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Minima cardiniana, 64

Domenica 1 marzo. II domenica di Quaresima

DI NUOVO SUL PRIMO COMANDAMENTO

Parlavamo, la scorsa volta, di questioni teologiche. Qualcuno mi ha chiesto a che cosa servono, visto che non interessano più nessuno. Qualcun altro mi ha domandato se non sarebbe meglio dir pane al pane e vino al vino e proclamare che queste cose ormai sono finite, non sono più d’attualità.

Se volete sapere il mio parere al riguardo, ecco qua.

"Io sono il Signore Dio tuo; non avrai altro dio all’infuori di me". E’ così, bello semplice, perentorio. Così come a noi non più giovani ce lo insegnavano la nonna e il catechismo. Studiato bene e da vicino, ricorrendo al testo ebraico e confrontandolo con quello greco “dei Settanta” e con le molte versioni latine a partire dalla Vulgata di san Gerolamo, si rivela di una profondità insondabile e di un’altezza vertiginosa. Limitiamoci a metterlo in rapporto con la situazione delineata dall’Esodo, quella torma di schiavi usciti dall’Egitto dove molti di loro avevano pur lasciato il sogno di una vita dolce e pacifica (si è affermato che è stato più facile far uscire Israele dall’Egitto che non l’Egitto dal cuore d’Israele), quell’accozzaglia di gente piena di paura eppure anche di speranza che cerca di diventar popolo e che si vede circondata, assediata, da genti diverse che hanno a disposizione legioni intere di dèi meravigliosi e terribili, seducenti e mostruosi.

Ma siamo sicuri che siano proprio questi problemi storici, archeologici, filologici e antropologici a interessarci, noialtri che siamo credenti nonostante tutto e ci sentiamo per questo pochi e isolati, o che fingiamo di aderire a un Dio che non ci sta più nella mente e tantomeno nell’anima, o che lo abbiamo rifiutato e dimenticato da tempo, o che lo abbiamo perduto o gettato via come si perde o si getta via l’orsacchiotto di pelouche della prima infanzia? Noi che questo Dio nascosto e silenzioso Lo rimpiangiamo ma non riusciamo più a ritrovarLo, lo chiamiamo e Lui non ci risponde, magari Lo bestemmiamo senza creder più in Lui e senza nemmeno accorgerci quindi della disperante vuotezza del nostro stesso turpiloquio. “Dio! Se Lo vedessi!...”, come dice l’Innominato del Manzoni.

Molti di noi sono, o si dicono, o si credono ancora cristiani. Ma non siamo più, tuttavia, una Cristianità. Il Dio di Abramo, d’Isacco, di Giacobbe, di Mosè, di Gesù, di Muhammad, può ancora stare alla base delle nostre speranze e delle nostre paure, delle nostre scelte e dei nostri pregiudizi: ma non va al di là del nostro ego individuale. Essere Cristianità significa fondare nel Dio di Mosè interpretato dalla tradizione cristiana tutta la vita comunitaria: la legge, la scienza, l’economia, il diritto, la cultura, la bellezza, la libertà. Siamo stati Cristianità, fra IV e XVI secolo, massimo XVIII: non eravamo migliori, ma Dio stava al fondamento comune della nostra civiltà. Da oltre due secoli il “processo di secolarizzazione” unito al crescente primato dell’individualismo, del razionalistico, dell’economico e del tecnologico ci ha abituato a vivere sotto un cielo vuoto.

Ma allora, con che cosa Lo abbiamo sostituito? Come abbiamo riempito questo spazio lasciato vuoto e questa vuotezza angosciante? Il testo biblico del primo comandamento prosegue oltre l’enunziato iniziale, avvertendo: non costruirti altri dèi di legno, o di metallo, o di pietra, o di coccio. Quali dèi ci siamo creati per mettere al posto del Creatore? Il messaggio di Dio sul Sinai arrivava dritto al cuore del nostro Essere: ma a noi l’Essere non interessa più, al massimo interessa l’Esistere; e soprattutto l’Avere, il Possedere, il Dominare. Nella società del consumo e dello spettacolo, delle conquiste della scienza e dell’angoscia della morte che si allunga sul filo dell’allungarsi dell’esistenza, Dio è assente o comunque lontano, ma la tirannia dei millanta dèi che Lo hanno sostituito è angosciante e perentoria. Uno soprattutto: e lo conosciamo dal Vangelo, che gli conferisce un nome bislacco e un po’ ridicolo. Ricordate? Non si può servire a Dio e a Mammona.

Ecco dunque l’altro dio, l’Antidìo che c’imprigiona, ci ricatta, ci tormenta, ci possiede. Il dio che inseguiamo e che ci sfugge, che ci tenta e c’illude per abbandonarci e farci disperare. Chiamatele come vi pare: il suo nome è Legione. Molti, per semplicismo o per superficialità, lo chiamano Denaro. Nietzsche, che ha compreso come forse nessun altro, sul nascere. Il dramma della Modernità Occidentale, lo chiama Volontà di Potenza: e ne conosce il carattere esclusivo e insaziabile, la capacità infinita di sedurre e di trascinare, l’illimitato potere d’illudere e di deludere. Questo dio implacabile è all’estremo opposto della pace: di quella con se stessi e di quella tra le singole persone e i popoli. E’ il contrario, anzi il rovescio, dell’Altissimo, Onnipotente, Bon Signore di Francesco d’Assisi. E’ un dio che spoglia, che ruba, che rapina, che violenta, che uccide: un dio che fa attorno a sé il deserto e lo chiama Progresso, lo chiama Ragione, lo chiama Libertà, lo chiama perfino Diritti dell’Uomo (basta intendersi, poi, su chi sia l’Uomo). Un dio che ci fa gridare in coro che uccidere nel nome di Dio (il Dio dei Padri: Elohim, Adonai, Allah…) è orribile e barbarico e infame: laddove uccidere nel nome della Borsa, o del Mercato, o del dominio delle risorse energetiche, è normale; è, se non giusto, quanto meno inevitabile; è il prezzo da pagare per rimanere padroni del mondo. E, come diceva de André, "se Lui ci ha regalato il pianto ed il riso, noi qua sulla terra non lo abbiamo diviso".

Perché al Dio di Mosè, che ci ha ordinato di non avere altri dèi se non Lui, noi abbiamo risposto che ognuno ha il dio che si merita.

UN’OCCASIONE PERDUTA, UN REGALO AI JIHADISTI

Continuiamo così: continuiamo a farci del male, come diceva anni fa Nanni Moretti. Solo che qui non si tratta della Sachertorte. Semmai, è una frittata.

Il parlamento italiano ha votato venerdì 27 febbraio scorso due mozioni a proposito della questione israelo-palestinese: una ambigua e una velleitaria e menzognera. La prima attribuisce a Israele la responsabilità del fatto che le trattativa per la costruzione di uno stato nazionale palestinese siano ancora ferme a un punto morto, fingendo d’ignorare la realtà che l’attuale governo israeliano le sta rimandando sine die mentre, con i nuovi insediamenti in Cisgiordania e la lenta appropriazione della città vecchia di Gerusalemme, sta togliendo al futuro stato palestinese letteralmente la terra sotto i piedi. La seconda auspica che il principio “due stati, due popoli” sia impegnativo per tutti e condanna Hamas per la sua volontà di cancellare lo stato d’Israele. Ora, il punto è semmai che i palestinesi sono a disagio nel riconoscere lo stato d’Israele come stato ebraico che, non disponendo di una costituzione, non garantisca formalmente i diritti di coloro che, pur possedendo la cittadinanza israeliana, non appartengono alla nazione-religione ebraica. La questione territoriale e quella istituzionale sono i due nodi da risolvere: e i capi del bandolo di questa intricata matassa stanno entrambi nelle mani del governo israeliano. Poi c’è il problema del rientro d’Israele nei confini del 1967, come ripetutamente disposto da risoluzioni dell’ONU rimaste fino ad oggi disattese: e io credo che queste risoluzioni dovrebbero essere rimesse forzatamente in discussione e ridefinite, dal momento che mezzo secolo dopo la loro prima emanazione non corrispondono più a una situazione realisticamente praticabile: e va da sé che la loro revisione non potrebbe non tener conto delle nuove esigenze israeliane; tuttavia, una ridefinizione seguita da opportuni passi reali e concreti è necessaria se vogliamo far in modo che la pace si avvicini davvero. La rappresentante dell’OLP Hanan Ashrawi, da Ramallah, ha commentato con moderata delusione la prima delle due mozioni, lamentando che non si faccia parola di un riconoscimento immediato, ufficiale e incondizionato. L’ambasciata israeliana in Italia da parte sua ha preso atto che il parlamento non ha riconosciuto lo stato palestinese preferendo invece sostenere il negoziato diretto tra Israele e i palestinesi. I termini del problema, così come emergono dalla prima mozione approvata, non sono esattamente questi: in realtà la costruzione dello stato palestinese è stata concettualmente ancorché genericamente approvata, mentre di “negoziati diretti” tra stato d’Israele e Authority palestinesi – quei negoziati che il governo israeliano evita unilateralmente di portar avanti – non si è fatta parola. Il governo italiano, per bocca del ministro Gentiloni, si è solo impegnato “a fare tutti gli sforzi per riprendere il negoziato tra le parti”: una frase che non vuol dir nulla, che lascia sospeso per aria il problema (quali saranno, in concreto, questi sforzi? In che direzione? In quali tempi? Con quali strumenti?) e si arroga prerogative che non ha dal momento che esso non può far niente “per riprendere il negoziato tra le parti”, cosa che non gli compete: al massimo potrebbe insistere diplomaticamente tra le parti davvero interessate affinchè ciò avvenga, e non si vede come potrebbe farlo né se e quanto sarebbe ascoltato. Bocciate le opposte mozioni SEL e FI rispettivamente volte al riconoscimento immediato dello stato palestinese e al suo netto rifiuto. Una mozione PD, PSI, CD, approvata con 300 voti contro 45, ha parlato di costituzione di uno stato palestinese che conviva in pace e sicurezza con Israele rinunziando a qualunque atto di terrorismo e ribadendo la questione dei confini del 1967 e di “Gerusalemme capitale condivisa”: si tratta di una posizione analoga a quella espressa nel dicembre del 2014 dal parlamento europeo, astratta e velleitaria al pari di essa. La mozione Alli (NCD-UCD), infine, votata dal PD (237 voti in tutto), ha auspicato la promozione di un’intesa politica tra al-Fatah e Hamas per il riconoscimento dello stato d’Israele e l’abbandono di ogni violenza: ma ha dimenticato di specificare a fronte di quali passi della controparte le due forze palestinesi dovrebbero raggiungere l’accordo nel senso auspicato. In ultima analisi, dalle mozioni non è emerso alcun riconoscimento diretto dello stato palestinese e si è continuato a finger di credere possibile che i “due stati” possano (e vogliano) pervenire a loro volta con le loro sole forze a un mutuo riconoscimento. Sappiamo tutti bene che ciò allo stato attuale delle cose è impossibile; che Israele, essendo al più forte, dovrebbe fare il primo passo; che l’attuale governo non ha alcuna intenzione di procedere in tale senso. La politica della graduale occupazione e appropriazione sia della Gerusalemme storica, sia del territorio palestinese per mezzo di successivi insediamenti, continuerà. Fino al prossimo scoppio della rabbia palestinese, con relativa repressione: la catena immobilismo-insediamenti-reazione-repressione continuerà fin quando della Palestina non resterà traccia e i palestinesi saranno costretti ad emigrare (in mancanza di aiuto da parte degli emirati della penisola arabica, che ostinatamente guardano altrove, le mète dei nuovi profughi palestinesi riguarderanno Giordania ed Egitto, a loro volta a rischio di esplodere. E la questione palestinese continuerà a costituire la principale spina infettiva di tutta la malattia diffusa nel corpo geopolitico vicino-orientale, con il probabile esito della diffusione di tossine terroristiche nelle aree vicine e in Europa.

Molti, dentro e fuori Israele, sostengono ora che una mozione parlamentare che avesse riconosciuto lo stato palestinese sarebbe equivalsa a un riconoscimento e a un incoraggiamento al terrorismo. Purtroppo è molto più probabile il contrario: il mancato o comunque ambiguamente dilazionato riconoscimento radicherà in molti arabi musulmani la convinzione che l’Occidente è irrimediabilmente schierato contro l’Islam (poiché la volontà soprattutto di Hamas di trasformare quella nazionale palestinese in una causa unilateralmente musulmana è evidente) e guadagnerà ulteriori simpatìe al terrorismo. Proprio come la decisione di proibire le moschee sul territorio della regione Lombardia. In entrambi i casi, il califfo ringrazia. FC


Minima cardiniana, 63

Domenica 22 febbraio. I domenica di Quaresima

E SE USCISSIMO DALLA NATO?

Carissimi, ricevo all’ultim’ora questo appello. Mi è piaciuto e l’ho firmato. Leggetelo e, se vi piace, diffondetelo e firmatelo anche voi. Sul “Corriere della Sera” di oggi, Ernesto Galli della loggia sostiene che l’ONU è una specie di “ente inutile”. Temo abbia molte ragioni. Tuttavia, meglio rivolgersi a un ente inutile che bene o male rappresenta un po’ tutti gli stati del mondo piuttosto che continuar a rendersi responsabili di complicità nei confronti di un ente i cui Alti Comandi stanno nelle mani di una superpotenza extraeuropea. Continua...

IL PRIMO COMANDAMENTO

Apriamo il periodo quaresimale con una meditazione dedicata al legame profondo che unisce tutti i figli di Abramo. Ce n’è bisogno, in un momento come questo.

Da dove “nasce”, da dove “proviene” il monoteismo? Il “mito delle origini”, aspetto tra i più pervicaci del pregiudizio evoluzionistico tanto duro a morire, si fonda sulla dogmatica e deterministica certezza che il monoteismo sia il “naturale” esito del lungo cammino delle forme religiose che il genere umano ha elaborato dalla barbarie idolatra e politeista alla “superiore” civiltà monoteistica, magari a sua volta anticipatrice della suprema civiltà della “liberazione” dal Divino cui l’Occidente è approdato. Non trova alcun posto, in questa parabola tanto semplice e razionale, il salto-di-fase o meglio la rivoluzione qualitativa rappresentata dal passaggio tra sistemi religiosi mitico-immanenti (o “religioni naturali”, come dicono gli storici e i sociologi delle religioni) a sistemi religiosi storico-trascendenti (o “religioni rivelate”).

Alla luce del pregiudizio evoluzionistico, ci si è chiesti in che modo Abramo, che pur venerava degli idoli, sia potuto passare al culto del Dio unico e se e in che misura il monoteismo solare del faraone Amenofis IV (Akhenaton) abbia potuto costituire un modello per quello di Mosè. Tutto ciò astrae da quel che narra il Genesi al capitolo 12: il Signore che parla ad Abramo, il Suo ordine (“Va’ via dalla tua terra natale…”), la Sua promessa (“Farò di te un grande popolo,… benedirò coloro che ti benediranno…”). E’ un fatto nuovo, unico, irripetibile nella storia fenomenologica delle religioni: il Patto tra l’Onnipotente e un uomo, la volontà e la potenza di Dio che non costituiscono alcun “mito”, alcun racconto simbolico, bensì irrompono direttamente nella storia e la mutano per sempre. Senza quel patto fra Dio e Abramo non si capiscono né Mosè, né Gesù, ne Muhammad. Se il Dio unico ha parlato in tutti i tempi a tutti gli uomini, la molteplicità degli dèi e dei culti che ne è scaturita dipende dal carattere indiretto, mitico-simbolico, con il quale Egli si è espresso: dal suo linguaggio fatto di simboli, di stelle del cielo, di tempesta, di fuoco, di animali, di piante, di stagioni.

Ma al popolo che Egli ha scelto, Dio parla il linguaggio diretto e terribile della semplicità. Storici, filologi, archeologi e antropologi tendono a collocare attorno al XVIII secolo a.C. la migrazione di Abramo lungo la “fertile mezzaluna” dalla Caldea alle coste del Mar di Levante; quindi, dopo la lunga parentesi egizia, al XIII circa il nuovo incontro fra Jhwh e un trovatello ebreo divenuto principe egizio, quindi transfugo presso i madianiti, poi tornato al suo popolo dopo un nuovo incontro con Jhwh (il roveto ardente e inconsumabile dell’Oreb) e divenuto profeta (“Così dirai agli israeliti: Colui che è con me mi ha mandato a voi!”, Esodo, 3, 14). Ottenuto faticosamente il consenso del faraone per uscire dalla terra d’Egitto, Mosè ascende la montagna del Sinai (si discute ancora sull’ubicazione del Gebel Musa, il “Monte di Mosè”) e sulla cima di essa riceve dalla parola di Dio - che il suo popolo, alla radice del monte, intende come “tuoni, lampi, suono del corno e monte fumante” (Esodo, 20, 18) – un codice di ordini destinato a restar celebre e costituito di un “decalogo”: appunto, dieci comandamenti (Esodo, 20, 1-17).

Si tratta di regola tutte in apparenza abbastanza semplici, lo scopo delle quali è l’assicurazione dell’ordinata convivenza all’interno del Popolo di Dio e in modo da distinguere esso da tutti quelli che lo distinguono. La cifra fondamentale di quel sistema etico-normativo riposa sul concetto di unicità: unico Dio, unità del Suo popolo, rigorosa distinzione tra esso e il resto del mondo. I successivi libri della Torah (vale a dire il “Pentateuco”, i cinque libri della Legge), soprattutto il Levitico e il Deuteronomio, s’incaricheranno poi di precisare e di approfondire il contenuto sintetico dei comandamenti. Ma il primo resta basilare: esso s’incentra sull’identità di Dio (“Io sono Jhwh Dio tuo che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla casa della schiavitù”; “Non ti approprierai degli altri dèi che sono contro di me”; “Non ti fabbricherai alcun simulacro, quale immagine di tutto ciò che è in alto nel cielo, giù sulla terra o nelle acque sotto la terra”: “Non ti prostrerai dinanzi a loro né li servirai, poiché io sono Jhwh tuo Dio, un Dio geloso che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione. Ma che usa misericordia in modo sconfinato per coloro che mi amano e osservano i miei comandamenti”. Qui Jhwh – o, per i non-credenti semplicisti, Mosè; o, per i non-credenti colti, il Legislatore – ha il principale scopo di distinguere il popolo d’Israele dal circostante milieu idolatra e politeista: soprattutto dalla cultura egizia, dalla quale esso sta uscendo e che ha su di esso lasciato un’impronta profonda.

Sarà una lunga e complessa elaborazione teologica a tradurre in termini di esclusivo monoteismo questo perentorio comando di un “Dio geloso” che non rivela né la falsità né tanto meno l’inesistenza di altri esseri supremi, ma che vincola il Suo popolo a un’adorazione esclusiva proclamandosi “geloso” e presentandosi come inflessibile; la Sua misericordia è riservata solo a chi Lo ama e Gli ubbidisce.

Ma questa è, appunto, la chiave di tutti: il popolo di Dio, per esser tale, è rigorosamente tenuto al rispetto del Decalogo che fa di lui un popolo leale, fedele, impegnato alla mutua amicizia. Il dettato del Genesi, per il cristiano, si spiega trovando la sua sintesi nel Vangelo (Matteo, 22, 37-40) dove i dieci comandamenti vengono risolti a due: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i profeti”.

Gesù riconduce dunque il decalogo a due blocchi etico-normativi: il primo corrispondente a Esodo, 2-11 e riassumente il dovere della monolatria (obbligo di adorare un solo Dio: coincidente con il monoteismo e magari in esso incluso, tuttavia non identico rispetto ad esso), con il divieto di nominare “invano” il Suo nome e di santificare i giorni festivi a Lui dedicati; il secondo corrispondente a Esodo, 12-17 e riguardante i rapporti tra i componenti del popolo all’interno di esso. L’amore assoluto e totale per Dio include quello per il prossimo e s’identifica con esso. Le conseguenze di un tale dettato in una religione che non è più “etnica”, non si riferisce a un solo popolo, ma che diventa universale – per cui l’amore rivolto al prossimo diventa quello per ogni singolo componente del genere umano – sono rivoluzionarie, dirompenti. Tutto ciò è contenuto in quel Primo Comandamento che una stanca consuetudine formale ci fa sembrare ispirato a una piatta banalità e che è viceversa di un’altezza e di una profondità vertiginose. FC

IL PASSATO CHE NON PASSA

Si può anche dimenticare la storia. Ma è pericoloso: perché la storia non si dimentica di noi.

Che cos’è accaduto, in pratica, ieri? Una cosa semplice e assurda: che, come al solito, a molti “occidentali” parrà incomprensibile. Ed è un vero peccato: perché si tratta di un altro pasticcio coloniale combinato dalle potenze europee, un altro nodo che solo adesso arriva al pettine.

Prendiamocela larga: cominciamo dal XIV secolo, quando il territorio geograficamente definito in arabo al-Shamm - l’area compresa tra Mesopotamia, montagne del Kurdistan e pendici meridionali del Cairo, corrispondente grosso modo all’Iraq, alla Siria e al sud della penisola anatolica, oggi la Turchia – fu invaso da un gruppo di tribù uraloaltaiche, di etnìa turco-mongola, provenienti da est. Quella federazione di tribù era guidata da quelli che dal loro capostipite, Osman, vennero definiti “Osmanli” oppure “Ottomani”. L’avo di Osman, che portava il nome di Suleyman Shah, fu sepolto in un mausoleo da allora in poi venerato, in quanto il personaggio che vi riposava era considerato il fondatore della dinastia che aveva quindi unificato un immenso territorio tra i Balcani e l’Iraq e che nel 1453, con il sultano Mehmet II, conquistò anche Costantinopoli dove insediò la sua splendida capitale. Da allora in poi, la Nuova Roma sul Bosforo si sarebbe chiamata Istanbul.

Nel 1916, durante la prima guerra mondiale, le potenze dell’Intesa – Russia, Inghilterra, Francia – stabilirono come dividersi le spoglie dell’impero ottomano, alleato della Germania e dell’Austria-Ungheria e quindi loro nemico. Lo czar voleva la “Turchia europea” con Istanbul e gli Stretti, ma le sue truppe non ressero all’offensiva tedesca e la Rivoluzione lo mise fuori gioco l’anno successivo; inglesi e francesi si divisero invece il mondo arabo (Siria e Libano attuali alla Francia; Egitto, Giordania e Iraq attuali all’inghilterra) per quanto avessero promesso all’emiro Hussein, custode dei Luoghi Santi della Mecca e di Medina, di metterlo a capo di un grande regno arabo unito. Hussein ci credette e fece ribellare gli arabi al sultano: ma gli alleati lo avevano ingannato e con il trattato conosciuto come Sykes-Picot si erano spartite le spoglie del suo regno che non sarebbe mai nato. Quando Hussein protestò, risposero impedendogli anche di fondare un più modesto regno nella penisola arabica e favorendo invece là i Beni Saud, i “sauditi”, nonostante si sapesse ch’essi erano dei barbari e feroci musulmani appartenenti a una setta misonaista, i wahabiti. Questa serie di infami slealtà stanno alla base della crisi che ancor oggi sconvolge il Vicino Oriente: il nostro grazie va a Sua Maestà britannica e alla libera Repubblica Francese, tanto leali quanto lungimiranti.

Frattanto la prima guerra mondiale terminò, ma dall’impero smembrato nacque la giovane Turchia nazionalista, laica e progressista del generale Mustafà Kemal (il futuro Ataturk), che con una dura guerra durata circa tre anni riuscì a liberare il suo territorio nazionale, a sloggiarne gli occupanti (compresi gli italiani, che però si tennero Rodi e il Dodecaneso) e a far capire alle potenze europee che da allora in poi avrebbero dovuto rispettarla.

Ma il nuovo paese asiatico e musulmano che guardava all’Europa e alla Modernità aveva bisogno di fondare su un’identità nazionale forte. Perciò esso si accordò con la Francia, che governava mediante il cosiddetto regime dei “mandati” la Siria, e ottenne il possesso di una piccola enclave in territorio siriano: quella corrispondente appunto al mausoleo di Suleyman Shah, che fu presidiato da un piccolo reparto militare turco, poco più di una guardia d’onore.

In questi giorni i combattimenti tra siriani e truppe del califfo al-Baghdadi si sono avvicinati al mausoleo di Suleyman Shah: e il presidente Erdoğan, con edificante e commovente, esemplare carità di patria, ha deciso che le spoglie di quello che i turchi considerano (impropriamente) il capostipite del loro stato non possono essere lasciate nelle mani dei fanatici dell’IS. Ha quindi inviato contro gli uomini del califfo una discreta colonna militare: un centinaio tra veicoli e carrarmati, scortati da alcuni droni. Il fatto è che, per raggiungere la tomba del fondatore della patria turca, i soldati di Erdoğan sono stati “costretti” ad attraversare un’area territoriale appartenente alla repubblica siriana, a sua volta già violato da quelli dell’IS: alla strana guerra tra siriani fedeli ad Assad ed esercito dell’IS si è aggiunto ora l’incidente diplomatico turco-siriano, che aggrava una situazione di tensione tra Ankara e Damasco ch’era a sua volta già conflittuale. E’ molto probabile che il mausoleo di Suleyman Shah sia stato per le truppe turche un pretesto per portar avanti l’aggressione alla Siria già avviata nel 2011, quando Francia, Inghilterra e Turchia avevano appoggiato l’azione dei ribelli siriani contro il legittimo governo di Assad. Un altro tassello nella sempre più complicata situazione del Vicino Oriente, travolto evidentemente da una guerra scatenata da forze che hanno interesse a mutarne profondamente rapporti di forza interna e confini.

Ma la Siria non è isolata: si avvale dell’appoggio diplomatico e anche militare di Iran e Russia. Erdoğan, dal canto suo, sta cercando adesso un terreno d’intesa con i tradizionali nemici dei turchi nell’area, i curdi. D’altro canto, però, il califfo è attaccato da raids aerei statunitensi che si avvalgono dell’appoggio, da terra, di reparti curdi e a quel che pare perfino iraniani, mentre la controffensiva giordana dopo il rogo del sottotenente pilota che ha indignato Amman potrebbe causare un contraccolpo interno dal momento che esiste un’opposizione jihadista clandestina a re Abdullah in grado di minacciarne la stabilità. La Giordania, però, confina con Israele e con l’Arabia saudita: come reagirebbero quei due stati, in caso che i confini giordani non fossero più troppo sicuri?

Allegri, dunque: non è detto che il bello (si fa per dire) non debba ancora venire. FC


Minima cardiniana, 62

Domenica 15 febbraio. VI domenica del Tempo Ordinario. San Faustino

EUROPA, SVEGLIATI

C’è chi, dopo l’attentato di Copenhagen, comincia a chiedersi se per caso l’IS non faccia sul serio e, sotto sotto, a domandarsi come si fa a spiegare a quelli là che noi non c’entriamo. Dàtti una mossa, Biancaneve, la ricreazione è finita: non è più tempo ormai di Centri Commerciali e di Karaoke.

C’è chi, se i media del califfo danno del “crociato” al ministro Gentiloni – che, detto fra noi, a tutto somiglia meno che a un emulo di Goffredo di Buglione – si preoccupa e dice che siamo al nuovo medioevo. Dàtti una regolata, Panda-in-Pigiama, questo non è un film di Mel Brooks. E la parola “crociata”, in arabo (harb as-salibiyya), fino al secolo scorso nemmeno esisteva. E’ un neologismo. L’Islam, che gli facevamo contro le crociate, non se n’era nemmeno mai accorto. Se usa ora quel termine, e lo fa per offenderci e farci paura, ciò dipende non dal fatto che siamo ancora nel medioevo ma da quello che ormai siamo al postmoderno. Queste sono guerre nuove, nuovissime.

Abbiamo continuato troppo tempo a pensare, nonostante tutto quello che ci capitava attorno, di vivere in un’isola felice dove il tempo era sempre sereno e non ci sarebbe mai stata tempesta. A svegliarci non sono bastati né gli Anni di Piombo, né la crisi balcanica degli Anni Novanta, né l’immenso pasticcio afghano cominciato quarant’anni fa e ancora in atto, né le due guerre irakene. La nostra “sovranità limitata”, di tutti noi europei che abbiamo perso la guerra – tutti, anche inglesi e francesi: la guerra l’hanno vinta Roosevelt e Stalin – in fondo ci faceva dormir tranquilli: c’era la NATO a farci la guardia, no? Ma la guerra fredda, per la quale la NATO è stata pensata, è finita da un pezzo: eppure non ci siamo posti né il problema di come mutare istituzioni e strutture ormai logori, né di come evitar di continuar a pagar di tasca nostra i giochi altrui.

La politica dello struzzo non è mai servita a nulla. Ora siamo in ballo anche noi: e non possiamo nasconderci dietro il dito della NATO, se non altro perché allearsi con qualcuno è una cosa seria anche se noi seri non siamo granché. L’operazione Mare nostrum si è chiusa, ma le cose vanno peggio di prima e noi non possiamo illuderci di uscirne semplicemente chiudendo i porti e lasciando annegare la gente. E se, da quella Libia piena di fondamentalisti che noi quattro anni fa abbiamo aiutato a prevalere dando ascolto allo stolido Sarkozy che a Gheddafi non perdonava di avergli mandato all’aria un po’ di business della Total e della telefonia interafricana, ora qualcuno ci punta contro dei missili, ciò dipende dal fatto che senza rendercene conto anche noi abbiamo accettato di giocare a un gioco pericoloso pur sapendo che non spettava a noi né tenere il banco né distribuire le carte. Ricordate come diceva il buon Machiavelli mezzo millenio fa? Credevano, i principi d’Italia, che bastasse avere una bella ed elegante cancelleria per uscire dalle péste. E che cosa credevano i nostri politici, che bastasse comprare a scatola chiusa un po’ di F 35 per liberarsi da tutte le rogne?

Cari miei, siamo in guerra. E, se la guerra la si fa da gregari, il nemico ce le suona lo stesso: come se fossimo noi i protagonisti. Tanto più che c’è un obiettivo dato geopolitico: questa è una guerra asiafrico-mediterranea, giocata tra Nord e Sud (anche se ciò non significa automaticamente “del Nord contro il Sud”): e noi siamo in prima linea. Lo siamo in Libia, ma anche in Grecia e quasi quasi perfino in Crimea (o vi siete dimenticati che un secolo e mezzo fa fu proprio una guerra in Crimea a decidere del nostro futuro di nazione unitaria?).

Ma questa è una guerra nuova e sui generis, dove non si sa quale sia il fronte e dove il nemico potrebb’essere già in casa. E non basta “chiudere le frontiere”, come blatera qualcuno, perché questa è una guerra civile: i musulmani, che la chiamano fitna, lo hanno capito benissimo: sono ormai dieci anni da quando un teorico di al-Qaeda ha sentenziato con grande lucidità che il terreno di scontro per il futuro doveva essere l’Europa. Non è che, se avremo qualche attentato nel nostro paese, potremo spedire la nostra aviazione a bombardare Mosul. Il califfo può anche atteggiarsi a capo di stato, ma per la comunità internazionale non lo è: e non si può certo rispondere alle sue provocazioni e alle sue violenze andando ad ammazzare degli innocenti sparando nel mucchio. Lui Mosul non la governa: la occupa esattamente come i pirati di Salgari occupavano Maracaibo; e non ne governa gli abitanti, li opprime. Noi abbiamo il diritto e il dovere di difenderci, ma anche quello di restare un paese civile e uno stato di diritto. E allora?

Allora, questa guerra si vince con tre tipi di armi: l’intelligence, la prevenzione-infiltrazione nelle possibile cellule jihadiste che operano nel nostro paese, l’informazione corretta. Bisogna vigilare, migliorare il nostro sistema mediatico a cominciare dalle informazioni che arrivano ai nostri politici e ai nostri mezzi di comunicazione e che gli uni e gli altri gestiscono, intenderci bene su chi sono i nostri nemici.

Con una cosa che dev’esser chiara, tanto per cominciare. Questa non è una crociata: altrimenti avrebbe ragione il califfo, che invece non ce l’ha. Il nostro nemico non è affatto, genericamente globalmente “l’Islam”. Quella islamica è una cultura che interessa quasi un miliardo e mezzo di persone la stragrande maggioranza delle quali vorrebbe solo stare in pace a casa sua (e se deve migrare, è perché gli altri ce la costringono: siano essi gli energumeni dell’IS o le lobbies che affamano l’Africa). Se spariamo nel mucchio, facciamo il gioco del califfo: è quello che vuole, non aspetta altro. Per esempio, la legge regionale lombarda che impedisce la costruzione delle moschee è un favore che gli è stato servito su un piatto d’argento: così potrà convincere ancora di più i suoi correligionari che egli è il rappresentante del puro Islam e che gli altri, i “crociati” e gli “apostati” (vale a dire i musulmani che desiderano la convivenza) ad avercela con lui. Europa, svegliati. E comincia una buona volta a camminare con le tue gambe.

Il che vorrebbe dire, ed esprimo un pio desiderio ben conscio che resterò deluso, che dovremmo cominciare col non tirare in ballo la NATO. La diplomazia dei paesi della UE (dato che una diplomazia comune purtroppo non esiste) dovrebbe insistere affinché a contrastare il califfo non fosse la NATO, screditato strumento di una politica imperialistica ottusa e antiquata, bensì l’ONU; e che in campo contro di lui scendessero direttamente solo eserciti formati di musulmani sunniti (niente “crociati” occidentali, niente “scismatici” sciiti: non facciamogli un regalo che egli sfrutterebbe propagandisticamente). Intanto, combattiamolo con la propaganda, l’organizzazione del consenso, il dialogo. In questa guerra vincere non basta, bisogna anche convincere. Dialogare con le comunità musulmane è la più efficace mossa che possiamo fare contro di lui. Non scendiamo al livello vergognosamente filo-IS della regione Lombardia, che proibendo la costruzione di nuove moschee gli ha regalato migliaia di nuovi simpatizzanti.

Franco Cardini


Minima cardiniana, 61

Mercoledi 11 febbraio. Nostra Signora di Lourdes

EDIZIONE STRAORDINARIA

Cari Amici,
questo è un tempo di vignette. Il giornale satirico livornese "Il Vernacoliere", che qualche malintenzionato ha avuto l'ardire di paragonare a "Charlie Hebdo" (mentre, con tutto il rispetto delle vittime dell'attentato parigino del 7 gennaio scorso, è molto meglio), reca in prima pagina del suo mese di febbraio 2015 questo "strillo" strepitoso: "Il Vernacoliere propone all'ISIS un confronto civile. Basta Terrore! Cari mussurmani, facciamo a chi ce l'ha più grosso! Voi ci mettete le fave cor turbante, noi ci si mette le teste di azzo della Lega. Poi voglio vedé chi vince!".
Ma quello di oggi è un giorno particolarmente solenne, che fino a qualche anno fa era addirittura, in Italia, festa nazionale (in quanto vi si celebrava la firma dei Patti Lateranensi del 1929: i quali peraltro vennero firmati in quel giorno proprio perché tale fu la volontà che papa Pio XI impose al governo del tempo). Ricorre difatti l'anniversario dell'Apparizione di Lourdes, solennemente celebrata nel settembre 1870 durante il Concilio Ecumenico Vaticano I allorché, proprio mentre le truppe italiane violavano la città di Roma, venne proclamato il dogma dell'Immacolata Concezione. Con straordinaria finezza il pontefice dispose che quello stesso stato che celebrava l'aggressione del 20 settembre s'inchinasse anche all'evento dell'11 febbraio: un'esemplare riparazione.
Mi sembra sia il caso di seguire l'augusto esempio del grande papa Ratti proponendo un'altra riparazione a un'altra profanazione. Avete qui davanti a voi la copertina non so se sacrilega (non faccio il teologo), certo comunque di cattivo gusto, con la quale il periodico difensore di tutte le libertà celebrò a modo suo la Natività di Gesù. A questo esempio qualificante della civiltà occidentale (che peraltro è stata capace di proporre anche ben altri modelli, quali le Natività di Giotto e del Botticelli) mi pare opportuno rispondere confrontandolo con qualcosa che ci giunge dal profondo della "barbarie" musulmana, che sfata tra l'altro il diffuso dogma secondo il quale l'Islam "proibisce" le immagini. E' il caso di dire NO COMMENT".


Minima cardiniana, 60

Domenica 8 febbraio. V domenica del Tempo Ordinario. San Gerolamo Emiliani

- VENTI DI GUERRA –

Noialtri “occidentali” siamo vissuti circa sette decenni nella beata illusione che fosse un ricordo del passato, qualcosa di diventato ormai impossibile: almeno da noi. Roba che ormai succedeva anche altrove e agli altri. Forse avremmo dovuto ricrederci da tempo: e forse, del resto, magari avevamo già mangiato la foglia almeno dal tempo del Vietnam eppure non volevamo ammetterlo. Certo, pian piano, il suono dei tamburi lontani si è andato sempre più avvicinando all’Aiuola Felice dell’Occidente: il Vicino Oriente, l’Africa, l’Iran, l’America latina, i Balcani.

Ora ci siamo. Non alla guerra, o comunque non è detto. Ma alla sensazione che qualcosa è cambiato, che l’incanto è rotto, che siamo quasi in prima linea o che comunque ne abbiamo il sospetto, la paura, la rassegnata certezza, magari perfino l’incosciente curiosità.

Se a uno storico del futuro, un anno qualunque del futuro, un Anno “X” (ammesso che in quell’anno ci saranno ancora degli storici), qualcuno facesse un quadro come quello di questo febbraio del 2015 – la pace in Ucraina appesa a un filo o, peggio, messa nelle mani di personaggi come monsieur Hollande; la Giordania che scende in conflitto diretto con l’IS e minaccia fuoco e fiamme; la Nigeria che sta volando in pezzi; l’Occidente che si sente minacciato; il papa che tuona contro l’ingiustizia ormai insostenibile che governa il mondo -, e gli chiedesse quanto manca allo scoppio della guerra, quello risponderebbe forse qualche giorno, forse qualche settimana o mese. Ma forse il papa ha ragione: la guerra è già cominciata, solo che nulla è accaduto come il 3 settembre del ’39, quando i governi di Sua Maestà Britannica e della Repubblica francese consegnarono il loro ultimatum al governo del Reich. Peraltro appena un anno prima di quel fatidico 3 settembre, a Monaco, era stato scongiurato per un soffio quel che fatalmente si verificò poco più tardi: ma nessuno dei quattro capi delle potenze convenute a Monaco – Chamberlain, Hitler, Mussolini, Valadier – si era mai sognato neppure per scherzo di pronunziare quella parola terribile, “guerra”. Al contrario, avevano declinato in ogni modo possibile il suo rassicurante contrario, “pace”. Con quanta incosciente naturalezza, viceversa, Hollande ha dichiarato che siamo a un passo dalla guerra…Vogliamo trarne un fausto presagio? Forse, dato che colui che purtroppo è attualmente l’inquilino dell’Elisée non ne azzecca una.

Comunque, nei colloqui a quattro che stanno svolgendosi adesso tra i premiers russo, ucraino, tedesco e francese per risolvere la crisi ucraina, ci sono una Grande Assente e un Convitato di Pietra: un’assenza e una presenza entrambe inquietanti.

La Grande Assente è l’Europa, che dovrebbe essere la principale se non unica partner sia di Ucraina, sia di Russia. Il presidente francese e la cancelliera Merkel, rappresentanti di un’Europa “carolingia” e atlantista (e così arriviamo al Convitato di Pietra) non rappresentano l’Unione Europea, la quale purtroppo non ha alcuna voce diplomatica, né l’Europa che purtroppo ancora non esiste. La crisi ucraina riguarda viceversa in primissima istanza proprio l’Europa nonché quella che dovrebb’essere la sua vicina, confinante e anche alleata o quantomeno buona interlocutrice e partner tanto politica quanto economica e commerciale, la Russia. Ma perché l’Europa si è lasciata trascinare su una via pregiudizialmente ostile nei confronti della Russia, perché si è lasciata imporre addirittura un embargo deleterio soprattutto e anzitutto per l’economia italiana? E qui entra in scena il Convitato di Pietra: l’ambigua presidenza degli Stati Uniti d’America, che di tanto in tanto si dimentica di essersi tirata in disparte rispetto al ruolo di superpotenza egemonica mondiale e di tanto in tanto si dimentica di essersene dimenticata: e promette armi all’Ucraina (il che oltretutto dovrebb’essere un buon business: e Obama non sta promettendo al suo popolo di tirarlo fuori dalla crisi?) e rischia di trasformare la crisi ucraino-russa, che si avrebbe motivo di ritenere almeno in parte intraeuropea, in crisi russo-statunitense trascinando ovviamente in essa l’Europa non già nel ruolo storico e geopolitico che sarebbe bene le spettasse bensì in quello di gregaria degli USA..

E qui il Convitato di Pietra si sdoppia: il suo alter ego e la sua longa manus sono ovviamente la NATO, organizzazione in cui entrano automaticamente tutti i nuovi partners dell’Unione Europea e che dipende essenzialmente dal Pentagono. E’ la NATO, quindi il Pentagono, quindi gli USA, ad aver interesse a piazzare i suoi centri tattico-strategici il più vicino possibile alla frontiera russa: è il copione della Georgia nel 2008 che si sta ripetendo, mutatis mutandis, quasi alla lettera. L’Europa viene da tutto ciò ancora una volta emarginata.

L’altro scenario è il Vicino Oriente, dove la fitna intramusulmana ha trovato un catalizzatore: la provocazione dell’IS alla Giordania ha funzionato in pieno. Il rogo del sottotenente pilota è parso a molti una grossolana barbarie: ebbene, senza dubbio barbarie è stata: ma tutt’altro che grossolana. Chi ha acceso il rogo era un criminale imbecille, ma chi gliel’ha ordinato è un criminale raffinatissimo (il punto è: chi ha predisposto uno spettacolo arcaico per innescare un raffinatissimo processo mediatico-militare?). La Giordania è uno degli anelli più deboli della catena vicino-orientale: ha un re altamente impopolare che governa attraverso la repressione di molti oppositori sempre più filojihadisti in un paese che ormai rigurgita di profughi principalmente palestinesi, siriani e irakeni; un paese privo di risorse (a parte il turismo e i fosfati) che vive degli aiuti soprattutto americani e sauditi e che sta, vaso di coccio tra vasi di ferro, incuneato tra Israele e Arabia saudita. Questo paese è adesso in prima linea contro un nemico in realtà semisconosciuto, forse manovrato astutamente da un mandante senza scrupoli il cui scopo ultimo è far letteralmente saltare il precario equilibrio vicino-orientale e ridefinirlo. L’ultima volta che tale equilibrio è stato ridefinito, ne è nata la crisi irakena voluta da Bush: ma allora il quadro delle forze che oggi si definiscono jihadiste era, almeno in apparenza, più chiaro e meno pericoloso. E’ ancora presto per azzardare qualche linea interpretativa. FC


Minima cardiniana, 59

Domenica 2 febbraio. Presentazione di Gesù al Tempio

- WINSTON CHURCHILL: UNA “DOVEROSA (?!) COMMEMORAZIONE” -

Queste righe escono con un certo ritardo, causato da qualche giorno di eccessivo e imprevisto lavoro. Ed escono comunque fuori tempo massimo: il cinquantenario della morte di sir Winston Leonard Spencer Churchill (Woodstock, Oxfordshire, 30.11.1874 - Londra 24.1.1965) avrebbe dovuto venir da me ricordato una settimana fa, nella puntata 58 degli a me – e quasi solo a me – ormai cari Minima Cardiniana uscita domenica 24 gennaio. Ora, i fans della “storia per anniversari” (tanti: non solo fra gli assessori) diranno che ormai è acqua passata.

D’altronde, la storia è sempre un “passato che non passa”: specie quella di un personaggio le scelte del quale sono state decisive per le vicende mondiali di almeno mezzo secolo, da quando nel 1915 aveva poco più di quarant’anni a quando scomparve ultranovantenne.

Avrei dovuto “celebrare” Winston Churchill per uno dei quotidiani ai quali abitualmente collaboro e che mi chiedeva un pezzo celebrativo sulla “nostalgia” degli inglesi di oggi per il loro grande concittadino. Ho obiettato alla direzione di quel giornale che avrei volentieri “commemorato” la sua figura, ma che non ritenevo possibile “celebrarla”: hanno mangiato la foglia e si sono rivolti a un altro collaboratore, più duttile e senza dubbio più illuminato di me.

In effetti, resto della mia opinione: ho riletto quel che su di lui conoscevo, ho aggiunto a ciò altre, nuove letture e mi sono convinto che ci sia poco da celebrare. Quasi tutti coloro ai quali ho comunicato questo mio parere si sono meravigliati e scandalizzati. Me ne dispiace. Non mi pare si possa obiettivamente celebrare un personaggio che fu sempre in prima linea nella repressione della ricerca di libertà da parte dei popoli dell’impero britannico (dei sudafricani come degli irlandesi – anche se alla fine in quel caso fu costretto a trovare un compromesso – agli indiani), che fu tra i principali responsabili del cattivo assetto delle questioni vicino-orientali all’indomani della cancellazione dell’impero ottomano e che ebbe un ruolo primario nelle due guerre mondiali del 1914-18 la prima delle quali fu un’autentica sciagura mondiale e la seconda – prosecuzione della prima – avrebbe comunque potuto essere evitata senza che ciò comportasse (mi esprimo contro una diffusa e dogmatica vulgata) il trionfo del nazismo in Europa. Patrick J. Buchanan, le opinioni del quale mi guardo bene dal seguire senza la dovuta circospezione e il più prudente controllo, ha espresso nel suo libro Churchill, Hitler, and the unnecessary war (New York, Crown, 2008) una documentata opinione che è andata a corroborare molti degli argomenti a suo tempo espressi da Alan John Percival Taylor il quale fino dal 1961 – in tempi quindi del tutto non sospetti – aveva messo in dubbio nel suo The origins of the second world war (New York, Atheneum) la tesi di una totale o schiacciante responsabilità da parte di Hitler nello scoppio del conflitto del ’39 mettendo in luce le pesanti responsabilità in quel conflitto di Francia e Inghilterra nonché, nella sua seconda fase, delle due potenze che ne furono le sole ed autentiche vincitrici, USA e URSS.

Certo, siamo dinanzi a un protagonista abilissimo e spesso lungimirante (ma qualche volta no) nelle vicende del suo tempo, alle quali contribuì nel bene e nel male a imprimere la direzione della sua volontà.

Era, per così dire, “nato nella porpora”: suo padre lord Randolph Churchill – discendente del grande duca di Marlborough, uno dei più geniali capi militari del Settecento e di tutti i tempi – era stato segretario di stato per l’India e nel 1888 fu “cancelliere dello scacchiere”, cioè ministro delle finanze; sua madre, l’americana Jennie Jerome, era figlia del proprietario del “New York Times”. Con genitori così, un brillante avvenire avrebbe potuto sembrar essergli dovuto per così dire “di diritto”.

Va detto che non fu proprio così: a modo suo, ebbe un’infanzia e una giovinezza non facili. Suo padre, precocemente defunto, lo lasciò presto; con la madre non ebbe mai stretti rapporti; soffriva di problemi di dizione al pari del principe di Galles (poi Giorgio VI) e quando diciannovenne fece nel 1893 ingresso nella Royal Military Academy di Sandhurst era reduce di tre fallite prove d’esame. Si fece comunque le ossa come soldato e come giornalista tra Cuba – dove infuriava la “sporca guerra” ispanoamericana -, India e Afghanistan, dove partecipò al conflitto del 1897 dall’esperienza del quale scarebbe scaturito il suo libro The story of the Makaland Field Force (1898). Trasferito in Egitto e in Sudan, conobbe da vicino il movimento mistico-apocalittico di Muhammad Ahmad, il Mahdi, che sotto alcuni aspetti si può identificare, insieme con il wahhabismo dell’Arabia la quale sarebbe poi divenuta “saudita”, l’immediato precedente di quello che oggi si ama definire – con tutte le talora fumose definizioni della “galassia” che lo esprime – “fondamentalismo”, “islamismo” o “jihadismo”. Fu tale esperienza a ispirargli scrivere nel libro dov’essa è narrata, The river war (1898), un giudizio epocale sull’Islam, che andava del tutto controcorrente rispetto alle opinioni in quegli anni più diffuse e che – pur fondato sulla visione erronea e distorta di un Islam (quello mahdista) ch’era tale in quanto molto specifico -, risulta oggi dotato di una sorta di profetico intuito:

"Individual Moslems may show splendid qualities, but the influence of the religion paralyzes the social development of those who follow it. No stronger retrograde force exists in the world. Far from being moribund, Mohammedanism is a militant and proselytizing faith. It has already spread throughout Central Africa, raising fearless warriors at every step, and were it not that Christianity is sheltered in the strong arms of science, the science against which it (Islam) has vainly struggled, the civilization of modern Europe might fall, as fell the civilization of ancient Rome".

Sono parole che potrebbero essere usate ancor oggi, l’una dopo l’altra, e che esprimono perfettamente un’inestricabile miscela di errori, di calunnie, di nefasti pregiudizi e di penetranti verità.

Dopo l’esperienza sudanese e un fallito tentativo di entrare in politica nello schieramento conservatore, la sua attività giornalistica lo condusse in quanto corrispondente del “Morning Post” in Sudafrica dove prese parte alla “seconda guerra boera”, venne imprigionato, riuscì ad evadere tra 1900 e 1901 inaugurò la sua cariera politica come deputato conservatore alla Camera dei Comuni e membro della massoneria; ma, insoddisfatto per l’immobilismo conservatore passò dalla parte dei dinamici liberali di David Lloyd George e conquistandosi così un ruolo di spicco dopo la loro grande vittoria elettorale del 1906. Sottosegretario alle colonie nel 1906, ministro del commercio nel 1908 e dell’interno del 1910, avviò un’interessante politica sociale (minimi salariali, regolamentazione delle ore di lavoro, sovvenzioni ai disoccupati) e al tempo stesso s’impegnò nel rafforzamento della flotta in una funzione antigermanica che fece del suo lavoro uno dei presupposti dello scoppio della prima guerra mondiale.

All’inizio del confronto armato si situa uno dei principali insuccessi della sua carriera: l’iniziativa dello sbarco alleato del 1915 a Gallipoli, che si risolse in una cocente sconfitta. Allontanato in conseguenza di ciò dal governo e inviato a combattere in Francia, solo nel 1917 venne riconosciuto che non era stato il solo responsabile dell’insuccesso e venne reintegrato nella compagine governativa come ministro per i rifornimenti militari, ufficio dal quale gli fu più tardi, da ’19 al ’21, a quello di ministro della guerra. In tale veste egli tentò con ogni mezzo di persuadere il governo di cui faceva parte a intervenire nella guerra civile russa contro i bolscevichi. Divenuto quindi ministro per le colonie, organizzò tra ’21 e ’22 l’amministrazione del mandato britannico in Palestina. In tale senso, con una serie di provvedimenti anche avventati nel Vicino Oriente – specie i problemi di confinazione tra Siria e Iraq, maldestramente gestiti insieme con l’amante di re Feisal, Gertrud Bell -, egli pose le basi per i problemi che ancora gravano irrisolti su quell’area. Se anche oggi la pace del mondo è a repentaglio, noi lo dobbiamo fra l’altro all’incompetenza di sir Winston nelle questioni vicino-orientali.

Tornato in patria, si distinse felicemente nell’accordo con gli indipendentisti irlandesi: le elezioni del ’22 penalizzarono pesantemente il suo partito liberale che precipitò anche al di sotto dei consensi dei laburisti. Perduto il seggio alla Camera dei Comuni, non gli restava che tornare alle origini conservatrici: e, grazie anche ai suoi molteplici appoggi familiari, riuscì a rientrare nel governo presieduto da Stanley Baldwin come cancelliere dello scacchiere. Ma si avvicinavano i tempi della crisi economica, che egli non fu all’altezza di affrontare: la politica conservatrice fu severamente punita alle elezioni del ’29, che segnarono il trionfo dei laburisti. Churchill si ritrovò quindi emarginato dalla vita politica del suo paese: al suo fallimento aveva contribuito anche la sua posizione irragionevolmente dura a proposito della questione indiana, dal momento che si era opposto alla concezione all’India dello status di dominion, al quale avevano già avuto accesso Australia e Sudafrica.

Furono ancora una volta, come un quarto di secolo prima, le sue posizioni accesamente antitedesche a fargli recuperare potere: il 3 settembre 1939, cioè il giorno stesso della dichiarazione di guerra della Gran Bretagna alla Germania, il primo ministro Neville Chamberlain lo nominò “primo lord dell’ammiragliato”, vale a dire ministro della marina; nel maggio del 1940 fu nominato primo ministro a capo di un “governo di unità nazionale” composto da tutte le forze politiche.

Non c’è dubbio che la sua ostinazione nel respingere le proposte di pace ripetutamente formulate dalla Germania, prolungando il conflitto e disorientando il governo tedesco, furono una delle principali cause della vittoria contro Hitler: ma forse la mitologia di un compatto ed entusiasta appoggio alla sua opera di governo da parte di tutto il popolo britannico, da lui convinto che qualunque privazione e qualunque sacrificio dovevano essere affrontati pur di battere il nazismo, andrebbe soggetta a una drastica verifica. Sta di fatto che dopo le conferenze di Teheran e di Yalta, protagonisti delle quali erano stati l’americano Roosevelt e il sovietico Stalin, l’opinione pubblica inglese si era resa conto che con la vittoria si sarebbe sancita anche la caduta della stessa Gran Bretagna a ruolo di potenza secondaria: e che la responsabile di ciò era stata comunque la guerra, sia pure “vinta”. Alle elezioni del ’45 il popolo britannico dette il benservito al “vincitore” Churchill e voltò le spalle anche alla sua politica economica liberal-conservatrice, accordando il suo favore elettorale ai laburisti.

Tornò al governo nel ’51, ma con un esito di gran lunga peggiore del precedente. Sostenne con convinzione qualunque scelta occidentale fosse passibile di alimentare la “guerra fredda”. Dovette affrontare la guerriglia comunista in Malesia e la rivolta dei Mau-Mau in Kenia; nel 1952 cercò di organizzare un colpo di stato destabilizzatore del governo di Mohammed Mossadeq in Iran, responsabile della nazionalizzazione della Anglo-Iranian Oil Company della quale il governo britannico era azionista di maggioranza, ma – scoperta la congiura ed espulso l’ambasciatore britannico da Teheran -, dovette chiedere l’aiuto del presidente statunitense Eisenhower per uscire dall’impasse. La maldestra prepotenza mostrata nella questione iraniana consente di individuare in Winston Churchill anche uno dei fattori lontani del successo della “rivoluzione islamica” di Khomeini.

Ormai era politicamente screditato e, d’altronde, avanti con l’età. Nel 1953 gli era stato assegnato il Nobel per la sua opera The secondo world war, pletorico ma criticamente modesto risultato di compilazione mista a memorie personali; nel 1955, ormai ottantunenne, si dimise dal governo ritirandosi a vita privata.

Fu senza dubbio una personalità notevole e versatile: tuttavia, insuccessi ed errori a parte, le sue rigide scelte in senso antitedesco e antisovietico e la sua pesantezza nei confronti dei paesi extraeuropei – dal Vicino Oriente all’India all’Iran – appaiono alcuni tra i fondamentali ingredienti dell’intricata e pericolosa situazione odierna. E ci si chiede se davvero sia il caso di conformisticamente mantenere il suo nome tra quello dei “grandi” del Novecento, degli eroi della liberaldemocrazia occidentale. Insomma, in che cosa si dovrebbe rimpiangere la sua “lungimiranza”? Nell’aver contribuito a gettare l’Europa in due successivi conflitti dai quali essa è uscita declassata e umiliata? Nell’aver posto le basi della crisi vicinorientale e mediorientale? Nel non aver compreso che l’equilibrio tra Occidente e Unione Sovietica configurava una posizione sostanzialmente positiva e nell’aver tentato di indebolire l’URSS senza peraltro mai far nulla che avrebbe potuto aiutare l’Europa a recuperare le posizioni perdute tra 1914 e 1945 e magari a raggiungere un ruolo di mediatrice tra le due opposte superpotenze? Nell’aver sempre favorito l’egoismo politico del suo paese e l’egoismo privato delle lobbies (come aveva fatto in Iran nel ’52)?

All’interno di questo complesso quadro, il punto più centrale e spinoso riguarda le responsabilità di Winston Churchill nello scoppio e nello sviluppo della seconda guerra mondiale. La “vulgata” – che in genere è passata definitivamente nei libri di scuola, per quanto la letteratura specialistica, espressione della ricerca di prima mano, esprima al riguardo ovviamente pareri più articolati e complessi – è che la guerra contro Hitler era necessaria per impedire il suo barbaro dominio del mondo e che pertanto il rifiuto delle offerte di pace avanzate dal Führer, del quale Churchill fu il principale responsabile, salvò la civiltà. In sottordine, e già meno sicura di qualche tempo fa, si presenta il pregiudizio – erroneo ma persistente – secondo il quale Hitler avrebbe scatenato il conflitto: in genere si sostiene che ciò è vero nella sostanza, in quanto la politica aggressiva del dittatore tedesco lo avrebbe reso inevitabile; ma non è raro sentir ancora affermare che egli avrebbe dichiarato formalmente guerra a Francia e Gran Bretagna, mentre è obiettivamente vero e anche noto il contrario.

Il Taylor aveva affermato, appoggiando le sue affermazioni a prove interessanti, che Hitler non aveva – o quanto meno non aveva ancora -, nel ’39, intenzione di provocare alcuna guerra generalizzata a Occidente: tanto che le forze aeronautiche tedesche erano essenzialmente costituite da caccia, mentre erano semmai francesi e inglesi a disporre di bombardieri. Ora, nella guerra aerea, i caccia servono alla difesa, i bombardieri all’offensiva. Inoltre, dal punto di vista diplomatico e politico, secondo Taylor, Hitler non aveva alcuna intenzione di distruggere la Polonia e aveva in realtà “il solo torto di essere tedesco”: intendeva cioè semplicemente difendere gli interessi del suo paese, o quelli ch’egli riteneva tali; e desiderava risolvere la questione di Danzica annettendola alla Germania in modo da conseguire la continuità territoriale tra il Reich e la Prussia orientale, ma anche offrendo al governo di Varsavia le più ampie garanzie di libertà di accesso e di mobilità commerciale. A detta dello studioso, sarebbe semmai stato il patto della Gran Bretagna con la Polonia dell’estate appunto di quell’anno, con il quale la prima garantiva protezione alla seconda, a venir inteso da Hitler come una provocazione e a determinarne un irrigidimento di posizione fino alla violazione della frontiera polacca e all’annessione di Danzica. Tale parere appare debolmente sostenuto: è più probabile che il cancelliere tedesco sottovalutasse quel patto anglopolacco e non ritenesse che la Gran Bretagna sarebbe mai arrivata a provocare una guerra per tenervi fede. Nel 1995 uno storico italiano molto caratterizzato da posizioni politiche di esplicita estrema sinistra – insospettabile quindi di simpatìe di sorta, anche alla lontana, per lo hitlerismo -, Romolo Gobbi, riprese le posizioni di Taylor e le rese ancora più decise con il suo Chi ha provocato la Seconda Guerra Mondiale? Una revisione nel segno della complessità (Padova, Muzzio).

Gobbi, appoggiandosi anche alle ricerche e alle prove fornite da Taylor, esordisce sottolineando come l’azione militare di fine estate ’39 avesse esaurito le riserve militari tedesche: al punto che la dichiarazione di guerra dell’Inghilterra alla Germania, il 3 settembre, sottopose il governo del Reich a una febbrile attività industriale. E’ ovvio che, se Hitler avesse avuto l’intenzione di attaccare a ovest, si sarebbe debitamente premunito. Possiamo anche ipotizzare che il Führer non volesse la guerra in quel momento in quanto si sentiva impreparato, il che non significa che non fosse deciso a scatenarla al momento opportuno. Può darsi: ma ciò non toglie che, nel settembre del ’39, furono francesi e inglesi a dichiarare la guerra ai tedeschi, e non viceversa. L’episodio di Dunkerque pochi mesi dopo, nel giugno del ’40, allorché Hitler impedì alle sue divisioni corazzate e ai suoi aerei di attaccare e distruggere le truppe inglese – varie centinaia di migliaia di uomini – che si erano ammassate in quel porto per imbarcarsi alla volta della loro isola. Era un gesto cavalleresco e distensivo, che gli alti comandi germanici non perdonarono mai al loro capo: la distruzione di quelle forze sarebbe stato un colpo decisivo al morale degli inglesi. Alla luce del senno di poi, quel gesto fu un errore in quanto il governo di Churchill rispose con un deciso rifiuto alle proposte di pace formulate allora da Hitler in termini vantaggiosi per entrambi, che praticamente disegnavano un continente europeo dominato dal Behemoth germanico e un vasto mondo oceanico lasciato all’egemonia del Leviathan britannico. Era il mondo sognato dal grande filosofo del diritto di Hitler, Carl Schmitt.

Le posizioni di Gobbi vengono rafforzate da due ulteriori studi, Le origini della seconda guerra mondiale (Bologna, Il Mulino, 2009) e Sull’orlo del pregiudizio. 1939, i dieci giorni che trascinarono il mondo in guerra (Milano, Feltrinelli, 2009), entrambi di Richard Overy. Egli, con prudenza e circospezione estreme, fa comunque notare che “la causa della seconda guerra mondiale non fu semplicemente Hitler: la guerra fu provocata dall’interazione tra fattori specifici” alcuni dei quali erano costituiti dal declino economico del sistema capitalistico delle potenze occidentali e dal loro bisogno di riaffermare le loro posizioni e di rilanciare l’economia attraverso la produzione industriale arrestando la concorrenza tedesca e in prospettiva anche giapponese. I recensori di Overy, con molta reticenza e qualche ambiguità, non sono riusciti a contestarne in modo convincente le tesi. Ma va in particolare segnalato, per coraggio e chiarezza, l’articolo Una guerra per sbaglio pubblicato da Emilio Gentile il 25 ottobre 2009 su “Il Sole 24 Ore”, dove si evidenziava appunto che secondo Overy all’origine del conflitto non c’era l’irrigidimento di Hitler (tale il parere di Gobbi), ma al contrario l’erronea convinzione che Francia e Gran Bretagna non avrebbero reagito. Un grosso errore di valutazione da parte di uno statista parvenu finché si vuole ma intelligente, che era altresì convinto che prima o poi una guerra sarebbe stata necessaria per mutare il quadro degli equilibri mondiali assegnando alla Germania un nuovo ruolo primario, ma prevedeva che ciò sarebbe avvenuto solo alcuni anni più tardi.

Ora, proprio questo è il punto. Si sono commessi molti anacronismi e si sono trascurati molti particolari importanti, ricostruendo gli avvenimenti di quella lontana estate di oltre tre quarti di secoli fa. In effetti, la coscienza diffusa che non fu la Germania, bensì le potenze liberali, a scatenare il conflitto, è stata e permane “corretta” dall’idea generalizzata che l’atmosfera europea fosse ormai irrespirabile e quindi un conflitto necessario se si voleva fermare Hitler. Ma, attenzione, se resta vero che il nazionalsocialismo aveva sottoposto la Germania a un regime totalitario, ciò non toglie che il ’39 non era certo il ’44. Il nazismo in Germania, al pari del fascismo in Italia e di molti regimi che non erano totalitari ma quanto meno autoritari e conservatori (la Polonia compresa) governavano sì con la forza e con la repressione, ma anche con l’organizzazione del consenso appoggiato alle realizzazioni obiettive dello stato sociale. Nulla ci autorizza a ipotecare quello che nel ’39 era ancora il futuro fino a supporre che il regime hitleriano sarebbe giunto a soluzioni estreme (come la Shoah) anche senza i condizionamenti di una guerra che fino dal 1942 aveva cominciato a volgere al peggio. La vera regione forte degli apologeti a tutti i costi di Churchill sta nel riconoscergli la “virtuosa ostinazione” di resistere alla Germania, che aveva finito con il condurre alla vittoria. Ma tale ragionamento sfocia in una serie di deduzioni anacronistiche e “ucroniche” del tutto arbitrarie: nessuno ci assicura che, se la pace fosse stata mantenuta, le condizioni dello sviluppo politico, sociale e culturale europea avrebbero comunque condotto al tragico esito del genocidio. Hitler non sarebbe comunque stato eterno; il meccanismo avviato dalla “conferenza del Wannsee” non era affatto prevedibile nel ’39; i giochi erano ancora tutti da fare (immaginatevi un cancellierato di un personaggio come Speer succeduto a quello di Hitler; e magari gli sviluppi dell’Europa orientale, dell’India, del mondo arabo, dei paesi che già avevano avviato il loro processo di liberazione dal giogo coloniale). D’altronde, la stessa “virtuosa ostinazione” anti-hitleriana lascia per molti versi perplessi. Perché Francia e Inghilterra, che avevano abbandonato al dittatore tedesco nel ’38 la democratica Cecoslovacchia, si ostinarono invece a tutelare fino alla guerra quella Polonia ch’era retta da un regime semifascista e antisemita, se non per un motivo geopolitico che potrebbe essere ricondotto a una precostituita volontà di fermare i successi della Germania? E perché, se erano scesi in guerra per difendere la piccola Polonia contro il colosso tedesco, non dichiararono guerra anche all’URSS di Stalin, che il 17 novembre s’impadronì d’accordo con Hitler della parte orientale di quel medesimo paese? Peraltro, Stalin non aveva alcuna intenzione di venir meno al patto con Hitler: ancora nel novembre del 1940 il suo ministro degli esteri Molotov giungeva a Berlino per chiedere assicurazioni a proposito dell’assicurazione di un’area d’influenza che l’URSS avrebbe dovuto vedersi riconoscere dalla Germania su parte del mondo balcanico e sulla Finlandia, in prospettiva sulla stessa Turchia. E’ quanto del resto fa notare anche François Furet nel suo Il passato d’un’illusione (tr.it., Milano, Mondadori, 1995); e oggi è necessario al riguardo considerare il saggio di E. Di Rienzo e E. Gin, Le potenze dell’Asse e l’Unione Sovietica, 1939-1945 (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2013). Era semmai Hitler ansioso di concludere la guerra a occidente, che non aveva voluto, per riprendere il suo programnma della ricerca di un Lebensraum a oriente. Accelerare l’aggressione all’URSS, che egli aveva comunque sognato da tempo se non programmato, senza aver concluso la pace con l’Inghilterra, fu un altro dei suoi tragici errori, che lo espose a venire stretto tra due fuochi. Un evento che qualunque stratega sa di dover evitare. Ma Hitler, che pure aveva qualche spontanea dote strategica, era essenzialmente un politico e un dottrinario razzista: e il suo errore di valutazione fu appunto politico e dottrinario, quello dell’anglofilo (il razzistico pregiudizio dell’”alleanza nordica”!...) e anticomunista viscerale convinto che l’Occidente non lo avrebbe lasciato solo nella lotta contro il bolscevismo. Un errore, questo sì, inconcepibile. Dalla guerra comunque non uscì sconfitta la sola Germania, bensì l’intera Europa. E l’egemonia sul mondo passò per la prima volta nella storia a due potenze non-europee, gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica.

Tutto ciò, in ultima analisi, rende di nuovo attuale la massima di Pio XII, “Con la guerra tutto va perduto, con la pace tutto può essere salvato”. Tutto: comprese milioni di vite umane, comprese quelle degli ebrei vittime della Shoah. Winston Churchill, nel 1939 non meno che nel 1914, agì con determinazione per favorire un conflitto che avrebbe dovuto liberare l’Inghilterra dalla concorrenza tedesca; la persistente anglofilia di Hitler, un aspetto comune della mentalità tedesca (e non ricambiato) lo condusse al suo errore fondamentale, il pensare che la Gran Bretagna non avrebbe né provocato un conflitto, né – una volta esso scoppiato – respingere una vantaggiosa offerta di pace. Hitler pensava semmai già al Drang nach Osten, all’aggressione all’Unione Sovietica, che non fu affatto una scelta di “difesa preventiva”; e dal canto suo Churchill era sicuro che, come nella prima guerra mondiale, gli Stati Uniti non avrebbero fatto mancare all’Inghilterra il loro appoggio; mentre dal canto suo Roosevelt, che non aveva interesse a un’entrata diretta nel conflitto europeo, assediava invece economicamente il Giappone con un embargo che alla fine provocò il colpo di mano di Pearl Harbour. All’inizio della guerra, l’aspirazione espansionistica statunitense mirava ancora all’area del pacifico.

Un’ulteriore ombra sullo statista inglese nasce dal fantomatico carteggio Mussolini-Churchill, che avrebbe potuto forse provare che il Duce nel 1940 scese in guerra sì contro la Gran Bretagna, ma in seguito a un accordo con Churchill che – volendo respingere l’assalto delle correnti pacifiste inglesi, che si era fatto più forte da quando i tedeschi erano arrivati a Parigi - si proponeva di guadagnare una posizione vantaggiosa nel caso di un immediato allargamento del conflitto seguito da una futura pace mediata dall’Italia; e tale carteggio, gelosamente conservato dal Duce, avrebbe avuto il suo peso nell’eliminazione stessa di Mussolini, eseguita da partigiani comunisti ma programmata dal suo ex amico ed estimatore britannico, preoccupato nel ’45 che l’accordo del ’40 venisse palesato. Al riguardo, va consigliata la rilettura di due libri “dimenticati”: Tecnica della sconfitta di Franco Bandini (n.ed., Firenze, Nuova Editoriale Florence Express 2013) e Il carteggio Churchill-Mussolini alla luce del processo Guareschi di Ubaldo Giuliani Balestrino (Roma, Settimo Sigillo, 2010).

Non c’è nulla di sicuro, in queste cose; come del resto in tutte le altre. Solo un invito a non considerare mai chiusi i problemi storici, a non abbassare mai la guardia della ricerca continua. E della revisione, lungi da qualunque tentazione “revisionistica”. Il revisionismo, come tutti gli “ismi”, è un vizio mentale e una tentazione mentale. Ma la revisione è altra cosa. La storia, o è revisione continua o non è nulla.

FC


Minima cardiniana, 58

Domenica 25 gennaio. Conversione di San Paolo

1. LE CHAGRIN, LA PITIE’, LE RIRE

L’onda lunga delle emozioni e delle apprensioni suscitate dai sanguinosi attentati del 7-9 gennaio scorsi a Parigi non accenna ancora a placarsi: e con essa le polemiche d’ogni genere, inaugurate dalle molteplici voci di dissenso al mantra politically correct “Je suis Charlie”.

Ciò m’induce a rievocare due casi che mi sono successi: l’uno molto remoto nel tempo, l’altro freschissimo.

Il primo è un Amarcord che mi rimanda a poco meno di mezzo secolo fa. Adolescente, militavo nell’Azione Cattolica e con gli amici del mio circolo parrocchiale (i “compagnucci della parrocchietta”, li chiamava Alberto Sordi in RAI) mi davo sovente a modeste gite di fine settimana le mète delle quali erano di solito i santuari toscani: dalla Verna alla Madonna di Montenero. La “frequentazione abituale del Sacro” provocava d’altronde in noi un fenomeno che antropologi e storici delle religioni ben conoscono, vale a dire una certa familiarità con esso che poteva occasionalmente sfociare in modeste e innocenti espressioni d’irriverenza. Trasgressioni pudiche e sorvegliatissime, nulla di neppur lontanamente paragonabile rispetto ad esempio alla satira dissacratoria e provocatrice di “Charlie Hebdo”. Di solito, erano barzellette di quelle che si raccontano gli studenti ginnasiali e che fanno ridere soltanto loro. Una volta, in casa di uno di noi, stravaccati in salotto, ce ne stavamo scambiando alcune accompagnate da fragorosi scoppi collettivi di risa. Era presente la madre del ragazzo che stava ospitandoci in casa sua: stava in un angolo, leggendo un libro, e di tanto in tanto ci trapassava con severe occhiate. Alla fine qualcuno di noi se ne accorse e, con educazione davvero di altri tempi, le chiese se per caso la nostra rumorosa allegria la stesse disturbando. Ricordo benissimo la reazione di quella signora severa: si tolse gli occhiali, socchiuse il suo libro e ci disse più o meno: “Voialtri signorini che siete ben vestiti e andate a scuola potete anche ridere della Madonna: ma ricordatevi che ci sono dei poveri per i quali la fede che voi state canzonando è l’unica ricchezza, e più che offendere Dio le vostre risate di gente ricca offendono loro, che non posseggono altro”. Quanti poveri musulmani che non si sognano neppure di far del male a nessuno sono stati offesi, nel corso di questi anni, dalla “libertà a trecentosessanta gradi” ch’era la bandiera di “Charlie Hebdo”? Quante volte la satira spregiudicata della gente ricca ha violato e umiliato l’unica ricchezza dei diseredati? Ma chi con leggerezza semina vento raccoglie spesso tempeste più impetuose di quanto non avrebbe mai potuto immaginare.

Il secondo caso capitatomi riguarda invece pochi giorni fa ed è relativo alla Giornata della Memoria che si celebrerà tra breve, il 27. Qualche giorno fa un mio vecchio allievo, oggi docente più o meno sessantenne in un liceo fiorentino, mi cerca inopinatamente al telefono invitandomi per un caffè. Ci troviamo dalle parti di Piazza della Repubblica e ci sediamo in uno dei non troppi locali storici fiorentini davvero confortevole (e carissimo). Dopo i soliti convenevoli, mi chiede consiglio (io gli do del tu, ma lui mi dà del Lei e mi chiama, cerimoniosamente, Professore). E’ in procinto di accompagnare i suoi ragazzi e altri della sua scuola in un “Viaggio della Memoria” alla volta di Auschwitz: e, prevedendo non solo visite e conferenze ma anche discussioni in treno e dopocena si è scrupolosamente preparato su tutto quel che riguarda la storia dell’antisemitismo, del sistema concentrazionario nazista e della Shoah. In passato, ha già vissuto quest’esperienza: ma quest’anno la cosa lo preoccupa: “Che cosa debbo fare, secondo Lei? – mi chiede seriamente preoccupato – Sa, i ragazzi son ragazzi: è un po’ difficile riuscire a tenerli sempre attenti, seri e compunti come l’occasione richiederebbe. A volte li ho colti, nei passati viaggi, mentre si raccontavano delle storielle più o meno buffe e più o meno spiritose a proposito dei campi, delle gasazioni, dei forni crematorii e così via. Non credo si tratti di antisemitismo, nemmeno inconscio: comunque, quando li ho colti li ho sempre rimproverati. Ci sono cose delle quali non si può, non si deve ridere”; “Lo sai che questo è l’argomento di fondo de Il Nome della Rosa di Umberto Eco, che anche tu come tanti altri hai fatto leggere ai tuoi ragazzi?”, gli chiedo; “Appunto, Professore – mi risponde -; e mi ricordo anche quel che dicevamo noialtri postsessantottini: una risata vi seppellirà e così via. Ma adesso che colla faccenda del Charlie Hebdo è tornato di moda il Vietato Vietare, mi dice Lei che cosa potrei rispondere a qualcuno di loro che mi obiettasse che quelle barzellette sono soltanto satira, e che far satira è libertà e combatterla è roba da jihadisti?”. Une très bonne question, direbbero nel paese di “Charlie Hebdo”. Alla quale si può forse tuttavia replicare consigliando di sottolineare aporie e contraddizioni di questa come di qualunque altra affermazione in apparenza perentoria. La libertaria direzione di “Charlie Hebdo” non esitò, qualche anno fa, a licenziare in tronco un giornalista il quale, satireggiando un aspetto della vita e del comportamento di Sarkozy, aveva prestato il fianco all’accusa di antisemitismo; d’altronde, il licenziato fece causa e la vinse. Il medesimo giornale, evidentemente paladino di “quasi” tutte le libertà, si fece altresì promotore di una raccolta popolare di firme per lo scioglimento del Front National, insensibile al fatto che ciò sarebbe equivalso a tappare la bocca a milioni di francesi. Tali contraddizioni dimostrano una volta di più che ogni società civilmente costituita ha i suoi inevitabili tabù: da noi si può anche prendere in giro la Madonna e magari offendere sia pure scherzosamente la madre di un interlocutore – i cattolici non sono al riguardo suscettibili come i musulmani, per quanto al riguardo qualcuno se ne lamenti (a cominciar dal papa, a quel che pare) - ma ad esempio la Resistenza e la Shoah sono intoccabili e, riguardo ad esse, qualunque tipo di humour è fuori luogo. D’altronde, resta vero che ogni società ha il Sacro che si merita: a noi occidentali, se ci toccano la Madonna pazienza, ma provino a toccarci i soldi o il petrolio e glielo facciamo vedere noi…

2. L’ISLAM AVANZA. CHE FARE?

L’Islam avanza in tutta Europa, si dice: ed è forse vero. Marine Le Pen, in TV, propone bel et bien di sbarrare la strada ai potenziali terroristi chiudendo le forntiere. E’ una parola: e poi, gli attentatori parigini erano cittadini francesi. E’ un inner enemy, l’Islam? O lo sta diventando? O è un mostro che ci aggredisce dal di fuori e dal di dentro?

Del resto, da molte parti ci vengono suggerite diagnosi e terapie che francamente non convincono granché. E’ stato calcolato che gli stranieri provenienti in Italia dai paesi musulmani sono stati nel 2014 ben 1.600.000, pari al 33% del totale degli stranieri. Continuando così, ci fa sapere il Centro Internazionale Antiterrorismo israeliano, nel 2030 gli immigrati musulmani in Italia saranno 3.000.000, grosso modo il 5% della popolazione o quasi. La statistica è una scienza bella e ingegnosa, ma della quale – ce lo ha insegnato Trilussa – non c’è da fidarsi alla cieca per due ragioni fondamentali. Primo: esiste sempre comunque quella cosa che Vilfredo Pareto definisce l’Imponderabile nella storia, e che impedisce di prevedere il futuro (nonché, per fortuna, tantomeno di ipotecarlo). Secondo, che forse vale anche per i calcoli relativi al rispettivo futuro demografico d’israeliani e palestinesi, che tanto preoccupa i primi da suggerire a molti di loro di procedere con molta cautela nelle prospettive di convivenza con i secondi: esiste una ferrea regola sociostorica secondo la quale incremento demografico e progresso economico e sociale sono inversamente proporzionali. In una parola, più la gente migliora il proprio tenore sociale e magari culturale e meno figli mette al mondo (perfino il papa richiama alla procreazione responsabile, citando i proverbiali conigli come esempio da non imitare). E allora, poniamo che una buona volta il sistema internazionale di poteri politici e lobbistici che ormai egemonizza il mondo e ne gestisce le ricchezze si decida a rendersi conto che, anche nell’interesse di lorsignori che lucrano sull’ingiustizia e sulla miseria, un po’ di sviluppo bilanciato e di redistribuzione della ricchezza farebbe bene a tutti. Se non vogliono favorirlo per spirito umanitario o per senso di giustizia, lo facciano per sano egoismo preventivo. Ad esempio, lasciate all’Africa un po’ di proprietà delle sue materie prime e consentite sul serio ai suoi popoli di costruirsi gli strumenti per accedere al loro sfruttamento: e vedrete che la gente che ora si affida ai battelli clandestini che a caro prezzo la trasportano a Lampedusa (quando va bene), e che pare siano un gran bel business per al-Qaeda e per l’IS che trafficano merce umana tra Siria, Egitto e Africa centrale - tra gli organizzatori di quella “tratta dei disperati” sembra esserci il jihadista e manovriere Abdel Raouf Qara - diminuirà drasticamente.

Poi ci sono i pazzi furiosi, o gli irresponsabili demagoghi pseudoesperti, i quali sostengono che l’Islam è un pericolo in quanto tale, sempre e comunque, tutto in blocco, jihadista o sedicente “moderato” che sia, e che le moschee sono sempre e comunque centri di aggregazione terroristica anche quando non sembra e anche quando i loro gestori non vogliono, che insomma siamo ormai in guerra aperta e senza quartiere e che l’unica arma di possibile difesa è la sistematica repressione per non dire la persecuzione alla faccia di tutti i diritti dell’uomo e di tutti i nostri princìpi di tolleranza.

Ora, chi avendo il potere di accedere ai media e d’influenzare pertanto l’opinione pubblica specie nei suoi strati più fragili e culturalmente sprovveduti si assume la responsabilità di avvelenarla fino a questo punto, deve quanto meno trovare il tristo coraggio di suggerire anche le terapie a suo avviso praticabili. Che facciamo, per impedire il dilagare della peste musulmana? Chiudiamo i confini, blindiamo gli aeroporti, coliamo sistematicamente a picco i natanti sul Canale di Sicilia, espelliamo tutti gli espellibili e proibiamo ai pochi superstiti qualunque tipo di apostolato e perfino di pratica religiosa? Quando si perseguita una fede religiosa perché la si vuole sradicare (come NON HANNO FATTO QUASI MAI quanto meno sistematicamente e continuativamente i musulmani, e come invece hanno MOLTO SPESSO fatto i cristiani, dal mondo romano del V secolo all’Europa continentale dei secoli VIII-XV alla Spagna della lotta contro moriscos e marranos al Nuovo Mondo, all’Europa delle “guerre di religione” cinque-seicentesche), la si perseguita con durezza: ma allora essa o scompare o si rafforza, come successe ai cristiani dei secoli I-IV (“il sangue dei martiri è seme di nuove conversioni”, scriveva Tertulliano). Decidiamoci: volgiamo sterminarli senza scrupoli oppure seminare persecuzione per raccogliere nuovi adepti del jihad?

Se viceversa vogliamo provar a ragionare, anche nella prospettiva che il proselitismo musulmano tra noi inevitabilmente cresca nei prossimi anni guadagnando adepti fra gli occidentali e portando in Occidente nuovi immigrati islamici, allora non c’è scelta: bisogna affiancare una ragionevole e rigorosa ma non pregiudizialmente repressiva sorveglianza al rispetto, al dialogo, alla conoscenza reciproca, alle misure che favoriscano l’integrazione, la convivenza, la reciproca comprensione. I tre poli di questa dinamica positiva non possono non essere l’incontro, la scuola, il lavoro: questi sono i naturali territori nei quali deve avvenire quello. Ci vogliono tempo, pazienza, comprensione, rispetto e interesse reciproco. Chi conosce un po’ della civiltà musulmana, se è persona di intelligenza e di cultura normali, non può non amarla: ma bisogna tener presente che oggi esistono molti, che pur si dicono e sono convinti di essere musulmani, che sono i primi a non conoscerla.

Ma tutto ciò non vale nulla senza una considerazione preliminare. Perché avanza l’Islam, anche tra noi, e non necessariamente soltanto negli strati subalterni o sottoproletari? Per le fedi religiose vale quel che vale anche per la politica: il vuoto non esiste; esso, appena si crea, viene subito riempito. Troppo presto e a torto, nel corso del XX secolo, il progressismo e il materialismo imperanti ci hanno trasmesso l’errata lezione della necessaria e inevitabile “eclisse del Sacro”: il bisogno del Divino, ci spiegavano, è radicato nell’ignoranza, nella miseria, nella paura, nel dolore; le Magnifiche Sorti e Progressive dell’Occidente stanno vanificando con gli strali della loro luce quelle tenebre oscure; presto l’umanità sarà liberata da quel che resta del fantasma di Dio.

Non è successo. Il Progresso e il Benessere (di alcuni) non sono riusciti a portar la felicità sulla terra, quella felicità alla ricerca della quale sostenevamo di aver diritto nella nostra civiltà assetata sempre e solo di diritti di ogni tipo. Al contrario, la concentrazione della ricchezza e la violenza della Modernità matura (che al colonialismo “classico” e allo schiavismo ha sostituito la tirannia del profitto e le crescenti ingiustizia e disuguaglianza sociale nel mondo) hanno prodotto stanchezza e disgusto per una società che magari si ostinava nel continuar a dichiararsi cristiana e affondava sempre più nell’ateismo e nel materialismo pratici ed essenziali. Abbiamo respinto e sconfitto l’ateismo del “socialismo scientifico” che, alla prova della realtà, si è rivelato un’inefficiente e plumbea tirannia; non siamo riusciti a respingere il materialismo pratico e l’ateismo asservito ai falsi dèi del profitto, del successo, del consumo, che hanno de facto cancellato la Cristianità per sostituirla con un miserabile postcristianesimo nel quale la fede è tollerata solo se “individuale” e “intima” (il che è un profondo non-senso: la fede è amore del prossimo, la fede si manifesta nelle opere). L’Islam non ha intaccato, nel suo dilagare, il cristianesimo ch’era già stato attaccato dal laicismo: ha invece a sua volta attaccato l’ateismo e le sue conseguenza, cioè il disorientamento, la sfiducia, il vuoto della disperazione. L’Islam ha riportato Dio al centro del mondo e della storia: e al di là dei suoi eccessi e perfino dei suoi errori ha in ciò costituito un modello e un esempio per la rinascita cristiana, per la vera riconquista cristiana. Questa è la sola plausibile crociata che un cristiano può oggi auspicare, emulando l’Islam nel dialogo e sfidandolo nella comune fede in un Dio onnipotente, misericordioso e compassionevole.


Minima cardiniana, 57

Domenica 18 gennaio. II Domenica del Tempo Ordinario. S. Margherita d'Ungheria. 101a giornata mondiale dei migranti e dei rifugiati

“…voi non appartenete a voi stessi. Infatti siete stati comprati a caro prezzo…”
(perché I cattolici ricordino con queste parole della Prima Lettera di Paolo ai Corinzi che secondo la loro fede nulla, nemmeno la nostra stessa vita, ci appartiene: ci è stata prestata e ne siamo responsabili. Da tener presente contro ogni tentazione di simpatizzare con tesi del tipo “Il corpo è mio e lo gestisco io” oppure “La mia libertà è illimitata e non deve tener conto di quella altrui”).

- UNA PROSPETTIVA DEL TUTTO CONDIVISIBILE (E PERTANTO IMMEDIATAMENTE SILENZIATA) A PROPOSITO DELLE STRAGI DI PARIGI -

LA STRATEGIA DEL CALIFFO – Un amico ha inviato il 14 gennaio scorso questa lettera a Corrado Augias per la sua rubrica su “Repubblica”:

“Gentile Augias, condivido in pieno l'orrore per le stragi di Parigi e la soddisfazione per la reazione dell'Europa. Ma perché si va protestando che gli islamisti "odiano le nostre libertà", "la nostra tolleranza", che noi siamo "liberté, égalité, fraternité" e che l'Europa è fondata su questi valori? Dovrebbe essere fondata su di essi; ma la fraternité ce la siamo scordata da tempo; dell'égalité si parla poco e solo di rado la si pratica. Men che mai le abbiamo praticate nel rapporto con asiatici e africani, musulmani e non. Verso di loro abbiamo applicato i nostri disvalori (che hanno sempre accompagnato i nostri valori, come faccia oscura di uno stesso pianeta): libertà di essere avidi, sopraffattori, sfruttatori, egoisti, cinici; libertà nel consumismo e nella mercificazione, che mettono in serio pericolo gli autentici valori spirituali dell'Islam e di altre culture (cominciando dalla nostra). No, non ci odiano perché siamo liberi; ci odiano perché presentiamo come libertà e progresso una realtà basata sull'ingiustizia e sull'amoralità. Rifondiamo l'Europa sui suoi valori autentici di giustizia, e allora sarà possibile l'incontro con altri popoli di tradizioni culturali millenarie. Già un secolo fa Conrad ha visto nel profondo dell'Europa un “cuore di tenebra”: solo prendendone coscienza e combattendolo potremo ridare all'idea di libertà il suo valore inestimabile”.

Parole nobilissime; prospettiva ineccepibile; proposta condivisibile. Non risulta che a tutt’oggi la lettera, pur firmata da uno studioso di fama, sia stata pubblicata. Intanto, però, le notizie che ci arrivano dalla Francia e dal mondo non sono confortanti.

Intanto, i cinque milioni di copie del nuovo “Charlie Hebdo” diffuse a tempo di record hanno avuto il loro immediato effetto, com’era ohimè fin troppo facile aspettarsi: indignazione in tutto il mondo musulmano per nuove vignette considerate offensive e blasfeme (certo, il diritto alla libertà d’espressione, ci mancherebbe: ma era davvero opportuno servirsene senza discrezione, provocatoriamente, gettando benzina sul fuoco?); assalti a chiese cattoliche nel Niger, con sette morti (truce ironia degli eventi: per molti musulmani Occidente e Cristianità fanno tutt’uno e si assaltano le chiese cattoliche in ritorsione per le vignette pubblicate da un giornale anticlericale); a Gaza imbrattato il centro di cultura francese; in Inguscezia migliaia di manifestanti per strada; il presidente afghano Ghani parla (e come dargli torto?) di “irresponsabili vignette sul Profeta”.

Più grave ancora la notizia secondo la quale un numero imprecisato di cittadini francesi di religione ebraica si appresterebbe a lasciare la propria patria “dove non si è più sicuri”, “dove si può morire solo perché si è ebrei”. E’ il contraccolpo dell’eccidio del 9 scorso nel supermarket kasher della Porte de Vincennes, ma forse anche – e soprattutto – dell’allocuzione dell’11 tenuta dal presidente Nethanhyahu nella Synagogue de la Victoire. “Israele è la vostra casa”. Invito alla Alyah, a un nuovo Esodo. In altri termini: cambiate patria. Il tutto detto esplicitamente da un capo di stato straniero in visita e in presenza del capo di stato del paese ospitante. Certo, “Bibi” non è mai stato un gentleman e Hollande è uno che gli schiaffi in faccia se li tira: ma l’episodio è stato obiettivamente inammissibile. Eppure si è verificato: e se in seguito a ciò dovesse sul serio verificarsi l’Esodo di anche solo qualche centinaio di ebrei francesi, il governo guidato da colui che è in gran parte responsabile dell’evento non esiterebbe senza dubbio a requisire nuove porzioni di quel territorio palestinese che ormai non esiste quasi più per insediarvi quei nuovi cittadini, quei correligionari, costretti a fuggire di nuovo dall’Europa come accadeva un’ottantina di anni fa. Né vale obiettare che oggi, in Francia come in tutto l’Occidente, gli ebrei sono sì minacciati: ma non lo sono di meno i cristiani, i musulmani e gli agnostici.

La cosa, già gravissima in sé, acquista toni sul serio inquietanti se la poniamo in rapporto con quanto è tornato a sottolineare al riguardo uno dei più seri, competenti ed equi osservatori delle cose vicinorientali, il politologo e islamologo Gilles Kepel, riprendendo un argomento da lui già affrontato nel suo libro Oltre il terrore e il martirio (Feltrinelli). La chiave di tutto sta in un appello-progetto elaborato anni fa, nel 2004, da un ingegnere siriano allora legato a Bin Laden e noto con il laqab di Abu Nussab al-Suri (appunto, “il Siriano”), che fece girare su internet un chilometrico documento dal titolo Appello alla resistenza islamica globale che quasi tutti da noi ignorarono e pochissimi presero sul serio giudicandolo probabilmente astratto e velleitario. Egli, criticando la strategia terroristica che aveva condotto all’11 settembre 2001, sosteneva che non erano gli Stati Uniti a dover essere attaccati bensì l’Europa, e al tempo stesso non già da gruppi di terroristi subordinati a un rigido comando centrale bensì da liberi appartenenti a una minoranza islamica radicale o disposta a lasciarsi educare in direzione estremistica ma lasciati poi liberi di affidarsi alla loro iniziativa tattica con il solo indirizzo strategico di compiere azioni tendenti a scatenare il Europa il pànico e la guerra civile indiscriminata sia tra i musulmani (appunto la fitna), sia tra musulmani e non musulmani. Tra gli obiettivi degli attentati al-Suri indicava gli ebrei, che però andavano colpiti fuori delle sinagoghe: appunto come avrebbe fatto Merah nel 2012 a Tolosa, Memmouche nel 2014 al Museo Ebraico di Bruxelles, Coulibaly il 9 gennaio 2015 alla Porte de Vincennes. Poi, bisognava colpire gli “apostati”, i musulmani in un modo o nell’altro troppo legati ai kuffar, agli “infedeli”: come il poliziotto francese musulmano Ahmet Merabet, ucciso il 7 da uno dei due fratelli Kaouchi. Infine, era necessario attentare a intellettuali e ad artisti esplicitamente impegnati contro l’Islam nel suo complesso, in modo da ostacolare qualunque forma di dialogo e approfondire il fossato tra “fedeli” e “infedeli” rendendo irreversibile l’aggravarsi di quello che secondo molti sarebbe lo “scontro di civiltà”.

Un’utopia rivoluzionaria: ecco la sostanza del pensiero strategico di al-Suri. Ma in che cosa consiste un’utopia rivoluzionaria? Esattamente nel mentire oggi programmando le cose in modo che, in futuro, la nostra menzogna si trasformi in realtà; quindi, nello specifico, sostenere la realtà e la necessità dello scontro fra musulmani e musulmani e fra musulmani e non, che non è né nella volontà né nelle realistiche aspettative della stragrande maggioranza dei circa tre miliardi e mezzo di persone che oggi al mondo sono cristiani, ebrei e musulmani, facendo in modo che esso inevitabilmente si verifichi. Secondo Kepel, una decina di anni fa la proposta di al-Suri fu scartata dai vertici di al-Qaeda, allora fedeli a un principio gerarchico “leninista” di prassi rivoluzionaria gerarchica e piramidale e timorosi che azioni di cellule isolate comportassero il rischio non solo dell’avventatezza, ma anche della rapida infiltrazione e quindi della distruzione. Ma oggi, osserva Kepel, “You Tube, Twitter e Face Book… consentono il cosiddetto fishing informatico negli enormi spazi di arruolamento creati dai socialnetwork…”; inoltre “la decomposizione delle rivoluzioni arabe offre al prezzo di un volo low-cost il facile accesso ai campi di addestramento jihadisti, dietro l’angolo dell’Europa. Istanbul, per esempio che grazie al flusso del turismo di massa si raggiunge con due lire senza visto, è oggi l’ingresso di quest’altro turismo jihadista, che porta i figli delle banlieue verso gli orrori dello stato islamico” (“La Repubblica”, 14.1.2015, p. 14). Attaccare l’Europa e gli ebrei d’Europa, per “costringerli” a emigrare in Israele e quindi, in conseguenza del loro forzoso insediamento entro già troppo ristretti confini, indurre il governo israeliano ad ampliare i confini della sua annessione de facto dei territori palestinesi necessari ai nuovi insediamenti; e con ciò spingere la crisi vicino-orientale, già grave, ai limiti dell’esplosione. E’ questo il piano del califfo al-Baghdadi? E’ questa la ragione perché egli sistematicamente e non certo casualmente esclude dai suoi attacchi (forsennati ma generici) contro “l’Occidente” e “gli ebrei” proprio gli Stati Uniti e Israele? Ed è questo il punto di congiunzione dove gli opposti ma convergenti progetti geopolitici dei servizi statunitensi, israeliani e califfali potrebbero incontrarsi, in un Armageddon che avesse come teatri contemporanei Europa e Vicino Oriente? Quod Deus avertat!

Per fortuna qualcosa si muove anche dall’altra parte, quella di chi lavora per la comprensione reciproca e la convivenza. Pian piano, incertamente, timidamente. Sempre su “La Repubblica” del 14, pp. 18-19, Vittorio Zucconi racconta la storia del diario di un ragazzo mauritano, Mohamedou, che ha passato dodici anni della sua vita prigioniero a Guantanamo. Era la matricola 760 di quell’infame Lager democratico che il presidente Obama ha l’onta di aver promesso da anni di far chiudere e di non esserci mai riuscito. Mohamedou ha confessato sotto tortura crimini mai commessi: del resto, non era difatti mai stato incriminato (solo imprigionato e torturato contro ogni possibile forma di legge e di legittimità). Il libro autobiografico che narra la sua allucinante esperienza sarà pubblicato in 20 paesi contemporaneamente: c’è da sperare che abbia nel mondo un effetto mediatico paragonabile a quello di Le mie prigioni di Silvio Pellico nell’Italia dell’Ottocento. E che incoraggi l’incerto presidente Obama a tener fede alla promessa già pronunziata molti anni fa e mai onorata finora: chiudere la vergogna del Lager di Guantanamo, risarcire onorevolmente i sequestrati e seviziati, chieder perdono a loro e alle loro famiglie. Una mossa del genere nuocerebbe al califfo più della scoperta di cento covi jihadisti in Europa e dell’arresto di mille terroristi.

- NOI E L’ISLAM. DOMANDE E RISPOSTE PER AFFRONTARE LA CRISI -

Accetto con moltissimo disagio (tante sono le cose da fare), ma anche con il solito incosciente e facinoroso piacere la sfida di un amico che, pensandola in modo diverso dal mio ma con sereno spirito critico, mi rivolge alcune domande su temi a suo avviso – e anche a mio – fondamentali al riguardo.

1. Ancora una volta il cuore della civiltà occidentale è colpito dal terrorismo islamico. Possiamo ragionarci su quanto vogliamo ma sta di fatto che se non tutti gli islamici sono terroristi oggi, ormai da molto tempo tutti i terroristi sono islamici.

Per la verità in tutto il mondo si stanno segnalando attentati terroristici gravi o leggeri di varia matrice: quindi l'affermazione è in sé inesatta. Se poi mettiamo in discussione la nozione ufficiale e ristretta di terrorismo, la cosa cambia del tutto aspetto. Colpire con aerei o con droni oppure bombardare per rappresaglia unilateralmente valutata e decisa obiettivi isolati o centri demici praticamente indifesi (salvo poi parlare delle vittime dicendo che "si facevano scudi umani" dei bambini: come si fa a farsi scudi umani quando si è vittime di un bombardamento?) è a sua volta terrorismo in senso proprio, in quanto azione violenta atta a spargere terrore.

2. La distinzione tra Islam moderato e Islam fondamentalista è un’invenzione occidentale: la verità è che i musulmani ci considerano infedeli e come tali nutrono nei nostri confronti un atteggiamento ostile. Non è un caso se nel corso della storia Cristianità e Islam tante volte sono venuti alle armi.

Cristianità e Islam, finchè c’è stata una Cristianità (vale a dire una società che anche sotto il profilo civile, giuridico, culturale si ispirava a principi cristiani come tali riconosciuti), e quindi Occidente moderno, quindi laico, e Islam, sono appunto "tante volte venuti alle armi" (sempre meno di quanto non abbiano fatto i cristiani e/o gli europei fra loro). Ma più spesso hanno allacciato rapporti economici, commerciali, diplomatici, culturali. Quanto alla distinzione tra "moderati" e "fondamentalisti", è vero: è occidentale e arbitraria (tanto è vero che l'Occidente mostra di considerare in pratica moderati anche gli emiri della penisola arabica, che religiosamente parlando tali non sono ma tali vengono dichiarati ad honorem in quanto alleati e partners economici). In realtà l'Islam è una realtà immensa, quasi un miliardo e mezzo di persone, che non conosce istituzioni religioso-giuridiche normative (cioè vere e proprie "Chiese") universalmente e concordemente tali considerate, ma che si organizza come un insieme di gruppi, sodalizi, scuole giuridiche, organizzazioni caritative, sètte mistico-religiose ecc.; esso non ha né un centro né un possibile profilo gerarchico al suo interno. Quindi, quando ci si rivolge ad esso, ogni gruppo va studiato come una realtà a se stante, più o meno come accade per le sette cristiane protestanti (salvo le grandi Chiese riformate).

3. E’ vero che anche il mondo occidentale ha conosciuto l’intolleranza religiosa e la sovrapposizione tra religione e autorità statale: ma noi da tempo siamo usciti dal medioevo e abbiamo separato politica e religione. L’Islam invece vive ancora sotto la legge coranica, e da questo medioevo non sembra avere alcuna intenzione di uscire.

Il medioevo è una dimensione della storia solo occidentale e per giunta convenzionalmente elaborata: non è una fase necessaria che la storia di tutte le società umane debba forzatamente attraversare. Esso è stato “inventato” da umanisti tre-quattrocenteschi convinti che si potesse tornare a quella che a loro avviso era la “perfezione” della civiltà romana , raggiunta nell'età augustea, e che a separare essa da loro ci fosse solo la palude di un “tempo-di-mezzo” impregnato di barbarie e di fanatismo. A rigore, “medioevo” non è nemmeno una definizione: è una non-definizione, se non un’antidefinizione. L’Occidente moderno, che lo ha inventato e ha al tempo stesso inventato se stesso, deve far attenzione a non ricaderci: ammesso (e assolutamente non concesso) che ciò, in termini propri, sia un vero problema storico. Le società musulmane sono strutturate in altro modo e non hanno mai scelto una distinzione netta e definitiva tra sfera religiosa e sfera civile e giuridica: il che, nella realtà storica e contrariamente a quel che noi pensiamo, ha però significato molto spesso, fino a tempi recentissimi, un prevalere della politica sulla religione. Il più grande sultano ottomano del Cinquecento, che noi conosciamo come Solimano “il Magnifico”, nel mondo musulmano è noto come 'al-Qanuni', il restauratore del Canone di Giustiniano (non della shar'ia).

4. Come minimo dovremo far valere la legge della reciprocità: perché consentiamo a tante moschee di essere costruite e operare nel nostro territorio, diventando spesso centrali dell’odio senza chiedere ai paesi islamici di farci costruire altrettante Chiese cattoliche?

Una condizione giuridica indefettibile, per consentir l’applicazione del principio della reciprocità, è che essa venga esercitata tra soggetti suscettibili di porsi su un piano e un livello di omogeneità: ad esempio due stati, o due imprese, o due soggetti che esercitino la stessa attività. E' ovvio che “Occidente” e "Islam" non sono due realtà omogenee né paragonabili, oltre a corrispondere entrambi a concetti largamente generici, all'interno dei quali si muove una molteplicità di valori, di istituzioni, di modi concreti di vivere e di pensare. Tra chi dovrebbe quindi esercitarsi tale omogeneità? Per esempio tra due stati? L'Italia, che è un paese laico per quanto abitato da una maggioranza di cittadini che si dicono o che vengono sociologicamente considerati cattolici, potrebbe ad esempio avviare una seria procedura istituzionale e diplomatica tesa a ottenere la reciprocità nell'apertura di luoghi di culto cattolico con ciascun paese musulmano. Ma con quale? Con l'Egitto, o la Giordania, o la Turchia, che hanno già comunità cristiane fiorenti e rispettate (anche se di questi tempi la sicurezza è purtroppo sempre pericolante)? O con l'Iraq e la Siria, dove tali comunità erano sicure prima che, per colpa degli occidentali, tutto si scompigliasse? O con gli emirati arabi, dove i cristiani sono pochissimi e i regimi emirali seguono la shar'ia ma sono alleati e partners commerciali e sicuri dei nostri governi i quali non hanno affatto voglia di crear problemi a tale armonia per motivi religiosi, né avrebbero - come governi appunto "laici" - il diritto di farlo? E se i nostri governi laici lo facessero, come la metteremmo con i cittadini non-credenti, o ebrei, o buddhisti, che magari potrebbero protestare per tale trattamento di riguardo accordato ai cristiani e che non li riguarda? E ancora, ammettendo che il nostro governo – facendosi indebitamente paladino della libertà della Chiesa – insistesse presso il re dell’Arabia saudita per l’apertura di chiese sul suo territorio, e ne ricevesse un rifiuto, dovrebbe per questo chiudere le moschee italiane impedendo di pregare anche a quei musulmani che non sono sudditi sauditi? Comunque lo si voglia affrontare, quest'argomento della “reciprocità” è giuridicamente, diplomaticamente e politicamente impraticabile. A livello morale, poi, è addirittura spregevole: se noi occidentali siamo sicuri dei nostri fondamenti etici che poggiano sulla tolleranza di lockiana e voltairiana memoria, non possiamo certo deflettere dai nostri convincimenti con l'alibi che gli altri non seguono i nostri princìpi. Io, come occidentale che crede fermamente nella tolleranza, mi rifiuto di obbedire a un emiro: come invece farei di fatto praticamente, se venissi meno ad essa con l'alibi che egli non intende accedervi e mi adeguassi quindi a lui.

5. C’è poco da fare, siamo in guerra. Dall’11 settembre a oggi, da New York a Parigi, le organizzazioni terroristiche, che siano Al Qaeda o Isis, fanno viaggiare il loro fanatismo sulla canna dei kalashnikov. Possiamo continuare a contrapporre a questa violenza una patetica idea di dialogo?

C'è poco da fare, siamo in guerra. Lo siamo forse dal 1918, quando le potenze vittoriose della prima guerra mondiale ingannarono il mondo arabo, al quale avevano promesso unità e libertà in un regime che si sarebbe rapidamente occidentalizzato, quello dello sceriffo della Mecca Hussein che aveva sollevato gli arabi contro il sultano di Istanbul (nonostante egli fosse anche califfo) e che era un sincero liberale e ammiratore soprattutto di Sua Maestà Britannica: inglesi e francesi gli avevano promesso una 'Grande Arabia Libera' e invece si spartirono il mondo arabo sottomettendolo al regime dei mandati. Certo, siamo in guerra: da quando con l'alibi della cattura di Bin Laden senza prove autentiche delle sue responsabilità nei fatti dell'11 settembre gli USA e i loro complici hanno aggredito nel 2001 l'Afghanistan (allora governato da quei talibani che gli statunitensi stessi avevano introdotto in Afghanistan dall'Arabia saudita e dallo Yemen ai tempi della guerra contro l'occupazione sovietica), e da quando nel 2003 hanno aggredito l'Iraq di Saddam Hussein sventolando la balla delle “armi segrete di distruzione di massa”, che ora stanno di nuovo montando contro la Siria. Siamo in guerra da quando nel 2011 francesi e britannici hanno sostenuto, finanziato e armato gli oppositori di Gheddafi in Libia e di Assad in Siria pur sapendo bene che tra loro c'erano gruppi fondamentalisti (e ora Hollande ha la faccia di bronzo di sventolare il “pericolo fondamentalista”, che egli ha contribuito ad accrescere). Siamo in guerra da quando le lobbies multinazionali in combutta con i governi occidentali e le classi dirigenti corrotte locali hanno cominciato a spogliare l'Africa di tutte le sue ricchezze provocando la disperata reazione di persone che hanno finito per accedere ai ranghi di organizzazioni fanatiche come il Boko Haram. Solo che, in tutti questi fatti, mi sfugge qualcosa che la domanda ha affermato: quale sarebbe la “patetica idea di dialogo” che l'Occidente starebbe portando avanti? Quella delle aggressioni militari o quella delle spoliazioni messe in atto dalle multinazionali?

6. Consentire a milioni di immigrati di entrare sul nostro territorio vuol dire far passare di fronte ai nostri occhi il cavallo di Troia del fanatismo islamico: la nostra cultura democratica e cristiana ci impedisce di chiudere le frontiere di fronte ai perseguitati politici e agli affamati; ma dovremmo ridurre drasticamente il numero di chi viene accolto e controllare ogni persona che arriva da un paese islamico accertandoci del suo atteggiamento verso le nostre società.

Temo che, nel consigliarci l’accoglienza, la nostra cultura democratica e cristiana c'entri poco. C'entra, invece, il fatto che finché servono come manodopera a buon mercato, magari al nero, quegli immigranti sono ben accetti. E c'entra quello che il sistema di spoliazione sistematica delle risorse soprattutto del continente africano, messo in atto dalle nostre lobbies con l'appoggio dei governi sia nostri sia locali (questi ultimi da esse del resto messi in piedi, appoggiati e foraggiati), ha da tempo ridotto il continente africano alla miseria e alla disperazione, come ben sanno i nostri missionari e i nostri operatori umanitari. Stiamo proseguendo sulla via dello “scambio asimmetrico”, già inaugurato del nascente colonialismo nel XVI secolo: non importiamo da loro manodopera e materie prime al prezzo che stabiliamo noi, esportiamo alla loro volta prodotti finiti e “valori immateriali”, come la Libertà e i Diritti Umani, sempre al prezzo che stabiliamo noi. E, con questa premessa, poi ci meravigliamo della “guerra asimmetrica”? Ma siamo sicuri di lasciar davvero loro altra scelta, se non l'alternativa tra affogare nel Canale di Sicilia o prendere le armi?.

7. A chi obietta che molti terroristi sono cittadini europei perché figli di immigrati nati in Europa la risposta sta in una forte stretta sulla sicurezza: sappiamo dove i ragazzi islamici si incontrano, che siano moschee o quartieri interi, e dove nascono i centri di indottrinamento alla violenza. Dobbiamo rafforzare i controlli di polizia e la presenza militare in quei territori. I buoni musulmani non avranno nulla da temere.

Bene: ammettiamo pure di conoscere davvero i centri di reclutamento dei terroristi e di addestramento alla violenza: allora il gioco è fatto. Basta chiuderli ed arrestarne i responsabili. Ma se abbiamo solo indizi e sospetti, allora la “stretta di sicurezza” è necessaria, ma insufficiente. Da sola, la “stretta di sicurezza”, a parte i costi e le difficoltà organizzative e pratiche (siamo davvero sicuri di conoscerli, i centri ‘dove nascono i centri di indottrinamento e di violenza’? siamo certi che le moschee siano tutte e sempre tali? Ne abbiamo le prove? Se fossimo nei loro panni, accetteremmo pacificamente di venir sorvegliati durante le nostre attività religiose e culturali sulla base di un pregiudizio, salvi i casi di illegalità comprovate?) contribuirebbe a creare nuove ostilità e si risolverebbe in un potente aiuto alla propaganda terroristica, vale a dire che conseguirebbe esattamente gli effetti contrari rispetto a quelli che vogliamo. Per evitare ciò, bisogna accompagnare la “stretta di sicurezza” a un’organica e capillare politica dell’accoglienza: e qui in primo piano entrano le scuole, i sodalizi culturali e assistenziali a tutti i livelli, le iniziative che creino occasioni d’incontro e di scambio. C’è un modo sicuro per odiare la cultura dell’Altro: ignorarla e ritenerla quindi pregiudizialmente inferiore o pericolosa. E c’è un modo sicuro per amarla e ammirarla: imparare a conoscerla. Io non sono né un arabista né un islamista, ma ho qualche esperienza orientalista sul piano storico-antropologico: in quanto cattolico, non ho mai amato tanto la tradizione cattolica come ho fatto da quando ho imparato ad apprezzare quello che ad esempio la teologia musulmana dice, scrive e pensa sulla Vergine Maria.

8. Oltre alle misure di sicurezza dobbiamo rilanciare con forza la nostra identità europea, fondata sulle nostre tradizioni, sulla nostra civiltà greco-romana, sulle radici cristiane della nostra libertà. Solo attraverso una rinnovata fiducia in noi stessi potremo farci rispettare anche dagli altri.

Certo: ma bisogna agire con la ferma consapevolezza che non v’è identità che non sia imperfetta e dotata di una sua dinamica interna, che non v’è tradizione che non debba qualcosa nella sua genesi alle tradizioni altrui. Le nostre radici sono ellenistico-romane (le definirei così piuttosto che propriamente greco-romane, poiché la cultura ellenica entrata in Roma fra IV e II sec. a. C. era già fortemente passata attraverso la sintesi ellenistica da essa attingendo a molteplici valori culturali “orientali” (cioè soprattutto egizi, caldei, siromesopotamici, persiani). Poi, con il cristianesimo, giunsero gli influssi ebraici, neoplatonici, gnostici. Poi ecco il contributo dei popoli “barbari”: gli illirici, i celti, i galli, i germani, gli arabo-musulmani. La coscienza della relatività delle differenze e dell’abbondanza delle analogie e delle somiglianze tra la nostra cultura e quelle altrui non potrà che accrescere il senso di vicinanza e facilitare dialogo e convivenza.

- ISLAM E TERRORISMO. UN NUOVO ROMANZO E UN “VECCHIO (ATTUALISSIMO) SCRITTO

Si può dire a pochi giorni dalla sua edizione nell’originale francese l’ultimo libro di Michel Houellebecq, il romanzo Soumission (pubblicato da Flammarion) – un caratteristico esempio di “successo annunziato” -, ha già una versione italiana (Sottomisione, pubblicato da Bompiani). E’ un caso di “triste fortuna”: dal momento che esso parla di una Francia futuribile nella quale trionfa in libere elezioni un candidato musulmano “moderato” che in modo soft, con le armi di una corruzione strisciante e sorniona, riesce ad assoggettare il paese a un regime che poco a poco ne assopisce la vitalità e le capacità immergendole nel bagno tiepido di una società nella quale prevalgono l’agricoltura, l’artigianato, le piccole imprese, la moralità comunitaria e familiare eccetera; insomma, una Francia egemonizzata da un’ideologia religiosa che la riduce all’antimodernità e che per questo piace anche a molti cattolici, magari tradizionalisti. Insomma, alla fine la Francia cade vittima di una sorta di congiura islamo-cattolica scopo della quale è la restaurazione di un regime di vita patriarcale.

Michel Houellebecq è una strana figura di uomo e d’intellettuale votato alla marginalità, incurante del suo aspetto (è noto che per incuria si lasci cadere i denti), i libri del quale – e i loro personaggi - sono perennemente sospesi fra erotismo e frustrazione. Negli ultimi anni, era riuscito tuttavia a farsi una fama cavalcando l’islamofobia su corse simili a quelle della signora Bat Ye’or, una britanno-egiziana nota per aver immaginato una futura Europa divenuta “Eurabia”, che abbia abdicato alle sue radici cristiane (come se non lo avesse già fatto da tempo…) e che è caduta preda del missionarismo musulmano.

Su “Le Monde”, e quindi sul “Corriere”, Emmanuel Carrère pone Soumission sulla stessa linea di 1984 di Orwell e di Il migliore dei mondi di Huxley: una linea “profetica” stando alla quale, nel 2022, la Francia diverrebbe uno stato musulmano.

La “triste fortuna” consiste nel fatto che questa “visione-profezia” è contenuta in un libro uscito si può dire contemporaneamente alle stragi parigine del 7-9 scorso: e si può prevedere che ciò lo condurrà a un picco inaspettabile e inatteso di vendite, come il nuovo “Charlie Hebdo” che non arrivava alla ventina di migliaia di copie e che, nel giorno della sua resurrezione dopo l’attentato, ne ha vendute tre milioni e quindi altri due in tutto il mondo. Vero è, e va detto, che Houellebecq ha rinunziato a qualunque forma di pubblicità diretta: ma la forza delle cose procede per conto proprio, e il libro diventerà, al pari di quel che accadde dopo l’11 settembre per La rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci, se non una lettura quanto meno un oggetto d’acquisto e di ostentazione per tutti gli islamofobi che temono la futura “Eurabia”.

E, dal momento che già molti vanno di nuovo ripetendo che “Oriana aveva ragione”, stimo non sia male seguire il consiglio di un caro, fedele e vecchio amico, Luigi de Anna, che divide ormai il suo tempo tra la Finlandia e il sudest asiatico e cha a mo’ di promemoria m’invia uno scritto – che peraltro già ben conoscevo: ma che mi ha fatto piacere rileggere per constatarne l’impressionante lungimiranza – uscito quasi tre lustri fa dal cuore di un altro amico carissimo, purtroppo prematuramente scomparso. Ve lo propongo così come me lo ha mandato Luigi, rispettando i suoi grassetti e la sua preziosa meditazione conclusiva.

“Leggere questo scritto richiede circa 20 minuti. Continua...


Minima cardiniana, 56

Domenica 11 gennaio. Battesimo di Nostro Signore Gesù Cristo

…MAIS JE NE SUIS PAS CHARLIE…

Credo che almeno una volta nella vita di ciascuno di noi sia accaduto di sentirsi coinvolgere e quasi trascinare dal caleidoscopio misterioso e inquietante delle coincidenze e delle sincronicità: e di essersi chiesto se tutto ciò non rappresenti un messaggio, un presagio. A me è accaduto proprio nella prima settimana di quest’anno: un breve periodo che avevo da tempo deciso di consacrare a un viaggio che mi avrebbe portato ancora una volta, dopo alcuni anni, in un paese che conosco abbastanza e che amo: la Giordania. Avrei voluto rivisitare con calma   soprattutto le sue memorie crociate, oggetto di studi che ho negli ultimi tempi un po’ lasciato da parte, mai però abbandonati: i castelli crociati di Kerak (il “Kerak di Moab”, la Petra Deserti), di Shauwbak (il “Kerak di Montréal”) e soprattutto quello di al-Wouhaira sito non lontano dalla splendida “città morta” di Petra e lungamente studiato con entusiasmo da un’équipe di archeologi medievisti dell’Università di Firenze guidata dall’amico e collega Guido Vannini. Quel loro generoso lavoro mi è particolarmente caro in quanto, una trentina di anni or sono, anch’io partecipai insieme con Vannini ad avviarlo. Continua...


Minima cardiniana, 55

Domenica 4 gennaio. II Domenica dopo Natale

- 2015. BILANCIO PREVENTIVO –

I bilanci preventivi sono scomodi, pericolosi, spesso fallaci, quasi sempre compromettenti, di solito inutili. Ma sono necessari. Bisogna pur diagnosticare, programmare, progettare. Sarà forse migliore il 2015 del 2014? Come diceva il venditore di almanacchi di leopardiana memoria, "di più, molto di più, lustrissimo". Quanto meno, è lecito sperarlo.

Ciò premesso, i problemi sono molti; ed auspici e premesse sono quello che sono.

Cominciamo per l’Italia. Quello che adesso inizia sarà probabilmente l’anno-chiave di Matteo Renzi, che ha incassato il plauso quasi incondizionato di Confindustria e si trova davanti un’opposizione divisa; un ex leader di centrodestra che vede in lui l’erede se non addirittura il delfino ed è pronto a lasciargli per legato testamentario quel che resta del suo partito che dopo di lui si scioglierà come neve al sole; un’organizzazione sindacale divisa, screditata e impotente; una compagine di destra disorientata, grossolana e ridicola; una compagine di sinistra costretta a restar legata al suo carro e condannata a scomparire. Il copione è vecchio quanto l’Italia unita: gli italiani che nei momenti decisivi della vita politica del paese “serrano al centro” e corrono in aiuto al vincitore; rieccoci al trasformismo, che insieme con la deficienza di senso civico è il vero spirito politico del Bel Paese. Per decenni l’Italia è stata egemonizzata da una sinistra che al momento della prova si è sciolta come neve al sole. Ora, con una maggioranza del PD che marcia compatta verso la costruzione di un grande partito centrista, quel che resta della “gioiosa macchina da guerra” ha una sola prospettiva, se non vuole scomparire: provocare la scissione. Renzi sta facendo l’impossibile per costringercela, ma va da sé che egli non vuole prendersene la responsabilità: non sarà mai lui a cacciare i Fassina e i Civati con quel che segue, saranno loro che dovranno accollarsi il peso della responsabilità della crisi che porterà finalmente il presidente del consiglio a mettere in atto la fase finale del suo piano: elezioni anticipate, razzìa di voti, nuovo governo finalmente libero da opposizioni con una destra svuotata e fagocitata (a parte qualche “frangia lunatica” contesa fra Grillo e Salvini), sinistra scomparsa, strada libera verso un Brillante Avvenire liberista e atlantista, piena vittoria del principio della “flessibilità” e quindi subordinazione del mercato del lavoro all’imprenditoria nonché cancellazione di quel che rimane del welfare state. Se l’Italia “ripartirà”, a marciare di nuovo sarà un paese caratterizzato da un’ulteriore concentrazione della ricchezza, da un ceto medio impoverito e in via di sparizione, da un allargamento del processo di proletarizzazione. Ma il punto è che il paese resterà quel che è adesso, anzi che la crisi si aggraverà: ulteriore frana del senso civico, prosecuzione della crisi nei tre settori-chiave della sanità, dell’istruzione e dei trasporti e comunicazioni (a proposito di quest’ultimo argomento, basti un’occhiata alla crisi dei trasporti ferroviari: potenziamento delle linee di “alta velocità” costose e privilegiate, crollo dei trasporti locali, disagi ulteriori di pendolari e di studenti). In politica estera, permanente allineamento sulle posizioni di una NATO che l’incertezza dell’egemonia statunitense rende ancor più pericolosa e dispendiosa.

Ammettiamo però che Renzi non ce la faccia a provocare le elezioni anticipate che egli desidera e di cui ha bisogno per quanto non possa dichiararlo e che tutti gli altri più o meno temono (eccetto gli sbandati della destra, che sperano di guadagnare qualcosa cavalcando il disorientamento e il pregiudizio). In questo caso la marcia verso il Brillante Avvenire procederà ugualmente, ma più lenta e indecisa, attraversata da contraddizioni e da colpi di scena: il càrisma di Renzi perderà progressivamente smalto e si arriverà alle elezioni del 2018 in una situazione nella quale tutto sarà possibile, compreso il riemergere di una sinistra liberata dal pateracchio trasformista sulla base del quale si è impiantata l’egemonia del PD.

Tertium datur? Certo, come sempre. Difficilmente nascerà in Italia qualcosa in grado, nei tempi brevi e forse medi, di far sul serio concorrenza all’attuale presidente del consiglio. Ma nella storia esiste sempre quello che Vilfredo Pareto chiamava l’Imponderabile, i maghi di Faraone dinanzi ai prodigi di Mosé denominavano “il dito di Dio” e la gente comune definisce “il caso” o “la Provvidenza”. Quando meno ci si aspetta che succeda, succede: la calata degli Unni, lo scoppio dell’epidemia, l’11 settembre del 2001, un Venerdì Nero in Borsa, l’eruzione del Vesuvio. E allora tutto viene rimesso in gioco. D’altro canto, diciamo la verità: sarà un falso allarme, ma la coincidenza nei giorni scorsi della “scoperta” di una cellula terroristica di estrema destra e degli attentati “di matrice anarchica” sa tanto di voglia di ritorno alla “strategia della tensione”: ed è un tipo di déjà vu che non può piacerci, anche perché sappiamo bene che, tra i due “opposti estremismi”, il centro gode. Che qualcuno, nei servizi, abbia deciso di tentare una scorciatoia? E verso che cosa?

Non è comunque, presumibilmente, dall’Italia e dalla politica interna che ci si deve aspettare un cambiamento che forse non verrà, bensì semmai dalla politica estera rispetto alla quale – non disponendo di sovranità politica né diplomatica – siamo assenti come soggetti decisionali, ma purtroppo fin troppo presenti (e coinvolti) come oggetti di scelte o di eventi che da noi non dipendono. Sarà il progresso egemonico del BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) sul mondo finanziario, economico e anche politico; sarà il probabile costituirsi o affermarsi di nuove alleanze internazionali; sarà il fatale “tramonto dell’Occidente” (non dell’Occidente europeo preconizzato un secolo fa da Spengler, ma dell’Occidente atlantista orfano dell’egemonia statunitense); saranno le vicende del Vicino e Medio Oriente, dell’Africa, dell’America latina; sarà molto probabilmente il contraccolpo della “nuovo riforma cattolica” avviata da papa Francesco e che storicamente fa seguito a quelle dell’XI e del XVI secolo; sarà la stanchezza delle masse sfruttate del mondo intero, sempre più consapevoli di un equilibrio mondiale retto da una spaventosa sperequazione economica e della necessità di una generale ridistribuzione della ricchezza (e animate, come direbbe in termini evangelici il Santo Padre, da “fame e sete di giustizia”): saranno queste forze a cambiare il pianeta e quindi anche l’Italia. Come, attraverso quali fasi, in quanto tempo e a quali costi (molto probabilmente purtroppo non solo morali o culturali o anche socioeconomici), è ancora impossibile il prevederlo.

E allora formulo una promessa-proposta, che è quasi una sfida. A Dio piacendo, rileggiamoci qui, in questa stessa sede, fra un anno. Vedremo insieme se e in che misura avevo azzeccato qualcosa, se e in che misura avevo sbagliato oppure equivocato, se e in che misura i giochi saranno ancora tutti da fare o, magari, il quadro di riferimento si sarà ulteriormente complicato. Come appunto ama dire il presidente Renzi, “ci metto la faccia”.