Minima Cardiniana, 44

Domenica 19 ottobre - XXIX Domenica del T. O.

- MULTICULTURALISMO,  DIALOGO, TERRORISMO PSEUDOINTELLETTUALE E ISLAMFOBIA   

Si è avviato in questi giorni a Milano, alla Fondazione Feltrinelli, un ciclo di lezioni sul pluralismo delle culture organizzato da Reset – Dialogues on Civililizations. Ne ha dato conto Giancarlo Bosetti in un lungo, bell’articolo su “Repubblica” del 15.10.2014 dedicato a La crociata del pensiero monista, cioè al “mondo religioso, laico e degli atei devoti che si batte contro il pluralismo culturale”.   Cioè a quell’ambiente al quale si ricollegano esplicitamente o implicitamente – forse, qualcuno, addirittura senza esserne cosciente – tutte quelle voci, talora anche autorevoli o considerate tali, le quali con sicuro sussiego e di solito senza lo straccio d’una prova o d’un ragionamento amano affermare che “il multiculturalismo è fallito”. Chi pronunzia sentenze del genere, in linea di massima, esprime non tanto una convinzione quanto un’intenzione programmatica: non vuole tanto comunicare una certezza quanto imporre una scelta. Allo stesso modo i sostenitori dell’esistenza di uno “scontro di civiltà” secondo le formule affermatesi in seguito agli scritti di Bernard Lewis e di Samuel P. Huntington sono sovente, in realtà, dei sostenitori non tanto dell’inevitabilità quanto della necessità di quel genere di conflitto. Continua


Minima Cardiniana, 43

Domenica 12 ottobre

- TRE NUOVI LIBRI E UNA PUBBLICA DISCUSSIONE –

Cari Amici,

molti di Voi mi scrivono rimproverandomi in quanto in questa rubrica non fornisco mai informazioni su mie conferenze, pubblicazioni eccetera. E’ vero, ma lo faccio per un motivo di correttezza e di discrezione: sono un pessimo “buttafuori” di me stesso.

Credo comunque che, per quanto concerne nuovi libri, non sia vanagloria o spirito commerciale il segnalarne l’uscita. Ho quindi il piacere d’informarVi che Mondadori ha or ora edito un mio libro di racconti “semistorici” (o “storico-ucronici”) collegati ad alcuni temi gastronomici (con relative ricette), dal titolo L’appetito dell’imperatore, mentre Laterza ha pubblicato un mio “raccontino storico per bambini” (illustrato) dal titolo Ivar e Svala fratelli vichinghi e il Mulino sta per far uscire un mio saggio su Istanbul, del quale però non ha ancora deciso il titolo.

Quanto al mio vecchio Alle radici della cavalleria medievale, pubblicato in nuova edizione dal Mulino alcuni mesi or sono, esso sarà presentato il 20 ottobre p.v. a Bologna, nell’àmbito del Festival della Storia, alle 17,30 nella Sala dello Stabat Mater, con una tavola rotonda, i discussants della quale saranno tra gli altri Alessandro Barbero, Valerio Massimo Manfredi, Giovanni Brizzi, Andrea Fassò, Francesca Roversi Monaco, Paolo Galloni.

Il convergere di tante novità o riedizioni nell’arco di poche settimane non deve venir ascritto a una mia qualche maniacale propensione per la grafomania: si è trattato in realtà di cose che già da tempo avrebbero dovuto uscire ed erano in ritardo oppure di altre che, programmate per un prossimo futuro, sono state per varie ragioni anticipate. Ne è nato questo “corto circuito” che non mancherà di provocare qualche commento sul mio presenzialismo eccetera. Mi vi assicuro che la cosa è avvenuta per motivi del tutto al di fuori dalla mia volontà. Certo, questi libri li ho scritti: ma è la mia unica colpa.

- TORNA L’ANTICO SPETTRO DEL CONTAGIO –

Ecco: ci risiamo. O potremmo riesserci. Noialtri occidentali, che magari non saremo felici (la felicità non si compra) ma che comunque apparteniamo a una società ricca, democratica (più o meno), avanzata, mediamente longeva e perfino colta o sedicente tale, di solito ci crediamo fuori dal gorgo crudele della storia che pure, almeno fino a qualche decennio fa, non è stata tenera nemmeno con noi. Le guerre, le carestie e le epidemie – ricordate i vecchi Cavalieri dell’Apocalisse? - sono ormai roba che una volta angustiavano i nostri antenati e ora gli altri, i popoli di altri continenti. Altri tempi, altri luoghi: sempre insomma gli “altri”. Noi non c’entriamo.

E invece no. Basta un nonnulla e ci rendiamo conto che davvero il passato non passa mai e che in tempi di globalizzazione è diventato molto più vero di prima l’antico adagio che “tutto il mondo è paese”. I cicloni, gli tzunami, le eruzioni vulcaniche, i terremoti e le inondazioni che anche ultimamente (si pensi alla nostra Genova) hanno colpito il pianeta nel quale abitiamo ci hanno messi di nuovo di fronte alla terribile maestà di una natura che di solito c’illudiamo di aver domata e di padroneggiare; e l’invasione recente di una frotta di 35.000 poveri trichechi in Alaska, che il surriscaldamento – in parte forse dovuto all’uomo - ha scacciato dal loro habitat, ci ha richiamato alla dura verità che alcuni tra gli stessi esiti della nostra pretesa onnipotenza tecnologica possono rivolgersi contro di noi. E lasciamo da parte la guerra, questa nostra millenaria compagna, che di recente – magari sotto forma di attentati terroristici – è tornata a lambire quello stesso Occidente che si era illuso di esserne ormai fuori fin dal ’45 e al massimo di dover andarla a combattere in casa altrui. Nonché le migrazioni di popoli, che a molti hanno richiamato, magari con qualche esagerazione, l’immagine delle antiche “invasioni barbariche”

Ma fra tutti i revenants – letteralmente, “gli spettri che ritornano” -, il più inquietante anzi pauroso è quello della pandemìa, del contagio progressivo e inarrestabile che deve compiere il suo ciclo e che non si esaurisce se non ha profondamente colpito e sconvolto tuti i popoli, senza arrestarsi dinanzi a nulla, né ai mari né alle montagne. Da essa nascono le sconvolgenti immagini del “Trionfo della Morte” e della “Danza macabra”, con i loro scheletrici protagonisti in atto d’insidiare, atterrire e perfino grottescamente sedurre tuto il genere umano, dagli imperatori e dai papi fino ai miserabili ma anche alle belle fanciulle e ai teneri infanti. La Morte che non concede quartiere a nessuno, che non si lascia né muovere a pietà né corrompere. L’immagine riflessa della nostra fragilità e della nostra disperazione.

Ne hanno parlato tutti, perché le malattie contagiose sono tanto antiche quanto tremende. Le frecce di Apollo “sminteo” (il “Signore dei Topi” sui quali cavalcano le pulci portatrici del bacillo) nell’Iliade; la “peste di Atene” al tempo di Pericle, di cui parla Erodoto; quella di Giustiniano nel VI secolo, descritta da Procopio di Cesarea; la “Morte Nera” del 1347-52, magistralmente evocata da Giovanni Boccaccio che fortunosamente l’attraversò; quella del 1630, che riempie di sé le pagine più drammatiche di Alessandro Manzoni; e infine le immagini esistenziali e metastoriche dell’epidemia descritte da La Peste di Albert Camus e dal film Il Settimo Sigillo di Ingmar Bargman. L’universale pandemia che meglio di qualunque altra sciagura sembra prefigurare l’immagine della “fine del mondo”.

Ovviamente, nel tempo abbiamo definito “peste” malattie in realtà diverse da quella vera e propria, nelle due versioni “polmonare” e “glandolare” (“inguinale” o “bubbonica”) provocate dal batterio pasteurella pestis, o yersinia pestis, sino alle febbri di varia origine - sovente tifoidea – con le quali esse sono state nel tempo confuse. Ma se la peste vera e propria restò in effetti endemica in Europa tra XIV e XVII secolo, e molto più a lungo in Asia, ad essa nel tempo si aggiunsero altre epidemie non meno pericolose e letali, dal vaiolo al colera fino alla “spagnola” del 1918, della quale sta per ricorrere il centenario.

Da allora, di tanto in tanto siamo stati attraversati da “grandi paure” per epidemie che di solito si sono rivelate dei falsi allarmi, come l’”asiatica” o la “mucca pazza” di qualche anno fa. Ma un incubo più durevole, e giustificato, è stato e resta quello del virus hiv, che divenendo attivo provoca l’epidemia di aids i primi casi della quale furono segnalati a Léopoldville in Congo (oggi Kinshasa) e che è arrivata a 76 milioni di casi.

E’ l’Africa, che ci ha nel tempo regalato la forza-lavoro dei suoi schiavi e dalla quale oggi le lobbies multinazionali drenano i tesori che ci fanno ricchi mentre la maggior parte dei suoi abitanti sopravvive sotto il fatidico livello dei due dollari giornalieri, ad essersi vendicata su di noi con l’aids e a continuare adesso a vendicarsi con l’ebola, il virus segnalato per la prima volta nel 1976 nel bacino del fiume congolese che le ha dato il nome, l’Ebola.

C’è una vignetta che in questi giorni sta facendo il giro del mondo: il volto nero di un africano, dai tratti indistinguibili ma dagli occhi minacciosi, accompagnato dalla scritta “Vi siete dimenticati dell’Africa, ma l’Africa non vi dimentica”. E’ una frase terribile, che richiama certi proclami dei guerriglieri jihadisti del Mali settentrionale o del delta del Niger. E non a caso, cominciano a circolare sinistre voci, auguriamoci infondate, che associano il diffondersi dell’ebola a una sorta di “vendetta virale” escogitata dagli estremisti islamici contro l’Occidente. Anche in ciò, badate, nihil sub sole novi: nell’Europa del 1348 e del 1630 si parlò di una congiura di criminali (ebrei, saraceni e stregoni nel primo caso; “untori” nel secondo) intesa a diffondere il contagio per mettere in ginocchio la Cristianità.

E torna l’espressione fatidica: il ”Male assoluto”, identificato dopo il 1945 nel razzismo nazista e quindi dalla propaganda reaganiana degli Anni Ottanta nel sistema sovietico e da quella bushista dei primi del nostro secolo nell’Islam allora definito “fondamentalista”. Si ricorderà forse come Massimo Cacciari rispondesse a quei tentativi di assolutizzazione etica identificando con un gioco di parole il “Male radicale” nella pretesa che alla civiltà occidentale fosse intrinseca una superiorità etica in grado di rendere ipso facto universali i suoi valori, e nel nome della quale sembrava ovvio demonizzare tutte le espressioni di civiltà fondate su valori differenti.

In effetti, la contingenza che viviamo in questi giorni sembra caratterizzata dal corto circuito tra due “Mali” entrambi ancora una volta secondo alcuni definibili “assoluti”: da una parte l’assalto jihadista dello “stato islamico” che riceve consensi dall’Africa all’Afghanistan; dall’altra quello virale che partendo dall’Africa minaccia ora di dilagare in America e in Europa. Nei prossimi giorni, i due “Mali” si contenderanno le prime pagine dei giornali e domineranno il piccolo schermo turbando i nostri sonni: e qualcuno sta già cercando di stabilire tra loro dei nessi non casuali, fino a coinvolgerli e a identificarli in una sola ipotesi complottistica.

Bisognerebbe invece non abbandonarsi a interpretazioni maniacali né sottovalutare né l’uno né l’altro di questi due “mali” (certo gravi, ma non assoluti), ma al tempo stesso non lasciarci neppure prendere dal pànico. Bisognerebbe mantenere la calma, ma non abbassare la guardia. Probabilmente, com’è accaduto in passato, né l’una minaccia né l’altra si rivelerà davvero letale. Il vero pericolo che incombe sulla nostra società civile, in questo contingente momento, è l’incertezza e il disorientamento. Jihadisti ed ebola catalizzano un groviglio di preoccupazioni che ha le sue origini nella crisi socioeconomica e in quella dei valori culturali che stiamo attraversando. Che sia proprio questa, in ultima analisi, la vera peste?

FC

- QUANDO LA STORIA NON INSEGNA NULLA –

Un amico mi chiede di commentare questa breve nota, di recente pubblicata da “Il Foglio”. Non ricordo il nome del suo autore, che comunque non è una persona nota. Ecco il testo:

La nuova caduta di Costantinopoli. “Mentre i fanatici del Corano lambiscono la Turchia e islamizzano tutte le terre e le popolazioni dell'antico Patriarcato di Antiochia, l'occidente cavilla dietro ai divorziati risposati e alle coppie omosessuali. Il mio amico Matteo mi fa notare che siamo di fronte a un periodo simile alla caduta di Costantinopoli. Durante l'assedio all'ultimo baluardo della cristianità orientale, i bizantini discutevano se Gesù, alla destra del Padre, fosse seduto o in piedi. Ma a differenza degli attuali leader occidentali, compresi alcuni vescovi, l'imperatore di allora reagì di fronte alla minaccia. Il 5 aprile 1453 Maometto II intimò a Costantino XI di arrendersi. In cambio avrebbe avuto salva la vita e sarebbe diventato governatore, risparmiando la popolazione di Costantinopoli da saccheggi ed eccidi. L'imperatore rispose: - Darti la città non è decisione mia né di alcuno dei suoi abitanti; abbiamo infatti deciso di nostra spontanea volontà di combattere e non risparmieremo la vita - . Oggi capitolano".

Credo che, nelle intenzioni, s’intenda paragonare l’atteggiamento dei dotti e degli ecclesiastici della Bisanzio del 1453 a quello degli occidentali di oggi, che com’essi allora trattano di cose futili mentre una potenza islamica sta conquistando una parte importante del mondo. A tale atteggiamento di “capitolazione”, si contrappongono le nobili parole di Costantino XI sulla base delle note di tal Matteo, amico dell’autore della nota, il quale scorgerebbe evidentemente un’analogia tra la situazione del 1453 e quella odierna.

Premesso che i paragoni storici tra età e fatti diversi, alla ricerca di somiglianze e di analogie, non calzano mai, questo mi pare particolarmente maldestro. Ad ogni modo, ne sono chiari gli obiettivi polemici: da una parte la Chiesa cattolica (e non direi tutto l’Occidente) che “cavillerebbe” su “divorziati risposati” e “coppie omossessuali”; dall’altra la capitolazione, sembra d’intendere tanto dell’Occidente in genere quanto della Chiesa in particolare (ma il soggetto dell’ultima lapidaria frase non è chiaro).

Nell’assunto dell’autore della nota e del suo “amico Matteo”, le aporie e le contraddizioni sono tante e tali che, francamente, non si sa da dove cominciare. La Costantinopoli del 1453 è paragonata all’Occidente d’oggi nei suoi leaders politici e religiosi che discettano su cose come matrimonio e divorzio di altrettanta futilità come potevano essere allora certe questioni teologico-formali? Ora, a parte il fatto che quella del famoso concilio nel quale si sarebbe discusso “sul sesso degli angeli” (e sulla posizione del Figlio accanto al trono del Padre) è solo una vecchia infondata chiacchiera, mentre le faccende relative a divorzio e matrimonio oggi sono parte del problema relativo alla crisi dell’istituzione portante della nostra società, la famiglia, resta per aria il paragone con la fermezza di Costantino XI. A chi avvicinarlo? Il basileus di allora, in realtà, era il signore di tutto quel che restava dell’antico impero bizantino, cioè solo di una capitale, sia pur meravigliosa. Ma non era certo un responsabile politico di spicco, il cui atteggiamento andrebbe proposto ad esempio oggi. Nel presente, i leaders mondiali accordano di fatto scarsa attenzione al califfato e allo stato islamico solo perché sanno bene quanto pretestuosi ne siano le basi e il raggio d’azione. Il paragone implicito istituito tra un protagonista della storia mondiale come Mehmed II, il conquistatore di Costantinopoli, e il califfo al-Baghdadi, evidentemente non regge.

Anzi, l’intero rapporto istituito dall’articolista e dal suo “amico Matteo” tra la metà del Quattrocento e oggi rischia di rivolgersi contro le intenzioni di coloro che lo hanno proposto. Nel 1453 Costantinopoli (ch’era ben più importante, almeno simbolicamente, di qualche città siriana o irakena) fu veramente conquistata, e l’impero bizantino fagocitato dalla potenza ottomana che si configurava come la più temibile al mondo. Ha lo stesso ruolo lo “stato islamico” oggi? E che cosa fece, allora, l’Occidente? Nulla: ci fu qualche appello alla crociata, poi le cose ricominciarono come prima e tanto i politici quanto i mercanti europei fecero a gara ad allacciare rapporti amichevoli con il conquistatore. “Oggi capitolano”, commenta l’articolista: e allora, seguendo il suo ragionamento, che cosa fecero invece gli europei cristiani del Quattrocento? L’articolista lo spiega senza volerlo: dimostrarono che lo “scontro di civiltà” allora non esisteva, esattamente come non esiste adesso.

Pensato per mostrare quanto temibile sia la minaccia dei “fanatici del Corano” oggi, la nota del “Il Foglio” approda quindi, al contrario, a involontariamente sottolineare la verità: vale a dire che i problemi suscitati dal nuovo “pericolo islamico” – al di là di certi gravi e sanguinosi fatti - sul piano della politica mondiale sono poca cosa se non addirittura un bluff. Il paragone con l’evento epocale che fu la caduta di Costantinopoli va ricercato altrove.

Ed è proprio a ciò, alla stabilità della famiglia e quindi alla malattia morale dell’Occidente, che si deve guardare se si vogliono comprendere i pericoli del mondo odierno. Un mondo messo in pericolo dagli antivalori che hanno troppo a lungo trionfato, come l’individualismo, il consumismo, il primato dell’economico e la dittatura delle lobbies finanziarie e del “blocco” industriale-militare. Altro che la minaccia del pur truculento al-Baghdadi, che resta quel che è: la pedina di alcuni poteri sunniti alleati dell’Occidente e impegnati nella fitna antisciita, il pretesto per consentire agli Stati Uniti e alla coalizione dei loro alleati-complici di ridefinire le loro posizioni strategiche nel Vicino Oriente compromesse dalle fallimentari campagne irakena e afghana del decennio scorso e di installare il più possibile vicino alla frontiera iraniana le loro basi con tanto di bei missili nucleari. Chi finanzia al-Baghdadi, se non alcuni emirati? Chi in un modo o nell’altro li appoggia sperando che egli indebolisca i curdi e Assad, se non il turco Erdoğan? E non sono forse loro, gli emiri e il premier turco, i principali alleati dell’Occidente? E non basta tutto ciò a far sospettare che un filo tenace di alleanze e di connivenze corra tra occidentali, potenze sunnite e stato islamico?

E allora bisognerebbe davvero chiedere all’articolista e al suo “amico Matteo” chi sia davvero che sta capitolando, e davanti a chi, e perché. E chi mai massacri e perseguiti i cristiani orientali, se non gli alleati stessi di quelle potenze che, appoggiando le lobbies multinazionali, affamano i cinque sesti del mondo intero e sono le autentiche cause ultime dello stesso fanatismo religioso che nasce come protesta ai loro soprusi. Quelle potenze al servizio dei quali stanno anche i chief executive officiers che gestiscono e finanziano la stampa occidentale schierata su posizioni indiscriminatamente e pregiudizialmente antimusulmana. Al solito, quando si marcia contro il nemico sarebbe bene sincerarsi prima che il nemico non marci alla nostra testa.


Minima Cardiniana, 42

Domenica 5 ottobre - San Placido

- ANCORA FRANCESCO D'ASSISI -

Si torna a parlare di Francesco d’Assisi. Sempre: non solo perché il 4 ottobre è la festa del suo Dies natalis. La sua costante e continua presenza dipende dal fatto che la Chiesa ha bisogno di riallacciarsi a quello tra gli uomini che meglio ha interpretato il cristianesimo come imitazione del Cristo, sfuggendo al mito disperante e sospetto di un impossibile “ritorno alle origini” e al tempo stesso tornando a coniugare la disciplina e l’obbedienza con la libertà e l’amore per gli “ultimi”?  E’ stato spesso notato come il Povero d’Assisi sia “un santo per tutte le stagioni”, che piace ai cattolici ma anche agli ortodossi, ai protestanti, agli ebrei, ai musulmani e persino agli agnostici e agli atei. E, spigolando tra le fonti che lo riguardano e gli studi che gli sono stati dedicati – biblioteche intere -, è in apparenza facile per chiunque ritagliarsi il “suo” Francesco, quello che gli va meglio.  Il rivoluzionario o il cavaliere,  il mistico che si rifugia in Dio o l’esteta sentimentale che s’innamora della natura, il fedelissimo del papa che si fa ultimo fra tutti e per questo viene esaltato o l’inquieto  semiribelle  che per certi tratti della sua esistenza sembra quasi avvicinarsi agli eretici catari e che contesta le crociate volute dalla Santa Sede recandosi pacificamente a parlare col sultano? In passato, ci sono stati anche un Francesco “socialista” (al pari del Cristo, definito “il primo socialista”)  e un Francesco “fascista” (“il più santo degli italiani, il più italiano dei santi”).  Infine, tra la seconda metà del secolo scorso e questo, abbiamo ovviamente avuto il Francesco ecologista, il Francesco animalista, il Francesco “Figlio dei Fiori” e il Francesco new age.

Certo, non piacere a nessuno è una gran condanna. Ma ohimè forse piacere a tutti è ancora peggio. In questo modo i connotati del “vero” Francesco si frantumano e si polverizzano: e si dispera di poterli ricomporre per giungere a una comprensione effettiva di chi egli sia stato. Nemmeno gli specialisti, i seri studiosi, ci aiutano granché in questo. Il loro Francesco è diventato un complesso problema esegetico: alcuni lo hanno “ricostruito” proponendoci un patchwork  delle fonti tutte “autentiche”, senza dubbio, ma diverse, eterogenee e contraddittorie fra loro; altri hanno finito col rifugiarsi in una sorta d’ipercritico pirronismo,  dichiarando che non si possono contaminare tra loro documenti diversi e che ogni autore coevo che di lui ha parlato  ci ha fornito di lui un’immagine sempre diversa, irriconducibile  alle altre.

Chiudiamo l’argomento, dunque, e non parliamone più. In fondo, attenzione, di Francesco la Chiesa cattolica ha fatto sostanzialmente a meno  per lunghi secoli. Dopo il concilio di Trento si decise di tornare alla primitiva “normalizzazione” del Santo, proposta negli Anni Sessanta del Duecento dal ministro generale minorita e poi cardinale Bonaventura da Bagnoregio che ordinò la distruzione di tutte le prevedenti biografie (per fortuna non riuscì però a farsi ubbidire)  e redasse quella Legenda maior da allora divenuta canonica e alla quale fedelmente s’ispirò Giotto per il ciclo di affreschi nella basilica superiore di Assisi. Eppure, come ha notato Massimo Cacciari in un saggio recente, quel Francesco tutto disciplina e miracoli non somiglia per nulla al Francesco “sposo di madonna Povertà” descritto dall’Alighieri nell’XI del Paradiso. Ma su di lui, la Chiesa del tardo Duecento decise che si era parlato e polemizzato fin troppo: e da allora in poi, sotto pena di sanzioni severi, Francesco sarebbe stato ufficialmente considerato solo il fondatore dell’Ordine dei Minori, nelle sue varie famiglie “conventuale”, “minore osservante” e “cappuccina”, cui di recente si è aggiunta quella “dell’Immacolata”.

Fu solo alla fine dell’Ottocento che uno studioso francese protestante, Paul Sabatier,  allievo di Rénan, rimise in discussione quell’immagine. Da allora si cercò di recuperare l’autentico Francesco, e si cadde in un oceano di proposte, di discussioni e di polemiche. Ci si mise anche il cinema, tra Rossellini e la Cavani.

E se ricominciassimo allora da zero? Per farlo si potrebbe ripartire non già dai pochi documenti primari che a suo proposito ci sono rimasti, non dalla rilettura e dal rinnovato confronto tra le diverse fonti agiografiche più antiche, bensì proprio da lui: dagli scritti che ci ha lasciato, qualcuno anche autografo.

Ma anche qui l’impresa è disperante. Vorremmo tanto sapere come scriveva, Francesco. Certo, di lui ci resta qualche prova autografa: ma nella stragrande maggioranza i “suoi scritti” sono in realtà dettati a un qualche segretario (“Frate Leone, scrivi...”), e quelli latini sono frutto di traduzione. Un po' di latino doveva saperlo, se non altro quello delle Scritture: ma non c'è da credere che si arrischiasse direttamente a scriverlo. E perché avrebbe dovuto, poi, perizia grafica e condizioni di salute a parte? Tra XII e XIII secolo lo scrivere era considerato una funzione servile o un'attività altamente specialistica, o  entrambe le cose insieme. Ma Francesco non era né un amanuense, né uno studioso, né un notaio, né un mercante, tutte categorie che in un modo o nell'altro sono tenute a scrivere direttamente. Si faceva aiutare: anche per la gramatica, la lingua latina: ma da chi, in che modo, aggiungendo o togliendo o modificando che cosa?

Gli scritti fondamentali e più noti di Francesco sono la Chartula nota come “Benedizione a frate Leone”, sicuramente autografa; il Cantico delle Creature (detto anche di Frate Sole), in volgare umbro; le due Regole, la  non bullata (cioè non approvata dal papa) del 1221 e la  bullata del '23, che – per quanto sia arduo esprimersi su materia così delicata – esprimono la prima il suo effettivo progetto, la seconda un faticoso compromesso che a mio (e non solo a mio) avviso non dovette lasciarlo soddisfatto, ma al quale si sottomise “per santa obbedienza”; i due Testamenti in latino, il “minore” senese e il “maggiore” assisano.  Questi sono i testi fondamentali, dai quali bisogna partire anche per costruire un racconto biografico – se non addirittura “autobiografico” del Povero di Assisi.   

Oltre agli scritti che ci sembrano i più importanti e sotto molti aspetti quelli  fondamentali, ci ha lasciato però altre, e non poche, testimonianze dirette del suo pensiero, del suo cuore e della sua volontà: la Regola  di vita negli eremi; due “biglietti” destinati a Chiara che essa ha conservato nel capitolo VI della sua Regola (ma gliene aveva inviati altri);  ventotto capitoletti sparsi noti come Ammonizioni,  una Lettera ai fedeli  che possediamo in due redazioni; una Lettera a tutti i chierici sul  tema eucaristico; una Lettera ai reggitori di popoli; due indirizzate ai custodi dei frati; una rivolta a tutto l'Ordine;  una infine – forse la più intensa e toccante – rivolta ad quemdam ministrum, rivolta a un dignitario dell'ordine che stanco gli si era rivolto chiedendogli di potersi ritirare in un eremo. Non tutte queste lettere sono facilmente databili, né sempre si possono identificare con certezza i destinatari.

Abbiamo poi una serie di Laudi (oltre al celebre Cantico di Frate Sole, o delle creature), conservate in vari codici il più famoso dei quali è senza dubbio alcuno il 338 della Biblioteca Comunale di Assisi; e ancora alcune preghiere e una serie di “opuscoli dettati” nonché un Ufficio della Passione del Signore . Si tende un po' troppo spesso a ignorare queste dirette testimonianze della spiritualità del Santo, salvo poi attribuirgli sentimenti e pensieri arbitrariamente ricostruiti o immaginati. Una più intima biografia di Francesco dovrebbe partire da un'analisi attenta, spregiudicata e puntuale di questi scritti.

E finalmente, gli studiosi attuali. La storia è revisione continua, riconsiderazione incessante del passato alla luce delle fonti che ce ne restano e dei metodi usati per interrogarle che variano molto di generazione in generazione. La storia non offre certezze definitive; fornisce solo discussioni di prove e d’indizi e proposte di ricostruzione. Limitiamoci agli ultimi anni e ad alcune opere fondamentali di cosiddetta “alta divulgazione”, senza entrare nel campo minato degli specialisti e delle loro eterne, dottissime baruffe. 

Quando nel 1996, uscì il San Luigi di Jacques Le Goff, si discusse molto sulla scelta del genere biografico, che sembrava tradire gli intenti programmatici della “scuola delle  Annales” impegnata nella conquista di più vasti spazi per la storia sociale e dalla quale il grande medievista stesso proveniva. Le Goff uscì dall’impasse grazie alla felice definizione dell’individuo “come oggetto globalizzante che permette, a partire dal soggetto studiato, di illuminare la società che lo circonda”.

A distanza di circa tre lustri da quel grande tentativo di biografia esaustiva di un santo re, ch’era anche terziario francescano, il tentativo di riaffrontare di nuovo la biografia di Francesco – che nel frattempo aveva visto cimentarsi tanti eccellenti studiosi, da Raoul Manselli a Chiara Frugoni a Grado G. Merlo a Jacques Dalarun allo stesso Le Goff – è stato affrontato anche da un altro studioso francese, André Vauchez.  Egli non ha, almeno in apparenza, seguito il suggerimento di Le Goff, che pure è stato suo maestro, decide di non porsi il problema, preferendo semmai partire dall’assunto di Marc Bloch per il quale “la storia è tutta sociale per definizione”. Tuttavia, a un’analisi attenta, il Francesco d’Assisi di Vauchez risulta davvero, legoffianamente, appunto “un soggetto che illumina la società che lo circonda”: lo studioso è molto attento ad inserirlo nella società del suo tempo e a metterlo in dialogo con essa, soprattutto inquadrandolo nel territorio fisico (ricostruito in dettaglio) in cui si svolse la vicenda sanfrancescana. Come Vauchez dichiara nell’Introduzione del libro, Francesco è un santo che più di altri intrattiene un legame indissolubile con un’area geografica precisa e si lega indissolubilmente alla sua città natale.

Grazie a questo libro  risulta chiaro che, nonostante la sua enorme popolarità,  la figura di Francesco  ha conosciuto una parabola tutt’altro che lineare. In realtà,  dopo una canonizzazione pressoché immediata (morto nel 1226, venne canonizzato appena due anni dopo), la sua fama di santità fu  presto oscurata dal gran numero di conflitti nati all’interno all’Ordine che egli aveva fondato. La sua stessa vicenda agiografica, qui analizzata con particolare cura,  contribuì piuttosto all’eclisse  della sua figura che  non alla sua affermazione. Ci si trova in effetti di fronte a  una produzione agiografica di varia committenza: che, come spesso accade, finiva per ritagliare un’immagine di Francesco sulla  base di specifici interessi politici anziché su quella della verità storica o sulla promozione della sua spiritualità. Il suo antico protettore, il cardinale Ugolino d’Ostia, divenuto papa  Gregorio IX scelse proprio l’esempio di Francesco per contrastare i danni arrecati alla credibilità della Chiesa dai movimenti ereticali, mentre Bonaventura di Bagnoregio, cardinale e ministro generale, tentò a più riprese di sedare i dissidi interni all’Ordine proponendo con la sua biografia, la Legenda maior,  un’immagine di Francesco che Vauchez definisce “disumanizzata ed inimitabile”.

Uno dei pregi di questa biografia risiede nel fatto che, nonostante l’autore metta in guardia il lettore sull’impossibilità di arrivare a cogliere “il vero” Francesco, il libro sembra più di altri avvicinarsi a tale inattingibile traguardo attraverso un lavoro scrupoloso, compiuto da un professionista che ha saputo decostruire pazientemente tutte le incrostazioni e i clichés elaborati su di lui in circa otto  secoli di storia. Da questo punto di vista il lavoro è in realtà una bella lezione di metodo storico, che convince e colpisce per l’onestà intellettuale, l’equilibrio e l’assenza di un qualunque carattere ideologico. Ciò dimostra come lo storico possa in effetti arrivare a fornire una figura “reale” del suo personaggio, proprio come un buon detective può arrivare a ricostruire la scena del delitto: si tratta in fondo solo di metodo.

Perantro, Vauchez non si limita a ricostruire quella che secondo lui può essere una plausibile figura di Francesco, la “sua”. Egli intende altresì rispettare il lettore fornendogli gli strumenti necessari a un giudizio che potrebbe arrivare anche a conclusioni molto lontane rispetto a quelle da lui proposte, informandolo sullo status quaestionis della discussione storica sulle fonti. Le Goff, che aveva anch’esso affrontato il problema delle fonti nel suo lavoro su San Luigi, era arrivato ad una teoria “dei modelli” che tanto più informano il nostro oggetto di studio, tanto più ci allontanano da esso. L’intento di Vauchez è invece quello di tradurre in un prodotto accessibile, proprio la “malavventura” (espressione usata da un altro studioso francese, Jacques Dalarun, riguardo all’operazione di Bonaventura) storiografica del santo di Assisi, offrendo in sintesi la ricostruzione di almeno trent’anni di dibattiti e disaccordi che hanno animato la discussione sulle fonti francescane. Com’egli stesso afferma nelle note conclusive al libro, il suo intendimento  è appunto consegnare al pubblico il frutto dei progressi compiuti sulla conoscenza della vicenda francescana grazie agli ultimi trent’anni di studi e polemiche. Ma con ciò gli riesce appunto – per quanto non lo  dichiari – a far uscire la critica francescana dall’asfittico cerchio nella quale essa stessa si è chiusa rendendo ancora una volta  Francesco inaccessibile se non ai pochi addetti ai lavori. In ultima analisi,  Vauchez vuole restituire l’eredità di Francesco al grande pubblico, fornendogli però gli strumenti per discernere e pronunciarsi.

E si sarebbe tentati di affermare che l’intento di Vauchez ha trovato compimento proprio nel marzo del 2013, allorché quel Santo che mai aveva accettato dalla Chiesa onori e funzioni elevate, che mai aveva neppure osato di ascendere al sacerdozio limitandosi al diaconato, ha visto il suo nome ripreso addirittura da un papa: il pontefice inattesamente uscito da quella Compagnia di Gesù dalla quale, si diceva, mai sarebbe stato estratto un capo della Chiesa; la Compagnia di gesù che nei secoli è stata spesso rivale dell’Ordine die Minori, ma il fondatore della quale era al Povero di Assisi particolarmente devoto.

Il vescovo proveniente “dalla fine del mondo”, il cardinal primate di un paese devastato dalla memoria della guerra civile e della dittatura militare, dalla discordia interna, dalla crisi economica, dal montare delle sètte protestanti, ha rivendicato un nome che richiama all’alter Christus, all’”Angelo del Sesto Sigillo”, al paradossale protagonista dell’incontro impossibile e perfetto tra obbedienza e povertà.  

Il cardinal Bergoglio era noto, come del resto papa Ratzinger, per non essere affatto un “progressista”. La sua elezione, d’altronde, significava che i padri del Sacro Collegio ocnfidavano nella sua saggezza e nella sua energia per guidare la Chiesa in una crisi forse senza precedenti. Il punto è che il simbolo scelto dal nuovo pontefice per risanare e rinnovare la Chiesa sta racchiuso in un nome che è un programma: Francesco. Ma programma di che?

Francesco d’Assisi fu protagonista di una precisa proposta cristiana: l’imitazione del Cristo povero e nudo sulla croce. Perciò egli respinse ogni forma di potenza e di potere: e la povertà fu il segno di tale rifiuto, paradossale in un XIII secolo che fu quello dell’apice della ricchezza raggiunta dall’Occidente e simbolo della quale fu il fiorino d’oro. La testimonianza di Francesco fu un “segno di contraddizione” rispetto al suo tempo, eppure la chiesa ne fu salvata in quanto si dimostrò – contro la violenta propaganda ereticale – che anche al suo interno di poteva vivere poveramente.  Al tempo stesso l’Occidente prosperò proprio grazie a quella ricchezza che Francesco aveva rifiutato: e fu proprio l’Ordine minoritico che, con personaggi come Bernardino da Siena, ne legittimò dal punto di vista religioso l’uso. Contraddizione?

Per nulla. Francesco non era Lenin. Egli non condannava la ricchezza né pretendeva che i privati se ne spogliassero: si limitava a respingerla per quanto riguardava lui e i suoi diretti seguaci in quanto ostacolo al loro cammino d’imitazione della povertà del Cristo. Ma si era nel XIII secolo, all’inizio della Modernità: la ricchezza, per quanto importante, non era ancora valore né primario né totalizzante. E il papato, se aspirava all’egemonia sulla società cristiana del tempo, non poteva dal canto suo ignorare quello strumento.

Oggi, giunti alla fine di quel cammino della Modernità che è stato itinerario verso la liberazione dell’individuo e il primato dell’economia, appare viceversa palese che il danaro, selvaggiamente desiderato e ingiustamente distribuito, è divenuto una prigione all’interno della quale il genere umano si dibatte senza speranza alcuna. Al tempo di Francesco, quando la ricchezza era solo una componente della vita sociale e la Chiesa ne appariva la suprema garante e inquadratrice, il personale rifiuto di Francesco poteva armonizzarsi con altre e differenti strade. Oggi, la ricchezza associata all’ingiustizia domina un mondo nel quale la Chiesa non  è più  egemone. Papa Francesco può e deve quindi denunziare la pericolosità e la disumanità di quello strumento, divenuto tirannico. La  Chiesa del XIII secolo poteva essere dei ricchi e dei poveri, nella carità e nella solidarietà. La società del XXI secolo, nella quale la Chiesa è emarginata mentre carità e solidarietà sono venute meno, ha bisogno di stare soltanto dalla parte dei popoli. Ma il peso dei compromessi accettati nei secoli è enorme, quello della complessità della società presente più pesante ancora. Questo è il compito immane che aspetta questo prete argentino d’origine italiana che non solo ha personalmente scelto gli “ultimi”, ma che si è impegnato a schierare tutta la Chiesa di Roma al loro fianco. Gradualmente, senza dubbio: eppure, senza se e senza ma.      

Proprio negli ultimi tempi, nelle parole e negli scritti più recenti, il profondo francescanesimo di papa Bergoglio si è trovato ad affrontare  proprio un tema francescano per eccellenza, il rapporto con la natura, il Creato. Lo ha fatto in termini rigorosamente ispirati, al tempo stesso, al Genesi e al Cantico delle creature. Il testo biblico è chiaro, per quanto le traduzioni lo abbiano spesso frainteso e distorto: l’uomo non è affatto il “padrone assoluto” del mondo e delle cose, non può disporne a suo piacimento secondo quello che è potuto sembrare alla luce del triste assioma cartesiano che sta inciso sul portone d’ingresso della Modernità. L’uomo è custode delle cose e delle creature del mondo, che può sottoporre alla sua volontà e delle quali può fare anche uso, ma di cui deve rispondere. L’ambiente lo riguarda ed egli ne è responsabile, non gli appartiene. L’inquinamento delle terre, delle acque e dei cieli, i gas tossici, i rifiuti che inquinano l’humus e le falde acquifere, le isole-continente di materiale plastico grandi come intere regioni che si stanno formando in alcune aree degli oceani, sono altrettante infamie che ci accusano, esiti di un degrado e di una desolazione che gridano vendetta al cospetto di Dio. Anche di tutto ciò dobbiamo rispondere. Questo indica papa Bergoglio quando accusa con coraggio e chiarezza l’“economia disumana”; questo vuol dirci quando, a proposito delle guerre attuali nel Vicino Oriente, ancor prima dell’infamia dei “tagliatori di teste” jihadisti denunzia fabbricatori e trafficanti d’armi, veri e propri mercanti di morte.

Ma frate Francesco non è mai stato un pacifista: egli era pacificus, portatore e facitore di pace; e, prima che per amore dell’uomo, per amore di Dio, così come ha dimostrato un altro grande studioso,  Claudio Leonardi. Francesco non è un umanitario immanentista, è un uomo di Dio. Ma la Modernità, distruggendo la Cristianità, ha anche ridotto la possibilità di vivere cristianamente secondo molteplici vie. Questo c’insegna Bergoglio, con il suo modello sanfrancescano: il grande problema di chi oggi vuol continuare a dirsi cristiano è arrivare al Cristo attraverso la sequela indicata dal Povero d’Assisi. Ciò equivale però a tradurre il càrisma francescano in termini di istituzione. Fra Tre e Quattrocento, il minoritismo fu all’avanguardia nel consentire lo sviluppo di un capitalismo cristiano. Il “primato dell’economia” e il turbocapitalismo moderni hanno azzerato questa possibilità: oggi il cristianesimo richiede al mondo un’inversione di tendenza, un drastico e rivoluzionario ritorno alle pratiche comunitarie, il rifiuto dell’individualismo, la sostituzione del profitto con la solidarietà. Che un papa del XXI secolo si denomini Francesco ci conduce dritti al Tempo della Profezia: il Povero d’Assisi fu veramente l’Angelo del Sesto Sigillo, e l’era che noi viviamo appartiene agli Éschata.

FC


Minima Cardiniana, 41

Domenica 28 settembre, XXVI Domenica del Tempo Ordinario - San Venceslao

- IL RIGORE E LA RAGIONE –

Ancora una volta, manteniamo la calma: la situazione è seria. L’ombra del califfato si stende sull’Islam, non nel senso che le adesioni al suo progetto siano una valanga (al contrario: appaiono ancora poche, per quanto agguerrite e in crescita), ma nel senso che i jihadisti di tutto il mondo musulmano sembrano aver trovato un nuovo catalizzatore. Ciò non significa che vi sia anche un centro unico operativo e un’organizzazione capillare: non dimentichiamo che anche il mondo che noi definiamo genericamente “terroristico” è attraversato da faide e da rivalità. Certo, vi sono forze convergenti interessate allo scontro: come al solito, gli estremisti si comprendono sempre fra loro e si aiutano obiettivamente, anche quando il loro scopo è ammazzarsi a vicenda.

Gli jihadisti vogliono quindi lo scontro con l’Occidente: e hanno scelto a quanto apre una tecnica nuova, più “artigianale” ma forse più diretta ed efficace. Prendere a caso, nell’indistinto mucchio degli innocenti, qualche esempio e colpire: colpirne uno per educarne non cento, bensì alcuni milioni. E’ evidente lo scopo del califfo e dell’IS: essi vogliono che una coalizione occidentaleli attacchi il più duramente possibile in modo da dimostrare la loro tesi, vale a dire che tutto l’Occidente, nel suo insieme, è nemico dell’Islam nel suo insieme e quel che resta da fare è solo il jihad a oltranza.

Diciamo la verità. Non ci cascherebbe nemmeno un bambino. Ma ci sta cascando Obama con il suo progetto militarmente idiota e umanamente vergognoso di bombardamenti indiscriminati in modo da far dell’area airo-irakena occupata dalle milizie jihadiste terra bruciata senza perdere nemmeno un soldato (perché a questo punto, dopo i fallimenti afghano e irakeno del 2001 e 2003, i cui postumi sono ancora lontani dall’essere risolti, la societàcivile americana sembra disposta ad accettare che le sue forze armate facciano terra bruciata di una terra lontana ma non a rischiare uno dei suoi soldati, pena una clamorosa débacle politica ed elettorale della compagine oggi al governo). Ci stanno cascando la NATO e i governi occidentali. E nasce nell’uomo della strada il sospetto, temo non infondato, che si stia assistendo a un più o meno concordato gioco delle parti: i capi jihadisti e i loro mandanti che li riempiono di uomini, di soldi e di armi (e non ci verranno a raccontare che tutta quella roba è il frutto delle pie elemosine dei fedeli!) vogliono creare un nuovo Afghanistan e un nuovo Iraq, guarda caso proprio addossato alla frontiera dei principali nemici di tutti i leaders sunniti, vale a dire alla frontiera dell’Iran che non a torto teme che, una volta arrivata la NATO a due passi dal suo territorio, c’installi un vallum ben munito, magari con proiettili puntati su Teheran; i “falchi” occidentali (e anche qualche ridicola civetta travestita da gufo reale, come quel tal presidente francese che ieri voleva attaccare Assad e oggi vuole sterminare quelli che allora erano soi alleati contro il rais siriano) guardano come provvidenziale all’IS, che consente loro di rimettere alla grande piede militare sul territorio del Vicino oriente con il suo eptrolio e i suoi giacimenti acquiferi dell’alta Mesopotamia.

Ma per una nuova azione militare in grande stile è utile anche il consenso. Ed ecco l’allarmismo, cui si prestano volentieri certi prtiti e certi media: si dice che i terroristi “stiano per attaccare l’Europa”, si ripetono ingigantendoli i pochi casi di effettivo riscontro di cellule terroristiche o di azioni isolati per creare un effetto di dilatazione e di rifrazione, si gettano allarmi sulle decine di fermi cautelari effettuati dalla stessa polizia italiana (ma ci si rifiuta di fornire nomi, circostanze, prove dell’effettiva attività criminale di essi), si parla addirittura di “azioni terroristiche” (fortunatamente però, guarda caso, tutte sventate all’ultimo momento) e perfino di un tentato assalto alla Casa Bianca.

Se ragionassimo, le cose da fare sarebbero due. Primo, stringere sul serio, con rigore e fermezza ma anche con calma, il cerchio die controlli assicurandosi anzitutto la cooperazione delle comunità musulmane, che si sono coralmente dette disponibili a collaborare alla sorveglianza perché è loro interesse dimostrare che l’IS non rappresenta affatto l’Islam sunnita nelsuo complesso: e il tutto senza inutili allarmismi, che fanno solo il gioco del nemico. Secondo, organizzare una risposta militare all’IS assicurandosi che a fornirla siano in primalinea forze musulmane sunnite alle quali fornire il massimo appoggio e reparti non già della NATO (per sventare l’immagine della “crociata occidentale contro l’Islam”), bensì delle Nazioni Unite, coinvolgendo con urgenza anche Russia, Turchia e Iran che per motivi diferenti se non opposti sono recalcitranti a impegnarsi. Soldati ONU, non NATO; e possibilmente non ragazzini delle Isole Fiji col casco blu, ma reparti militari seri, preparati ed efficaci. Non abbiamo interesse a far passare l’idea che l’Occidente colpisca l’IS per colpire l’Islam; dobbiamo dimostrare che l’IS non è l’Islam, che la maggior parte dei musulmani sono contro i tagliatori di teste e che dietro alle forze musulmane impegnate contro chi usurpa la rappresentanza della loro fede ci sono le Nazioni Unite, vale a dire la società civile del mondo intero.

Se non facciamo questo, qualunque altra cosa succeda la guerra è perduta in partenza. FC



Cambio mail

Il mio indirizzo e-mail è stato di recente cambiato dalla mia Università: l'indirizzo nuovo è il seguente: franco.cardini@sns.it Ringrazio tutti e vorrei pregare gli interessati d'inviare meno messaggi possibile e tutti più brevi possibili; per invii voluminosi, prego di usare il vacchio cartaceo, indirizzanto plichi e stampe a:

Franco Cardini, c/o c.p. 2358, Firenze Ferrovia, Staz. SMN, Via Alamanni, 50123 - Firenze. Grazie.




In libreria: Alle radici della cavalleria medievale

Una nuova edizione

Premesso che detesto far pubblicità a me stesso, vorrei informare gli interessati che l’Editore Il Mulino di Bologna ha or ora pubblicato una nuova edizione del mio Alle radici della cavalleria medievale, ripetutamente uscito nel 1981 per i tipi della Nuova Italia di Firenze, quindi pubblicato di nuovo nel 2004 con una Prefazione di Jean Flori e un excusrsus sulla storia della cavalleria nel medioevo proposto come Prologo dall’Autore, per la Rizzoli-Sansoni di Milano-Firenze. La nuova edizione mantiene inalterati testo e apparato di note rispetto al 1981-2004, a parte qualche correzione di refusi o inesattezze; mantiene altresì l’Introduzione di Jean Flori ma si arricchisce... Continua

 


In libreria: La scintilla (con Sergio Valzania)

Da Tripoli a Sarajevo. Come l'Italia provocò la prima guerra mondiale


Mentre l'Europa si prepara a celebrare i cento anni trascorsi dallo scoppio della prima guerra mondiale, Franco Cardini e Sergio Valzania ricostruiscono la catena di eventi che condusse alla tragedia, evidenziando il ruolo chiave svolto dalla guerra di Libia.
Spetta all'Italia l'avere «dato il la» alla finis Europae e al «tramonto dell'Occidente»? «Se è così» scrivono Cardini e Valzania «non vanno comunque dimenticati i molti e gravi problemi ai quali, nel '14, si cercò di rispondere con le armi: quello sociale anzitutto, insieme con quello rappresentato dallo sfruttamento colonialistico al quale la scienza positivistica porgeva l'alibi della superiore civiltà occidentale e del "fardello dell'Uomo Bianco", tanto simile al fagotto del ladro.».

In libreria: Quell'antica festa crudele

Guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese

Questo libro approfondisce il vasto tema della guerra non solo dal punto di vista dell’evoluzione tecnica e strategica ma anche e soprattutto da quello dell’ideologia e della mentalità: insomma della sua «cultura». Com’era, quale posto aveva nella vita delle società, come la vivevano gli uomini che la facevano e la subivano. Spaziando in un lunghissimo arco di tempo che va dall’Alto Medioevo alle soglie dell’età contemporanea, attraverso la lettura di una ricca e pittoresca galleria di testimonianze, letterarie e no, Cardini racconta di un mondo in cui la guerra era una presenza consueta eppure, in fondo, molto meno devastante di quanto saranno le guerre di un’epoca più «umanitaria» e pacifista qual è la nostra.

 


In libreria: Il Turco a Vienna

La capitale dell'impero, l'esercito cristiano contro l'esercito turco, due mesi di assedio, una splendida domenica di gloria.

«Cominciò così la grande battaglia attorno alle mura di Vienna. Era il 12, nel giorno di domenica benaugurante per i cristiani. Alle quattro del mattino, re Giovanni insieme con il figlio Jakub servì personalmente e con devozione la messa celebrata da frate Marco nella cappella camaldolese. Lo scontro si protrasse fino a sera per concludersi trionfalmente in Vienna liberata; all'alba del giorno dopo, sotto il ricco padiglione del gran visir conquistato dalle sue truppe che stavano saccheggiando il campo ottomano, Giovanni III poteva scrivere una trionfante lettera alla sua regale consorte. Terminava così, dopo due lunghi mesi, l'incubo dell'assedio alla prima città del Sacro Romano Impero e capitale della compagine territoriale ereditaria asburgica. Con esso, l'ultima Grande Paura provocata da un assalto ottomano a una Cristianità peraltro tutto meno che unita».