune restrizioni ma liberi di attendere alla loro fede in quanto culto privato; ed è illegittimo sia costringerli a convertirsi con intimidazioni o ricatti di sorta. Questo concetto di “libertà limitata” non è certo compatibile con quello di libertà assoluta del nostro moderno Occidente: ma per lunghi secoli è stato senza dubbio superiore alla totale illegittimità del culto musulmano all’interno del mondo cristiano.

Ora si è però dinanzi a un Islam “modernista”, mutante: che sostiene di voler tornare alle origini ma calpesta la sua stessa antica Legge. Nei territori siroirakeni soggetti all’IS di al-Baghdadi, nei quali esistono chiese e monasteri tra i più antichi del mondo, abbiamo visto uccidere i cristiani, sottoporli a tassazioni che in pratica sono puri e semplici espropri, cacciarli dalla loro terra. Tutto ciò - a parte lo ripeto, alcuni rarissimi e sporadici casi – è del tutto inaudito. Non era mai successo finora: non con questa sistematicità, con questa ferocia. Per quale logica perversa popoli fino ad ora abituati alla serene e pacifica convivenza si scoprono adesso tanto implacabilmente nemici?

La risposta non sta nella differenza di credo religioso, che sussisteva anche prima e non dava adito a nulla di tutto questo. Essa risiede in un mutamento profondo degli equilibri politici nel mondo intero, che vede nell’attuale momento politico all’avanguardia proprio i paesi abitati dai musulmani. La globalizzazione in atto sta creando un inedito fenomeno di concentrazione della ricchezza e quindi d’impoverimento di massa a livello mondiale; al tempo stesso, la diffusione dei media ha consentito a larghissime masse di subalterni in tutto il mondo – ma specie in Asia, in Africa e nell’America latina – di rendersi conto delle abissali sperequazioni sociali presenti nel mondo. Molti stanno reagendo a questo intollerabile stato di fatto con l’unica arma culturale di cui dispongono, la fede in un Dio di giustizia: ed esistono purtroppo centri politici in grado di sfruttare propagandisticamente queste spinte dirigendole nel senso dei loro obiettivi. L’odio artificialmente suscitato e diretto contro le comunità cristiane è parte integrante di un progetto demagogico alla luce livida del quale si vuol far credere ai poveri dell’Asia e dell’Africa che l’Occidente e il cristianesimo siano tutt’uno e che lottare contro i cristiani, anche contro i poveri cristiani di casa propria, sia una tappa della lotta contro l’ingiustizia globalizzata i gestori della quale sono alcuni governi occidentali e le lobbies multinazionali finanziarie e imprenditoriali che sfruttano il mondo.

In molte aree asiatiche e africane, nelle quali è diffusa e radicata l’idea popolare - profondamente errata, come noi ben sappiamo – che tutti gli occidentali siano cristiani, anzi che l’Occidente sia nel suo complesso una società cristiana, chiunque segua la fede di Gesù – che pure l’Islam considera un grande profeta – è visto perciò stesso come un “collaborazionista” degli occidentali; e lo stesso vale per i missionari, le suore, i medici e i volontari degli ospedali cristiani nonostante ne siano ben note, e da tempo, le benemerenze. I capi dei movimenti terroristici, che freddamente sfruttano questo stato di disagio e d’ignoranza, sono ben decisi ad aggravarlo in quanto sanno bene – sono sovente, per cultura e per genere di vita, “occidentali” quanto noi – che i massacri generano sgomento e indignazione da noi: e sperano in una reazione occidentale violenta e indiscriminata che aggravi il malinteso tra mondo occidentale e mondo musulmano e si sommi alla fitna, la guerra civile tra islamici che attualmente è in corso come gli avvenimenti odierni – dalla Libia all’Egitto alla Siria allo Yemen all’Iraq – dimostrano. Non va difatti dimenticato che ai massacri di cui sono vittime i cristiani vanno aggiunti quelli che si consumano tra i musulmani stessi. In pratica, il tipo umano più vicino a chi in Asia e in Africa assassina i cristiani e incendia le chiese è quello di chi, da noi in Italia, vorrebbe colare a picco i barconi dei profughi nel Canale di Sicilia. I rappresentanti di entrambi questi tipi umani somigliano al cane che, percosso, morde il bastone ma lambisce poi la mano del padrone senza rendersi conto che è lui ad averlo bastonato. Perché sia i poveri che fuggono dall’Africa dove la globalizzazione ha seminato la miseria a vantaggio di pochi centri di sfruttamento, sia i poveri che vengono uccisi a causa della loro fede sulla base di un tragico malinteso sono entrambi vittime di uno stesso carnefice: l’élite degli happy fews che dai suoi grattacieli di Manhattan, di Shanghai o di Dubai sta “normalizzando” il mondo secondo i suoi interessi e massacrando senza pietà chiunque sia, nei confronti di essi, inutile o superfluo o nocivo.

Come reagire? Come arrestare il fiume di sangue cristiano innocente? Evitando di cadere nel tranello e di rispondere “sparando nel mucchio”; individuando le cellule propagandistiche e premendo sui governi locali in cui esse agiscono in modo da tutelare i diritti dei cristiani nei loro confronti; agendo sulle Nazioni Unite affinché nei confronti di chi consente o, peggio, facilita le violenze siano prese tutte le misure punitive del caso, dalle sanzioni all’intervento militare; mettendo sul serio in moto – e le Chiesa cristiane, a cominciare dalla cattolica, sono in grado di farlo – una vera e possente catena della solidarietà; esigendo dalle comunità islamiche, a partire dall’autorevole università coranica di al-Azhar, una ferma e alta condanna delle violenze; mettendo in moto i servizi internazionali per smascherare chi finanzia e incoraggia i gruppi terroristici. I mezzi ci sono: ma è necessario agire con tempestività e al tempo stesso con cautela. Tenendo sempre presente che il destino dei cristiani d’Oriente è parte integrante di quello di tutti i poveri e di tutti gli sfruttati della terra. Che si perderanno tutti insieme, o tutti insieme saranno redenti.

I DIRITTI DEGLI IRANIANI, LE RAGIONI DEGLI ISRAELIANI

Teniamo anzitutto conto di un fatto importante: le guerre – e oggi siamo tutti quasi in guerra – non scoppiano quando tra due contendenti uno ha ragione e l’altro torto, ma quando hanno ragioni (e magari molte ragioni) entrambi. In questi giorni si sta finalmente, a quel che sembra, concludendo un lungo contenzioso che per troppo tempo aveva avuto come esito uno stato d’ingiustizia internazionale gravissimo, intollerante e tanto più odioso in quanto circondato da una quasi unanime cortina di omertà: si sta accertando che l’Iran, paese che da sempre ha aderito al trattato di non proliferazione delle armi nucleari, ha diritto come ogni altro che intenda farlo allo sviluppo di infrastrutture in grado di consentirgli la produzione di energia nucleare a scopi civili. E si va aprendo una crisi morale, psicologica e politica che non abbiamo né il diritto né l’interesse di sottovalutare, quella dell’ansia se non addirittura della paura di larga parte del popolo israeliano – che poi essa sia ingigantita dai mass media che appoggiano i partiti della maggioranza conservatrice è ovvio: ma è un altro discorso – dinanzi allo spettro di un abuso da parte iraniana del diritto testé conseguito, che potrebbe tradursi in una minaccia senza precedenti nei confronti dello stato ebraico.

Due considerazioni vanno fatte al riguardo.

Primo. Il trattato internazionale di non proliferazione. Esso, stipulato nel 1970 e ribadito a tempo indeterminato dal 1995, è insensato e iniquo sul piano giuridico internazionale. Sarebbe come se in Italia si emanasse una legge secondo la quale chiunque abbia in casa alla mezzanotte di oggi almeno una pistola può armarsi finché vuole mentre chi non ha niente si vede privato del diritto di possedere perfino un’arma di difesa. Ma sul piano politico, dal momento che tutti i progetti di messa al bando totale degli arsenali nucleari sono falliti in quanto chi ce li ha non vuole rinunziarvi, esso costituisce quanto meno una misura di “male minore”, peraltro gravissima in quanto si traduce in una continua minaccia dei paesi nuclearmente armati su quelli nuclearmente inermi. In tutto il mondo, solo quattro paesi – Israele, India, Pakistan, Corea del Nord – si sono ufficialmente rifiutati di aderire al trattato e possono pertanto, a loro rischio e su loro diretta responsabilità, sviluppare i loro arsenali. Gli altri hanno diritto a loro volta a sviluppare se vogliono i programmi di sviluppo della produzione di energia nucleare a scopi civili. E’ teoricamente possibile che qualcuno di questi paesi in realtà sviluppi segretamente anche il nucleare militare: in passato, sono stati sospettati di ciò Iraq e Siria, ma le prove definitive al riguardo non sono mai state conseguite. L’Iran ha sempre sostenuto di essere disinteressata al nucleare militare ma non ha accettato di subire al riguardo tutti i controlli internazionali necessari, alcuni dei quali erano considerati – non a torto – lesivi della dignità e della sovranità nazionale. Ora, questi ostacoli sono in via di rimozione.

Secondo. I dubbi sull’efficacia dei mezzi di controllo. In linea teorica è sempre possibile che un paese qualunque sviluppi segretamente un programma di armamento nucleare, ma la cosa – sia chiaro – non è affatto né facile, né probabile. D’altronde è sempre possibile che un paese denuclearizzato ospiti sul suo territorio ordigni nucleari: è il caso della stessa Italia, in alcune basi USA e NATO. Potrebbe accadere anche nel caso iraniano? Il governo di Teheran potrebbe ad esempio ospitare basi russe dotate di ordigni nucleari? Potrebbe accadere: e non ci sarebbe nulla da fare. In altri termini, siamo seduti su una polveriera.

E Israele? E’ noto che si tratta di un paese, che, per quanto mai lo abbia ufficialmente riconosciuto, è dotato di un uno dei più potenti arsenali nucleari del mondo: tutti gli israeliani - e anche gli altri – lo sanno benissimo (si consulti al riguardo l’autorevole Le dessous des cartes, Paris, Tallandier – Arte, 2012, pp. 125-27: una pubblicazione che si rinnova e si aggiorna ogni anno). Il fatto che non abbia aderto al programma di non proliferazione può essere considerato politicamente e moralmente grave: ma era un suo diritto internazionale il rifiutarsi. Le paure degli israeliani vertono su due punti: primo, che il nuovo assetto giuridico permetta agli iraniani di dotarsi della bomba; secondo, che in ogni caso si sviluppi in Iran un sistema di difesa strategica e d’intercettazione nucleare (tipo “scudo spaziale”) che renda quel paese immune da eventuali attacchi.

Sono comprensibili tali apprensioni? Senza dubbio sì. Sono plausibili? Obiettivamente no, ma gli israeliani stanno vivendo da anni immersi in quello che, già a proposito dell’Unione Sovietica di alcuni decenni fa, è stato definito il “complesso di Damocle”: l’impressione dell’accerchiamento e della continua minaccia. In parte vanificata da misure tecnologiche come il cosiddetto Iron dome, essa tuttavia sopravvive ben radicata nell’opinione pubblica israeliana, tenuta alta dai media, e si somma con la mai del tutto sopita paura degli attentati terroristici, quindi con la diffidenza nei confronti dei palestinesi e con l’ostilità verso qualunque progetto di loro indipendenza (il che comporta un diffuso appoggio popolare degli israeliani nei confronti del “Muro” che li separa da parte dei “territori occupati”): e, se non è certo lodevole, è tuttavia politicamente comprensibile che i partiti conservatori sfruttino questa paura trasformandola in un elemento di coesione nazionale. Nethanyahu, che in questi anni si è dimostrato un politico scarsamente in grado di gestire la crisi economica e sociale interna e che è anche sospetto di scorrettezza sul piano della malversazione, ha saputo tuttavia in questi mesi vestire abilmente la corazza dell’intemerato difensore della patria: lo ha fatto a Parigi nel suo discorso dell’11 gennaio nella Synagogue de la Victoire, ha con successo ripetuto il suo show dinanzi al Congresso degli Stati Uniti.

Ma la situazione internazionale è complessa. Nei confronti del Vicino Oriente, dir che la politica statunitense è incerta e ambigua è dir poco: essa è ormai schizofrenica, con un presidente che tende al disimpegno a favore delle forze locali (pur sapendo bene quanto divise e rissose esse siano) e un partito repubblicano che sembra viceversa sfiorare i riprovevoli livelli di un interventismo neo-bushista; mentre Arabia saudita ed Emirati della penisola arabica sembrano ormai puntare con decisione sulla fitna, la guerra civile intermusulmana tra sunniti e sciiti, ultimo obiettivo della quale – dopo Yemen e Siria – potrebbe addirittura essere lo stesso Iran. Ma che ruolo gioca in tutto ciò il califfato dell’ISIS, che sembra appoggiato da alcuni emiri (si fa il nome di quello del Qatar), continua ad autofinanziarsi vendendo al nero il petrolio che estrae e mostra di avere per esempio gli stessi nemici (Assad e i curdi) del turco Erdoğan? Chi si mostra oggi sul serio interessato a combattere il califfo al-Baghdadi, fino a pochi giorni fa additato da tutti come il Nemico Pubblico Numero Uno? E a che gioco gioca il generale al-Sisi, che ha di recente rimesso in libertà tutti i militari egiziani accusati del massacro di piazza Tahrir del 2011 ed ha tutta l’aria di restaurare l’equilibrio sociale del tempo di Mubarak? La “primavera araba” è ormai un ricordo, la fitna sunnito-sciita prevale e dilaga, ma al tempo stesso tra Siria, Irak e Iran sembra delinearsi un possibile nuovo equilibrio, asse del quale potrebbero essere i curdi che aspirano all’indipendenza: un asse che al presidente Obama – il deus ex machina dell’accordo con l’Iran – non dispiacerebbe affatto, mentre darebbe molto fastidio al governo conservatore israeliano, agli emiri della penisola arabica e alla Turchia. Davvero un bel nodo di problemi. E un quadro internazionale interessantissimo. Come dicono i cinesi, Dio ci salvi dai momenti storicamente interessanti.

LA BUONA SCUOLA

Siamo quindi arrivati al momento di fare i conti. Da molti anni, in tutto l’Occidente ma forse in particolar modo da noi in Italia, la società sta attraversando una crisi etica e identitaria il centro della quale sta nel rapporto tra l’individuo e la comunità, cioè nell’equilibrio tra diritti e doveri senza il quale un consorzio umano è incapace di reggersi.

Tra Anni Sessanta e Anni Settanta imboccammo con qualche esitazione ma con una scelta irreversibile la strada del “vietato vietare”: la via nella quale – con un singolare paradosso - era strettamente proibito qualunque atteggiamento di quelli che allora si definivano “repressivi”; al contrario, era necessario adottare la più larga e generalizzata permissività. I concetti di autorità e di autorevolezza vennero allora fatto oggetto di una critica demolitrice che lo confondeva con quello di autoritarismo; e più o meno tutti ci piegammo a quella nuova forma di tirannia. Molti lo fecero in quanto intimamente convinti, parecchi per conformismo o per pigrizia, qualcuno in malafede politica in quanto convinti che ciò avrebbe minato alle basi la “società borghese” e favorito la “rivoluzione”. Furono proprio la scuola e la famiglia gli àmbiti privilegiati per quell’esperimento.

Le condizioni particolari in cui si era sviluppata quella bislacca e socialmente autolesionistica cultura svanirono abbastanza presto, ma la tendenza rimase anche perché si sposava bene con le tendenze consumistiche e con la fuga dalle responsabilità. Da allora, venne progressivamente meno l’autorità generazionale specie all’interno dei nuclei familiari e nella scuola. I risultati di ciò, specie in termini di convivenza sociale, non tardarono a mostrarsi: basti pensare alle nostre strade, ai giardini pubblici, alle cabine telefoniche divelte, ai treni e agli autobus dove viaggiare senza biglietto, sporcare i sedili e riempire le pareti di “graffiti” divenne la norma. Anche il rimproverare i giovani, i giovanissimi e addirittura i bambini per comportamenti ritenuti scorretti divenne qualcosa di contrario alla political correcnness.

La crescita esponenziale del bullismo nelle nostre scuole è, in particolare, un fenomeno sociale ormai dilagante e che trova la sua origine profonda nell’impunità, anzi nell’incontrollabilità, della quale troppi dei nostri ragazzi godono in famiglia. Si assiste anzi al fenomeno di genitori che, per un malinteso senso protettivo o per una profonda consapevolezza d’incapacità a farsi valere, appoggiano i loro figli nel caso la scuola contesti loro comportamenti scorretti se non addirittura violenti. La fine della sistematica solidarietà tra famiglie e istituzioni scolastiche, uno dei drammi strutturali più gravi della nostra società, è approdata a una quasi sistematica solidarietà tra genitori e figli contro gli educatori.

Come sempre accade nel caso delle malattie croniche trascurate, la situazione è ormai arrivata a un livello insostenibile. Se davvero si vuol rifondare una “buona scuola”, bisogna partire da qui. La lotta contro questa crisi d’autorità ormai giunta a livelli pericolosi per la stessa sopravvivenza della società. La lotta per la fondazione di un nuovo vero patto sociale tra i cittadini italiani, che coinvolga e responsabilizzi tutti, a cominciare dai giovanissimi. La stessa difesa della famiglia comincia da qui: altrimenti, qualunque provvedimento sociale o economico o fiscale in favore die nuclei familiari sarà vano.

Ma il punto è che le ordinarie misure disciplinari, e nei casi più gravi addirittura giudiziarie, si stanno ormai rivelando non solo insufficienti, bensì addirittura inefficaci. Per ottenere di nuovo la collaborazione delle famiglie all’istituzione scolastica e la responsabilizzazione dei giovani più refrattari all’educazione, è opportuno colpire l’unico residuo punto debole delle une e degli altri: l’unica realtà alla quale essi – cadute quelle civiche e morali – siano sensibili. L’elemento economico, la sanzione pecuniaria.

I docenti scolastici sono e restano pubblici funzionari: ebbene, s’introducano con rigore nelle scuole (e magari nelle università) gli stessi princìpi che valgono in autobus o in treno per costringere gli inadempienti a pagare il biglietto e per evitare o combattere efficacemente qualunque forma di resistenza a pubblico ufficiale. Ammende pecuniarie serie, pesanti, concretamente ed efficacemente riscosse, nei confronti delle quali si sappia che i ricorsi sono inutili (non cosucce eliminabili dalle decisioni di qualche TAR). S’introduca nella scuola il principio che le censure per comportamento scorretto (un tempo si diceva “cattiva condotta”), traducendosi in un danno immediato anche per l’efficienza di un pubblico servizio, possano comportare multe e forte aumento delle tasse scolastiche. In questo modo, forse, le famiglie saranno indotte a collaborare e i figli indisciplinati invitati drasticamente ad adottare comportamenti migliori nel loro stesso interesse. Toccando le une e gli altri su quanto ormai hanno di più sacro al mondo. Sull’unica cosa che ormai sembra rimasta sacra. Il portafogli.


Minima cardiniana, 68

Domenica 29 marzo. Domenica degli olivi

- IL CORANO: TRADUZIONI E MISTIFICAZIONI –

Il quotidiano “Il Giornale” ha proposto di recente la traduzione del Corano di Cherubino Mario Guzzetti presentandolo come “spiegato da Magdi Cristiano Allam” e sottolineando che si tratta di un libro la conoscenza del quale è indispensabile. Il che è del tutto vero: salvo che può preoccupare il fatto che il Libro Santo dell’Islam finisca nelle mani di gente che poco o nulla conosce della Bibbia e del Vangelo ma che intende avvicinare il Corano per ricevere conferma dei suoi pregiudizi sull’Islam. In effetti, la citazione che con rilievo viene stampata sulla copertina (“Getterò il terrore nel cuore dei miscredenti: colpiteli tra capo e collo (…) Non siete certo voi che li avete uccisi: è Allah che li ha uccisi”: sura 8, at-Tawba/al Barà’a, “La conversione/L’immunità”, 12-17), e soprattutto la frase che si legge a suggello dell’edizione, sulla quarta di copertina (“Perché l’Islam minaccia l’Occidente”) rendono perfettamente chiare sia le intenzioni di “curatore” e editore, sia il livello di onestà intellettuale che ha presieduto all’iniziativa editoriale. Ancora più evidenti poi, le une e l’altro, quando si leggano queste parole conclusive della Prefazione:

“…se è vero che Allah per i musulmani è dio, non è affatto vero che il dio dei musulmani coincida con il Dio dei cristiani. Anzi è vero l’opposto, considerando che l’islam accusa il cristianesimo di idolatria per la fede nella Trinità”.

Se una differente interpretazione teologica conduce alla conclusione – indebita – secondo la quale saremmo in presenza di due differenti sostanze divine, ne conseguirebbe analoga differenza tra il Dio veterotestamentario e quello cristiano? Ma le intenzioni dei responsabili di questa iniziativa risultano più chiaramente in un passo successivo:

“Solo leggendo il Corano potremo capire le radici di un’ideologia che legittima l’odio, la violenza e la morte, che ispira il terrorismo islamico ma anche la dissimulazione praticata dai ‘musulmani moderati’, perseguendo il comune obiettivo di sottomettere l’intera umanità all’islam, che è fisiologicamente incompatibile con la nostra civiltà laica e liberale poiché nega la sacralità della vita di tutti, la pari dignità tra uomo e donna, la libertà di scelta”.

Si tratta di una visione perversamente menzognera ed etnocentrica che si traduce in slogans propagandistici e in banalità denigratorie oltretutto da tempo destituite di qualunque fondamento: come dimostrano studi che aiutano a correttamente impostare la complessità del problema, quali Il Corano di Paolo Branca (Il Mulino 2001), Il Corano e la sua interpretazione di Massimo Campanini (Laterza 2004), Non nominare il nome di Allah invano. ll Corano libro di pace di Massimo Jevolella (Boroli 2004), Il Corano. Una lettura di Biancamaria Scarcia Amoretti (Carocci 2009), mentre a proposito dei rapporti testuali si deve consultare Bibbia e Corano. I testi sacri confrontati di Ugo Bonanate (Bollati Boringhieri 1995. Né può essere dimenticato Gesù Cristo nascosto nel Corano di Giulio Basetti Sani (Gabrielli 1994).

Due parole merita altresì il diffuso, disonesto, sleale malvezzo dell’estrapolazione: citando magari anche con esattezza passi isolati di un qualunque documento ed evitandone sia la corretta contestualizzazione sia la lettura filologicamente critica per affidarsi viceversa al loro puro valore letterale (aggravato per giunta dagli equivoci della traduzione) si può far dirgli quel che si vuole in spregio alla logica e alla verità. Basti pensare che fine ha fatto troppo spesso il famoso passo evangelico di Matteo, 10, 34 (“Non sono venuto a portare la pace, ma la spada”); o riferirsi all’agghiacciante finale del dolcissimo, struggente “salmo dell’esilio” (Salmi, 137/136, 8-9: “Figlia di Babilonia, votata alla distruzione: - beato chi ti ricambierà quanto hai fatto a noi! – Beato chi prenderà i tuoi pargoli - e li sbatterà contro la roccia!). E’ noto che molti, fondandosi soprattutto sui libri “storici”, hanno accusato la Bibbia di essere un “libro di guerra” dimenticando del tutto sia il magistero della Torah, sia l’altissimo messaggio dei profeti. Si tenga presente che sarebbe facilissimo, affidandosi al metodo estrapolatorio, dimostrare che la Bibbia è un libro guerrafondaio e il Mein Kampf un saggio ispirato al pacifismo radicale.

Cito comunque qui di seguito, a proposito della pubblicazione de “Il Giornale”, due preziose e illuminanti schede di Paolo Branca la competenza del quale al riguardo è universalmente riconosciuta:

1. “DIO PERDONA, DARWIN NO

Corano: Magdi Allam lo denigra, non potendo metterlo al bando

(…) Sabato 14 marzo “Il Giornale” ha offerto ai suoi lettori Il Corano "spiegato" da Magdi Cristiano Allam come allegato di una collana di perle definita pomposamente "Biblioteca delle libertà".

Ognun sa quanto 'libera' sia la stampa, specie in Italia e in questi tempi di crisi... Una spiegazione del Corano potrebbe certamente ambire tuttavia a liberare questo grande codice dell'umanità non soltanto dall'abuso scriteriato che di alcuni suoi versetti fanno i tagliagole di turno, ma soprattutto dalla cappa d'intoccabilità che lo sterilizza anche a svantaggio dei suoi stessi seguaci e dal baratro di supponente ignoranza con cui viene tirato in ballo ormai praticamente da chiunque.

Ma nulla di ciò troviamo nella quarantina di striminzite e abborracciate pagine della "spiegazione", seguite dalle 400 della dignitosa traduzione annotata del compianto padre salesiano Cherubino Mario Guzzetti.

Il "gran comento" si apre facendoci rilevare che nelle 5 preghiere giornaliere, i musulmani ripetono per ben 17 volte il primo breve capitolo del Corano il cui contenuto essenziale sarebbe la condanna verso ebrei e cristiani.

Peccato che questa antica sura risalga al primo periodo della predicazione del Profeta, tutto teso a presentare l'Islam in continuità coi precedenti monoteismi abramitici in funzione anti-pagana. Approfittare dell'occasione per sconfessarne tale errata e tendenziosa interpretazione naturalmente non è stato affatto preso in considerazione dal sagace prefatore che da subito ha cominciato ad allinearsi, per restarvi coerentemente, al "verbo" dei fondamentalisti.

Del resto, a suo stesso dire, l'Islam "moderato"(qualunque cosa possa intendersi con questa infelice espressione) non esiste, quindi chi non la pensa come lui e i suoi qualificati referenti tagliagole non solo non è moderato, non è nemmeno musulmano, ma soprattutto neppure esiste.

Ne consegue che l'Egitto "laico" di cui ha nostalgia è stato tale per merito di Bonaparte, del Canale di Suez e - bontà sua - anche del presidente Nasser, ma solo in qualità di repressore dei Fratelli Musulmani. Sul fatto che questi ultimi ci siano ancora, mente; sul nasserismo (che aspirava all'unità, all'indipendenza e allo sviluppo del mondo arabo) sia morto e sepolto naturalmente neppure una parola, salvo la deprecazione della bizzarra ostilità del Rais nei confronti d'Israele.

La stessa mamma dell'autore, pur donna "straordinaria", musulmana "osservante e assai zelante", avrebbe avuto il solo merito di mandarlo con grande sacrificio alle scuole cristiane dove però trovava "valori condivisibili", dimostrando una moderazione impossibile tanto ai suoi tempi, quanto ai nostri in cui tali scuole ancora operano in Egitto, frequentate soprattutto da musulmani che come lei vengono così derubricati quali capricci del caso ed eccezioni che confermano la regola, similmente al padre definito con un ossimoro "musulmano laico"!

Ma torniamo al Corano: in una recente trasmissione televisiva cui ho partecipato Magdi Cristiano Allam ha candidamente affermato che dovrebbe essere "messo al bando" (?), ma non potendolo ovviamente neppur immaginare se non tramite una riedizione elevata all'ennesima potenza del nazionalsocialismo, in queste poche paginette ci si limita a denigrarlo "in modo pacato e assolutamente oggettivo".

Madamine, il catalogo è questo:

1. Allah non l'ha inventato Maometto, ma era il supremo Dio degli arabi anche prima di lui (come se le nostre chiese non riportassero sulla facciata il classico e pagano D.O.M. che usualmente indicava Giove). 2.

Dice tutto e il contrario di tutto (anche in questo caso contrariamente ad altri testi sacri che seguirebbero sempre logiche ferree e adamantine).

3. Il suo messaggio sarebbe unicamente la guerra agli infedeli (26 versetti de-contestualizzati su oltre 6mila)

4. e l'annientamento di ebrei e cristiani (16 versetti decontestualizzati su oltre 6mila)

5. coi quali sarebbero possibili solo temporanee tregue, ma mai la pace (versetti fuori tema che parlano solo dei pagani)

6. in un conflitto nel quale Allah stesso e Maometto sono i supremi capi e combattenti (quanti santi Patriarchi della Bibbia han combattuto al fianco di Dio e degli angeli?)

7. tanto che i due sarebbero 'quasi sullo stesso piano' (islamicamente, una bestemmia).

8. Dopo tanta violenza, un po' di sesso non guasta... e si passa così alle 9 mogli del Profeta, mente gli altri devono accontentarsi di 4 (che alcuni paesi islamici proibiscano da decenni la poligamia e che altrove sia quasi scomparsa ovviamente è irrilevante)

9. abbinata ai soprusi di genere invece notoriamente assenti in tutte le altre tradizioni religiose e soprattutto nella nostra idilliaca società moderna e superiore

10. per finire con la presa in giro di alcune immagini "materialiste" del Paradiso che invece tutti gli altri avrebbero sempre e solo considerato pura beatitudine spirituale

11. così come la legittimazione della schiavitù parrebbe esclusiva coranica.

12. Sul divieto di rappresentare Maometto gli tocca tuttavia riconoscere che dai tempi antichi e fino a oggi le cose son spesso andate diversamente , ma che si debba comunque finire a stragi come quella di Parigi resta un dogma "in modo pacato e assolutamente oggettivo" indimostrato

13. soprattutto a danno dei giornalisti (Cicero pro domo sua)

14. in un indecente complotto basato soprattutto sulla corruzione.

Mi par giusto fermarmi qui, anche perché i commenti (come le sentenze) non si commentano, ma soprattutto poiché questo referto autoptico di come può ridursi il pensiero si commenta da sé.”

2. “QUANDO IL CORANO E' ASSAI DURO... COI FALSI CREDENTI!

I versetti meno noti al grande pubblico che ne testimoniano l'enorme valore spirituale ed etico

(…) ci siam dovuti occupare di una presentazione molto discutibile del Testo sacro dell'Islam. Soggiungiamo che, se davvero fosse solamente un insieme di incitazioni alla violenza e alla sopraffazione, non si spiegherebbe come mai ne sia sorta una delle maggiori tradizioni religiose al mondo, all'ombra della cui civiltà anche ebrei e cristiani hanno potuto contribuire a eccezionali sviluppi in ogni campo del sapere e delle arti. Soprattutto resterebbe in ombra, non si capisce a vantaggio di chi, l'enorme ruolo spirituale ed etico che questo Testo ha avuto e mantiene presso una numerosissima comunità di credenti. Eccone alcuni passi, forse meno noti al grande pubblico rispetto ad altri, che illustrano bene aspetti essenziali del suo messaggio.

"I servi del Misericordioso son coloro che camminano sulla terra modestamente, e quando i pagani rivolgon loro la parola rispondono: "Pace!" / Coloro che passan la notte avanti il Signore prostrati e ritti in piedi. / Coloro che dicono: "Signore! Allontana da noi il castigo della gehenna, ché il castigo della gehenna è disgrazia lunga, / e la gehenna è orrendo soggiorno e dimora". / Coloro che, quando danno del loro bene non si mostrano prodighi né avari, ma tengono il giusto mezzo fra i due. / Coloro che non invocano assieme a Dio un altro dio, e che non uccidono chi Iddio ha proibito di uccidere altro che per una giusta causa, che non commettono adulterio. Or colui che tali cose commette troverà punizione; / sarà raddoppiato a lui il castigo il dì della Resurrezione e vi resterà umiliato in eterno./ Eccetto chi si pente e crede, e compie opere buone; a questi Iddio tramuterà le loro opere male in buone, e Dio è indulgente clemente; / e chi si pente e opera il bene, a Dio si rivolge davvero. / Coloro che non fanno falsa testimonianza, e che, quando passano accanto a discorsi vani, lo fanno con dignità, / e che quando vengan predicati loro i Segni dei Signore non s'abbattono sordi e ciechi avanti ad essi / e che dicono: "Signore! Concedici nelle nostre spose e nella nostra progenie una frescura per gli occhi e facci modelli pei timorati di Dio!" / Questi saran ricompensati con le Sale Eccelse del Paradiso per la loro paziente costanza e saranno colà accolti con parole di saluto e di pace / e vi staranno in eterno: quale sublime soggiorno, sublime dimora! / Di: "Il mio Signore non si occuperà di voi se voi non Lo pregate. Voi avete tacciato di menzogna Iddio: verrà presto, e inevitabile, il Castigo!" (25, 63-77). "Il tuo Signore ha decretato che non adoriate altri che Lui, e che trattiate bene i vostri genitori. Se uno di essi, o ambedue, raggiungon presso di te la vecchiaia non dir loro: "Uff!", non li rimproverare, ma dì loro parole di dolcezza. / Inclina davanti a loro mansueto l'ala della sottomissione e dì: "Signore, abbi pietà di loro, come essi han fatto con me, allevandomi quando ero piccino!" (6, 32) "In verità i dati a Dio e le date a Dio, i credenti e le credenti, i devoti e le devote, i sinceri e le sincere, i pazienti e le pazienti, gli umili e le umili, i donatori d'elemosine e le donatrici, i digiunanti e le digiunanti, i casti e le caste, gli oranti spesso e le oranti, a tutti Iddio ha preparato perdono e mercede immensa (33, 35). "O voi che credete! Non ridano alcuni di voi, di altri: può darsi che sian migliori di loro; e non ridano donne di altre donne: può darsi che siano quelle migliori di loro; e non vi diffamate gli uni con gli altri; e non vi scagliate appellativi ingiuriosi: brutto è il nome d'empietà dopo quello di fede. E coloro che non si pentono, quelli sono gli iniqui! / O voi che credete! Evitate molte congetture, ché alcune sono peccato, e non spiate gli altri, non occupatevi degli affari altrui, e non mormorate degli altri quando non sono presenti. Piacerebbe forse a qualcuno di voi di mangiar la carne del vostro fratello morto? No, ché certo la schifereste! Temete dunque Iddio, ché Iddio è benigno clemente (49, 11-12).

"O voi che credete! Quando v' ingaggiate nella via di Dio, state bene attenti, e non dite a chi vi porge il saluto di "Pace!", "Tu non sei credente!" per desiderio dei beni effimeri del mondo. Anzi, presso Dio c'è bottino abbondante. Così voi facevate prima, ma ora Dio v'ha colmato dei suoi favori. State dunque bene attenti, ché Dio ha buona notizia di quel che voi fate. / Non sono uguali agli occhi di Dio quelli fra i credenti che se ne restano a casa ( eccettuati i malati ) e quelli che combattono sulla via di Dio dando i beni e la vita, poiché Dio ha esaltato d'un grado coloro che combattono sulla via di Dio dando i beni e la vita, sopra quelli che se ne restano a casa. A tutti Iddio ha promesso il Bene Supremo, ma ha preferito i combattenti ai non combattenti per una ricompensa immensa, / gradi sublimi da lui concessi e perdono e misericordia, perché Dio è il perdonatore misericorde. / Quanto a coloro che gli angeli richiameranno mentre facevan torto a sé stessi, chiederanno loro: "Qual fu la condizione vostra?" ed essi risponderanno: "Fummo deboli sulla terra", ma verrà loro risposto: "Non era la terra di Dio vasta abbastanza perché voi emigraste?" E il loro asilo sarà l' Inferno: qual tristo andare! / Eccettuati saranno i deboli, uomini, donne, fanciulli che non avran potuto usare espedienti e non saran stati guidati sulla retta via, / quelli può darsi che Dio li perdoni, perché Egli è il clemente, il pietoso. / Chiunque s'allontani dai suoi sulla via di Dio troverà sulla terra numerosi luoghi d'asilo e spazio ampio, e chi esce dalla sua casa andando verso Dio e il Suo Messaggero e lo coglie la morte, Dio s'impegna a ricompensarlo, ché Dio è pietoso clemente" (4, 94-100).

"E a te abbiam rivelato il Libro secondo Verità, a conferma delle Scritture rivelate prima, e a loro protezione. Giudica dunque fra loro secondo quel che Dio ha rivelato e non seguire i loro desideri a preferenza di quella Verità che t'è giunta. A ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via, mentre, se Iddio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una Comunità Unica, ma ciò non ha fatto per provarvi in quel che vi ha dato. Gareggiate dunque nelle opere buone, ché a Dio tutti tornerete, e allora Egli vi informerà di quelle cose per le quali ora siete in discordia" (5, 48).

A complemento di quanto fin qui detto, e sia per completezza d’informazione sia per sottolineare come differenti livelli di onestà intellettuale conducano a differenti risultati, va ricordato un complesso e qualificante episodio accaduto alcuni anni or sono e che Magdi Cristiano Allam senza dubbio ricorda molto bene.

Nel 2003 uscì l’edizione del Corano pubblicata dalla Newton Compton a cura di Roberto Hamza Piccardo. Si trattava dell’edizione ufficialmente diffusa dall’Unione delle Comunità Musulmane d’Italia (UCOII): e mi chiese di scriverne una Prefazione. Risposi che nel corso di essa io non avrei potuto rinunziare a ribadire la mia fede cattolica, e mi fu replicato che era proprio questo che interessava i promotori dell’iniziativa. Bisogna al riguardo tener presente che l’UCOII era considerata simpatizzante “fondamentalista”: giudicai pertanto uno straordinario segnale di amicizia e di disposizione al dialogo il fatto che proprio essa sollecitasse la Prefazione di un cattolico osservane (mi chiedo quali e quante edizioni del Vangelo dispongano di un prefatore musulmano).

L’edizione di Piccardo fu immediatamente fatta oggetto di critiche e di contestazioni: tra le voci che in questo senso si levarono apparvero significative quelle di Magdi Allam e del giornalista Pier Luigi Battista. “Il Corrriere della Sera” se ne fece portatore. Interessammo alla questione l’allora presidente del Consiglio regionale della Toscana Riccardo Nencini, da sempre sensibile – da laico rigoroso – alla questione del dialogo tra le fedi: con lui stabilimmo di organizzare un pubblico dibattito a proposito del problema delle traduzioni del Libro santo musulmano e invitammo al confronto sia Allam che Battista; insieme con loro avrebbero dovuto discutere specialisti di obiettiva competenza quali Mario Scialoja, Massimo Campanini e appunto Paolo Branca. Cercammo in tutti i modi di ottenere la presenza di Allam e di Battista: ma non fu possibile. L’evento si tenne poi il 23 aprile del 2005 nel palazzo del Consiglio regionale della Toscana a Firenze, sotto la presidenza dello stesso Nencini – oggi viceministro alle Opere Pubbliche - e con il contributo di altri studiosi musulmani quali Khaled Fouad Allam e Mahmoud Salem Elsheikh ma in assenza dei due illustri inviati i quali non ritennero opportuno farci pervenire a proposito della loro assenza alcuna spiegazione (che, del resto, non erano tenuti a doverci).

Gli Atti di quella giornata furono pubblicati nel volume Tradurre, tràdere, tradire. Discutendo una traduzione del Corano, a cura di F. Cardini, Firenze, Consiglio Regionale della Toscana, 2006, la menzione del quale figura anche in Il Franco Tiratore. Bibliografia degli scritti di Franco Cardini 1957-2011, a cura di A. Musarra, Rimini, Il Cerchio, 2012, p. 361, n. 0602C, e che è ancor oggi a disposizione degli interessati. Non risulta che né Allam né Battista, ai quali va pur il merito di aver avviato con i loro rilievi questo ampio dibattito, abbiano mai ritenuto opportuno il commentare quella giornata di studio e i relativi Atti. Non commento la loro scelta né avanzo a spiegazione di essa alcuna ipotesi. Mi limito a registrare l’accaduto ribadendo dal canto mio la fiducia nell’opportunità nel confronto tra opinioni diversi e la convinzione che essa costituisca un insostituibile valore civico.

GLI JIHADISTI OCCIDENTALI, IL COPILOTA SUICIDA-OMICIDA E IL FALLIMENTO DELLA MODERNITA’

In uno splendido libro sbagliato di parecchi anni or sono, dedicato all’eclisse del Sacro nella società contemporanea, Sabino Acquaviva ci aveva avvertito del fatto che la Modernità avrebbe definitivamente ucciso Dio, questo fantasma creato dalle cose che appunto essa avrebbe eliminato: l’ignoranza, il fanatismo, la superstizione, il bisogno, la miseria, la paura. Peraltro, il laico Acquaviva non era affatto del parere che una società “liberata” dal Sacro sarebbe stata migliore e più felice: e ribadiva che, al pari dei complessi nella psiche individuale, il rapporto con il Divino costituiva una difesa efficace.

Non sappiamo se ateismo e agnosticismo siano “libertà dall’illusione superstiziosa”, “realistico disincanto” o a loro volta errore e illusione: nessuno di noi può saperlo. Quel che tuttavia sappiamo è che alcuni decenni fa molti che condividevano la Weltanschauung di Acquaviva ma a differenza di lui ne erano convinti e soddisfatti guardavano al “progresso” sociale, civile e culturale (e/o mentale) come a una logica ed automatica estensione di quello economico e tecnologico: essi, convinti con la Costituzione americana che tra i diritti dell’uomo ci fosse anche quello della ricerca della felicità e che il trinomio individualismo-democrazia-progresso (per quanto poi si discutesse sul senso e il significato di tali termini: specie il secondo) fosse la via dritta al conseguimento di essa, ritenevano che le magnifiche sorti e progressive del genere umano fossero ormai quasi a portata di mano, e il loro avvento irreversibile. Il celebre ma ormai anche famigerato saggio di Francis Fukuyama sulla “fine della storia” costituisce, come ormai tutti hanno capito, anche il capolinea di tale beata, ottimistica illusione. E il risveglio, nell’ultimo quarto di secolo, è stato duro, amarissimo. Il “sogno della ragione” aveva generato un ridicolo mostriciattolo.

Non che tuttavia, già da molto tempo, mancassero avvisaglie in questo senso. La crisi della protesta giovanile innescata dalla sciagurata esperienza vietnamita, il Flowers Power, le corse folli nel Magic Bus attraverso Istanbul e Kabul fino a Katmandu inseguendo l’ippogrifo del “Volo Magico” ci stavano impartendo una lezione a modo loro chiara e lucidissima, per quanto molti di noi si ostinassero a non comprenderne l’esatto significato. Per molti, anche la “sacrosanta evasione del prigioniero” dalla gabbia di una realtà intesa secondo quella che Erich Fromm aveva genialmente definito la “cultura dell’Avere”, il rifugio nella tolkieniana “Terra di Mezzo”, rivestiva identico valore di rifiuto di un materialismo plumbeo e disperato – quello del possesso dei beni materiali, del profitto, insomma della dittatura della “terza funzione” di duméziliana memoria e di una “Volontà di Potenza” ormi appiattita in quella esclusiva direzione - si trasformò in un progetto culturale ed esistenziale che d’altronde ebbe esiti differenti e contrastanti: ora il “ritorno selvaggio di Dio” o la ricerca di altri dèi, ora il Paradiso all’Ombra delle P 38 degli Anni di Piombo, ora il tentativo-tentazione di tirarsi indietro rifugiandosi in una versione intimistico-solipsista di quella che il gran Guicciardini avrebbe definito il proprio “particulare”.

Ma il punto è che già allora tutti quei differenti esiti sottolineavano il fallimento di uno degli scopi, il principale forse, tra quelli che la Modernità occidentale, con il suo primato dell’individualismo e della logica economico-finanziario-spettacolistica del consumo, del profitto e del successo, si proponeva: il raggiungimento della Felicità.

Agli scontenti che un tempo si davano al “viaggio” della droga o al terrorismo, più tardi al disinteresse e al disimpegno, si sono di recente aggiunti i foreign fighters che dall’Occidente appunto accorrono, non è chiaro in qualche misura, a combattere nelle fila dell’armata califfale dell’IS. Il copilota Andreas Lubitz, il 26 marzo scorso, ha fornito alla sua angoscia e alla sua disperazione una risposta diversa, con un suicidio-omicidio che gli ha forse – quanto meno nelle sue intenzioni – procurato la medesima fama che spettò a quel tal Erostrato il quale, per essere ricordato dai posteri, dette alle fiamme il tempio di Artemide in Efeso. La sua tragica disperazione non è certo esclusiva della fine della Modernità: è comunque di essa caratteristica. La Volontà individualistica di Potenza, il primato dell’economia, la corsa ai consumi e ai profitti, il “processo di secolarizzazione”, avebbero dovuto mettere la felicità alla nostra portata di mano. Così non è avvenuto. Non è stato un fallimento da poco.

L’AGGRESSIONE AGLI SCIITI DELLO YEMEN: QUEL CHE NON TORNA

Che sia attualmente in corso una manovra ad ampio raggio di ridefinizione degli equilibri nell’area vicino-orientale e che tanto i suoi tratti quanto i suoi registi siano almeno fino ad oggi poco chiaramente discernibili, è purtroppo poco, però sicuro. In tale contesto, un ruolo da ben valutare – ma sul quale purtroppo si possono avanzare solo alcune ipotesi non confortanti – va assegnato alla recente aggressione di potenze regionali arabo-sunnite diretta contro i progressi che in Yemen erano stati realizzati dalle forze sciite. Che l’obiettivo finale, per ora indiretto, della manovra che vede leader e protagonista l’Arabia saudita sia l’Iran, e che pertanto questo nuovo capitolo della fitna, la guerra civile sunnito-sciita (ma ormai purtroppo non solo…), possa riuscire non sgradito né alla politica dell’attuale governo israeliano, né a quella auspicata dalla maggioranza del Congresso degli Stati Unit né forse al governo turco, appare piuttosto ovvio e verosimile. Accanto all’Iran, sembra proprio che un altro obiettivo da colpire sia la politica estera del presidente Obama e il suo indirizzo di disimpegno dalle faccende vicino-orientali, che non risulta gradito a quanto sullo scudo diplomatico-militare statunitense hanno saputo di poter fino ad oggi contare per portar avanti la propria linea.

Due sole domande, per ora. Primo: che cosa ci fanno le forze egiziane di al-Sisi nell’alleanza? Hanno forse il ruolo di confermare la rinnovata politica di partnership diplomatica con l’Arabia saudita, dopo il messaggio inviato dal Cairo a Riad – estremamente chiaro anch’esso – consistente nell’aver assolto e rimesso in libertà i militari responsabili su ordine di Mubarak dell’eccidio di Piazza Tahrir nel 2011, all’inizio della cosiddetta “primavera araba”, che aveva avviato il processo che condusse al governo dell’Egitto i “Fratelli Musulmani”. L’eliminazione di tutti gli esiti, prossimi e lontani, di quei conati di rinnovamento che appunto la “primavera araba” aveva avviato ha condotto al ripristino, con qualche mutamento (la caduta di Mobarak tra essi), di uno status quo gradito nel Vicino Oriente tanto agli occidentali quanto ai governi arabi conservatori. Il contenimento delle pressioni sciite rientra appieno in tale strategia.

Fin qui, in fondo, niente da obiettare. Politique d’abord. Solo un rilievo: gli sciiti yemeniti stavano dando parecchio filo da torcere alle centrali di al-Qaeda in quel paese; l’aggressione saudito-egiziana non si sta risolvendo in un obiettivo sostegno ai guerriglieri jihadisti sunniti? E una domanda: in tutto questo complesso quadro di ridefinizione, che fine sta facendo la tanto conclamata lotta contro l’IS di al-Baghdadi, per il momento a quel che pare contrastata sostanzialmente solo da curdi, militari irakeni sciiti e iraniani? Che l’IS continui a far comodo a qualcuno? Se sì, a chi, e perché? Domande scomode, ma ben legittime.

FC


Minima cardiniana, 67

Domenica 22 marzo. V domenica di Quaresima.

- BIMILLENARIO AUGUSTEO –

Un confronto interessante. Due bimillenari augustei: quello che nel 1937 celebrò la nascita di Ottaviano, il 23 settembre del 63 a.C., nel segno dello spregiudicato “uso della storia” da parte di un Mussolini che da un anno era stato salutato come il Fondatore dell’Impero. Il Duce aveva modificato il suo originariamente pronunziato cesarismo accantonandone le componenti “democratico-rivoluzionarie” per accettare piuttosto quella visione gerarchica e conservatrice che la stessa intellighentzija accademica fascista gli suggeriva. La Mostra augustea della Romanità fu inaugurata il 23 settembre 1937 e il suo catalogo presentava scritti, fra gli altri, di Amedeo Maiuri, Arnaldo Momigliano ed Evaristo Breccia. Oggi, le celebrazioni del bimillenario della morte di Augusto nel 14 d.C. si sono concluse con la mostra Rivoluzione Augusto. L’imperatore che riscrisse il tempo e la città (catalogo Electa; mostra al Museo Nazionale Romano in Palazzo Massimo fino al 2 giugno prossimo). Da più parti si è avanzata la prospettiva di un confronto tra due tanto diversi modi d’intendere un uomo e un’epoca.

- CRISI DEI VALORI RELIGIOSI. O CRISI DI CHE COSA? –

State allegri. Il Bel Paese fa ancora notizia. La baruffa sull’acqua benedetta pasquale surrettiziamente erogata a scuola nella città di Bologna, subito contestata da alcuni docenti e familiari di allievi di fieri sentimenti laici e quindi riconfermata con una sorta di stratagemma ha fatto il giro del mondo ed è arrivata a lambire le pagine dei quotidiani statunitensi (“questa è la stampa, baby, e non puoi farci nulla…”) provocando una valanga di commenti: qualcuno anche involontariamente umoristico. A tal riguardo il Guinness va a un giornale di destra sulla prima pagina del quale un elzevirista teocon (teologo-liturgista nei giorni dispari, enogastronomo in quelli pari) ha sfiorato il sublime accusando i laicisti bolognesi, rei di lesa lustrazione quaresimale, di parteggiare nientemeno che per l’ISIS del califfo al-Baghdadi. Il sottile filo logico sarebbe che l’attacco ai riti cattolici spianerebbe coscientemente o meno la strada, attraverso l’agnosticismo, al fondamentalismo musulmano. Paradossale, arditissima tesi: come avrebbe detto il Cavalier Marino, è del teocon il fin la Maraviglia…

Accontentiamoci da parte nostra di più pedestri ragioni. Ma anche così restiamo in piena iperbole. In effetti, tra l’altro, questa dell’Islam tirato in ballo (a sproposito, tanto per cambiare) al fine di attaccare le tradizioni cattoliche, è tutt’altro che nuova. Da un po’ di anni, in ogni periodo di avvento ci vuole tutta la pazienza degli imam delle varie comunità musulmane per spiegare che, da parte loro, non c’è alcuna ragione per impedire che nelle scuola si faccia il presepio: eppure, tale peraltro ovvia precisazione si rende responsabile perché c’è regolarmente qualche famiglia o qualche insegnante laicista pronto a nascondersi dietro il supposto disagio di eventuali alunni musulmani dinanzi a bue, asinello e re magi (dei quali viceversa, guarda caso, il Corano parla con devozione e simpatìa).

Ma i paradossi non finiscono qui. Anzi, investono frontalmente il nostro tempo. Viviamo un periodo di violenti fondamentalismi contrapposti, nei quali si è giunti ad uccidere nel nome di Dio con molta maggior violenza di quanto forse non si sia mai fatto quando la fede religiosa era un fatto generale, quotidiano, comune e condiviso. Al tempo stesso trionfa ed è popolare tra credenti e non, nel mondo cristiano e fuori di esso, un papa che sembra sostenere una fede soft, fluida per non dire addirittura liquida, che più che alla conversione mira al consenso: il che induce molti, troppi forse, a pensare che il tempo dei dogmi e della disciplina sia finito e che per esser cristiani – anche senza bisogno delle messe e dei sacramenti – sia sufficiente un po’ di buon senso e tanto “volemose bene”.

Attenzione, cristianucci. Un papa gesuita fino a due anni fa era qualcosa d’impossibile e d’impensabile: oggi è inaudito, nel senso etimologico del termine. Tra Cinque e Seicento alcuni bizzarri membri della Compagnia tentarono di persuadere i cinesi che si potesse arrivare al cristianesimo anche senza rinunziare a Confucio, e il papa che si potesse celebrar messa con riti confuciani. Nell’Ottocento, quei neri ipocriti pretacci restarono quasi da soli a reggere la diga della Tradizione contro montante laicismo, invadente liberalismo cristiano e modernismo d’assalto. E se questo papa gesuita applicasse da par suo (“gesuiti euclidei vestiti da bonzi…”) alla Modernità l’aurea regola della lotta giapponese, sfruttare cioè la forza dell’avversario, per riportare la Chiesa di Roma al centro del dibattito postmoderno attraverso un’apertura d’un’audacia che la vecchia sinistra cattolica che si baloccava travestendo la fede da sociologia non si è nemmeno mai sognata?

Proviamo a riconsiderarlo da questa prospettiva, l’austero rito della benedizione pasquale che tanti preti delle varie confraternite San Pio V amerebbero celebrare con austero sfarzo di aspersioni lustrali e di formule esorcistiche. In fondo, siamo alle vecchie buone abitudini della primavera, un po' come le pulizie stagionali: che non a caso una volta si facevano in tutte le case aspettando appunto “l’acqua benedetta”. Si ha un bell’essere laici, sia ha un bel far buon viso – e ci mancherebbe altro… - a sinagoghe e moschee: le nostre radici sono là, le nostre città e le nostre campagne sono ancora dominate dall’ombra profonda dei campanili e dalle voci sonore della campane, se noialtri italiani vogliamo tanto bene alla mamma è perché resta ancora forte e sicuro l’archetipo di Maria Vergine e Madre, e non c’è dottor Freud che tenga. L’aveva ben capìto quell’austero un po’ tetro filosofo marxista sardo, per il quale era il cattolicesimo l’unica forza fondante della società italiana. L’aveva ben capìto quel tal agitatore romagnolo bestemmiatore e mangiapreti il quale si affrettò a far sì che il re al quale egli – repubblicano impenitente – aveva giurato fedeltà per meglio dominarlo si liberasse dalla scomunica, perché altrimenti l’Italia gli sarebbe scappata sempre di mano.

E’ questa profonda coscienza storica che manca agli anticlericali patetici che se la prendono con i presepi e l’acqua benedetta mostrando di non rendersi conto che in fondo si tratta di cerimonie propiziatorie e lustrali vecchie quanto il mondo; e che i miti e i riti sono sempre più forti delle pretesche giaculatorie laiciste. Il papa gaucho e gesuita, con la sua croce di metallo bianco e le sue scarpe vecchie, queste cose le sa bene: non scomunica nessuno, non diffida e non ammonisce nessuno, ostenta bonari metodi spicci e manica larga. I clericali che ancora tuonano contro l’”apostasia” del concilio vaticano II fanno solo ridere. Lui no: lui tiene aperte le porte della casa del Padre. E sa bene che quelle porte sono ampie, ma le pareti di quella casa sono più forti della morente Modernità. Questo è il suo segreto.

- …FUOCO! –

“Caricate! Puntate! Fuoco!”. Una scarica sincronica, micidiale: il condannato che si accascia mentre sulla sua camicia immancabilmente candida, all’altezza del cuore, una macchia purpurea si allarga. Ricordi romantici: il fossato di Belfiore, Castel Sant’Angelo e il cavalier Cavaradossi, Senso di Luchino Visconti, i rivoluzionari di Pancho Villa contro le milizie dei federales, “il-povero-soldato-è-condannato-a-morte-lontan-dalla consorte-vicino-al-colonnel”, freddi impettiti comandanti con la sciabola sguainata (“Maledetti-signori-ufficiali-che-la-guerra-l’avete-voluta”) e Uomini Contro che rifiutano la benda, e la famiglia dello czar innaffiata di proiettili alla rinfusa, e Ciano e De Bono a cavalcioni alla sedia fucilati alla schiena in segno di disonore, e anche i gerarchi repubblichini sulla piazza di Como, con Barracu che come medaglia d’oro pretende (invano) di venir colpito al petto e Pavolini che tenta un’ultima eroica fuga.

E frasi, frasi “storiche”, frasi “fatali”: l’ultima sigaretta e poi “Mirate al petto, risparmiate il volto!” e le ultime grida stentoree e disperate, i “Viva!” qualcosa riaffermati per l’ultima volta e una volta per tutte.

C’è tutto il Risorgimento, la Grande Guerra, la Resistenza, nella sequela di fucilazioni che comportano sempre un che di disperato eppure di romantico. Un modo spiccio, barbarico ma a modo suo più decoroso e forse meno penoso di tanti altri sistemi ideati più tardi per metter fine alla vita dei condannati alla pena capitale. Pensiamo alla tremenda sedia elettrica su cui i malcapitati “friggono” per lunghi, interminabili minuti; all’immonda garrota che spezza implacabile le vertebre del collo; all’impiccagione che soffoca brutale e che ha tanto impressionato François Villon e Fabrizio de André (“tutti morimmo a stento…tirando calci al vento”); alla camera a gas, “indolore” ed “eutanasiaca” solo per autocertificazione dei carnefici e divenuta simbolo dell’abietto massacro di massa per innocenti; alla decapitazione con i suoi in apparenza “asettici” succedanei quali la ghigliottina, che era parsa una giacobinata in fondo civile anche ai papi della Restaurazione e che il mantello rosso del celebre boia-filosofo Mastro Titta circonfondeva di una sua macabra e dignitosa, dura eppur dolente umanità (molto migliore del ritorno all’artigianato barbarico da parte dei carnefici del califfo); all’iniezione letale, propagandata come la più “civile” e forse invece la più infame di tutti, presentata in tutto il suo orribile splendore letale in un film interpretato mirabilmente da Sean Penn e Susan Sarandon.

Negli Stati Uniti d’America, gran parte dei quali permane fedele allo “spirito della frontiera” e seguace convinta del principio biblico dell’occhio-per-occhio, quanto a condanne capitali e relativi metodi ne hanno provate di tutte. Alla fine l’arcaico e ruvido stato dello Utah ritorna alla fucilazione, quindi al plotone di esecuzione. Un metodo, a modo suo, “civile”: i componenti del plotone sono tutti volontari, ma solo la metà è dotata di arma carica; nessuno sa se il suo fucile esploderà, ma tutti sono ben consci che se il condannato non muore subito saranno puniti; ciascuno prende accuratamente la mira, pregando in cuor suo di sparare a salve e ben sapendo che, per tutta la vita, si convincerà di averlo fatto; il sistema di puntamento laser, col suo freddo implacabile puntino rosso, rende sicura la mira e istantaneo (almeno si spera) il decesso, per quanto il triste privilegio del comandante, il colpo di grazia, sia un rito obbligatorio come un tempo lo era il sottile infallibile pugnale acuminato perciò stesso detto “Misericordia”. Ecco la Buona Morte, decorosa perché preceduta da un ultimo pasto che può essere succulento (beati i forti che sanno goderselo…), quindi il rituale di pacificazione (la confessione e l’assoluzione per i cattolici, l’abbraccio conciliatorio con il boia, il diritto all’ultima sigaretta e alle “ultime parole famose”. La morte addomesticata, come ci hanno insegnato Norbert Elias, Albereto Tenenti, Michel Vovelle. Anche questa è civiltà. O, almeno, così pensano nello Utah. Certo, una lunga serena vecchiaia e quindi un tranquillo trapasso nel sonno sarebbero preferibili. Ma fondo ci sono modi molto peggiori di compiere l’estremo passo. Si dice che Cesare, a chi gli chiedesse come avrebbe voluto che fosse la sua morte, rispondesse con un lapidario “Ràpida”. Gli toccarono ben ventitré pugnalate, l’ultima infertagli dal figlio adottivo prediletto. Un plotone di esecuzione sarebbe stato ben più decoroso e pietoso.


Minima cardiniana, 66

Domenica 15 marzo. IV domenica di Quaresima. "Domenica laetare Jerusalem"

“Rallégrati, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate, riunitevi. Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza; saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione” (Isaia, 66, 10-11).

“Se ti dimentico, Gerusalemme, si dimentichi di me la mia destra. Mi si attacchi la lingua al palato se lascio cadere il tuo ricordo, se non innalzo Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia”. (Salmo 136, 5-6-).

SE TI DIMENTICO, GERUSALEMME…

Gerusalemme è tutto per l’ebraismo; l’ebraismo non è nulla senza Gerusalemme. Il secondo libro dei Paralipomeni (o, come oggi si preferisce denominarlo, delle Cronache) racconta dell’apostasia del regno di Giuda dalla morte di re Giosia (609 a.C.) in poi, mentre vane risultarono le accorate ammonizioni del profeta Geremia. Nel 587 Nabocodonosor II, sovrano del regno neobabilonese, per punire Giuda alleata dell’Egitto, conquistò Gerusalemme, distrusse il Tempio e deportò nel suo regno i giudei (il regno ebraico settentrionale, quello detto “d’Israele”, era già stato distrutto nel 722 dagli Assiri di re Sargon e gli israeliti deportati tra Media e Mesopotamia, mentre i pochi rimasti tra Samaria e Galilea si mischiavano con i coloni assiri originando così i samaritani).

La “cattività babilonese” di quelli che ormai si possono denominare definitivamente “ebrei” (al di là della distinzione tra “israeliti” e “giudei”, nata nel 926 con la divisione del regno tra i due figli di Salomone, cioè Roboamo e Geroboamo) si protrasse fino al 539, quando il Gran Re di Persia Ciro II Anzan figlio di Cambise, conquistatore del regno di Media, rovesciò il regno neobabilonese, s’impadronì della sua capitale ed emise il celebre editto di liberazione del popolo ebraico che consentì il ritorno in Eretz Israel e l’edificazione del nuovo Tempio (Cronache, 36, 14-23). Testimone struggente dei 52 anni di duro esilio ci resta il Salmo 136, il bellissimo Super flumina Babilonis ispiratore di tanti canti d’esilio attraverso l’America degli schiavi fino a Verdi e a Quasimodo:

“Sulle rive dei fiumi di Bailonia / ci ponemmo a sadere e a piangere / nel ricordarci di Sion. Ai salici che là crescevano / appendemmo le nostre cetre / perché quelli che ci avevano condotti schiavi / ci chiedevano dei canti, / quelli che ci avevano portati via: / - Cantateci qualcuno dei canti di Sion -. / Come potevamo noi cantare il cantico del Signore / in terra straniera? / Se ti dimentico, Gerusalemme…”.

Per questo Ciro II di Persia è, per gli ebrei, il Liberatore, il modello dei “Giusti tra le Nazioni”. Un concetto bello e nobile, che merita forse qualche parola anche per quanto riguarda la storia contemporanea. E’ certo, per quanto non se ne possano ottenere le prove (o comunque esse non siano ancora emerse, né magari emergeranno mai), che i “Giusti tra le Nazioni”, i non-ebrei che durante il triste periodo di quella che ormai per convenzione universalmente accettata si definisce la Shoah si adoperarono per la difesa, la protezione, la salvezza degli ebrei (anche di uno solo fra di loro, dal momento che – come dichiara il Talmud – “chi salva una vita, salva il mondo intero”), sono stati molti di più di quanti a partire dal 1962 una commissione controllata dalla Corte Suprema d’Israele ha indicato i tsaddiqim (“giusti”, “caritatevoli”) tra i goym, i “gentili”, i membri delle “Nazioni” che non appartengono al Popolo d’Israele. Un tsaddiq “gentile”, per essere tale, deve aver rispettato quelle sette “leggi noachidi” che costituiscono le norme-chiave, i doveri dell’intera umanità, e che dunque, secondo la riflessione rabbinica, vincolano tutti i componenti del genere umano. Secondo la Tossefta (“complemento”) 13, 2, del Sanhédrin (nella Mishnah il quarto dei dieci trattati consacrati principalmente alle norme riguardanti i Neziqin, i “danni”), sono chasidé ummot ha-olam – “pii tra le nazioni del mondo” – coloro che si conformano ai sette semplici e rigorosi princìpi imposti a Noè e attraverso di lui all’umanità intera, e precedenti pertanto sia la Torah, la legge formalizzata nella Scrittura biblica, sia la Halakhah, la giurisprudenza rabbinica, che ovviamente riguardano entrambe solo il popolo ebraico. Le “leggi noachidi” sono i fondamenti della morale e della convivenza: dovere di stabilire delle leggi, divieto della bestemmia e della falsa testimonianza, rifiuto dell’idolatria, etica sessuale fondata sulla proibizione d’incesto, adulterio e bestialità, astensione dall’assassinio, dal furto e da qualunque forma di crudeltà sugli esseri viventi. In termini teologici cristiani, non si tratta – attenzione! – di leggi “naturali”, per quanto concernano appunto la natura umana e la definizione di essa: siamo già, all’indomani del Diluvio e pertanto all’atto della rifondazione del genere umano, nell’àmbito della Rivelazione. Ma al di là di teologia e di diritto, nel più ristretto e magari meno preciso cerchio della diffusa ricezione di questo concetto, i “Giusti fra le Nazioni” sono coloro che, a rischio della loro sicurezza personale e magari della stessa vita loro e dei loro cari, si sono generosamente e gratuitamente prodigati nel cercar di salvare anche un solo ebreo dall’odiosa persecuzione alla quale il popolo d’Israele fu sottoposto in Germania durante il Terzo Reich e quindi nell’Europa occupata dall’esercito di Hitler e soggetta alla sua volontà tra 1939 e 1945. La procedura di ricerca, di raccolta di prove e di sanzione degli appartenenti al nòvero ufficiale dei chasidé ummot ha-olam somiglia obiettivamente e formalmente alquanto al “processo di canonizzazione” in uso nella Chiesa cattolica: e si suppone che coloro destinati a restare sconosciuti e anonimi siano molti di più di coloro nei confronti dei quali si riescono a raccogliere le prove.

Anche il tema dei “Giusti fra le Nazioni” è dominato da Gerusalemme, dov’essi vengono pubblicamente onorati. Gerusalemme sempre e dappertutto. “L’anno prossimo a Gerusalemme!” è l’augurio che gli ebrei della diaspora ogni anno si scambiano. E l’amarezza dell’esilio dà luogo a un rancore inestinguibile, com’è registrato dagli sconvolgenti ultimi versetti del salmo 136:

“Infelice figlia di Babilonia, / beato colui che ti tratterà / come tu hai trattato noi. / Beato chi afferrerà i tuoi bambini / E li sbatterà contro le pietre”.

L’amore degli ebrei per Gerusalemme ha informato di sé la costante presenza di alcuni ebrei in Eretz Israel nei secoli fino dall’indomani della distruzione della Città Santa da parte di Adriano nel 135 d.C. e fino dalle sue origini anche il movimento sionista, la componente escatologica del quale è stata sottovalutata da molti i quali a torto lo ritengono esclusivamente “laico”.

Se peraltro lo stato d’Israele ha proclamato Gerusalemme, “eterna e indivisibile” capitale – e il tema è stato ribadito anche oggi durante la grande manifestazione che si è tenuta ieri alla vigilia delle elezioni di martedì prossimo -, dev’esser tenuto presente anche il significato di essa per le altre due religioni abramitiche. Per l’Islam, che la chiama al-Quds, “la Santa”, essa è la terza Città Santa dopo la Mecca e Medina e, secondo la tradizione, è da lì che ha preso avvìo l’ascesa al cielo del profeta Muhammad narrata nel Kitab al-Miraj. Quanto al cristianesimo in genere e a quello cattolico in particolare, Gerusalemme riempie letteralmente la teologia e la liturgia. Nel recente, fondamentale libro Come a Gerusalemme. Evocazioni, riproduzioni, imitazioni dei Luoghi Santi tra medioevo ed età moderna, a cura di Anna Benvenuti e di Pierantonio Piatti (Firenze, SISMEL – Edizioni del Galluzzo, 2013), si dà conto puntuale di come la presenza della Città Santa sia fondamentale nella riflessione teologica e nella vita liturgica.

Le aspirazioni cristiane e musulmane sono compatibili con la presa di posizione dello stato d’Israele. Concettualmente, senza dubbio sì: per quanto ci siano da temere reazioni fondamentaliste. Il modello della città di Roma, centro di una fede universale – il cattolicesimo - e al tempo stesso capitale di uno stato, la repubblica italiana, è in tal senso importante. Più problematica si annunzia la faccenda dell’intenzione della stessa Authority palestinese, di stabilire in Gerusalemme la sua stessa capitale una volta definitivamente stabilito quel suo stato che, peraltro, allo stato attuale delle cose appare alquanto remoto a meno che il governo israeliano non muti decisamente d’indirizzo.

LA SCUOLA DI RENZI

Il Consiglio dei Ministri ha varato il 12 marzo scorso il disegno di legge sulla scuola, mentre slitta invece la riforma RAI, a proposito della quale il premier Renzi ha espresso il suo ipotetico gradimento per un Consiglio di Amministrazione deciso dal parlamento in seduta congiunta: ipotetico, appunto, dal momento che la costituzione non prevede la possibilità di una seduta congiunta a tale scopo e appare improbabile una modifica del dettato costituzionale. D’altronde, affidare la nomina del CdA al parlamento significa non tanto cederla ai partiti, ormai praticamente inesistenti, quanto demandarla in pratica alle rispettive segreterie (a parte i soliti franchi tiratori). In un modo o nell’altro, saranno i politici ad esprimere i vertici RAI, al solito senza alcun riconoscimento per altre forze presenti nel paese: dato il livello di autonomia e di cultura del nostro ceto politico, la novità non è consolante. Nessuna voce rappresentativa istituzionale è riconosciuta agli istituti di ricerca scientifica, all’editoria, al giornalismo, alle componenti religiose, ai gestori del turismo, ai titolari di forme di produzione d’eccellenza, agli enti locali, nemmeno al mondo dello sport.

I connotati portanti della riforma scolastica sono in sintesi: 100.000 assunzioni di precari iscritti nelle graduatorie ad esaurimento (GAE) nel settembre prossimo (le successive assunzioni si verificheranno solo per concorso; gli insegnanti iscritti alle graduatorie d’istituto restano fuori, come i 23.000 insegnanti delle scuole materne); sgravi fiscali per le famiglie che iscrivano i figli alle scuola paritarie, con rette detraibili per materne ed elementari (perché invece nessuno sgravio alle famiglie degli studenti dimostratisi meritevoli e disciplinati nell’arco dell’anno scolastico? Non sarebbe stato più formativo? Non avrebbe costituito un incentivo per impegnare le famiglie a seguire di più i loro ragazzi?); voucher di 500 euro a testa per l’aggiornamento dei professori (riservato ad acquisto-libri, frequentazioni di concerti e attività culturali ecc.: ma di corsi di aggiornamento gratuiti e obbligatori, che sarebbero necessari per la riqualificazione del personale insegnante, non si parla); scatti di stipendio legati al merito a partire dal 2016 per un massimo previsto di 200.000.000, oltre ai normali scatti di anzianità previsti dal contratto nazionale di lavoro; possibilità da parte dei presidi di scegliere gli insegnanti; ripristino delle ore d’insegnamento di storia dell’arte e di musica; definitiva scomparsa dei “supplenti” e delle “classi-pollaio” (questo è un proposito che andrà chiarito); ampi poteri ai presidi, a proposito dei quali il presidente del consiglio insiste su un profilo “manageriale” che andrà a sua volta precisato con attenzione dal punto di vista giuridico e istituzionale (l’idea di farne l’arbritro delle assunzioni dei docenti appare problematica). Alla scuola potrà andare da ora in poi anche il 5 per 1000. Si dice che sarà rinforzato l’insegnamento dell’inglese alle primarie: ma con l’introduzione di quali criteri, di quali metodi, di quali strumenti (gli attuali sono inadeguati)?

Non si tratta di una riforma granché convincente. Chi deciderà, ad esempio, come ripartire il previsto premio in danaro ai docenti per ragioni di merito? E come si calcolerà tale merito?

Particolarmente negletti i problemi del merito degli studenti e della loro disciplina. In molti paesi esteri essi vengono impostati e risolti attraverso sgravi sul piano economico (abbattimento di tasse, libri gratis, viaggi-premio ecc.) ai meritevoli e aggravamento di tasse per i meno diligenti; nonché lavoro coatto nelle infrastrutture scolastiche per chi sia deficiente sul piano disciplinare o danneggi i locali: ciò al fine di cointeressare di più le famiglie al comportamento scolastico dei loro ragazzi. Un cointeresse che in Italia è molto basso.

Ora il DDL passa al parlamento. Sospendiamo il giudizio.

FC