Minima cardiniana, 82

Domenica 28 giugno, XIII domenica del Tempo Ordinario

SE LA STORIA SI METTE A CORRERE

Cari Amici, scusate il ritardo con il quale immetto stavolta nel nostro solito modesto circolo le mie considerazioni settimanali: non è la prima volta né certamente sarà l’ultima. D’altronde, avrei pur le mie brave giustificazioni: rientro dal Brasile, solito giro per banche e uffici di quando si torna dopo un’assenza di una qualche durata, necessità di lavorare subito e intensamente…e zàcchete, il computer che ti pianta in asso. Come il frigorifero che si guasta a metà luglio o la caldaia verso i primi di gennaio. Sto adesso lavorando con un PC nuovo di zecca, lucente, elegantissimo, pieno di raffinate funzioni: e naturalmente non ci capisco un accidente. Frattanto, attorno a me succede il finimondo.

Appunto. Difatti ho detto che avrei le mie brave giustificazioni. Se intanto non fosse accaduto di tutto: dalla Grecia agli interessanti exploits balneari dell’IS. Sono queste cose, in realtà, ad avermi messo più in crisi del computer che non so usare. Perché il giorno è fatto di 24 ore, e ogni ora di 60 minuti. Hai voglia di far nottate…

DUE BANALI CONSIDERAZIONI SULLA GRECIA

Dovrò, per motivi di maggior impegno e di minore incompetenza, dedicare un po’ più di attenzione al califfo & Co. Solo due parole quindi sulla Grecia. Più che due parole, una doverosa e dolorosa dichiarazione di fede.

L’Europa è morta, viva l’Europa, dicevo pochi giorni fa. Lo ripeto. Se vogliamo salvare l’Europa e la sua unità (ch’è tutta da costruire), l’Unione Europea va abbattuta e rifondata. Non sono affatto un lettore devoto di “Repubblica”, ma quel che negli ultimi giorni ci hanno proposto su quel quotidiano Habermass, Krugman e la Spinelli è sostanzialmente esatto e sottoscrivibile. Che sia stato un crimine volontario o un tragico e grottesco errore, il fatto è che non si sarebbe mai dovuto procedere a una “unificazione” economica e monetaria dell’Europa senza prima aver messo a punto al sua unificazione politica. E non andiamo a tirar fuori alibi inappropriati: lo Zollverein non fu per nulla un precedente dell’unità tedesca, senza la forza e la lucidità politica della Prussia bismarckiana non sarebbe successo un bel niente. Ma nel caso della UE ha purtroppo vinto, una volta di più, il peccato originale della Modernità: il primato dell’economia. Ci siamo illusi – e qualcuno ha voluto illuderci – che dopo l’Eurolandia sarebbe arrivata deterministicamente, fatalmente, l’Europa.

Non era vero. E adesso, ha forse ragione chi paventa l’esito del plebiscito greco del 5 luglio. Perché i casi sono due: o la spunta Tzipras (mi chiedo poi perché lo si debba scrivere alla francese…); e allora è un salto nel buio che potrebbe davvero preludere a una tragica reazione a catena che coinvolgerebbe per prime Spagna, Portogallo e Italia; o la spuntano i partiti della destra che chiedono invece il reallineamento alla volontà dei banchieri che governano l’Eurolandia, i sacrifici ad ogni costo e il ritorno all’austerity, e allora nella migliore delle ipotesi il salto nel buio è solo rimandato.

Resta comunque certo e inevitabile che quest’Europa vada distrutta e rifondata. Ma come, con quali fasi, con quali metodi, questo è un altro discorso. Partiamo da poche semplici considerazioni e proviamo a ragionare.

Primo. A prescindere dai suoi stessi errori, non si doveva portare il governo Tzipras all’esasperazione e alla disperazione. Se l’Europa fosse quel che dovrebbe essere, non una “Unione” bensì una Comunità, la prima legge da rispettare sarebbe quella della solidarietà tra i paesi che ne sono membri. Quando in una qualunque comunità, dalla famiglia al condominio, c’è un debitore in cattive acque ma che dichiara di voler pagare, la prima misura è concedergli credito e respiro. Chi ha stabilito i ritmi e le scadenze di restituzione ai quali la Grecia dovrebbe sottostare? Si tratta delle ferme regola cosmiche o delle “ferree leggi del mercato”? Di pubbliche esigenze o d’interessi e di profitti privati, visto che a gestire l’euro sono, tramite la BCE, dei privati?

Secondo. Se è vero che un certo deficit è indice di salute economica, produttiva e politica, quando si eccede c’è pericolo: d’accordo. Ma l’ossessione del “pareggio di bilancio” non si è già rivelata una grottesca illusione fino dai tempi di Quintino Sella?

Terzo. Sarà senza dubbio vero che non ci sono soldi e che si debbono contenere le spese: ma allora, perché non rivediamo radicalmente e capitolo per capitolo i nostri capitoli di bilancio? Prendiamo l’Italia: se i dati e i calcoli proposti da Gino Strada sono veri, il nostro governo spende un miliardo di dollari all’anno per mantenere 4000 nostri militari in Afghanistan. E io ho fatto un sogno: una bella mattina di lunedì il Rottamatore si sveglia di buon’ora, più presto del solito; parte a razzo dalla sua Pontassieve, se corre alle 8,30 è già a Palazzo Chigi, convoca i ministri degli esteri e della Difesa e nel giro di poche ore dispone il ritiro dalle montagne e dai rocciosi passi afghani dei “nostri quattromila ragazzi”. Loro delusione per la perdita di sostanziose diarie, disperazione per la fine di ricche commesse militari e logistiche, sconcerto negli alti gradi delle nostre Forze Armate. E il miliardo così risparmiato lo passiamo alla Grecia (che con noi è già scoperta di parecchi altri soldi) per saldare la prima rata del suo disavanzo. Così, in un colpo solo, la facciamo finita con i postumi della nostra vergognosa complicità con l’aggressione di Bush all’Afghanistan nel 2001 e diamo una mano a una nazione sorella contro i pescicani della BCE.

ALL’ARMI ALL’ARMI, LA CAMPANA SONA, IL CALIFFO E’ SBARCATO ALLA MARINA…

Chi attacca? Chi è attaccato?

Di primo pomeriggio del 26 giugno mi chiamano affannosamente da due o tre quotidiani e debbo mettermi al lavoro con fretta febbrile. Tragiche, terribili notizie provengono da Lione, dalla Tunisia, dal Kuwait e dalla Somalia. E dal canto mio la cosa che mi sorprende, mi fa da una parte quasi ridere e dall’altra – lo confesso – mi spaventa è una coincidenza tra il fascinoso e l’agghiacciante. Appena il display del mio PC si è liberato della foresta iniziale di simboli e di sigle, quel che la invade è una luminosa visione del deserto tunisino: dune dorate a perdita d’occhio all’orizzonte, una coppia d’innamorati dinanzi a una tavola e a due coppe di champagne, in primo piano una cortina di lampade arabe di delicatissimo argento traforato. Ho pensato con una stretta al cuore che magari, qualche giorno fa, è stata proprio quell’immagine serena e fiabesca a condurre qualche ignaro turista al resort di sogno nel quale ha trovato la morte.

Mentre scrivo, il mio eterno hi-fi spande sulle colline di Firenze che si vedono dal mio studio le note della Sheherezade di Rimski-Korsakov (la colonna sonora del Lawrence d’Arabia interpretato da Peter O’ Toole: ricordate?). Più sogno d’oriente di così…E io mi chiedo, quasi atterrito: ma chi, ma che cosa ci sta circondando di tanto funesti presagi? In quale maledetto gorgo d’orrore stiamo per naufragare, o siamo già naufragati?

Calma. Tanto per parafrasare un noto adagio, è quando il gioco si fa serio che le persone serie debbono cominciar a giocare. Che cosa mai sappiamo di quel che è successo? Non fatevi accalappiare da chi, sui giornali o in TV, ve lo ha subito spiegato a colpi dei soliti luoghi comuni, sostenendo che tutto si tiene; che i disperati di Lampedusa, i tagliatori di teste di Lione e gli assassini di turisti sono la stessa cosa, una-faccia-una-razza; e che i musulmani vogliono portarci via o la vita o l’anima e che noi non dobbiamo dar loro né l’una né l’altra.

Purtroppo, un avvenimento non è ancora un fatto: ne è solo un sintomo. E anche due, tre, quattro, dieci, cento avvenimenti non sono ancora altrettanti fatti. Abbiamo avuto un episodio di sangue in una fabbrica francese, una testa umana separata dal corpo, una bandiera nera dell’ IS, un responsabile subito acchiappato ma che forse ha ancora dei complici a piede libero; una quarantina di turisti occidentali massacrati in un elegante resort di Sousse a sud-est di Tunisi, da un tizio (ma forse erano di più) che pare sia un ingegnere (come se “la cultura” mettesse al riparo dal fanatismo; e come se avere una laurea significasse aver cultura…); un’altra trentina di morti e circa duecento feriti in un attentato di un kamikaze sunnita nella moschea sciita di Al-Imam al-Sadek in Kuwait; un’autobomba lanciata contro le forze delle truppe di peacekeeping dell’Unione Africana a Leego in Somalia, 130 chilometri a sud di Mogadiscio, seguita da una sparatoria provocata dalle milizie di al-Shabaab, legate ad al-Qaeda, con un’ulteriore trentina di morti.

E qui si delinea anche se è ardua a comprendersi la logica interna di questi avvenimenti: essi divengono fatti. L’avvenimento, cioè l’evento (da evenire), è qualcosa che avviene, che càpita; il fatto (da facere) richiede in qualche modo l’intervento umano, sia pure soltanto sotto forma esegetica; e per sua intrinseca natura necessita d’interpretazione. Ora, non c’è bisogno di essere più decostruzionisti di Derrida per obiettare che quel che interessa dei fatti non sono i fatti in sé, bensì la plausibilità della loro interpretazione: ma le interpretazioni possono essere molteplici. A fatti del genere siamo ormai purtroppo abituati. Per tacere i precedenti – dal Vicino Oriente al sudest asiatico all’Africa all’America latina -, è dai tempi della crisi balcanica (vale a dire da un quarto di secolo) che viviamo in queste condizioni – altro che Anni di piombo… -, nonostante il nostro felice Occidente, che si riteneva un’isola più o meno immune dalla violenza che magari esportava nel mondo, sembra essersi accolto di esserne coinvolto anche come vittima solo dall’indomani dell’11 settembre 2001. Peraltro, abbiamo fino ad oggi convissuto con l’orrore quotidiano senza farcene poi troppo scuotere: come se un afghano o un irakeno o un somalo o un nigeriano, se feriti a morte, soffrissero di meno (o valessero di meno) di un americano o di un europeo. Anche nel quadruplice evento del 26 giugno scorso (a parte comunque il caso di Lione, che si va rivelando piuttosto come una faccenda di vendetta privata travestita da operazione terroristica), la quarantina di morti europei di Sousse ci ha fatto incommensurabilmente più impressione della settantina (feriti a parte) di morti tra Kuwait e Somalia: ma i nostri opinion makers, al solito, starnazzano di attacco all’Occidente e continuano a ignorare o a sottovalutare la fitna, la guerra intermusulmana tra sunniti e sciiti, tra sunniti “jihadisti” e sunniti “moderati”, tra sunniti “jihadisti” di differenti tendenze come quelli dell’IS e quelli dei vari rami di al-Qaeda.

L’Occidente quindi, e in particolare l’Europa, sono senza dubbio coinvolti: ma dev’esser chiaro che una cosa sarebbe l’attacco musulmano diretto ed esclusivo contro la “fortezza crociata”, lo Scontro di Civiltà, che è reale solo nelle architetture ideologico-politiche di qualche teorico islamista e nelle non innocenti “ricostruzioni” esegetico-pubblicistiche di quelli che da noi fantasticano di musulmani che vorrebbero portarci via “la vita o l’anima”; mentre un’altra sarebbe se si è dinanzi a un’offensiva di alcuni musulmani diretta prevalentemente contro altri, ma che coinvolge anche gravemente il mondo non-islamico.

E’ comunque un fatto che gli attentati ci siano stati e che ci si debba aspettare ancora qualcosa del genere, magari di peggio. Essi, chiunque li metta in scena, servono a intimidire o a indignare: cioè, in tutti e due i casi, sono segnali che hanno come obiettivo l’indurre l’avversario a valutazioni e a mosse sbagliate. E più la cosa sembra chiara, più è ingarbugliata. Gli episodi dell’11 settembre 2001 a New York e a Washington e del 7-10 gennaio 2015 a Parigi dovrebbero ben averci insegnato qualcosa (per quanto vi sia da dubitarne).

Lasciamo quindi ad altri il blaterare sullo Scontro di Civiltà e il farneticare sulla chiusura delle frontiere (la globalizzazione, nella e della quale viviamo tutti, significa anzitutto impossibilità di chiudere la frontiere; tanto più che gli attentatori di solito ci arrivano dall’interno di esse). Chiediamoci invece: chi può aver interesse a farci cadere nell’incubo – degno degli scenari del film Matrix – di una guerra totale scatenata dal Grande Satana Musulmano contro il libero e civile Occidente? E chi può giovarsi di un mondo nordafricano – una delle principali risorse delle quali è da decine di anni il turismo occidentale – preda del terrore e abbandonato dai suoi abituali prosperi visitatori? E che cosa significa l’accaduto, se non un nuovo anello della lunga catena di violenze e di delitti alla quale speravamo che le “primavere arabe” mettessero fine, mentre il loro fallimento ha segnato invece un passo avanti nella guerra senza quartiere delle differenti forze che si agitano nell’universo islamico?

La sincronia tra l’episodio lionese e quello tunisino era senza dubbio impressionante: tuttavia, era ingannevole. Si trattava a quanto apre di un episodio di vendetta che il protagonista aveva cercato di camuffare da attentato politico-religioso. Teniamolo presente, dovunque ciò torni a capitare. Una bandiera nera non basta e comunque non è una prova: può essere il biglietto da visita del regista al-Baghdadi, ma anche semplicemente l’insegna di un’adesione unilaterale e solitaria; o magari l’alibi sventolato (è il caso di dirlo) da qualcuno che ha interesse a farci vedere le cose diverse da come sembrano. Pensate a Matrix, appunto.

La vera domanda da porci oggi non è quindi tanto e soltanto chi abbia armato le mani degli attentatori di Sousse, di Kuwait City e di Leego, e se essi dipendano (e in quali modi) da una stessa centrale o da più centrali fra loro collegate o meno, quanto se ciò condurrà o no a una risposta del mondo occidentale – e dello stesso Islam – a quello Stato Islamico che ormai da molti mesi sembra unanimemente condannato il “nemico pubblico Numero Uno” della società civile mondiale ma contro il quale – a parte un pugno di guerriglieri e guerrigliere curdi, un po’ di soldati dell’esercito regolare siriano e alcuni volontari iraniani – nessuno o quasi si muove, a cominciare dagli Stati Unit paralizzati dal braccio di ferro tra il presidente Obama e il Congresso; e pare anzi perfino che qualche forza “filoccidentale” protegga il califfo. I turchi, ad esempio, che intendono fermamente impedire il profilarsi di uno stato curdo alle loro frontiere meridionali.

Poche migliaia di fanatici di varia provenienza musulmana, col pittoresco contorno di alcuni foreign fighters occidentali e un buon gruppo di quadri del vecchio esercito sunnita, socialista e praticamente ateo dell’esercito di Saddam Hussein: sono queste le forze armate del califfo. Ma la sua forza più vera è quella mediatica, quella propagandistica: qui siamo davanti a un conflitto che è anche virtuale, e da questo punto di vista l’IS è forte. E da chi prende fondi, da chi acquista armi, a quali lobbies vende il petrolio che continua a estrarre? Queste le domande alle quali l’ONU e i servizi occidentali dovrebbero rispondere: ed è impossibile che non abbiano informazioni per farlo.

Ma tutto tace, tutto è oscuro. Quel che sappiamo è che i due paesi più forti e più filoccidentali del mondo arabo-musulmano vicinorientale, l’Egitto semineonasseriano di al-Sisi e l’Arabia saudita wahhabita per il momento sono uniti, nonostante si detestino allegramente, per schiacciare non già al-Baghdadi bensì gli sciiti dello Yemen, gente che senza dubbio non ama i jihadisti: ed ecco un’altra “guerra dimenticata”, come quella che negli Anni 0ttanta Saddam Hussein, istigato dagli americani, scatenò contro l’Iran. Quante contraddizioni, quanti voltafaccia, quanto oblio… Notte e nebbia.

C’è del metodo, in questa follìa…

Quando qualcuno commette qualcosa di orribile contro qualcun altro, i casi sono due: o è molto arrabbiato con lui o agisce freddamente in quanto qualcuno l’ha pagato o comunque indotto al crimine. E quando qualcuno subisce un atto di violenza, o se ne sente comunque direttamente toccato, l’intenzione di chi l’ha colpito può avere di solito due soli scopi: l’indignarlo o l’intimidirlo. Comunque, l’indurlo a una risposta affrettata ed errata.

E alla base dell’errore di valutazione, in questi casi, c’è il semplicismo: chi, se non un pazzo fanatico, può macchiarsi appunto di un atto di fanatica pazzia come il decapitare un suo simile? E chi può essere così folle, così irresponsabile, da massacrare degli innocenti turisti oltretutto portatori non solo di valuta pregiata in un paese che ne ha estremo bisogno, ma soprattutto segno evidente che il mondo non si è lasciato scuotere più di tanto dai massacri come quelli del 19 marzo scorso nel Museo del Bardo di Tunisi e prova quindi, secondo gli attentatori, che si deve alzare il tiro e far di peggio per provocare il fuggi-fuggi generale, il si-salvi-chi-può suscettibile di gettare un paese intero nello scompiglio e nella miseria, di screditare per sempre il suo governo, di provocare magari dure e indiscriminate rappresaglie? In fondo, proprio a Tunisi, le bombe americane e israeliane di una trentina di anni fa se le ricordano ancora… Mentre noi abbiamo dimenticato le elezioni del dicembre del 2013, tutt’altro che ineccepibili, che portarono al governo una composita formazione “laica” e provocarono un discreto numero di arresti e una repressione (prontamente approvata dai governi occidentali e taciuta dai nostri media ) contro i gruppi fondamentalisti: il che deve aver fatto per reazione il gioco di al-Qaeda e poi dell’IS.

Suona dunque ancora saggia ed efficace, mezzo millennio circa più tardi, la battuta del buon Orazio dell’Amleto di Shakespeare dinanzi all’ostentata insensatezza del principe di Danimarca: “C’è del metodo in questa follìa…”.

Proviamo a partire da qui; proviamo a ordinare, movendo da due episodi terroristi differenti per località e qualità ma legati anzitutto da una semisincronicità ardua a credersi casuale, i “fatti” che potrebbero sembrare delle prove mentre sono ancora solo degli indizi.

Da dove viene la regia dei recenti attentati? Ce n’è davvero una sola? Davvero IS e i vari rami di al-Qaeda sono in grado di controllare e coordinare una complessa e disciplinata “piramide di comando”? Oppure, come accadeva nella “classica” al-Qaeda, siamo dinanzi a una maglia di cellule autonome e autocefale, una rete di gruppi che perseguono analogo compito e ostentato segni e riti simili (la decapitazione, ad esempio), magari in concorrenza e spesso in lotta. E tutto ciò sempre ammesso che il linguaggio esplicito delle prove dinanzi con le quali siamo chiamati a confrontarci non nasconda un inganno: che cioè per esempio l’attacco ai turisti di Sousse non sia qualcosa di simile al Reichstag incendiato del 1933 o allo Harvey L. Oswald, il “comunista “ presunto attentatore di John F. Kennedy provvidenzialmente caduto sotto i colpi di un “vendicatore”. Lo abbiamo già ripetuto altre volte, l’indignato grido del Gran Sacerdote dinanzi all’enormità delle supposte evidenze: “Che bisogno abbiamo di testimoni?”, abbiamo ripetuto con Caifa l’11 settembre del 2001 per le “Due Torri” e poi il 7 gennaio del 2015 per quelli di “Charlie Hebdo”. Eppure, su entrambi quei due casi, pur ancora richiamati e celebrati, il silenzio e l’oblìo sono di fatto caduti ben prima che ricevessimo, a proposito delle responsabilità e dei mandanti, le risposte che attendevamo e che in parte fingevamo di avere già avuto. Ad esempio, il governo tunisino ha risposto all’attentato di Sousse chiudendo un’ottantina di moschee nel paese: tutte centri di gruppi davvero sospetti di poter nascondere un’attività di appoggio o una tendenza alla simpatìa nei confronti dell’IS, oppure semplici oppositori del governo di Tunisi? E se la repressione politica è stata la risposta all’attentato, chi ci dice che esso non sia stato in qualche modo provocato da chi aveva appunto interesse a costituirsi un alibi per quel tipo di risposta? Da noi, alcuni imbecilli hanno lodato il governo di Tunisi e hanno auspicato anche da noi al chiusura di almeno alcune moschee: ma, a parte il fatto che in Italia non ce ne sono ottanta, chi ha alzato in tal senso la voce ha dimenticato che oggi in tutti i paesi musulmani aprire una nuova sala di preghiera è in un modo o nell’altro il mezzo più semplice per essere esentati da alcune tasse: altro che “jihadismo”…

E allora, cerchiamo di esser chiari. Il punto vero non è stabilire che il califfo è una specie di grande capo dell’Organizzazione Spettro come nei film di 007 e che è il “Pericolo pubblico Numero Uno” della società mondiale, quanto capire com’è stato possibile che una minaccia nata alcuni mesi fa tra un Iraq che mai si era ripreso dopo l’aggressione del 2003 e una Siria che la Francia di Hollande e l’Inghilterra di Cameron avevano deciso fin da quattro anni fa di destabilizzare abbia finito per partorire un grottesco mostriciattolo predicante e nerovestito che però ha unito come d’incanto una pittoresca – eppure efficace e ben disciplinata – legione straniera di musulmani sunniti estremisti provenienti da tutto il mondo, di ex ufficiali irakeni baathisti e saddamisti, quindi “laici” fin quasi a un “laicismo” semiateo (altro che jihad!...) degno di Mustafa Kemal Atatürk, e con essa spadroneggia tra Siria e Iraq trovando una resistenza solo in quel che rimane degli eserciti irakeno e siriano lealisti, in un pugno di curdi splendidamente coraggiosi e in alcuni volontari iraniani. Chi continua a finanziare e ad armare il califfo, chi compra il petrolio pompato dai pozzi che egli controlla? Fuori i nomi delle lobbies che sostengono i cacciatori di teste e delle centrali che riciclano i suoi soldi, subito!, è stato chiesto: senza che nessuno abbia risposto.

Intanto, la voce di Hollande s’innalza dall’Eliseo: e sarebbe patetica, se non facesse rabbia. “E’ terrorismo!”, annunzia lui con lapalissiana sicurezza. E che cos’altro era, anche allora, quello degli jihadisti dei quali il suo predecessore Sarkozy si servì per sbarazzarsi del libico Gheddafi e lui stesso per cercare insieme con Cameron di rovesciare il siriano Assad? E che cos’era quello dei talibani, i guerriglieri-missionari importati nell’Afghanistan degli Anni Ottanta dagli Stati Uniti e dal re dell’Arabia saudita in Afghanistan per combattervi il regime socialista sostenuto dall’URSS e sbarazzarsi del coraggioso e illuminato Massud? In passato, l’Occidente si è servito ipocritamente e spregiudicatamente dei terroristi tutte le volte che gli hanno fatto comodo, salvo poi meravigliarsi se e quando – cioè sempre – essi scappavano dal suo controllo. E allora, forti di queste esperienze, noi che un po’ di memoria ce l’abbiamo e che cerchiamo di ragionare secondo un briciolo di logica, ci chiediamo: com’è che questi quattro gattacci sia pur feroce, coraggiosi e ben armati di jihadisti dell’IS. Dichiarati “pericolo pubblico Numero Uno” della società mondiale, continuano a spadroneggiare tra Kurdistam Iraq e Siria? Che ne è di chi doveva fronteggiarli? Come mai con tanta leggerezza si parla ad esempio di un “probabile (?) appoggio” loro fornito dalla Turchia di Erdoğan che condivide i loro stessi nemici, vale a dire Assad e i curdi? E come mai l’egiziano al-Sisi e il re dell’Arabia saudita, entrambi sunniti e amici degli occidentali, bombardano gli yemeniti sciiti (avversari inflessibili del ramo yemenita di al-Qaeda, il più temibile) fingendo che il califfo non sia alle loro porte?

A meno che al-Baghdadi, predicando la Guerra Santa in conto terzi al ben pagato servizio di chi vorrebbe riorganizzare la sconquassata compagine siroirakena dopo tanti guai e tanti errori e magari riposizionarsi ai confini del vicino Iran (dovrà pure andarsene prima o poi qual negro pacifista di Obama dalla Casa Bianca, mugugnano i falchi repubblicani del Congresso…), non si sia montato un po’ troppo la testa e abbia deciso, come si dice, di “mettersi in proprio”. E allora, magari, un bel po’ d’indignazione per i fatti lionesi e tunisini potrebb’essere una buona base mediatica per una replica che, spazzando via l’IS, riorganizzasse una buona volta la disordinata situazione geopolitica e geopetrolifera del Vicino Oriente, magari portando casualmente un po’ di basi con tanto di missili a testata nucleare il più vicino possibile a quell’Iran che – come continuano a denunziare ispirati i professori Novak e Ledeen – resta il “Primo Vero Nemico dell’Occidente”.

D’altronde, anche da noi, non manca chi si lascia scappare sia pure a denti stretti qualche commento positivo nei confronti dei “jihadisti”. Feroci, ignoranti, fanatici quanto volete – si dice -, ma in fondo ( e magari proprio per questo) sinceri e decisi. Sincerità e decisione possono essere una conseguenza e un corollario del fanatismo, ma ne costituiscono comunque diciamo così l’ingrediente “virtuoso”: come faremo a vincere il confronto con questa gente che ha ideali ed è disposta a combattere e a morire per questo, noi che ormai crediamo solo nei soldi, nel consumo, nel profitto? Eppure, basterebbe una rapida inchiesta nei paesi musulmani – molti gestori anche italiani di alberghi tunisini lo hanno confermato – per sapere che là il jihad può essere un lavoro “la nero” ben retribuito, come da noi il manovalato della mafia e della malavita. Anche nella ‘Ndrangheta s’invoca la Madonna e di uccide in nome di Dio. Non affrettiamoci quindi, anche da questo punto di vita, a parlar di Scontro di Civiltà tra un Occidente ateo, edonista e materialista (come fa l’IS a proposito del politische Soldat di Sousse, annunziando che “un nostro militante è entrato nel covo del vizio e della corruzione” a seminar morte tra i bagnanti svestiti) contro un Oriente musulmano ancora in grado di schierare dei martiri Guerrieri. Tra loro ci sono un sacco di ragazzi che pensano all’occidentale come nelle banlieues parigine o nel sobborgo di Scampia, e che ammazzano perché sognano l’iPhone ultimo modello e la moto lucente. Altro che tenebre del fanatismo, come vorrebbero alcuni, o luce della fede, come proporrebbero altri! La corruzione occidentale è durissima da battere: tanto che, magari, marcia alla testa dei suoi stessi nemici.

“Muslim Summer”, ovvero strategie balneari.

Ma la fantasia di chi poco sa e ancor meno sa inventare non conosce ostacoli. E ora si sta parlando addirittura di una "nuova strategia" dell'IS consistente nel mettere a punto una serie di attacchi via mare sulle spiagge mediterranee; la paura è che tale strategia, dopo il caso tunisino, possa estendersi anche a quelle europee. Anche se oggi (sera del 29 giugno) sembra già assodato che l’attentatore di Sousse non era solo e tantomeno veniva al mare.

Certo, la situazione in corso è tanto grave quanto confusa; e che, se è vero che nessuno può sentirsi al riparo da nulla (il che del resto, a ben vedere, è l'ordinaria condizione umana che l'attuale contingenza sottolinea e aggrava), è non meno vero altresì che noi non sappiamo niente di preciso né sulla strategia dell'IS, ammesso che ce ne sia veramente una e coerente, né sul livello di centralizzazione e di dislocazione degli eventuali gangli di comando ed esecutivi.

Il campo è aperto a ogni ipotesi, anche a quella di un'estensione europea di questo tipo di attacchi: col pericolo tuttavia di spargere un allarme che potrebbe cronicizzarsi nei prossimi mesi, quelli estivi, nei quali le spiagge sono piene, e trasformarsi in una vera psicosi. E a questo bisogna prestare attenzione, perché sappiamo ormai che la strategia del califfo, se ne ha davvero una, è mediatica prima e più che non propriamente militare. In altri termini, è ovvio che il piccolo esercito dell'Isis ha dato esempi temibili di efficienza; ma è non meno ovvio che questa è soprattutto e anzitutto, almeno per il momento, una guerra mediatica.

I conflitti non si vincono né con le minacce, né con le teste tagliate, né con colpi di mano isolati, a meno che si collochino in una precisa contestualizzazione. Chiediamoci allora a che cosa potrebbe mirare un eventuale stendersi delle tecniche di assalto a spiagge piene di turisti. Ma di quali turisti? È più che evidente che i guerriglieri jihadisti oggi vogliono colpire il turismo occidentale in quei paesi arabo-musulmani in qualche modo schierati a fianco dell'Occidente o comunque contrari alla loro linea e i governi dei quali si sono resi responsabili di durissime repressioni nei loro confronti. In Algeria, in Tunisia e in Egitto, dove i fronti jihadisti erano tanto forti da riuscire a vincere persino in competizioni elettorali, ma dove dai governi che a un certo punto hanno controllato sono stati allontanati o con colpi di stato o con elezioni sospette di brogli, è ovvio che si verifichino reazioni tese soprattutto a colpire la fama di efficienza dei nuovi regimi filoccidentali - o supposti tali - e a minarne l'economia che in Africa settentrionale si fonda molto sul turismo

Ma una tecnica del genere è esportabile? Se i jihadisti vogliono impedire ai danarosi o benestanti turisti europei di affollare gli eleganti resorts algerini, tunisini e egiziani, siamo altrettanto sicuri che abbiano anche interesse a colpire le coste della Versilia, delle Cinque Terre o persino della Sicilia affollate da maestri di Vigevano e casalinghe di Voghera? Rispondere affermativamente a questa domanda significherebbe aver ceduto le armi all'idea dello Scontro di Civiltà; chi sostiene tale posizione non si accorge o finge di non accorgersi che quella dell'IS è anzitutto una guerra interna all'Islam, una fitna, e non (al di là delle ispirate farneticazioni di al-Baghdadi) un conflitto apocalittico teso a conquistare, convertire o distruggere l'Occidente cristiano, che tale non è più da ormai parecchi decenni. In Occidente ci sono, è vero, ancora dei cristiani: ma sono più di due secoli che esso ha cessato di essere una Cristianità.

Va inoltre fatto notare che, almeno per quanto sappiamo finora dall'unico esperimento che siamo in grado di giudicare, quello di Sousse, l'attacco via mare è stato condotto – forse - da uomini e natanti che venivano da pochi km di distanza sulla stessa costa. Praticamente, una sorta di semicerchio sul litorale dal punto di partenza alla meta. Non si vede proprio come una tecnica del genere potrebbe credibilmente riuscire in Europa, neppure sulle vicinissime coste siciliane che sono comunque pur sempre abbastanza lontane dalle basi degli jihadisti. Vero è che tra VIII e X secolo c’era una base di corsari saraceni a Fraxinetum, vicino a Saint-Tropez: potrebb’essere un buon suggerimento balneare per jihadisti à la mode di oggi…

Tirando le somme, i motivi tecnici o tattico-strategici che invitano alla prudenza sono molti, praticamente infiniti; ma le ragioni per pensare che una esportazione degli attacchi via mare diretti alle nostre coste e al turismo europeo sono molto tenui. Vero è che i sostenitori di sciocchezze del genere abbiano alto e forte.

Naturalmente, tutte queste considerazioni si scontrano con un problema di fondo, dato dal fatto che noi dell'IS, di com'è organizzato, dei suoi reali meccanismi interni, delle sue tecniche di espansione, e soprattutto (ed è la cosa più importante) dei suoi finanziatori e delle sue finalità – nonché dei suoi princìpi sociali, che gli procurano molti sostenitori - sappiamo ancora poco; e sotto il suo stendardo, l'ormai temibile bandiera nera che porta scritta la shahada, potrebbe celarsi ogni sorta di forza eversiva o provocatrice, ivi comprese quelle di delinquenti comuni o di provocatori intenzionati a intorbidire le acque e accrescere le nostre paure nell'evidente intento di indurci a risposte emozionali affrettate e probabilmente erronee.

Va da sé comunque che nulla va sottovalutato, nulla o il meno possibile lasciato al caso. Debbono esser prese le necessarie misure, intensificando la sorveglianza costiera e soprattutto l'azione dell'intelligence, tenendo tuttavia presenti le ragioni per le quali la prospettata strategia califfale in Occidente appare alquanto aleatoria. FC


Minima cardiniana, 81

Domenica 21 giugno, XII domenica del Tempo Ordinario

Cari amici,
contrariamente alle mie aspettative, la permanenza in Brasile è stata stimolante e fruttuosa anche per le riflessioni che da tempo vi sto dedicando. Eccone una razione, questa settimana, insolitamente ricca.
 

1.RICORDO DI MARIO SANESI

2. LA PIU’ BELLA POESIA DEL MONDO

3. L’EUROPA E’ MORTA. VIVA L’EUROPA

4. MIGRANTI

5. LA LEZIONE DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE, UN SECOLO DOPO

6. IL MITO DELLA CIVILTA’ GRECA. QUANTO VALE UN MITO FONDATORE?

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Nota

Cari Amici, una trasferta nelle Università brasiliane piuttosto lunga e densa d'impegni di lavoro mi rende difficile mantenere per questo mese l'impegno settimanale dei Minima Cardiniana. Conto, se Dio vuole, di riprenderlo puntualmente a partire dal luglio. Con molte scuse e rinnovati ringraziamenti per la Vostra attenzione. Franco Cardini.


Minima cardiniana, 80

Domenica 14 giugno, XI domenica del Tempo Ordinario

UNIFICARE LA PASQUA

Non c’è da scherzare, ma nemmeno da allarmarsi, a proposito delle continue “trovate” di papa Francesco. “C’è del metodo in questa follia”, dice un personaggio dell’Amleto di Shakespeare. Solo che qui la follìa, se qualcuno crede o spera o pretende di trovarcela, è solo apparente: e il metodo è razionale, rigoroso, consequente, adamantino. Ora ci sorprende con la Pasqua da concelebrare con ortodossi e orientali. E già affiorano i soliti malumori. Dove vuol arrivare? Che bisogno c’è? Perché sovvertire così le tradizioni? I cattolici più papisti del papa, specie di questo, si sono già mobilitati ancora una volta: e minacciano nuovi fulmini contro il gesuita argentino criptoeretico, criptocomunista, filomusulmano eccetera.

Ebbene, il progetto di Francesco non è per nulla estemporaneo e contempla invece precise priorità. Una di esse, forse la più impegnativa, è l’unità dei cristiani. I fatti degli ultimi anni, e degli ultimi mesi in particolare provano che molte Chiese cristiane orientali – ora che la minaccia da parte del fondamentalismo musulmano si fa più forte – per un verso guardano a Roma come a una presenza internazionale in grado di garantirle e di proteggerle, per un altro appaiono preoccupate di apparire agli occhi dell’ambiente ostile che le circonda ancora più “filo-occidentali” se si avvicinano troppo ai cattolici. La Chiesa anglicana, essendo una Chiesa di stato a capo della quale c’è la regina d’Inghilterra, trova in tale dato politico-istituzionale l’ostacolo più grave per un riavvicinamento che a livello liturgico e teologico è ormai in atto da molto tempo. Forse più facile sarebbe il discorso per gli episcopaliani statunitensi, che sono degli “anglicani senza regina”. Arduo sotto il profilo teologico e disciplinare permane il confronto con i “riformati” luterani e calvinisti.

Ma per le Chiese ortodosse gli ostacoli teologici, liturgici e disciplinari appaiono ormai davvero trascurabili: tanto più che una lunga esperienza, quella delle Chiese orientali cattoliche di rito greco o arabo o aramaico, prova che l’unità è possibile e addirittura collaudata. Restano, certo, delicate questioni di “primato patriarcale”: se la Chiesa ortodossa greca e il patriarca di Costantinopoli – alla vigilia dell’importante sinodo panortodosso che si celebrerà a Istanbul e al quale con certezza il papa guarda con grande interesse – appaiono ben disposti nei confronti del riavvicinamento a Roma, quella russa e il patriarca di Mosca hanno l’aria di una maggiore e più decisa ostilità, o perlomeno di un più chiuso riserbo.

Perché? Vecchie questioni a parte, il fatto è che quella russa non è soltanto la più importante tra le Chiese ortodosse del mondo, ma che essa è a sua volta ufficiosamente una Chiesa di stato: e “zar Vladimir”, il presidente Putin, appare molto geloso di quell’indipendenza della Chiesa moscovita dalle altre, che è implicitamente una dipendenza dal Cremlino che fatalmente si attenuerebbe nel caso che il patriarca moscovita e quello romano (il “vescovo di Roma”, come Francesco si fa chiamare per limare ulteriormente la differenza costituita dal titolo papale, che sa di primato romano) in qualche modo si unissero. E non si vede, anche alla luce della tradizione universale cristiana, come tale unione potrebbe avvenire, se non come unione conciliaristica e collegiale. In altri termini, papa Francesco lavora a un processo che dà le vertigini: il ritorno alla tradizione cristiana più autentica, a una Chiesa universale guidata dai grandi patriarcati che alle origini erano quattro o cinque (Alessandria, Roma, Antiochia, Costantinopoli, Gerusalemme), ma il numero dei quali potrebbe variare secondo le esigenze di un mondo ormai molto diverso da quello dei secoli IV-V.

Intanto, sembra pensare Francesco, andiamo per gradi: limiamo le difficoltà, spianiamo la strada. Favoriamo il mutuo riconoscimento dei cristiani fra loro, alla base, con opportuni provvedimenti che ne favoriscano l’unione sostanziale al di là degli ostacoli istituzionali. La concelebrazione della messa e dei sacramenti, per esempio; e, dove e quando si può, la celebrazione delle feste comuni.

Le due grandi solennità cristiane, in effetti, si celebrano in date differenti tra Chiese occidentali e Chiese orientali. Per il Natale, le prime sono fedeli all’antica tradizione romana del solstizio d’inverno, la festa imperiale del Sol Comes Invictus divenuta quella del Christus Sol, mentre le seconde tendono a celebrare il 6 gennaio – con alcune variabili locali – tanto la Natività quanto l’ Epifania. Poi c’è l’ostacolo della Pasqua, che non è una data solare “fissa”; bensì una data lunare “mobile”: gli ebrei la celebrano nel giorno di plenilunio del mese di nisan, quello più prossimo all’equinozio di primavera, e i cristiani tendono a spostarla alla domenica successiva a quel giorno.

Fin qui, ci sarebbe accordo. Il fatto è che le Chiese occidentali – su impulso di quella romana, che fu però seguita dalle altre – hanno nel XVI secolo messo in opera la riforma calendariale cosiddetta “gregoriana”, laddove ortodossi e cristiano-orientali sono rimasti fedeli al vecchio calendario giuliano, quello della riforma di Giulio Cesare.

Ora, il papa propone un’unificazione. Con quali mezzi, secondo quali metodi? Gli ortodossi, i russi soprattutto, sono molto fedeli alle loro tradizioni: e hanno ragione. Cercare un compromesso, una via di mezzo, non sarebbe né facile né opportuno: il legame con la Pasqua mosaica non può esser messo in discussione.

Lasciamo lavorare gli specialisti in questioni liturgiche e calendariali: e contentiamoci del fatto che nulla verrebbe a essere leso sul piano della dottrina e della Tradizione. Ma qualche osservazione pratica va pur fatta. Oggi, ormai tutto il mondo accetta a livello internazionale il còmputo degli anni a partire dalla data della nascita convenzionale di Gesù e il calendario gregoriano: esistono delle variabili, a cominciare dall’egira e dai tredici mesi lunari dell’Islam, ma ormai servono per le datazioni interne a tale cultura. Anche gli ortodossi e orientali hanno i loro orologi e i loro calendari sincronizzati su quello usato internazionalmente. Nella stessa Russia, del resto, la Rivoluzione d’Ottobre adottò il calendario gregoriano per quanto la Chiesa ortodossa restasse fedele a quello giuliano: il che non ha mai provocato grossi disagi, ma in fondo costituisce una difficoltà che si potrebbe appianare. Putin cerca un avvicinamento all’Europa: la sua intervista rilasciata al “Corriere della Sera” il 6 giugno scorso non lascia dubbi su ciò; ed egli ha ripreso con energia una linea ch’era già stata anticipata da Gorbaciov. Ecco un’occasione buona.

E allora, caro Zar Vladimir, siccome atteggiarti a “vescovo di quelli di fuori” come il tuo predecessore Costantino ti piace tanto, e visto che il calendario sulla tua scrivania al Cremlino segna il giorno gregoriano, il giorno romano, perché non dai un piccolo suggerimento al tuo patriarca? Il “primato romano”, come lo sta ridisegnando Francesco, è un primato in termini di auctoritas, non di potestas. Tu e la tua Chiesa non ci perdereste nulla e ci guadagnereste moltissimo. E sarebbe un passo epocale, straordinario, una vera tappa storica nel senso pieno e totale di quest’espressione.

Franco Cardini


Minima cardiniana, 79

Domenica 7 giugno, Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

VLADIMIR PUTIN E LA PROPOSTA DI UNA “POLITICA APERTA”

Ha fatto ovviamente grande rumore, l’intervista concessa da Vladimir Putin a Paolo Valentino e pubblicata su “Il Corriere della Sera” del 6 giugno scorso. Non si può certo dire che il leader russo non sia stato chiaro, né lo si può accusare di reticenza. Eppure, al di là delle domande e delle risposte, serrata entrambe, colpiscono la contraddittorietà e il sottinteso pregiudizio del rapporto tra un titolo che può sembrare conciliante e suona come excusatio non petita (Putin: “Non sono aggressore: patto con l’Europa e parità con gli USA”) e il sottotitolo che sembra smentirlo e mascherare invece nella linea dell’ospite del Cremlino una pericolosa e unilaterale volontà aggressiva (Il presidente russo al Corriere: “Svilupperemo il nostro potenziale aggressivo e penseremo a sistemi in grado di superare la difesa antimissilistica degli USA”). Ora, dal momento che troppi sono i lettori che non vanno oltre i titoli e i sottotitoli, l’intento ingannatore è chiaro: rispetto alle parole di Putin la sostanza del problema viene ribaltata, e la denunzia dello scudo spaziale statunitense – pensato per impedire che un eventuale obiettivo dei missili USA possa rispondere al fuoco, e quindi squisitamente offensivo – è stravolta in una dichiarazione intenzionalmente aggressiva. L’inversione degli aggettivi lascia, nel suo cinismo lessicale specchio di ben altro cinismo, senza parole. La denunzia del premier russo, che sa bene di trovarsi sotto tiro – e dalla Georgia all’Ucraina gli USA e la NATO non fanno che puntare sulla Russia nuove armi offensive – viene rovesciata e stravolta in un ordine di discorso contrario, che fa dei possibili aggressori dei probabili aggrediti e viceversa.

Ma il punto non è ancora questo. Il problema è che ormai da parecchi anni la presidenza degli Stati Uniti e il Pentagono sembrano aver di nuovo orientato il loro dispositivo tattico-strategico sulla Russia e su tutti i suoi effettivi o probabili partners. Tra 2018 e 2014 l’Occidente – e in ciò come in altre cose l’Unione Europea ha regolarmente spalleggiato gli statunitensi, andando spesso anche contro i suoi interessi economici e commerciali – ha successivamente provocato in Georgia prima, in Ucraina poi, colpi di mano antirussi più o meno abilmente truccati da sollevazioni “popolari” che avevano come scopo il “rovesciamento delle alleanze”, il passaggio di quei paesi dall’amicizia con la Russia al legame con la NATO e l’avvicinamento di basi fornite anche di testate nucleari al confine russo. Era ovvio che Putin rispondesse come poteva: le secessioni dell’Ossezia meridionale dalla Georgia e della Crimea dall’Ucraina sono state la conseguenza di quelle aggressioni. In seguito, mentre la politica statunitense si faceva meno chiara a causa dei dissensi fra il presidente Obama e il congresso egemonizzato dalla destra repubblicana, era la volta della leadership francese e inglese a indirizzare nella sostanza la NATO ancora una volta indirettamente contro la Russia, fomentando in Siria la rivolta contro Assad.

Da molte parti si sta parlando di una nuova “guerra fredda”: e sembra che se ne vogliano ricostituire gli schieramenti, con il vantaggio da parte dell’Occidente di aver attirato dalla sua una parte dei paesi europei ex-membri del Patto di Varsavia, spesso sfruttando cinicamente il rancore diffuso nei confronti della vecchia egemonia sovietica. I governi europei, con una scelta arbitraria che non ha tenuto in alcun conto la volontà dei popoli (basti pensare all’intollerabile imposizione di una base NATO a Vicenza, quella della Dal Molin, contro l’esplicito parere della stragrande maggioranza della popolazione), hanno ottemperato al diktat statunitense in forza del quale i nuovi membri dell’Unione Europea sono divenuti, automaticamente anche membri della NATO: e ciò senza alcuna verifica a proposito dei nuovi còmpiti che quell’alleanza politico-militare si porrebbe, ora che quelli che potevano giustificarla sono da tempo desueti.

Ma quanto sono meditate, quanto ragionevoli tali scelte? Il mondo dalla fine della “guerra fredda” e anche dai tempi in cui gli USA si atteggiavano, con il presidente Bush jr., a unica superpotenza, sono definitivamente tramontati. Ora, in un clima di peraltro incerto e confuso multilateralismo, si è evidentemente dinanzi a nuove frontiere e a nuovi impegni: dall’ascesa della Cina che sta progressivamente mangiandosi l’Africa alla minaccia di un nuovo e più aggressivo fondamentalismo musulmano ch’è stato causa non ultima del sia pur cauto “disgelo” nei rapporti tra Washington e Teheran, in seguito a una politica distensive nella quale la Russia di Putin ha fatto lealmente la sua parte.

E allora, chi vuole ricreare una nuova, arbitraria “cortina di ferro”? L’atteggiamento russo nei confronti dell’Europa ha seguito fino dai tempi di Gorbaciov una politica improntata a lealtà e a chiarezza: ne sono stati conseguenza rapporti economici e commerciali floridi e vantaggiosi per entrambe le parti. Non fingiamo di non sapere che governi ed imprese occidentali (a cominciare dall’Italia) hanno digerito poco e male il diktat americano che imponeva l’embargo alla Russia all’indomani della crisi ucraina. Quella scelta non era nel nostro interesse nazionale, come non lo era in quello di altri paesi europei: ma Renzi -il quale abitualmente poco si preoccupa di questioni di politica estera, cinicamente consapevole che il nostro paese manca di sovranità politico-diplomatico-militare - ha lasciato che “l’amerikano” Gentiloni si facesse dettare la linea politica dall’ambasciata statunitense.

E giustamente Putin si chiede: perché l’opinione pubblica e i media europei mostrano di ritenere del tutto “ovvia” e “naturale” la politica di acquiescenza dei loro governi nei confronti di un’America che sembra aver intenzione di risollevare il vecchio spauracchio del “nemico metafisico”, della Russia-Impero-del-Male (ci siamo già scordati della ridicola proposta di Obama, secondo al quale avemmo dovuto far a meno del gas russo a buon mercato e importare a carissimo prezzo quello americano?), mentre invece ci si scandalizza poi del fatto che la Confederazione degli Stati indipendenti, della quale Mosca è a capo, si preoccupa di tutelare i suoi rapporti con i confinanti Siria e Iran e di porgere una mano alla Grecia ortodossa o all’Armenia, che al Cremlino hanno sempre guardato come al loro grande protettore?

E infine, domandiamoci: ci sono davvero motivi storici, culturali e “naturali” che colleghino noialtri europei al continente americano più strettamente di quanto non siamo invece collegati a quell’Eurasia della quale l’Europa rappresenta l’apice nordoccidentale? “Il Volga nasce in Europa”, è stato detto. E non basta. Anche la grande cultura russa nasce da una radice bizantina e si è “europeizzata” nell’Ottocento sulla base delle istanze che le provenivano dalla Francia e dalla Mitteleuropa. Oggi una nave che parta da Gibilterra può in pochi giorni, attraverso i Dardanelli, il Bosforo, il Don e il Volga-Donskoj Kanal, arrivare nel Caspio, ai porti di Baku e di Astrakan. Perché mai la “carta atlantica” dovrebb’essere dogmaticamente più plausibile della “carta eurasiatica”?

In un mondo i rapporti all’interno del quale sono in continua ridefinizione, il presidente Putin lancia la sua sfida. L’America, come superpotenza, ha intonato con la campagna irakena il suo “canto del cigno”: un canto alquanto sgraziato. E non saranno i pruriti neobushisti dei vari Mc Cainn a riportar in vita un’egemonia che non c’è più. All’orizzonte del XXI secolo si proliferano le nuove potenze emergenti: il BRIC (Brasile, Russia, India, Cina), che presto diventerà BRICI perché vi si aggiungerà un Iran lo sviluppo del quale non può essere imbrigliato oltre dai ricatti terroristici.

Ed è arrivata l’ora di chiedersi altresì che cos’è il Mediterraneo. Un golfo dell’Oceano Atlantico presidiato da decine di basi NATO che peraltro fingono di non rendersi nemmeno conto delle tragedie che si stanno scatenando sulle sue coste meridionali, oppure un mare nel quale fin dall’antichità convergono tre continenti legati da una stessa grande avventura culturale alla quale l’America è estranea?

Franco Cardini


Minima cardiniana, 78

Domenica 31 maggio, Festa della Santissima Trinità

QUELLE DUE O TRE COSUCCE DA NOTARE SU PAPA FRANCESCO

A dover dire proprio tutto come sta, ne ho le tasche piene. Non ne posso più degli slogans a vuoto, dell’ipocrisia, della nostalgia di trine e merletti postridentini, degli equivoci, della malafede, della velenosa calunnia travestita da santo sdegno. Non sono più disposto a sopportare i detrattori furbastri del papa che si fingono “perplessi” dinanzi alle sue “scivolate”, alla sua “imprevedibilità”, dipingendolo come un imprudente, uno sprovveduto, un gaffeur. Mi hanno divertito abbastanza i curiali corrotti che si dicono preoccupati per la “Tradizione” e pensano al posticino caldo dal quale facevano gli affaracci loro e dal quale Francesco li ha snidati o sta per snidarli. Sono stufo dei cacciatori di farfalle sotto l’arco di Tito che mentre la Chiesa crolla a pezzi si preoccupavano della legittimità teologica di questa o di quella riforma liturgica.

Negli ultimi due anni abbiamo assistito a qualcosa di letteralmente inaudito, impensato, insperato: un vescovo di Roma che si spoglia delle ultime vestigia della porpora e dell’oro imperiali che i suoi predecessori avevano sottratto agli Augusti cristiani per adornarsene e che senza paura, con semplicità, guida la Chiesa al disincanto rispetto a se stessa e al mondo; che la costringe a specchiarsi in quel ch’essa è divenuta accettando l’uno dietro l’altro i malintesi e i ricatti della Modernità agnostica, individualista e relativista; che la obbliga a ripartire dal centro di tutto che è la Redenzione in quanto – come scriveva il cardinale Ratzinger nell’istruzione Libertatis Nuntius – liberazione dalla schiavitù radicale del peccato. E tale schiavitù radicale, nella Modernità, si è espressa attraverso il primato dell’economia e del profitto come autentica divinità idolatra, Mammona contrapposta a Dio. Tale schiavitù radicale è continuata dopo la venuta del Redentore in chi, liberamente, non ne ha accettato il messaggio e ha continuato a disattendere al precetto fondamentale del Cristo, l’amore per Dio sopra ogni cosa e del prossimo come se stessi. Tale schiavitù radicale ha reso il “nostro Occidente” non più cristiano da almeno due secoli circa, fino a rendere quegli stessi che ancora si dicono cristiani sordi e ciechi dinanzi al fatto che – come papa Francesco dichiarò con nitida e limpida chiarezza durante l’incontro mondiale dei Movimenti popolari organizzato in Vaticano dal Pontificio Consiglio Iustitia e Pax tra 27 e 29 ottobre del 2013 - “l’amore per i poveri è al centro del Vangelo” e che non è più il tempo della tattica e del compromesso, che “non si può sciogliere lo scandalo della povertà proponendo strategie di contenimento, che tranquillizzano i poveri trasformandoli in esseri addomesticati e innocui”.

Questo papa venuto dalla periferia del mondo è deciso a imporre al centro della politica pontificia un’austerità che non solo richiami il Vangelo, ma che sia anche correlativa alla moralizzazione: e a questo fine sta conducendo negli ambienti curiali una lotta contro avidità e corruzione, che sono l’altra faccia della pompa e del lusso.

Qualcuno giunge a insinuare che potrebbe esservi, nella linea proposta da papa Francesco, un quid di ereticale. Non si dice mai con chiarezza che cosa: ma si allude genericamente alla sua “debolezza” nel combattere certi peccati e certe deviazioni, al suo “dire alla gente quel che la gente vuol sentirsi dire”, insomma a uno spirito di accomodamento nei confronti della dottrina cattolica che urterebbe drammaticamente con il rigore inflessibile del quale egli ha saputo talvolta colpire chi dava segni d’insofferenza e d’indignazione dinanzi alla disciplina ch’egli ha imposto alla Curia e alla Chiesa. Chi pensa così non ha capito, o finge di non aver capito, che l’odio per il peccato non può essere disgiunto dall’amore per il peccatore: e che tale amore è la forza che guida il dialogo con chi ha sbagliato e magari non sa ancora uscir dall’errore, ma in esso sarà definitivamente abbandonato se la mano materna della Chiesa distesa verso di lui non lo aiuta a uscirne (e ciò vale per gli omosessuali, per i divorziati risposati, per tutti coloro che i sepolcri imbiancati fieri della loro supposta virtù vorrebbero escludere per sempre dalla comunione con la Chiesa), mentre a meritare una dura e definitiva condanna, se non si redimeranno, sono quanti perseverano nel peccato (ch’è negazione del supremo comandamento dell’amore) e restano o si fingono convinti ch’esso non sia nemmeno tale.

Il papa aveva parlato chiaro fino dal testo dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium del 24 novembre 2013: lo “scandalo” della quale non stava affatto nel suo testo, che conteneva espressioni in sé e per sé innocue, bensì nella ferma volontà del papa di metterlo davvero in pratica. E Francesco la dimostrava proprio il 22 dicembre del 2014 allorché, ricevendo gli alti membri della Curia pontificia - una complessa realtà fatta di circa duemila persone – elencava con spietata durezza le “quindici malattie curiali”, tra cui c’erano quella del sentirsi immuni e indispensabili, della rivalità, della vanagloria, della schizofrenia esistenziale, del profitto mondano, degli esibizionismi. E, a proposito della supposta benevolenza verso i peccatori – ch’è in realtà un assalto di forza mai vista finora contro l’ostinazione a restare nel peccato -, Francesco diceva il 15 febbraio di quest’anno, ai venti nuovi cardinali da lui creati il giorno prima:

“La strada della Chiesa, dal Concilio di Gerusalemme in poi, è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione. Questo non vuol dire sottovalutare i pericoli o fare entrare i lupi nel gregge, ma accogliere il figlio prodigo pentito; sanare con determinazione e coraggio le ferite del peccato; rimboccarsi le maniche e non rimanere a guardare passivamente la sofferenza del mondo. La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono col cuore sincero; la strada della Chiesa è proprio quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle periferie essenziali dell’esistenza; quella di adottare integralmente la logica di Dio (Luca, 5, 31-32)”.

Ma il cammino è lungo e molti gli ostacoli. Il papa è inquieto. Nessuno sa con precisione che cosa volesse dire affermando, in un’intervista rilasciata alla televisione spagnola Televisa, che il suo pontificato sarebbe stato breve, “quattro o cinque anni al massimo”. Un semplice calcolo delle possibilità fondato sulla sua età già avanzata? L’ombra di un qualche processo morboso in corso? Un “segno”, un avvertimento ricevuto?

Le sfide sono durissime. La prima è quella già emersa durante il Sinodo “straordinario” sulla famiglia già celebrato nel 2014 e che si riproporrà come “Assemblea episcopale generale” nell’ottobre prossimo. Vi si sono già discussi, e vi si discuteranno, temi scottanti quali l’ammissione all’eucarestia (sull’evidente base dell’assoluzione) dei divorziati risposati, il giudizio morale sulle unioni omosessuali su cui molto pesa il referendum irlandese del maggio scorso (l’omosessualità resta, per la Chiesa, una “inclinazione obiettivamente disordinata”: non “peccato” in sé – il peccato è sempre e comunque un atto – bensì “vizio” controllabile ed emendabile) , quello sulle convivenze prematrimoniali. Temi da trattare tenendo presente con il massimo realismo gli orientamenti della società civile ma nell’intento di entrare in vivo e fecondo dialogo con essi, non di porsi loro dinanzi con un atteggiamento di passivo ossequio (ancora una volta, l’inginocchiarsi della Chiesa dinanzi al mondo denunziato da Jacques Maritain). Qui non si tratta di cedere o di fuggire: bensì, al contrario, di accettare una sfida. Come molto bene diceva l’arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin all’indomani del fatidico 22 maggio irlandese, prendere atto della realtà non significa accettarla. Il segretario di stato cardinal Pietro Parolin è stato al riguardo molto chiaro: “La famiglia rimane al centro e bisogna fare di tutto per difenderla, tutelarla e promuoverla: il futuro dell’umanità e della Chiesa… rimane la famiglia. Colpirla sarebbe come togliere la base all’edificio del futuro”. E’ necessario tener presente che esistono due princìpi irrinunziabili: primo, l’indissolubilità della coppia unita nel sacramento del matrimonio; secondo, la necessità che la Chiesa non schiacci nessuno sotto la propria colpa, non induca nessuno alla disperazione ma incoraggi il peccatore a riprendere il cammino della redenzione personale – quindi a rientrare nella disciplina ecclesiale - anche usando con oculatezza, caso per caso, le risorse disciplinari esistenti (e a tale riguardo una generale revisione delle prerogative e dell’attività dei tribunali di Sacra Rota sarebbe quanto mai opportuna). Va notato che le Chiese ortodosse, orientali e occidentali riformate si muovono già in questo senso e che l’iter di ciascuna di esse è seguito con costante interesse dalla chiesa cattolica nella prospettiva di un altro obiettivo al quale Francesco tiene molto, quello della riunificazione ecclesiale, dell’ut unum sint. La linea di Bergoglio e dei vescovi che lo seguono è quella di un’attenta revisione della pastorale che lasci peraltro invariata la dottrina. Vi si oppongono i vescovi guidati dal cardinale Ludwig Gerard Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e degli altri quattro che nell’ottobre scorso pubblicarono con lui il libro Perseverare nella verità di Cristo; li fiancheggiano i cardinali Angelo Scola, Camillo Ruini e Francis George. Il nodo problematico è quello della Verità dottrinale versus Carità evangelica, dei princìpi del diritto canonico ed ecclesiastico versus quelli della misericordia, dell’immutabilità della dottrina versus la flessibilità della pastorale. Una concettualmente non impossibile, praticamente delicatissima e difficilissima quadratura del cerchio. E’ evidente che il papa ha individuato l’elemento da cui partire (il “bàndolo della matassa”, volgarmente si dice) nella misericordia, sul quale insiste proprio l’ormai notissimo libro del cardinal Walter Kasper che il suo autore gli donò alla vigilia del Conclave e che ora si può leggere anche in italiano. Questo è senza dubbio il senso intimo e profondo dello straordinario “Giubileo della Misericordia” che il papa ha indetto sorprendendo tutti, a cominciare dal sindaco di Roma che si troverà dovendolo gestire al centro di un vortica straordinario di opportunità e di problemi. D’altronde, prevedendo appunto quel vortice e intendendo evitare che il Giubileo si traduca soprattutto in un grande business, Francesco ha stabilito che le indulgenze elargite potranno esser lucrate nelle chiese e nei santuari sparsi in tutto il mondo cattolico. I caratteri del Giubileo, delineati nella bolla d’indizione Misericordiae vultus, sono molto più profondi e complessi di quanto possa apparire: celebrato nel cinquantesimo della chiusura del Vaticano II, esso si aprirà l’8 dicembre del ’15 – nella solennità dell’Immacolata Concezione, una festa che ricorda l’evento che sul piano teologico è la vera e propria “porta” della Redenzione – per concludersi il 20 novembre del ’16, nel giorno nel quale si celebra il Cristo quale Signore dell’Universo. Il tema della misericordia è fondamentale: la parola ebraica che nella Bibbia esprime tale concetto è rehamîm, un termine intenso che richiama all’amore che la madre avverte per il frutto del suo seno, delle sue viscere; a questo volto amoroso non solo materno ma anche materno di Dio – un volto al quale tanto spesso si sono orientati i mistici cristiani – guarda anche la spiritualità musulmana che si esprime nel termine arabo rahim, tanto vicino all’ebraico: difatti la basmallah, l’invocazione che precede le sure del Corano e che apre ogni atto importante emesso nel mondo islamico, suoma “Bism Allah al Rahman al Rahim”, tradotto di solito come “Nel nome di Dio clemente e misericordioso”, ma che con maggior esattezza si potrebbe tradurre forse “Nel nome di Dio, pienezza di misericordia”. Chi poi nel Sinodo dell’ottobre prossimo intenderà restar abbarbicato al “fronte del no”, chi opporrà irremissibilmente il rigore della dottrina al calore della misericordia, dovrà anche tener presente che la Lettera uccide e che lo Spirito vivifica. Nel quadro dei punti da chiarire un ruolo speciale spetta alla questione del gender, un’ideologia dietro la quale si cela un mondo di equivoci e di sofferenze che non va banalizzato. Il papa insiste sulla ricchezza della differenza, ch’è ben altra cosa dalla disuguaglianza. L’essere umano è stato cerato maschio e femmina, ma sappiamo bene che si tratta di un dato di complementarità (il racconto biblico relativo al rapporto fisiologico del corpo di Eva rispetto a quello di Abramo è eloquentissimo), non di opposizione. Uomo e donna, sul piano sessuale, sono complementari e aspirano a quella ricostituzione dell’unità che si ha nell’amore di coppia e nella procreazione. La questione del gender ha d’altronde la sua radice in un disagio d’ordine fisiopsicologico che non dev’essere oggetto né di condanna né di derisione, ma che d’altronde non può far aggio sulle leggi naturali sulle quali si basa la sopravvivenza stessa del genere umano (Cfr. Dossier Gender. Lo specchio di un disagio, “Noi, genitori e figli”, 196, 31.5.2015).

La seconda sfida si riallaccia ancor più strettamente della prima all’equilibrio sociale del mondo, quindi alla ricerca della giustizia e della lotta contro la sperequazione, che il papa mette in primo piano nell’impegno della Chiesa a cambiare il mondo nel senso della carità e della giustizia (come ha detto nell’ottobre scorso durante l’incontro mondiale die Movimenti popolari, “Terra, casa, lavoro. E’ strano, ma se parlo così diranno che il papa è comunista…Non riusciamo a capire che l’amore per i poveri è al centro del Vangelo. Terra, casa e lavoro, quello per cui lottate, sono diritti sacri”). E’ alla luce di questo bisogno di giustizia, di questo diritto alla giustizia, che vanno lette anche le chiare, nitide parole che il papa ha rivolto in Vaticano il 30 maggio scorso ricevendo in udienza i delegati dell’associazione “Scienza & Vita” ai quali ha ribadito che la Chiesa s’impegna nel proteggere senza cedimenti tutta la vita, dall’istante del concepimento a quello della morte: il che significa non solo la battaglia contro l’aborto e contro l’eutanasia, bensì quella contro qualunque cosa minacci la dignità e la qualità dell’esistenza di ciascuno: “E’ attentato alla vita la piaga dell’aborto. E’ attentato alla vita lasciar morire i nostri fratelli sui barconi nel canale di Sicilia. E’ attentato alla vita la morte sul lavoro perché non si rispettano le minime condizioni di sicurezza. E’ attentato alla vita la morte per denutrizione. E’ attentato alla vita il terrorismo, la guerra, la violenza: ma anche l’eutanasia”.

Queste parole illuminante e illuminanti delineano sinteticamente alla perfezione il bonum certamen che attende chiunque voglia continuare a dirsi cristiano cattolico. Qui sta l’impegno che il papa si è assunto e per il quale intende impiegare il tempo che ancora gli è concesso sulla terra. Se lo caccino bene in testa i sepolcri imbiancati e le razze di vipere che vorrebbero scorporare la lotta per la famiglia e quelle contro l’aborto e l’eutanasia da quella per la dignità umana contro lo sfruttamento e l’indifferenza. Se lo caccino bene in testa quelli che amano ostentare la loro fede magari adornandola di rilucenti orpelli teologici e liturgici e dimenticano poi che derubare e devastare continenti e popoli interi nel nome della “libertà economica” e delle “ferree (?) leggi del mercato” è una decorosa attività finanziaria e imprenditoriale che ben si accompagna a un po’ di beneficenza chic a qualche ONG e che permette di occupare a testa alta e con tanto di decorazioni (magari pontificio) all’occhiello i primi posti nelle chiese, come facevano i farisei nel Tempio quando ringraziavano Dio di non essere spregevoli come i pubblicani. La Chiesa cattolica rigurgita ancora di inner enemies travestiti da autorevoli credenti, spesso ben peggiori degli “atei devoti”. Contro di loro, il Maestro ha già usato una volta la frusta, nel cortile del Tempio. Anche in ciò, il Suo insegnamento non passa.

FC


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SINDONE/POLEMICHE. Dopo il dibattito a “Porta a porta” con sindonisti e scienziati lo storico Franco Cardini controattacca e lancia il guanto di sfida agli scienziati che vorrebbero dimostrare l’autenticità della Sindone con argomenti insostenibili e aberranti ipotesi. Un dibattito pubblico alla Biblioteca Sormani di Milano, 22 maggio, ore 18 con Cardini, Marina Montesano e il filosofo Giulio Giorello.

Franco Cardini e Marina Montesano hanno appena pubblicato da Medusa il loro ultimo saggio storico. Ha per tema la Sindone, la sua storia, il dibattito che dura da un secolo. Come coautore di La Sindone di Torino oltre il pregiudizio Cardini è stato invitato da Bruno Vespa giovedì 7 maggio 2015 in tivù a Porta a Porta. Il dibattito – cui partecipavano un religioso, mons. Giuseppe Ghiberti, e altri quattro fra studiosi e giornalisti invitati come esperti in materia – ha avuto un esito scientificamente aberrante, secondo il grande medievista. «La responsabilità di ciò – commenta Cardini – è individuabile nell’atteggiamento dogmatico e sostanzialmente antiscientifico di quanti, detentori di un qualunque tipo di sapere, dimostrano di non essere ancora pervenuti alla maturità epistemologica che consentirebbe loro di prender coscienza dei limiti obiettivi della loro disciplina. Qualunque studio serio oggi impone una stretta collaborazione tra specialisti di campi diversi e una reciproca integrazione di metodi e di risultati».

Sindonisti e scienziati che si battono sull’autenticità della Sindone sono entrambi convinti, secondo lo storico, che la vera scienza sia quella, “certa” e “obiettiva”, che essi esercitano principalmente e professionalmente. «È un atteggiamento deleterio – commenta lo storico –, che rischia di generare errori e distorsioni mentali. Sembra proprio che sia arrivato il momento di porre un limite alla hybris dello scientismo, da qualunque parte venga, che si sente infallibile e onnipotente. Anche quando difende l’autenticità del sacro lino. L’eccesso di fiducia nella scienza provoca una specie di sonno della ragione critica: e il sonno della ragione, si sa, genera mostri. Se ne è vista una prova nella trasmissione televisiva Porta a Porta».

La Sindone è una reliquia (o un’immagine) attorno alla quale è andata creandosi un’autentica foresta di ricerche scientifiche dagli opposti risultati, con tutte le relative polemiche. Probabilmente, tali ricerche e polemiche non finiranno mai. «Sono chiare tre cose» spiega Cardini: «Primo, la scienza non potrà mai dirci con certezza assoluta se quel telo di lino ha mai davvero avvolto il corpo non già di un morto di duemila anni fa, ma proprio di Lui, Gesù Cristo. Secondo: l’oggetto in questione, usurato, fragilissimo, è circondato da un’aura di sacralità e di devozione che impedisce di poterlo ridurre a una cavia da laboratorio e pone un drastico limite a indagini invasive. Terzo: se vogliamo considerarlo – e obiettivamente lo è – come un “corpo di reato”, appunto le manipolazioni ch’esso ha subìto nei secoli lo hanno trasformato in una “prova inquinata” che molto difficilmente può fornire risposte attendibili alle sollecitazioni scientifiche». Però c’è chi è convinto di avere prove che confermerebbero che la Sindone, quella che vediamo a Torino, era conosciuta già nel VII secolo, mentre la prima testimonianza certa sul lenzuolo risale solo al XIV secolo. «Idee come questa – dice Cardini – fanno sì che partendo da alcune presunte somiglianze formali tra l’immagine del volto del Cristo su una moneta bizantina del VII secolo e la fisionomia dell’uomo della Sindone di Torino, se ne deduca arbitrariamente che il monetiere altomedievale senz’ombra di dubbio conoscesse la reliquia. Eppure basterebbe una migliore cognizione, a non dir altro, della problematica iconologica e numismatica, per accedere alla conoscenza del prototipo del volto del Cristo nell’arte sacra medievale, il “Santo Mandylion di Edessa”, e non incorrere così in un ridicolo errore di valutazione».

E a proposito delle presunte tumefazioni che renderebbero simile il volto della moneta a quello della Sindone: «Sarebbe stata sufficiente – ribadisce lo storico – la conoscenza di come veniva concepita e prodotta una moneta del tempo (artigianalmente e manualmente, attraverso il colpo di martello su un dischetto di metallo posato su una piccola incudine) per capire che l’immagine così riprodotta, anche ammesso – e non concesso – che l’incisore avesse avuto l’attenzione di attenersi fedelissimamente a un dato modello, non poteva venir assunta a punto di sicuro e realistico riferimento, tanto da poterne ad esempio distinguere le tumefazioni del volto riprodotte a somiglianza dell’originale, cioè la Sindone».

Fino a che punto è lecito sostenere queste ipotesi? «Direi – conclude Cardini – che si tratta di ipotesi aberranti, tanto più che mai e poi mai su una moneta aurea dell’impero romano d’Occidente si sarebbe apposta l’immagine di un defunto ritratta con puntiglioso realismo. Tanto più che l’immagine di un Cristo non solo patiens ma addirittura morto sarebbe stata scelta nel contesto della simbolica imperiale che puntava sistematicamente a quella del Cristo triumphans, anzi del Pantokrator secondo una tipologia iconica ben nota, tradotta anche in termini monumentali, e prototipo della quale era appunto l’immagine, ritenuta “autentica” e ovviamente “acheropita” del Mandylion di Edessa».

Fino a che punto si può discutere apertamente di queste interpretazioni a dir poco arrischiate? Non si corre il rischio che da certi livelli di semplificazione e disinformazione derivino effetti molto dannosi per chi ascolta? «Proprio per questo lanciamo il guanto di sfida a questi sedicenti specialisti - replica Cardini - per essere fedeli alla verità (almeno quella scientifica), io e Marina Montesano, sfidiamo gli studiosi che vorranno a partecipare alla presentazione del libro La Sindone di Torino oltre il pregiudizio (Medusa) che faremo a Milano il 22 maggio, alla Biblioteca Sormani, dove siamo pronti a dimostrare quanto siano fragili certe ipotesi. E il primo che ha raccolto la sfida è Giulio Giorello, che parteciperà alla presentazione col compito di fare l’avvocato del diavolo». Si fa per dire.


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Ne L'ipocrisia dell'Occidente, Franco Cardini, con gli strumenti dello storico, racconta le varie fasi dell’attacco musulmano all’Occidente con una personale chiave interpretativa. Dietro lo scontro di civiltà, usato strumentalmente da minoranze sparute, si nascondono interessi precisi. Al servizio di questo mito cooperano più o meno consapevolmente una diplomazia internazionale traballante e voltagabbana e un universo mediatico allarmista e ricercatore di consensi legittimanti. Leggi...


Minima cardiniana, 77

Domenica 24 maggio, Pentecoste

PALMIRA

Probabilmente quelli dello “Stato islamico” di al-Baghdadi ci sopravvalutano, hanno un troppo alto concetto di noi. Nella loro barbara ma lucidissima logica e nell’intento di provocarci e d’indignarci fino al punto di farci reagire alla cieca per dimostrare al resto dell’Islam sunnita che i “crociati occidentali” li odiano, dal momento che le decapitazioni non bastano adeso provano con le distruzioni di splendide, insostituibili opere d’arte. Non riusciranno nemmeno in tale intento. Ma, in attesa che ci privino di una delle Meraviglie del Mondo, riflettiamo: che cos’è Palmira, che molti italiani conoscerebbero se non le avessero preferito le Seychelles o le Mauritius?

Semplicemente una gloria del genere umano, un città ellenistica di assoluta bellezza e molto ben conservata. In Siria, tra Eufrate e Mar di Levante, s’incrociavano fino dall’antichità remota le vie commerciali che collegavano la Cina con il Mar di Levante (la “Via della Seta”) e quelle che dai porti meridionali della penisola arabica, dove approdavano le flottiglie provenienti dalla Indie, risalivano fino a Damasco per proseguire verso l’Anatolia (la “Via delle Spezie”, o “degli Aromi”). I romani conoscevano poco del subcontinente indiano, che fino dal tempo di Alessandro Magno i geografi avevano fasciato di fantastiche leggende, mentre i Seres, i cinesi, erano per loro poco più di un puro nome. Eppure le sete, i bronzi, le gemme, gli aromi pregiati per farne profumi e unguenti arrivavano in quantità sino al Caput mundi.

E tutto passava da quei fasci di piste carovaniere che convergevano in un’area ristretta fra gli odierni Libano, Siria e Giordania. Fungevano da collettori di essi alcune città-mercato, le “città carovaniere” ch’erano altrettanti città-stato retti da un’aristocrazia di mercanti-predoni di stirpe araba, come gli idumei, i sabei, i nabatei. Queste città carovaniere, che l’opulenza dei loro padroni aveva fatto diventare degli autentici capolavori dell’eclettica arte ellenistica, si chiamavano Baalbek, Jerash, Petra: e ancor oggi le loro rovine incantano, ci lasciano senza parole.

Ma Palmira, al centro di uno sterminato oasi dal quale prendeva il nome (Tadmur, “la città dei datteri”) era senza dubbio la più splendida. Il piccolo prospero regno che essa si era costruito attorno, “cuscinetto” tra l’impero romano e quello parto-persiani, assurse nel corso del III secolo d.C. a una tale fama e a una tale potenza che i romani, suoi confinanti occidentali, si resero conto di non poter fare a meno di conquistare se volevano dominare le vie carovaniere e assicurarsi la frontiera che guardava la loro grande avversaria, la Persia.

Era allora sovrano di Palmira l’abile e colto Odenato, che morì lasciando il regno nelle mani del figlio. Ma la vera padrona del potere era una donna, la terribile e affascinante Zenobia: una di quelle inquietanti figure femminili che hanno dominato il mito e la storia orientale antica – da Hautshepet alla leggendaria regina di Saba, a Semiramide, a Pentesilea, a Sofonisba, a Tomiri, a Cleopatra, fino alla stessa Giulia Domna moglie di Settimio Severo - tutte memoria, forse, di fasi arcaiche segnate dal matriarcato regale.

Contro l’autocratica signora che trattava da pari a pari i Cesari di Roma e i Gran Re di Persepoli dovette scendere in guerra l’imperatore Aureliano, il culto monoteistico-solare promosso dal quel trionfa anche negli stessi splendidi monumenti dell’arte palmirena. Zenobia, sconfitta nel 272, venne condotta a Roma dove rifulse come la preda più splendida del trionfo imperiale.

Da allora, Palmira si avviò lentamente sul viale del tramonto: che fu tuttavia lungo, perché ancora nel XII secolo il sultano Saladino l’arricchì di una formidabile fortezza. Più tardi dimenticata e ridotta a cava di pietre come altre sue consorelle, fu riscoperta nel secolo XIX grazie a scavi soprattutto inglesi e tedeschi. Fino a ieri, costituiva uno dei siti archeologici più noti e visitati del mondo. Il governo siriano manteneva in perfetto stato la sua area archeologica e aveva dotato il territorio circostante di ottimi alberghi e di eccellenti strutture turistiche. Ma nel 2011 il presidente francese Sarkozy e il premier britannico Cameron decisero che Bashar Assad era un dittatore da abbattere e appoggiarono a tale scopo i suoi oppositori armati, tra i quali forti erano gli jihadisti. Hollande seguì la linea di Sarkozy. Adesso abbiamo dinanzi agli occhi, a Palmira, gli esiti di tale dissennata politica: che naturalmente molti media occidentali cercano di attribuire al solo fondamentalismo islamico.

Palmira è stata difesa dalle milizie irakene sciita non governative di Muktada al-Sadr, capo del Hashd al-Shaabi, affiancato dai miliziani sciiti addestarti dall’Iran guidati dai generali Hadi al-Amiri e Falih al-Fayyadh nonché da Qassem Suleimani, leader delle forze sciite filoiraniane del cosiddetto “Asse della resistenza”, mentre l’esercito regolare siriano è ormai alle corde. Partita da Dair as Zur in Siria, l’armata del califfo al Baghdadi punta a sudovest verso Damasco, sulla via della quale si è ormai impadronita di Palmira, e a sudovest verso Baghdad, sulla via della quale si è impadronita di Ramadi a poco più di un centinaio di chilometri dalla capitale.

A Tadmur c’era un famoso carcere aperto da Hafez Assad, padre di Bashar: vi erano accadute cose orribili e Bashar l’aveva chiuso per riaprirlo però di nuovo. Ora, i miliziani dell’IS hanno liberato tutti i detenuti di quel luogo da incubo e stanno cercando i veri o presunti partigiani di Assad casa per casa.

E l’incubo avanza. Pare proprio che i finanziatori e sostenitori “occulti” (?!) del califfo al-Baghdadi siano ben decisi a consentirgli di prendere Damasco e Baghdad, nonostante si continui a blaterare che egli sia il nemico pubblico n.1 da battere. Perché a Damasco c’è ancora Assad, che almeno i francesi si ostinano a voler rovesciare in quanto filoiraniano, e a Baghdad c’è un governo sciita che senza dubbio guarda a sua volta a Teheran. Al vertice europeo di Riga si è parlato della necessità di reagire e si è rimandato il tutto al prossimo vertice di Parigi che sarà presieduto dal ministro degli esteri francese Fabius e dal segretario si stato statunitense Kerry. Si dice che perfino il presidente Hollande abbia cominciato a intuire quanto dissennata fosse la sua politica di appoggio indiscriminato ai ribelli nemici di Assad e intenda adesso favorire un colloquio tra le parti contendenti in Siria in vista del nuovo più terribile nemico. Intanto, pare che l’IS abbia cominciato a colpire i centri di culto sciiti nella stessa Arabia saudita. Ma Hollande, che continua a individuare un pericolo in quell’Iran con il quale il presidente Obama ha avviato trattative proficue, continua a mostrarsi orientato all’appoggio del fronte sunnita costituito da Arabia saudita, Qatar ed Egitto: il che significa in ultima analisi che egli preferisce appoggiare la fitna antisciita piuttosto che qualunque seria iniziativa volta contro l’IS. La voce di Obama è ragionevole ma debole, l’Inghilterra latita. Se il re dell’Arabia saudita, che ha sempre condotto nel suo paese una politica repressiva nei confronti della minoranza sciita, lascia ora che al-Baghdadi bombardi quei suoi già bistrattati sudditi senza reagire, che cosa si deve pensare? E quale potrebb’essere il quadro di un futuro Vicino Oriente caratterizzato da un IS che avesse occupato per intero Siria e Iraq? Chi sta colpendo il califfo con la sua avanzata, se non l’Iran e la potenze statunitense che su un accordo con l’Iran stava contando nel quadro di una pacificazione del Vicino Oriente? E quali conclusioni potremmo trarre da tutto ciò se non che è in atto una grave offensiva condotta dai paesi arabi sunniti che vogliono la fitna antisciita in funzione antiraniana, con il benevolo appoggio di Francia e Inghilterra e magari di Turchia e Israele, nonché ovviamente del congresso degli Stati Uniti egemonizzato dai repubblicani neobushisti?

Alla fine di questo tunnel, c’è una prospettiva agghiacciante. Si sta preparando, nonostante Obama, un’offensiva contro l’Iran. Lo jihadismo è un falso nemico del cosiddetto Occidente; anzi, ne è un alleato. A questo punto non c’è che da sperare in una mossa di Putin. O da temerla, se egli ne sbaglierà intensità e carattere.

A PROPOSITO DEL TRICOLORE. LETTERA APERTA AI SUDTIROLESI

“Evviva il Tirolo – potenza del mondo Francesco II – vogliamo seguire; per mare e per terra – faremo la guerra la nostra bandiera – l’è gialla l’è nera; il vostro reuccio – alto un metro e trentotto lo giocheremo al lotto – farem terno secco” (canzone popolare dei tirolesi italofoni durante le guerre antinapoleoniche)

Non me ne vogliano i miei carissimi amici altoatesini d’origine austrotedesca - che io preferisco chiamare, com’essi stessi si definiscono, sudtirolesi - se nell’attuale Fahnenstreit a proposito della bandiera dello stato cui essi stessi a torto o a ragione appartengono (e che non è la loro bandiera nazionale) io mi schiero, com’è mio dovere di cittadino italiano e di funzionario statale fedele al mio giuramento, a fianco delle autorità della repubblica italiana.

Che non lo faccia volentieri, è un fatto che chi mi segue ben conosce e che non ho mai nascosto. Ritengo la stolida filastrocca “E la bandiera dei tre colori – l’è sempre stata la più bella - noi vogliamo sempre quella” con quel che segue esteticamente parlando bugiarda, storicamente parlando ingiusta e sbagliata, concettualmente parlando antipatica. Da buon toscano autentico, sono e resto un fedele suddito asburgo-lorenese: nel mio cuore sventolano i vessilli bianco-rosso e nero-oro. Non amo d’altronde le bandiere d’origine giacobina, quale appunto è quella verde-bianco-rossa; ed è noto che da parte mia avrei preferito che quella delicata questione storica che è il Risorgimento italiano si fosse risolta a metà Ottocento grazie a un più oculato e sistematico uso dei fucilieri di Boemia, con relativo differente esito delle battaglie di Solferino e di San Martino e infine la vittoria di un’Italia unita sì, ma secondo il modello federale suggerito dal grande Cattaneo ch’era certo meno comodo per gli interessi francesi prima e inglesi poi al servizio dei quali si pose la compagine savoiardo-garibaldina, ma ben più fedele alla storia policentristica della penisola. Quanto alla prima guerra mondiale, la ritengo una sciagura per il mondo in generale, per l’Europa in particolare: ma sono convinto che, una volta purtroppo scoppiata, il giusto posto dell’Italia sarebbe stato l’allinearsi a fianco degli imperi centrali, nel fedele rispetto del patto della Triplice Alleanza. E so benissimo che all’atto della cattiva pace di Versailles vi è stato fatto un torto per compiacere al senso di rivalsa di “vincitori” – gli italiani – a loro volta poco stimati e considerati, ai quali si negavano terre davvero italiane in Istria e in Dalmazia per remunerare i serbi, meritevoli di aver sia pure indirettamente provocato il conflitto. Così, contro il “principio di nazionalità” pur affermato dal presidente Wilson, vi vendettero a un paese che non vi voleva e che non vi apprezzava. Si può ammettere che il Tirolo meridionale sia “Italia” dal punto di vista orografico e idrografico: non lo è da quello geostorico-etnografico. A ciò va aggiunto che quell’angolo di mondo tra Bolzano e Salisburgo è uno di quelli ai quali io sono più affezionato al mondo; che Innsbruck è una delle mie città preferite dove, se potessi, abiterei tanto volentieri; e che mi piace l’indole tirolese, riservata e allegra, austera e gentile, “germanica” con quel tanto di mediterranea Schlamperei che i viennesi magari non apprezzano, ma che a me pare adorabile.

Hanno inoltre molta ragione, a mio avviso, quanti hanno osservato che sarebbe ora di farla finita con al lettura conformistica e patriottarda del Ventiquattro Maggio: che non fu per nulla un giorno da ricordare festosamente. L’Italia entrò, calpestando le alleanze che si era scelta –e che ne avesse qualche formale motivo cambia poco -, in una guerra tragica e scellerata, la vera tomba d’Europa. In un giorno come quello, ci si dovrebbe limitare all’austero ricordo di tutti i caduti. E aggiungo che personalmente abolirei qualunque celebrazione della “Vittoria”, sostituendola semmai con quella per la pace faticosamente riconquistata nel 1918 dopo quattro anni d’infame massacro. Le guerre le perdono tutti: salvo i profittatori.

Ciò premesso, cari amici, a proposito dell’esposizione della bandiera il 24 maggio c’è una disposizione dello stato. E, in quanto cittadini dello stato italiano, la bandiera tricolore è il mio come il vostro emblema: quello che rappresenta la nostra identità istituzionale e i nostri diritti civili. Potete anche non amarlo, potete anche giudicarne inopportuna l’esposizione in determinate circostanze : ma qui non si tratta né di radici storiche, né di opzioni etico-culturali e tanto meno sentimentali.

E’ vero: lo stato al quale appartenete è collegato a una nazione che non è la vostra. Il progetto di ricondurre tutti gli stati allo stato-nazione, per quanto in teoria sia trionfato nel 1918, è immediatamente fallito: e non c’è stato attuale che non abbia “minoranze allogene”. Si sono fatti molti tentativi, sempre ingiusti e sbagliati, per correggere questa realtà obiettiva perseguendo progetti forzosi di “assimilazione” o di “integrazione”: e sono sempre falliti. Voi conoscete meglio di me gli esiti dell’arroganza fascista, che obbligava da voi gli Schneider a scegliere tra il cognome “Sarti” e il cognome “Snaidero”, e che negava perfino il diritto d’incidere in tedesco le lapidi funerarie: il risultato fu che molti dei vostri padri e nonni preferirono finire in bocca a Hitler.

Eppure, cari amici, oggi questo stato si è dimostrato vostro amico. Il vostro statuto di regione autonoma è obiettivamente il più avanzato e generoso d’Europa: ed è anche grazie ad esso se voi abitate in una felice, prospera regione; se disponete di un contributo perfino per i gerani rossi ai vostri bei balconi di legno che piacciono tanto anche a me. La Spagna è stata molto meno generosa con baschi e catalani; l’Inghilterra ben più dura con scozzesi, irlandesi e gallesi; per non parlare della Francia, la peggiore di tutti con provenzali, bretoni e còrsi. O della Turchia rispetto ad armeni e curdi.

E allora, cari amici, custodite pure fedelmente nel cuore la vostra aquila nera, il vostro vessillo bianco-rosso, le insegne gloriose del libero Tirolo, la memoria di Andreas Hofer e i ritratti del Kaiser Franz Josef (ne ho uno anch’io, sulla mia scrivania). In passato, al tempo delle insorgenze antigiacobine, c’erano anche italiani che lottavano con voi e che in italiano accompagnavano le note dell’Inno imperiale, le belle note di Haydn (“Serbi Dio l’austriaco regno…”: per noi italiani fedeli all’impero, Serbidiola è restata a lungo una parola magica, un nome carissimo che impartivamo alle case, alle ville, alle barche e talvolta anche alle figlie). E magari lottate pure, con i mezzi democratici dei quali disponete, per l’indipendenza: per far sì che un giorno nel quadro dell’Europa unita voi possiate riunirvi alla madrepatria. Quel giorno, vi prometto che verrò a festeggiare con voi e con la mia cara amica Eva Klotz.

Ma fino ad allora, voi siete cittadini dello stato italiano: che non è un ente né nazionale né culturale, bensì politico, istituzionale, amministrativo. Il presidente della vostra regione è un funzionario dello stato italiano e ne ha tutti i doveri: incluso quello del leale rispetto dovuto alle insegne dello stato. I vostri splendidi atleti, quando trionfano sui campi innevati, lo fanno nel nome del tricolore che rappresenta lo stato del quale sono cittadini. La vostra bellissima regione è così prospera anche grazie al trattamento privilegiato che lo stato italiano le riserva: e, se ne accettate i privilegi economici e amministrativi, non potete poi voltar la schiena ai relativi doveri.

E’ uno stato, il nostro, che non mi soddisfa: ma che, dopo molte lotte e molti errori (e al tempo degli attentati ai tralicci io, giovane dirigente del MSI, litigavo ferocemente con chiunque definisse “terroristi” i vostri patrioti combattenti e invitavo i loro detrattori a spiegarmi la differenza tra loro e i partigiani del ’43-’45 che essi osannavano), da decenni riconosce pienamente i vostri diritti, la vostra cultura, la vostra autonomia. Voi non amate l’Arco della Vittoria di Bolzano, e sta bene: ma quello è un segno della storia, e la storia non si cancella (per la stessa ragione noi toscani abbiamo conservato i monumenti dei nostri granduchi asburgo-lorenesi). La fedeltà al vostro stato, che è quello italiano del quale il tricolore è simbolo, è un vostro dovere.

Voi non siete miei compatrioti, carissimi: ma siete miei concittadini e temo per voi che continuerete ad esserlo vi piaccia o no a lungo. Siatelo lealmente.

Del resto un comune Grossvaterland ce l’avremmo: l’Europa. Peccato che per il momento essa sia solo l’Eurolandia, questa miserabile caricatura che non è degna dei nostri sogni e dei nostri ideali (e l’ha dimostrato anche recentissimamente, palesandosi impotente a fornire una soluzione decorosa al problema dei migranti e lasciando praticamente sola l’Italia). Comunque, per quanto vi riguarda, che la vostra Heimat sia il Tirolo e il vostro Vaterland l’Austria, è vero: ma siete con noi, nostri concittadini, all’interno del Grossvaterland europeo. Ne condividete i doveri, ne avete largamente goduto i vantaggi. Questo, noi non vogliamo e voi non potete dimenticarlo.

Franco Cardini


Minima cardiniana, 76

Domenica 17 maggio, Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo

LETTERA DI UN CRISTIANO PRIVILEGIATO AI FRATELLI CHE DIO METTE ALLA PROVA

Alla memoria di padre Stanley Rother, sacerdote cattolico dell’Oklahoma e missionario, martirizzato il 28 luglio 1981 a Santiago de Atitlán (Guatemala) dagli sgherri di un dittatore al servizio della United Fruits Company e della CIA; e del vescovo Juan José Gerardi, ucciso nel medesimo paese nel 1998 per aver pubblicato un rapporto sulle violazioni dei diritti umani commesse dall’esercito.

Cari Fratelli e Sorelle,

chi Vi scrive è un vecchio professore di storia, un cristiano cattolico italiano che ha viaggiato molto, ma che tuttavia è nato e ha vissuto gran parte della sua vita in un paese e in una condizione privilegiati entrambi. Un vecchio professore cattolico che stima di aver fatto ben poco, in vita sua, per mettere in pratica quel Vangelo nel quale ha sempre detto di credere e al quale ha sempre ritenuto d’ispirare la sua esistenza. Certo, quando mi confronto con molti miei compatrioti e correligionari, spesso mi sento – lo confesso – migliore di loro: più cosciente, più onesto, più generoso. Ho sempre stimato che sia cosa non facile affermare con coraggio la propria fede e la propria identità religiosa in un contesto socioculturale in gran parte dominato da agnostici e da atei: e a volte mi è capitato di mettere un po’ in sottotono la mia fede per non passare da “clericale”, da “integralista”, da “fanatico”. Che cosa avrei rischiato, in questi casi? Quasi nulla: qualche discussione magari antipatica, qualche piccolo dispetto professionale, qualche trascurabile forma di ostracismo mediatico. Eppure, queste mie piccole quotidiane viltà mi sono sembrate logiche, naturali, quasi legittime; peccati veniali, nella più sfavorevole delle ipotesi. Ecco perché mi vergogno, rivolgendomi a Voi.

Ecco perché mi sento a disagio nel paragonare il mio cattolicesimo comodo e tiepido, che mi costa al massimo un po’ di beneficenza, con le prove che Voi siete costretti ad affrontare in tanti paesi soprattutto tra Africa ed Asia: dove si bruciano le chiese, dove si uccidono i fedeli solo perché sono tali, dove si segnano con la vernice colorata le case dei cristiani esattamente come nella Germania nazionalsocialista s’imbrattavano i muri delle abitazioni e le vetrine dei negozi degli ebrei. Difatti Voi non siete perseguitati e talora uccisi per qualcosa che abbiate fatto, ma solo per quel che siete; venite condannati e talora martirizzati solo perché avete la colpa di esistere. Non vi si nega il diritto di professare la vostra fede: vi si nega, a causa di essa, il diritto di vivere.

E noialtri, cristiani “occidentali”, abbiamo pesanti colpe in quello che Vi sta accadendo. I nostri comodi cedimenti, le nostre viltà travestite da tolleranza, hanno contribuito a creare un clima generale all’interno del quale sono stati possibili, sia pure indirettamente, anche i delitti commessi contro di Voi. Troppo a lungo abbiamo accettato che quello anticristiano fosse, anche da noi, “l’unico pregiudizio accettabile”. Se è vero che molti, troppi musulmani reagiscono in modo eccessivo e magari perfino criminale a quelle che loro sembrano – e forse nemmeno sempre sono – offese al Profeta o al Corano, è non meno vero che per esempio i cristiani cattolici hanno lasciato ormai radicarsi la convinzione che ogni tipo di offesa e di contumelia contro Gesù Cristo, la Vergine, i santi, la Chiesa e la fede sia legittimo e al limite spesso perfino segno, in chi se ne rende responsabile, di libertà e di vigile senso critico e, in chi lo subisce senza reagire, di tolleranza se non addirittura di più o meno fine humour. Se avessimo avuto la dignità di reagire con fermezza a quegli insulti, senza paura di passare per “intolleranti”, oggi forse l’apprezzamento nei confronti del cattolicesimo sarebbe nel mondo differente e magari anche nei vostri paesi si esiterebbe un po’ di più prima di attaccarVi.

Può darsi tuttavia che qualcosa si muova. E’ recentissima la notizia che la “punk band” vicentina The Sun, il leader della quale è il cantautore Francesco Lorenzi, ha messo in circolazione un album pop/rock in italiano dal titolo Le case di Mosul dedicato a un professore iracheno di diritto, il professore Mahmoud el-‘Asadi, ucciso nell’estate scorsa dai jihadisti dell’IS per aver avuto l’onestà e il coraggio di difendere, da musulmano, i diritti dei cristiani secondo la legge islamica. E pensiamo anche ad Ahmed, il poliziotto parigino musulmano caduto il 7 gennaio scorso sotto i colpi di terroristi sedicenti suoi correligionari per aver difeso la sede di “Charlie Hebdo”. Ma per un musulmano martirizzato in seguito alla sua coraggiosa difesa dei cristiani, quanti cristiani che invece non corrono pericolo alcuno – e che di solito condannano l’Islam in blocco, facendo di ogni erba un fascio – adottano la politica dello struzzo dinanzi alle sempre più frequenti notizie di stragi dei loro fratelli?

E c’è di più. Qualcosa di più profondamente disgustoso per un verso, tragico per un altro. A perseguitarVi e ad ucciderVi, cari fratelli, di solito non sono dei fanatici miliziani venuti da chissaddove, stranieri che non Vi conoscono e che non capiscono la Vostra lingua. Sovente sono i Vostri vicini di casa, i musulmani o gli indù della porta accanto, quelli con i quali fino a qualche mese o qualche anno fa avete condiviso il peso e le difficoltà della vita di tutti i giorni. Un tempo non era affatto così. Per secoli, comunità cristiane e comunità musulmane, e talora spesso anche ebraiche, sono vissute in molti paesi a contatto di gomito, facendo la stessa vita, spesso condividendo le gioie, i disagi, i dolori. Così come i Buddha di Bamian e il complesso archeologico di Nimrod sono stati tramandati per molti secoli in terra musulmana senza che nessuno pensasse a deturparli o a distruggerli. L’odio manifestato dai fanatici jihadisti è un fenomeno recente e dovuto a una tanto cinica quanto ben calcolata propaganda.

In sintesi, cari fratelli, siete perseguitati in quanto su di voi pende l’assurda, ridicola accusa di essere degli “alleati obiettivi” dell’Occidente che i jihadisti definiscono “cristiano” quando non addirittura tout court “crociato”. Nell’Islam è diffuso il pregiudizio, che dilaga specie nei ceti meno abbienti e meno corretti ma che riceve spesso conferma casuale e malintesa, che l’Occidente sia una “Cristianità” come più o meno poteva essere fino a circa tre secoli fa. E poiché l’Occidente è stato colonialista e oppressore, ecco giunta per molti l’ora della rivalsa, della vendetta. La persecuzione contro di Voi è presentata dai Vostri aguzzini come il più recente capitolo di una millenaria contesa, il “conflitto di civiltà” tra Cristianità e Islam. Peccato solo che tale conflitto non esista e non sia mai esistito: ma il crederci fa comodo perché fornisce le masse di manovra a poteri statali o lobbistici che stanno conducendo una lotta, quella sì fin troppo vera, tesa al controllo sul mondo e all’egemonia intercontinentale.

Ma allora a che cosa si mira in concreto, perseguitandoVi? Non è che si voglia soltanto la Vostra sparizione. Siamo in realtà dinanzi a un orribile e ripugnante piano strategico, a un vile crimine: si sta sistematicamente fomentando, da parte dei ricchi, la guerra tra poveri; alla quale alcuni poveri musulmani o indù si prestano, incitati a ripulire il loro paese dalla "peste“ dei poveri cristiani accusati di essere la Quinta Colonna dei “cristiani” occidentali che li guiderebbero e gli interessi dei quali in Oriente essi si sforzerebbero di appoggiare. Dall’altra sponda, tra noi occidentali che individualmente possiamo anche essere dei cristiani ma che viviamo in una società scristianizzata, esistono complici in affari di quelli che pianificano gli attacchi contro di voi, i quali dal canto loro spiegano ai nostri poveri – perché anche noi ne abbiamo che se non hanno lavoro ciò dipende dall’afflusso dei migranti extracomunitari, longa manus degli jihadisti musulmani che si stanno preparando a invaderci. Chi si presta a questo gioco, chi cade in questa trappola, fa esattamente come i poveri indù e musulmani che attaccano le chiese e gli ospedali cristiani: danza su una musica scritta dai padroni del mondo, da coloro che stanno gestendo un’economia globalizzata che permette a più o meno il 10% della popolazione mondiale di detenere e di gestire il 90% delle ricchezze e delle risorse del pianeta lasciando gli altri, la stragrande maggioranza, nella miseria e nell’abiezione. Chi Vi uccide, chi incendia le Vostre chiese e i Vostri ospedali, è un povero come Voi al quale dei predicatori-missionari largamente foraggiati da opulenti personaggi che manovrano sharia, capitali e petrolio hanno raccontato che ad affamarlo sono i “crociati” occidentali e che Voi siete i loro alleati. Quelli che da noi esigono che non si soccorrano più i profughi e che non si offra più asilo ai migranti e indica nell’Islam globalmente inteso il grande pericolo che minaccia la pace nel mondo, sono dei poveri appena un po’ meno di Voi e dei Vostri carnefici; e sono inconsapevolmente al servizio di gente che combina grassi affari con gli opulenti personaggi che armano la mano dei Vostri assassini. Voi poveri siete tutti divisi e disorientati: ma i Vostri sfruttatori sono uniti e concordi fra loro. Vedete d’altronde dalla dedica che ho apposto a queste pagine che vi sono altri nostri fratelli cristiani, addirittura vescovi e sacerdoti (ricordatevi di Oscar Romero), che vengono uccisi in un contesto molto diverso dal Vostro: e non da musulmani o da indù, ma da gente che magari si proclama cristiana e che pure è al servizio, lo sappia o no, delle medesime forze al servizio delle quali stanno i Vostri carnefici.

Dio Vi dia la forza di perdonare coloro che Vi perseguitano perché, come i persecutori di Gesù, non sanno quello che fanno; e conceda a Voi e a loro di aprire finalmente e del tutto gli occhi sulla realtà e d’individuare senza odio ma con chiarezza chi è il nemico comune.

Franco Cardini