Efemeridi e spigolature, 6

Fede e coraggio in Iraq - La fede, cari miei, è più forte del fanatismo e della violenza. Ho visto, pubblicate su vari giornali, le foto dei quasi 18 milioni di pellegrini sciiti che giovedì 11 dicembre scorso hanno raggiunto la città santa di Kerbala per la festa dell’Arbai, che segna la fine della quarantena di lutto per la morte dell’imam Hussein, nipote di Muhammad, santo e martire sciita fatto uccidere da un califfo sunnita damasceno nel VII secolo.

Si è trattato di un’affluenza record, che ha sfidato i sunniti jihadisti del califfo al-Baghdadi nel bel mezzo dei territori da loro controllati. Stesse immagini nell’altra città santa, Najaf, dove ragazze in chador sono sfilate ostentando fieramente i ritratti dell’imam Khomeini e di Hassan Nasrallah, il leader degli Hezbollah libanesi: tanto l’Iran che gli Hezbollah e il presidente siriano Assad sostengono la lotta contro gli jihadisti dell’IS pur rifiutandosi di partecipare alla coalizione guidata dagli Stati Uniti che ha come scopo ultimo non già la lotta contro al-Baghdadi, ma l’installazione di basi militari occidentali il più vicine possibili al confine iraniano.

Italia: odor di scioperi “gialli” – Ma che razza di sindacati abbiamo, nel nostro paese? Venerdì 12 dicembre, ennesimo sciopero organizzato dalla CGIL. Mai che gli scioperi si facessero di mercoledì: sempre di venerdì, alla vigilia del week end; e, siccome a pensar male si fa peccato ma ci s’indovina, non è facile sfuggire al sospetto che i fieri scioperanti si organizzino per fare in questo modo un week-end lungo. Una volta s’insegnava a chiunque scioperasse l’aurea regola veterosindacalista: gli scioperi debbono procurare il minimo di disagio ai lavoratori in maniera da facilitare al massimo la loro solidarietà con gli scioperanti, e debbono colpire duro i ceti privilegiati. Esempio: perché non scioperare nelle ferrovie facendo andare i treni regolarmente ma senza staccare né controllare i biglietti? Quello sì che sarebbe un danno per l’azienda gestrice. E perché non colpire le Frecce (Rosse, Argento o Bianche che siano), treni per privilegiati che nei giorni di sciopero viaggiano regolarmente “garantiti”, mentre a fermarsi sono i treni per i lavoratori pendolari e per gli studenti? Da quando in qua uno sciopero favorisce i ceti forti per colpire quelli fragili? Ai bei tempi, un sindacato che agisse così si sarebbe definito “giallo”, cioè venduto al padronato.

Schegge d’aggiornamento islamologico – E’ ormai divenuto difficilissimo tenersi aggiornati, con quel che succede nel mondo musulmano. Ragione di più per star attenti alle novità nel campo dei companions, che sono sempre più numerosi. Questa settimana possiamo ad esempio segnalare l’eccellente agile libretto di Antoine Sfeir, L’Islam contre l’Islam, L’interminable guerre des sunnites et des chiites (Paris, Grasset, 2014, pp. 190, 6 euri), che ripercorre la fitna, la guerra civile-religiosa tra le due principali confessioni del mondo musulmano, dalla morte del profeta a oggi. Dopo averlo letto, il ginepraio vicino-orientale vi apparirà sotto una luce del tutto diversa. Ancora, Géopolitique des islamismes di Anne-Clémentine Larroque, nella mitica collezione “Que sais-je?” delle PUF (Paris 2014, pp. 126, euri 6,80). Dai Fratelli Musulmani alla nebulosa salafita all’islamismo sciita rivoluzionario fino all’illusione di una “internazionale islamista”. Mette conto ricordare che l’islamismo non è l’Islam. La seconda è una religione; il primo ne è la caricatura politica, l’abuso ideologico. Un “ismo”, appunto.

Calomniez, calomniez, quelque chose en restera…- Un altro libro sulla “menzogna” e sull’”equivoco” della leggenda indoeuropea. Stavolta ecco il corposo Mais où sont passés les Indo-européens. Le mythe d’origine de l’Occident di Jean-Paul Demoule (Paris, seuil, 2014, pp. 739, euri 27). Un bel libro, molto informato e aggiornato, con i rituali attacchi contro pangermanesimo ariano, nazismo eccetera: e fin qui… L’autore è professore di protostoria europea all’Università di Parigi I (Sorbonne-Panthéon) e specialista di problemi storico-archeologici dell’età neolitica e del ferro con al suo attivo una bibliografia imponente. Insomma, uno studioso con tutte le carte in regola. E’ quindi con un certo fastidio che, da una personalità come lui, si accettano capitoli come quelli sulla “Nuova” Destra, su Konrad Lorenz, su Georges Dumézil, su Mircea Eliade, che qua e là sembrano rasentare la delazione e l’invito al linciaggio culturale. Il tutto si tollera tanto peggio, in realtà, in quanto condotto sempre sul filo del rasoio di un linguaggio molto sorvegliato e di un’informazione sempre attenta. In altri termini, di studiosi come Demoule si amerebbe potersi sempre e comunque fidare: ciascuno ha poi diritto alle sue idee e magari anche alle sue idiosincrasie, ma chi gode a ragione di una fama di rigore scientifico e intellettuale ha anche responsabilità alle quali non può mai venir meno. Mai abbassare la guardia, se non si vuol cadere nella corruptio optimi pessima.

Ecco perché, proprio nel nome del rispetto e dell’ammirazione per la sua immagine di studioso, non posso perdonare a Demoule la superficialità con la quale egli scrive un paragrafo come questo: “En Italie, la Nuova Destra est fondée en 1977 par des membres de différents groups de jeunesse néofascistes. Comme sa grande soeur et modèle français, elle publie la revue Elementi et se revendique anticapitaliste, antidémocratique, biologisante, antiégalitaire et admiratrice de Julius Evola. On remarque dans cette mouvance les noms de Claudio Mutti, ancien député néofasciste, traducteur de plusieurs écrits négationnistes et du faux antisémite Les protocols des sages de Sion; de Mario Tarchi et des revues Diorama letterario et Trasgressioni; ou encore d’Alessandro Campi et sa revue Futur Presente, calque de Nouvelle École” (p. 301).

Ecco: se un periodo del genere l’avesse scritto un qualunque tanghero di pubblicista o di pennivendolo, imprecisioni e appiattimenti, sviste e tirate delazionatrici-demonizzatrici sarebbero passate perfino inosservate. Ma se viene da uno come Demoule, allora no; a uno come lui non si possono perdonare le inesattezze, le accuse affastellate con evidente intenzione intimidatrice, l’irrispettosa nonchalance con la quale si fa di Claudio Mutti un “ancien député néofasciste” (sic), la frettolosa disinformazione con la quale Marco Tarchi, di cui evidentemente Demoule non si è informato, viene ribattezzato Mario, l’avvicinamento di Tarchi a Campi e di Diorama a Futuro (non Futur) Presente. Dietro cadute di stile e di metodo come queste, nel contesto dello scritto di uno che di metodo e di stile ne ha da vendere, si possono intendere solo con l’intollerabile e anche un po’ vigliacca spocchia di chi spara nel mucchio convinto di essersi imbattuto in una canaille corvéable et bâtonnable à merci, gente che non conta nulla e che quindi non è in grado di difendersi e sulla quale si può impunemente tirare a raffica. Questi atteggiamenti dispiacciono e sono imperdonabili in quanto indegni di uno studioso serio: il sottolinearli è prova di rispetto e di considerazione nei suoi confronti. Di certe cose, si può anche non parlare: ma quando se ne parla, non basta affidarsi a un lavoro di Franco Ferrarotti vecchio di trent’anni e a chissà quali forme di “sentito dire”.


Minima cardiniana, 52

Domenica 14 dicembre. Terza domenica di Avvento

- UN FASCISTA A LOURDES -

Effemeride di qualche giorno fa, il primo giorno della settimana che oggi si conclude (o, se preferite, il secondo giorno della settimana scorsa: dipende dal còmputo settimanale che preferite). Lunedì 8 dicembre scorso, festa dell’Immacolata Concezione con tutti gli annessi e connessi teologici e storici (dimensione teologica negata da Bernardo di Clairvaux, difesa da Duns Scoto, proclamata come dogma da Pio IX nel 1870, l’anno in cui la “Banda del Buco” agli ordini del criminale in uniforme La Marmora si accaniva con i suoi cannoni contro Porta Pia…). Alle 10,30, durante la trasmissione televisiva RAI “A Sua Immagine” della quale in diretta da Parigi sono ospite, mi càpita ovviamente di parlare di Lourdes e dell’apparizione che lì ebbe luogo nel 1858: la Vergine Maria si rivelò dichiarando “Io sono l’Immacolata Concezione” alla pastorella Bernadette Soubirous. Erano anni difficili: c’era stato una decina d’anni prima il 1848, con i suoi rigurgiti giacobini e ateistici: ma il principe-presidente Luigi Napoleone Bonaparte, quattro anni dopo i moti del Quarantotto, si era fatto incoronare imperatore dei francesi con l’appoggio determinante dell’opinione pubblica cattolica; e “cattolica di ferro” era la sua consorte, l’imperatrice Eugenia, della nobile stirpe spagnola dei Montijo.

Venero ma soprattutto amo Lourdes, dove ho avuto l’onore di prestare il mio servizio di brancardier nel 1962. Durante la trasmissione, si parla di una delle ultime guarigioni inspiegabili (i credenti le definiscono “miracolose”, avvenute a Lourdes): e io ricordo come appunto un medico ateo che prestava nella cittadina pirenaica il suo servizio umanitario volontario trasse da quell’esperienza un’impressione tanto profonda che si convertì. Quel medico era Alexis Carrel, più tardi insignito del Premio Nobel per le sue pionieristiche ricerche sui trapianti d’organi.

Bene: ho ricevuto sul mio sito le proteste e financo le intimidazioni di alcuni imbecilli, i quali mi hanno accusato di “revisionismo” in quanto in TV avrei fatto l’“apologia” di un “criminale fascista” reo di “collaborazionismo”. A tale punto è arrivato da noi il conformismo condito d’ignoranza, di arroganza e di fanatismo.

Purtroppo non dispongo né di un microfono potente né di una tribuna mediatica efficace per replicare a queste infami idiozie. Debbo affidarmi a queste poche righe per rinnovare l’omaggio a un uomo onesto e a un’illustre personalità della scienza europea che l’Università di Lione ha purtroppo il disonore di aver cancellato dai suoi ruoli memoriali. Ma chi era mai questo scienziato che si cerca di ridurre alle dimensioni di nuovo Carneade?

Se si dovesse scrivere un libro dedicato ad Alexis Carrel, l’autore di quel best seller che a lungo ha insegnato, grazie al suo successo, che cos’erano l’uomo e la natura umana sotto il profilo non solo genetico, ma con straordinarie aperture verso l’antropologia e la psicanalisi, e il titolo del quale era, L’homme, cet inconnu, lo si potrebbe intitolare Carrel, ce méconnu.

Ai primi degli Anni Novanta del secolo scorso, partì dalla libera e democratica Francia una campagna d’intensità e di coerenza tematica talmente impressionanti che sarebbe stato davvero difficile, anche a esser dotati della più candida ingenuità, ritenerla “spontanea”. Si trattava si “esaugurare”, in tutto l’Esagono nazionale, le strade e le piazze intitolate ad Alexis Carrel. Intanto, forse col pretesto che il Front National aveva avviato una serie d’iniziative tese a far riconoscere in Carrel uno dei “padri dell’ecologia”, cominciava implacabile il tiro incrociato della stampa: di quella radicale, di quella democratica, di quella benpensante, di quella impegnata. Un autentico linciaggio morale postumo di rivoltante vigliaccheria.

Il frastuono arrivò alle stelle: fu un’esemplare sagra del conformismo più recriminatorio e forcaiolo. In effetti, si richiamarono non senza motivo il rapporto tra l’eugenetica fondata da Francis Galton, il darwinismo (e il darwinismo sociale) da un lato, e una serie di tesi e di ricerche a carattere eugenetico e talora anche razzistico nelle più varie parti del mondo (dagli Stati Uniti alla penisola scandinava) e le teorie scientifiche prese a prestito o adottate dai nazisti per legittimare le loro pratiche razzistiche e assassine dall’altro. E si mise in luce come Alexis Carrel, nato nel 1873 a Sainte Foy de Lyon, Premio Nobel per la medicina a trentanove anni nel 1912 e morto a Parigi nel 1944, fosse iscritto nel 1938 al Parti Populaire Français di Jacques Doriot e avesse accettato l’incarico di Pétain, nel 1941, di presiedere una “Fondation pour l’étude des problèmes humains” destinato a sostenere le tesi del regime di Vichy in materia “razziale”.

Ora non c’è dubbio che Carrel, non diversamente da altri francesi illustri, alla fine degli Anni trenta del secolo scorso prese sul serio il “socialismo nazionale” dell’ex-sindaco comunista di Saint-Denis aderendo al suo nuovo movimento politico, e che alcuni mesi più tardi, nel disorientamento e nello sfacelo della disfatta della sua patria travolta da quella che fu definita la drôle de guerre, accordò al regime pétainista il suo appoggio; e non c’è dubbio neppure che tale regime, marcato stretto dal nazismo e già di per sé influenzato da un antisemitismo che aveva purtroppo, fin dal secolo precedente, la Francia come sua terra d’elezione, collaborò in vari modi all’internamento prima, allo sterminio poi degli ebrei che si trovavano in Francia.

Tuttavia, per quanto non sarebbe difficile trovare negli scritti eugenetici di Carrel spunti che sarebbero stati poi utilizzati in favore di pratiche quali l’aborto terapeutico o l’eutanasia, l’accostamento diretto del nome del celebre scienziato ai delitti di quel tempo, dai rastrellamenti contro gli ebrei al fatto che il regime di Vichy avrebbe fatto morire per carenza di cure migliaia di degenti internati per malattie mentali, è apparso sempre e comunque frutto di deduzioni non sostenute da prove. Non sembrano essere mai emerse, a diretto carico di Carrel – che visse del resto molto appartato gli ultimi anni della sua esistenza, e morì appunto nel ’44 - prove che consentano di ritenerlo quella sorta di Mengele francese che i suoi detrattori sostengono sia stato. Ci siamo trovati dinanzi a una catena ininterrotta di deduzioni astratte, di sospetti arbitrari, di accostamenti forzati, di post hoc, ergo propter hoc. Una sgradevole miscela di terrorismo intellettuale e di tecnica istruttoria alla Vishinski o alla Mac Carthy: grazie alla quale, tuttavia, il nome di Carrel è stato fatto oggetto di una vera e propria damnatio memoriae.

Poche eccezioni a questo conformismo inquisitoriale: si può ricordare il coraggioso libro di Jean-Jacques Antier, Alexis Carrel. La tentation de l’absolu (Paris, Editions du Rocher, 1994), dove non solo si dimostra lucidamente che nulla le tesi di Carrel avevano da spartire con l’eugenetica nazista, ma si traccia anche il quadro d’una sorprendente ricchezza della vita intellettuale e intima d’uno scienziato che fu senza dubbio un uomo del suo tempo – e va detto che le indagini eugenetiche occuparono gran parte del quadro delle scienze biologiche e antropologiche della prima metà del Novecento: il nazismo non inventò nulla, semmai volgarizzò e strumentalizzò ricerche già in corso da decenni -, ma che al tempo stesso fu un cittadino integerrimo e un ricercatore di grande valore e di grande coraggio, sempre impegnato a combattere i vieti luoghi comuni, sempre disposto ad avviare indagini su strade impervie e poco battute.

Ma, eccoci al punto, è proprio questo che in realtà gli si rimprovera. Se Carrel fosse stato un Von Braun, vale a dire non uno schivo e da ultimi perfino un po’ isolato studioso bensì un ricercatore rampante dotato di genio sì, ma anche d’ambizione e d’una buona dose di cinismo, gli si sarebbe perdonato tranquillamente anche un passato di autentico nazista nel nome dei servizi poi resi alla democrazia liberale: e il “padre della V2”, una volta divenuto padre della ricerca spaziale statunitense, in termini di abilità tattica ne sapeva più di qualcosa. Invece, Carrel non si era piegato ai vincitori del momento: e, se Doriot l’aveva accettato a braccia aperte nel suo partito, Hitler non l’avrebbe in cambio voluto mai nel suo. Il best seller di Carrel, scritto nel ’35, è un inequivocabile atto d’accusa contro il progressismo meccanico e tecnologico che aveva fatto dimenticare le esigenze spirituali, contro il materialismo che aveva fatto dimenticare come vita religiosa e istanze scientifiche avrebbero dovuto andare ed erano andate per lunghi secoli di pari passo, contro il delirio d’onnipotenza scientistico e tecnologico che stava conducendo l’uomo ad addormentarsi in un sogno prometeico e faustiano il risveglio dal quale avrebbe potuto (e potrebbe: è un problema di oggi) essere molto duro.

Carrel conosceva bene la Modernità: nel 1904, appena trentenne, aveva lavorato negli Stati Uniti, al Rockefeller Institute for Medical Research; poi, in viaggio a Lourdes, aveva guardato da agnostico libero da pregiudizi ai fenomeni miracolosi: e, da medico insignito del Nobel, ne aveva avallato la veridicità senza paura di buscarsi per questo gli strali di gran parte del mondo scientifico.

Queste le colpe di Alexis Carrel, che non ha mai fatto gasare nessuno ma che ha difeso lo spirito religioso nell’uomo e che ha autorevolmente sostenuto che a Lourdes accadono dei miracoli. Colpe ben peggiori dell’aver militato in un partito filofascista o dell’aver sostenuto Pétain. Vi sono notoriamente stati, nella storia della libera Francia, uomini politici che hanno fatto di peggio: nessuno ha impedito loro di riciclarsi fino ad arrivare anche molto in alto. Ma Carrel, aprendosi alla dimensione del miracolo, si era reso responsabile di Lesa Modernità. Che una cosa del genere l’avesse fatta un Premio Nobel, era intollerabile. Bisognava rispondere con la condanna, l’esecrazione, l’oblìo. Lo si è fatto: sistematicamente. Con tutti i mezzi massmediali e democratici.

Settant’anni dopo la sua scomparsa, la damnatio memoriae continua. Sarebbe grave revisionismo chiedere sommessamente un ripensamento in questo caso specifico e magari, su un piano più generale, un briciolo di decenza?

- DI NUOVO SULLA DATA DEL NATALE -

Filosofi, sociologi ed etnologi hanno fornito varie definizioni del concetto di “cultura”. Teniamo da parte l’accezione puramente socioantropologica del termine e concentriamoci invece sull’altra, quella che riguarda ciascuno di noi. Che cosa significa “avere cultura”, essere uomini o donne “di cultura”?

Cultura non è sinonimo né di istruzione, né di educazione, né di erudizione: o meglio, è tutto ciò ma – diciamolo alla buona, però in termini chiari – a patto che ci sia qualcosa di più che tiene insieme tutte queste cose, che fornisce loro un senso compiuto. Io credo che ciò consista nella capacità e nel coraggio di rimettersi in discussione. In altri termini, a mio avviso “cultura” è anzitutto sinonimo di chiarezza e di onestà intellettuale.

Dico tutto ciò in quanto, dopo il mio articolo a proposito del Natale e delle sue tradizioni, sono stato letteralmente assalito da critiche, da accuse e perfino da qualche contumelia. In particolare, mi si è accusato di aver taciuto – e non per ignoranza…- le tesi recenti secondo le quali il 25 dicembre avrebbe una sua plausibilità obiettiva come nascita di Gesù e che la Chiesa conosceva fino dai suoi primi tempi tale data che non sarebbe quindi un tentativo di obliterare la festa “pagana” del Sol Comes Invictus. Premettendo che, con tutto il rispetto e anche l’ammirazione per gli studiosi che con dottrina e ingegno hanno proposto e sostenuto tale tesi (che non è poi, attenzione!, nuovissima), per quel che mi riguarda resto ancorato alla spiegazione tradizionale, sapendo perfettamente che anch’essa resta ipotetica. E ne esporrò tra breve, sinteticamente, le ragioni. Ora però debbo dedicarmi a colmare le lacune obiettive di quel mio articolo.

Già nel 2000, sulla rivista “30 Giorni” un articolo del teologo e biblista Tommaso Federici dal titolo 25 dicembre. Una data storica sosteneva che la Chiesa, celebrando la nascita del Cristo nell’ultima decade del dicembre, attingesse alla memoria ininterrotta delle prima comunità cristiane. Tuttavia fu soltanto dopo che il cristianesimo divenne religio licita nell’impero, vale a dire all’indomani degli editti di Galerio, di Costantino e di Licinio del 312-313, che emerse la data del 25 e, con essa, andò affermandosi la tendenza a considerare tale scelta come connessa alla volontà-necessità di obliterare la solennità solstiziale del Sol Comes Invictus, di origine siro-persiana (il Sol Comes di Emesa, il dio indopersiano Mithra) e, in quanto tipica religio castrensis molto popolare nell’esercito, divenuta per eccellenza solennità imperiale.

In realtà, argomentava però Federici, la data del 25 dicembre era indirettamente ricavabile già dal confronto tra i due testi evangelici “sinottici” di Matteo e di Luca e dalla tradizione dell’annunzio della nascita di Giovanni il Battista al padre, il sacerdote Zaccaria, in una data alla quale la tradizione occidentale non attribuiva importanza (ma quelle orientali sì) e che andava collegata non solo alla visita di Maria ad Elisabetta e al computo delle due diverse gravidanze, ma anche ai 24 turni di preghiera al tempio ai quali si avvicendavano, due volte all’anno, i componenti delle diversi “classi” nelle quali i sacerdoti ebrei erano distinti (Zaccaria apparteneva all’ottavo turno, quello “di Abia”. Tutto ciò è noto fino dal fondamentale studio di Annie Jaubert, Les calendrier des Jubilées et de la secte de Qumram. Ses origines bibliques ( “Vetus Testamentum”, Suppl. 3, 1953, pp. 250-64), dal saggio di Shemarjahu Talmon, The calendar reckoning of the sect from the Judean desert. Aspects of the Dead Sea scrolls ( “Scripta Hierosolymitana”, IV, 1958, pp. 162-99) e dalla più recente ricerca di Antonio Ammassari, Alle origini del calendario natalizio (Euntes iubete”, 45, 1992, pp. 11-16). Come si vede, la rivoluzionaria scoperta dei “rotoli di Qumran” ha avuto effetti molto profondi sulle nostre conoscenze relative a ebraismo e cristianesimo primitivo.

Ciò non toglie tuttavia che la data nella quale si usava, nelle prime Chiesa cristiane – ch’erano evidentemente le orientali – celebrare la Natività e al tempo stesso la regalità e la divinità del Signore (nella pienezza della sua manifestazione, cioè appunto nell’”Epifania”) fosse piuttosto il 6 gennaio, e che tale data coincidesse a sua volta con una solennità isiaca. La scelta del 25 dicembre ha origine non tanto “occidentale” – come impropriamente si dice – quanto specificamente e propriamente romana: appartiene all’Urbe come Caput mundi e sede imperiale; e oblitera (non annulla, ma piuttosto le si sovrappone fino a sostituirvisi, con un processo acculturativo che non ne annulla il valora, ma anzi lo completa e lo esalta) la festa solstiziale – ch’è perciò stesso solare, imperiale e militare, dies triumphalis – non perché coincida esattamente con il solstizio d’inverno (che cade il 21 dicembre, inizio della terza decade del mese) ma in quanto si pone esattamente a metà di quei giorni ch’erano nel loro complesso festivi e coincidevano con le celebri e popolarissime libertates decembris. Il fatto che quella decade fosse la medesima scelta dalla Chiesa per celebrare la nascita di Gesù non si può liquidare come una semplice coincidenza: ma sottintende abbastanza facilmente l’ipotesi che in ciò i cristiani, alla conquista del popolo romano, abbiano voluto anche calendariamente parlando conquistarne l’immaginario. Che poi fosse la memoria di un giorno celebrato ab antiquo a imporre, sulla base del 25 dicembre, anche le altre date basilari del calendario solare cristiano (l’Incarnazione-Annunciazione del 25 marzo, la concezione del Battista il 24 settembre, la sua natività il 24 giugno), o non invece quel giorno il risultato di un computo “biologico” fondato dagli altri, è questione forse irresolvibile in quanto ci fanno difetto le esatte notizie relative alla genesi dinamica e al rispettivo avvìo nella Chiesa primitiva di quelle memorie calendariali-cultuali. Il resto è dotta e legittima congettura: ma congettura.

Ciò detto, altri particolari sono molto secondari. Ad esempio, la questione dell’annunzio dell’angelo ai pastori. Non è che non potessero esserci pastori all’addiaccio nei pressi di Betlemme nella notte fra il 24 e il 25 in quanto di notte le greggi rientrano all’ovile: sappiamo bene che vi erano pecore che, a causa del loro pelame scuro o nero, venivano considerate nella tradizione ebraica “impure” e non avevano diritto a soggiornare negli ovili di notte, e bisognava ben custodirle. Il punto è che Betlemme è circa a 800 metri sul livello del mare (a quell’altitudine, d’inverno, per quelle povere bestie c’era poco da brucare) e la pastorizia antica, come la recente, praticava - e nella misura in cui può lo fa ancora - la transumanza. Alla fine di dicembre non potevano esserci pastori presso Betlemme in quanto essi avevano fino dall’autunno guidato le loro greggi (qualunque fosse il colore del loro pelame) a svernare sui climaticamente più miti pascoli della pianura, vicino al mare. Se vogliamo prestar fede al testo evangelico dell’annunzio ai pastori, bisogna ben ipotizzare che esso sia avvenuto in una stagione diversa. Quando? Forse orientando il nostro còmputo sull’altro giro di servizio al Tempio da parte di Zaccaria e dei suoi colleghi del “turno di Abia”, sei mesi dopo, le cose tornano. Ma ciò rovescerebbe, calendariamente parlando, la nostra liturgia: una Natività solstiziale estiva (con tanto di agio climatico per i nostri pastori), quindi un’Annunciazione nove mesi prima, alla fine di settembre anziché di marzo, e una nascita del Battista in prossimità del solstizio d’inverno. Vogliamo tenerci le tradizioni? Allora bisogna rassegnarsi al fatto che esse non sempre coincidono con la storia, anzi talvolta ci fanno a pugni. E allora? Ciò tocca forse la sostanza della fede? Sappiamo bene che Gesù, ad esempio, non è nato affatto nell’anno 753 ab Urbe condita, ma sei o sette anni prima: un còmputo fatto nel VI secolo è risultato errato. Tutto ciò cambia forse il nostro rapporto tra fede e storia? Oppure, per sentirci più a nostro agio, dovremmo accettare di entrare, fra qualche giorno, non già nell’anno 2015 bensì nel 2021 o 2022 e costringere calendari e scadenze di ogni genere a un rovesciamento caotico per adeguarsi alla realtà obiettiva? Pare che Gesù sia morto e risorto nel 30 o nel 33 d.C., il che in realtà significa che non aveva i 33 anni canonici, ma andava per i 36-37 o addirittura per i 39-40. E allora? In modo analogo, Dante era convinto che la terra stesse ferma e il sole le girasse attorno, come sosteneva Tolomeo: bruceremo la Divina Commedia per questo? Dobbiamo arrenderci al fatto che il progresso del nostro sapere cambia continuamente il nostro quadro di riferimento: se dovessimo appurare con certezza che quello di Gesù non fu un White Christmas bensì un afoso Natale palestinese di giugno, quindi senza abeti imbiancati, ci cascherebbe il mondo addosso?

Non dimentichiamo, infine, che i calcoli fondati sui calendari ebraici, che potevano essere ovvi e naturali nella Chiesa del I secolo il nerbo della quale era ancora fatto di ebrei convertiti (o addirittura, più semplicemente, di ebrei che si erano limitati a riconoscer in Gesù di Nazareth il Messia, senza esser con ciò minimamente intenzionati a “cambiar religione”), non dovevano essere poi altrettanto ben accetti nella Chiesa cristiana del IV, costituita nella stragrande maggioranza dei casi da ex pagani o figli di ex pagani e in cui la polemica contra Iudaeos si era sviluppata duramente. Il cristiano del IV secolo, magari ex mithraista o ex iniziato a uno dei tanti culti misterici, vedeva in un Cristo-Dio circonfuso di gloria solare (vale a dire imperiale e trionfale) una divinità adatta a lui non in quanto “adempieva le scrittura ebraiche” che il cristianesimo aveva in una pur ampia misura recuperato ma che gli restavano tuttavia estranee, ma in quanto andava incontro alla sua sensibilità. Sarebbero stati necessari secoli prima che il cristianesimo si adattasse all’idea di essere la religione di un Vinto, di uno Sconfitto, di un Dio che aveva sofferto ed era morto di morte infamante. Questa è la strada che dal Christus vincit! delle legioni costantiniane e teodosiane, con i loro digrammi trionfali, porta al Christus patiens e al Gesù povero e nudo di Francesco d’Assisi. Per adeguatamente percorrere quella strada, sono stati necessari lunghi secoli. Ecco perché il Christus-Sol delle feste solstiziali e imperiali di Roma continua ad essere sotto il profilo storico più convincente del Gesù la nascita del quale emerge dai complessi calcoli calendariali d’origine ebraica che la Ecclesia e gentibus aveva rapidamente dimenticato e non amava ricordare.

- GUANTANAMERA –

Gran bella cosa, il “dovere della memoria”. Ce lo ripetono tutti, dai media ai politici agli insegnanti a scuola. Ogni 11 settembre, ogni 27 gennaio, ogni 25 aprile. Certo, ricordare è necessario.

Peccato solo che non sia sufficiente. Perché ci sono due tipi di ricordi: da una parte quelli che si aggiungono ad altri, magari analoghi ma differenti, e che con essi vanno a formare un patrimonio complesso di memorie da elaborare al fine di cercar di costruire un giudizio equilibrato su qualcosa; da un’altra quelli che invece servono esattamente allo scopo contrario rispetto a quello che ostentano e proclamano, servono cioè a “sbattere il ricordo-mostro in prima pagina” affinché con la sua mole messa davanti a noi in modo tale da occupare il nostro intero campo visivo nasconda e obliteri altri ricordi, magari più importanti. Esempio: parliamo del massacro degli armeni perché vogliamo evitare che la gente ricordi quelli dei pellerossa o dei tasmaniani, o magari quelli dei sembra oltre due milioni di soldati tedeschi prigionieri morti di stenti, di fame, di malattia e di mancanza di cure nei due anni successivi al conflitto, quindi in recente ma piena pace.

Poi ci sono tante cose che sul momento hanno fatto scalpore e di cui poi la gente si è dimenticata e ormai giacciono perdute e svanite dalla memoria collettiva in quanto non fa comodo a nessuno ricordarle. Chi si rammenta oggi del carcere irakeno di Abu Ghraib, non migliore forse di quello di Via Tasso a Roma dove nel ’44 si commisero tante atrocità per fortuna ancora ben presenti a tutti? Chi si ricorda più della signora iraniana Shakineh, che cinque anni fa inondò dei maxiposter con il suo volto – piuttosto bello, e del resto un po’ ritoccato…- perché tanti sindaci d’Italia ne appesero l’effigie fuori dalle sedi comunali, e che rischiava nel suo paese, di disse, da lapidazione per adulterio? Poi venne fuori che nello stato-canaglia iraniano, a differenza di alcuni paesi arabi del Golfo dove però certe cose anche se accadono è meglio ignorarle perché sono nostri alleati e ci vendono il petrolio, in teoria l’adulterio comporta la lapidazione ma in pratica è difficilissimo mettere insieme le prove che consentano ai giudici di comminare una pena tanto barbarica: per cui Shakineh rischiava al massimo l’impiccagione (il che, peraltro, non è ovviamente uno scherzo…) per concorso in omicidio del marito (un tipo che, sia detto fra parentesi, di essere ammazzato un po’ se l’era meritato). Così la povera Shakineh, dal momento che non serviva più come alibi mediatico per rovesciar torrenti di fango (dico fango perché sono un signore…) sulla Repubblica Islamica dell’Iran, venne, la poverina, dimenticata: e tanti sindaci che si erano messi al polso il nastrino verde che indicava la solidarietà con la signora – compreso il mio amico Matteo Renzi, poi assurto a più alti incarichi - se lo tolsero con noncuranza.

Ebbene: accanto a Abu Ghraib, a Guantanamo, a tanti bombardamenti vecchi e recenti nei quali – nonostante le “bombe intelligenti” – il “fuoco amico” o i “danni collaterali” hanno ammazzato tanti innocenti dall’Afghanistan all’Iraq all’Africa, quanti altri educati delitti ha commesso la nostra inguaribile amnesia, anche se ogni 27 gennaio, ogni 25 aprile e ogni 11 settembre ci autoassolviamo ottemperando al “dovere della memoria” mediaticamente guidata?

Per esempio: chi si ricorda ancora di Guantanamo? Eppure almeno al mia generazione, e un paio di quelle successive, dovrebbero. Le conosciamo bene, le care note di Tajira guantanamera.

Rinfreschiamoci allora la memoria. Il 5 febbraio del 2002 fummo colpiti – e qualcuno di noi perfino se ne scandalizzò - dalle immagini, forse trasmesse per sbaglio, forse non tempestivamente censurate, di decine e decine di prigionieri talibani o ritenuti tali di varia origine (non tutti afghani o arabi, qualche europeo, qualche americano...) stivati in gabbie, incatenati, trasportati dall’Afghanistan nella base della marina militare statunitense sita a Guantanamo (extraterritoriale, ma in territorio cubano: e non si sa se lo fecero per sottrarli al contatto col territorio metropolitano statunitense dove la costituzione avrebbe impedito violenze sui prigionieri oppure come tracotante sfida allo “stato-canaglia” di Cuba).

Si trattava di prigionieri di quella serie di raids militari che l’allora presidente degli USA George W. Bush jr. si era sempre ostinato a voler definire “guerra” ma ai quali veniva poi negato, con atto di arrogante contraddizione, lo status di prigionieri di guerra e a proposito dei quali un pur reticente ufficiale dichiarava che, in fondo, non era poi possibile garantire nei loro confronti il rispetto di un testo “vecchio di cinquantaquattro anni”. Quel vecchio, evidentemente trascurabile testo, era la Convenzione di Ginevra, violata in quel caso insieme con lo stesso diritto statunitense. D’altro canto, negli USA si stava ormai discutendo a livello parlamentare non meno che a quello massmediale sulla possibilità di render lecito l’uso del ricorso alla tortura quando si stimasse che ciò potesse condurre al conseguimento d’informazioni in grado di salvare vite americane. Non si deve pensare a un vento di follìa che sta attraversando il nostro mondo e che lo sta spingendo fino a rinnegare i presupposti sui quali la moderna società civile si fondava: fino a regredire a livelli inferiori a quelli a suo tempo denunziati da Cesare Beccaria. La questione sta propriamente nello sviluppo delle democrazie moderne - se si vuole, nel suo evolversi in postdemocrazie -, riassunto in una drammatica espressione di Marcel Gauchet: “Quand les droits de l’homme deviennent une politique” (M. Gauchet, La démocratie contre elle-même, Paris, Gallimard, 2002, p. 326). Da allora, all’interno di parlamenti di stati democratici come gli USA e Israele, il dibattito sulla legittimità di interrogatori durante i quali si potessero usare mezzi più «duri», più «persuasivi» e altri eufemismi del genere (anche i giudici inquisitoriali, tra XII e XVIII secolo, si servivano di analoghe eufemistiche circonlocuzioni) ha molto progredito in intensità e in raffinatezza, per quanto non sempre i media ne abbiano opportunamente informato i cittadini. In altre parole, si sta riorganizzando un diritto che consente di servirsi in certi casi ed entro certi limiti della tortura. E’ un tema senza dubbio di grande interesse, anche visto le condanne alle quali eravamo abituati, l’esecrazione contro i totalitarismi che facevano uso di certi mezzi eccetera: come mai non si parla abbastanza di questa inversione di tendenza della nostra etica democratica condivisa? Beh, in fondo che volete?, di cose ne succedono talmente tante, dovessimo parlar di tutte…

Da allora a Guantanamo si è continuato a detenere illegalmente gente che molto spesso aveva in effetti preso le armi contro gli invasori statunitensi, ma che siccome non esisteva uno stato di guerra non si sapeva alla luce di quale normativa imprigionare e interrogare; e gente che invece non aveva fatto un bel niente ma che nelle retate dei soldati o comunque dei «consiglieri militari» armati ci era caduta e ora si trovava là, a migliaia di chilometri dal suo paese, senza uno straccio di tutela né da parte del suo paese formalmente governato da una banda di collaborazionisti, né da parte di chi li aveva presi prigionieri ma non aveva nemmeno il coraggio di portarseli a casa propria, né da parte della comunità internazionale che guardava attentamente altrove.

Dodici anni: e non è cambiato nulla se non in peggio. Tanta gente continua a restare privata della libertà sulla base della decisione di stranieri che hanno invaso il suo paese contro ogni diritto, a venir interrogata e torturata. L’opinione pubblica statunitense e internazionale lo sa benissimo, ma ormai non fa più nulla per intervenire. Sei anni fa, nel 2008, Barack Obama promise solennemente che uno dei suoi primi atti di governo sarebbe stato chiudere quel vergognoso campo di concentramento e restituire la libertà a quanti vi erano sequestrati. Bene: il presidente Obama si è rivelato un bugiardo, un ipocrita o un millantatore incapace, comunque un inadempiente.

E noi, che cosa possiamo fare? Esattamente quel che possono fare i cittadini di una grande e felice democrazia: subire. Magari, forse questo sì, se vogliamo salvare la faccia protestare un po’. Che cosa ci costa, in fondo ? Che cosa si rischia ? Oppure, potremmo cercar di procurarci un libretto stampato ben otto anni fa nientemeno che dall’editrice Seuil di Parigi, che non è l’ultima arrivata, e autore del quale è un giornalista radiotelevisivo, Franck Smith. Il libretto di appena 125 pagine, scarno, senza introduzione storica, senza note, ha come titolo Guantanamo.

Il suo contenuto è semplice. Il 23 gennaio del 2006 quattro anni dopo l’apertura del campo di concentramento per presunti terroristi presso Guantanamo, la stampa statunitense sostenuta da un forte movimento d’opinione pubblica impiantò una querela sostenuta dall’agenzia Associated Press che obbligò il Pentagono, sulla base del Freedom of Information Act, a rendere pubbliche le trascrizioni degli interrogatori di varie centinaia di prigionieri. Il Dipartimento della Difesa decise di non interporre appello: e così 370 processi verbali, alcuni di essi corredati dai nomi dei detenuti, furono diffusi sotto forma di CD-rom o divennero accesibili per via Internet.

Cercate quel materiale. Se non ne avete il tempo, procuratevi quell’ormai invecchiato libretto di Frank Smith nel quale sono riassunti solo 29 casi, senza nomi degli interroganti e degli interrogati, senza date, senza note. Non è certo così che si fa libera e compiuta informazione. Eppure, quelle poche pagine sono a modo loro molto eloquenti. Domande semplici, risposte stringate. Il resto – la paura, le violenze, le sofferenze – bisogna immaginarselo. Come quando si leggono i vecchi verbali dei processi inquisitoriali agli eretici e alle streghe, dove però ci sono molti più particolari.

I vecchi veterinari raccontano dei reparti di una volta, dove si facevano esperimenti chirurgici su animali (temo che ve ne siano ancora). Si entrava, si vedevano gabbiette e gabbiette con dentro povere creature legate, fasciate e incerottate. Si veniva colpiti dal silenzio profondo che regnava in quelle camere di tortura. A chi ne domandava la ragione, veniva risposto che alle «cavie» venivano ordinariamente recise le corde vocali. Il libro di Frank Smith mi ha fatto la medesima impressione.

FC


Minima cardiniana, 51

Domenica 7 dicembre. Seconda domenica di Avvento

- A PROPOSITO DI TRADIZIONI NATALIZIE -

Il Natale. Storia e fede. Gesù, lo sanno tutti, è nato alla mezzanotte tra il 24 e il 25 di 2014 anni fa. Appunto, lo sanno tutti. Ed è invece, storicamente parlando, indimostrabile: e comunque in parte sbagliato, in parte insicuro.

Per quanto ciò possa apparire strano e magari sconvolgente, magari scandaloso, mancano prove storiche sicure che Gesù sia davvero mai nato, che cioè sia un personaggio storico al pari di Mozart, o di Napoleone, o di Gino Bartali: insomma di un qualunque essere umano la vita e l’identità del quale siano supportate da una documentazione obiettiva e sicura. Le stesse prove storiche non “primarie” – vale a dire appoggiate a documenti certi – ma almeno “secondarie”, cioè sorrette da testimonianze narrative, sono tutte più recenti di almeno alcuni decenni rispetto alla sua morte. E i racconti che ne costituiscono le basi sono quelli evangelici: al di fuori id essi, ce ne mancano riscontri. Saggiamente, difatti, i Padri del Concilio di Nicea del 325 troncarono le discussioni che già da allora violentissime si addensavano sulla questione Cristo “storico” versus Cristo “mitico” e stabilirono nel loro Synbolon (perpetuato come preghiera del “Credo”) che la nascita, la passione, la morte e la resurrezione di Gesù, nato da Maria Vergine, fossero articolo di fede. Ciò sottrae il credente dalla necessità d’invilupparsi in complesse questioni storico-filologico-esegetiche. Il fatto che poi sia del tutto legittimo indagare sulla personalità del Cristo come problema storico va da sé. Nella storia, quella seria, non esistono tabù o argomenti trattando i quali si rischia di venir considerati “revisionisti”.

E’ quindi legittimo trattare i Vangeli anche come fonti storiche di carattere narrativo e studiarli sotto questo aspetto, con tutti i metodi e gli strumenti del caso.

Fondandosi quindi sulle narrazioni evangeliche, e segnatamente su Luca, 2, 1-26, è stato possibile risalire all’anno della Sua nascita, quello del censimento indetto da Ottaviano Augusto; e quindi a quello approssimativo della morte, avvenuta durante il governo proconsolare di Ponzio Pilato della provincia imperiale di Siria. Ma quanto alla nascita, il còmputo messo a punto nel VI secolo dal monaco siriano Dioniso detto “il Piccolo”, residente in Roma, sembra contenere un errore per difetto di circa 6-8 anni: Gesù sarebbe nato quindi non già nel 753-754 di Roma (ab Urbe condita), bensì prima, verso il 746 e il 750 circa ; e morto trenta-trentatreenne più o meno fra il 776 e il 782 (poiché morì sotto Tiberio, a sua volta appunto morto in quell’anno).

Già nel IV secolo, quando la fede cristiana divenne per volontà di Costantino e di Licinio nel 313 (ma sulla base di un editto di Galerio di due anni prima) religio licita, erano in molti a pensare – in analogia con i culti pagani: il che non stupirà, dal momento che la stragrande maggioranza dei cristiani era ormai costituita da ebrei convertiti – che il Cristo fosse in realtà una figura mitica: e quel suo morire e risorgere veniva posto in effetti in rapporto analogico con il mito dionisiaco o con il ciclo apparente del sole che ogni notte si nasconde e rinasce ogni mattino. Per questo appunto i Padri riuniti nel 325 nel Concilio di Nicea stabilirono nel loro documento conclusivo – il Synbolon - che l’indubitabile realtà della vita del Cristo costituiva verità di fede alla quale il cristiano era tenuto a credere, non un dato storico suscettibile di dimostrazione e bisognoso di prove.

Una volta stabilito d’altronde che l’anno preciso della nascita del redentore era ignoto, e ricavatolo sulla base di un opinabile còmputo, il giorno e il mese restavano avvolti nel mistero: il che era d’altronde paradossale in una cultura che tanto spazio dava all’importanza delle costellazioni e degli oroscopi. Il racconto evangelico forniva al riguardo una sia pur imprecisa e generica traccia: parlava della presenza vicino al luogo della nascita del Bambino di alcuni pastori che passavano la notte all’addiaccio. Dato il regime di transumanza dei pastori della Giudea e la posizione altimetrica di Betlemme, a circa 700 metri sul livello del mare, si doveva evidentemente essere in periodo primaverile-estivo, quando le greggi vengono trasferite in altura per scendere poi verso il mare con l’autunno (“Settembre: andiamo, è tempo di migrare”, canta l’abruzzese Gabriele D’Annunzio).

Viceversa, nella nostra sensibilità e nella nostra tradizione, il Natale è una festa d’inverno. Il presepe – una tradizione avviata a quel che pare nel 1223 da Francesco d’Assisi – associa inestricabilmente la nascita del Signore a un paesaggio montano innevato, per quanto il gusto orientalistico ottocentesco (incoraggiato dalla presenza di personaggi obbligatoriamente abbigliati “all’orientale”, i magi) lo abbia arricchito di palme e di fondali dove sono rappresentati oasi e deserti: a dire il vero, poco palestinesi. Nei paesi protestanti, una tradizione che si vuol far risalire a Martin Lutero ha imposto la variante invernale dell’albero scintillante di ornamenti e di neve ghiacciata. Ma in realtà le scelte di Francesco e di Lutero sono state tutt’altro che arbitrarie, per quel che attiene al radicamento della nascita di Gesù in inverno. Tale era già, ai loro rispettivi tempi, una tradizione radicata e irreversibile.

Tradizione e acculturazione. Prima, però, non era stato così. Per quanto è dato sapere, già fino dal tempo del primitivo sviluppo del cristianesimo venivano proposte diverse date per la nascita del Cristo: il 6 gennaio, il 28 marzo, il 19 aprile, il 29 maggio. Ma il cristianesimo orientale, in particolare egiziano, aveva imposto piuttosto presto la consuetudine di celebrare insieme, in una sola festa, la Natività e l’Epifania (cioè il riconoscimento della divinità e della regalità del Bambino): ciò avveniva il 6 gennaio, data in cui tuttora si celebra il natale nelle Chiese cristiane ortodosse e orientali. Tale giorno era stato scelto, secondo un tipico schema acculturativo, in quanto coincidente con una festa dedicata alla dea Iside durante la quale si adorava la sua divina maternità e si celebrava la consacrazione in suo onore delle acque. Difatti, da allora, la data del 6 gennaio venne strettamente legata, anche nel calendario liturgico cristiano, a due altre ricorrenze in cui all’elemento acqueo spettava un ruolo fondamentale: il battesimo del Cristo nel Giordano e il miracolo del mutamento dell’acqua in vino in Cana di Galilea.

Tale celebrazione non parve tuttavia adatta al mondo cristiano latino, per quanto il culto isiaco fosse, nel IV secolo, impiantato nell’intero bacino mediterraneo e anche a Roma: o forse proprio in quanto la festa isiaca delle acque vaniva certo celebrata anche lì, ma non aveva mai perduto quel tanto di esotico, di remoto rispetto alle tradizioni locali, che la faceva apparire estranea.

Nell’Urbe, c’era tuttavia un’altra festa molto popolare che si celebrava a sua volta all’inizio dell’inverno: in tale data gli imperatori usavano concedere al popolo romano generose elargizioni di grano e di vino. Si trattava del 25 dicembre, giorno centrale del periodo di due settimane durante il quale (dal 18 dicembre fino alle Calende di gennaio, giorno di apertura dell’anno nuovo secondo il calendario giuliano) in tutta Roma veniva celebrato il solstizio d’inverno, festa dedicata al dio d’origine indo-persiana Mithra.

La nascita di Mithra ha, nel mito che lo riguarda, singolari somiglianze con quella di Gesù nel racconto evangelico: vi figurano la grotta, la stella annunziante, gli animali sacri al dio che sono il toro e l’onagro, cioè l’asino selvatico: insomma, tutti gli elementi del presepio cristiano, secondo un’immagine che già figura in un’opera scultorea presente a Roma nella chiesa di Santa Maria Maggiore.

Nel Vicino Oriente vi erano altre divinità che avevano dato origine a culti misterici che si erano andati fondendo con il mithraismo: ad esempio quelle di Attis o di Adone (dal semitico Adonai: il Signore). Un luogo cultuale sacro a Adone si trovava difatti proprio a Betlemme, e probabilmente – come sembra di capire da una testimonianza di san Gerolamo – la grotta nella quale si disse nato Gesù, e sulla quale sorse in età costantiniana la basilica della Natività, era in precedenza consacrata a Adone.

Mithra, la divinità misterica adorata in Roma, si era affermata come dio parallelo a una divinità solare d’origine siriana che talvolta con lui addirittura s’identifica: il Sol Comes Invictus. Si trattava soprattutto di culti militari, e fra III e IV secolo gli imperatori avevano cercato di farne il centro di una sorta di monoteismo incentrato sulla sacralità della loro persona, che con il Sol Comes s’identificava. Un tempio al Sol Comes - adorato durante le feste del solstizio d’inverno, quando il corso del sole comincia a rafforzarsi e le giornate si allungano - sorgeva nell’Urbe sul luogo dove oggi esiste la basilica di San Silvestro, al quale difatti la Chiesa dedica la festa liturgica dell’ultimo giorno dell’anno, quando alla vigilia delle Calende di gennaio i festeggiamenti solstiziali avevano termine.

Nella tradizione romana, il periodo delle celebrazioni solstiziali s’intrecciava con il tempo sacro a una tradizione ancora più antica: quella delle celebri Libertates decembris, durante le quali si celebrava ritualmente il periodico ritorno del cosmo al caos dal quale avrebbe dovuto uscire rinnovato in un ordine garantito dal calendario dell’anno nuovo; e durante il quale pertanto le abituali regole civili venivano ritualmente violate e sconvolte, gli uomini portavano vesti muliebri, i padroni servivano a mensa gli schiavi e s’incoronava pubblicamente un bambino, o uno schiavo, o un miserabile, facendolo Rex unius diei, “Re per un Giorno”. Si trattava di una tradizione ben nota al livello antropologico, quella del “rovesciamento dell’ordine”, tendente non già a cancellarlo bensì a rinnovarlo rafforzandolo. Tali usi, per molti versi affini alle feste dionisiache come i baccanali e con essi in parte confusi, si sarebbero trasferite in età cristiana a un altro momento nel quale si celebrava la fine dell’anno vecchio, cioè al periodo terminale dell’inverno, con il Carnevale.

Queste Libertates a Roma coincidevano con la settimana dei Saturnalia, dal 17 al 23 dicembre, in ricordo dell’età d’oro che vi sarebbe stata ai tempi del dio Saturno, quando non esistevano né schiavi né padroni. In realtà, il significato della festa era più profondo. Saturno s’identificava con l’ellenico Chronos, il dio ellenico signore e ordinatore del tempo (funzione in Roma ereditata poi dal dio Giano, il “Signore della Porta” – Ianua – che presiedeva al chiudersi dell’anno vecchio e all’aprirsi dell’anno nuovo). Il “ritorno al caos” alla fine dell’anno era un rito mimetico del disordine imperante in ogni era al suo tramontare: e preludeva alla restaurazione dell’ordine. Era quindi logico che, al chiudersi dei disordini saturnali di dicembre, il sole fin lì indebolito riprendesse col solstizio d’inverno il suo corso più vigoroso: e si celebrasse la nascita del Sole Bambino e dell’Anno Bambino, entrambi riassunti nella divinità imperiale del Sol Comes–Mithra: che in quanto nuovo Sole era Kosmokrator, Signore del Cosmo, e in quanto nuovo Anno era Chronokrator, Signore del Tempo.

Celebrando il 25 dicembre la nascita del Cristo, Lo si associava all’imperatore che, convertito al cristianesimo, sarebbe stato suo vicario e sua figura in terra. In tal modo il Natale s’impiantò, nell’impero romano ormai guadagnato al cristianesimo, come festa romana, imperiale e solare.

Ma la lettura del Vangelo e il suo uso liturgico imponevano nella Chiesa latina un forte divario tra il Natale e l’Epifania. La data “solstiziale” del 25 dicembre era dotata di una sua forza cosmica e tradizionale irrinunziabile, che obliterava – ancora una volta secondo un procedimento obiettivamente acculturativa – la festa solare e imperiale conferendole al tempo stesso però una nuova, più forte legittimità cristica. D’altronde quella del 6 gennaio non faceva che spostare di alcuni giorni lo spazio sacrale delle due settimane già dedicate alle festività del solstizio e della fine dell’anno: tra 24 dicembre, la vigilia – nella tradizione liturgica cristiana, ispirata a quella ebraica, il giorno cominciava con i vespri – e il 6 gennaio v’erano appunto 14 giorni, calcolando quello d’inizio e quello di fine del còmputo. Ma più importanti dei 14 giorni erano le 13 notti comprese tra quella precedente il Dies Natalis – la notte appunto della Natività – e quella dell’Epifania, quella nella quale i magi venuti dall’Oriente guidati dalla stella avevano con la loro adorazione e la loro offerta dei doni riconosciuto esplicitamente il Bambino come Vero Dio (l’incenso), Vero Re (l’oro) e Vero Uomo (la mirra). Nella notte dell’Epifania, appunto, la Chiesa usa proclamare solennemente l’ordine dell’anno che si sta aprendo sancendo il calendario delle solennità liturgiche deputate a scandirlo. Il fatidico numero 13 rappresenta, per i cristiani, i dodici mesi dell’anno ma al tempo stesso anche le costellazioni dello zodiaco – che è lo “spazio ciclico” del tempo” – successivamente visitate dal sole secondo il sistema tolemaico (per quanto l’immagine del sole al centro del cerchio zodiacale già anticipasse simbolicamente, su una base a quel che sembra pitagorica, il sistema eliocentrico che si sarebbe affermato solo con Copernico). Ma il sole, signore del tempo (l’anno, le costellazioni) come dello spazio (la terra che esso percorre durante le 24 ore del giorno) è a sua volta figura del Cristo, Signore appunto dello spazio cosmico (Kosmokrator) e al tempo stesso del tempo (Kronokrator). Il sole e le costellazioni, unite, formano appunto il numero 13 (12+1).

La tradizione cristiana, appoggiata alla liturgia e alla consuetudine secondo al quale ogni giorno ha un suo patrono, ha conferito quindi alle dodici notti precedenti l’Epifania (la notte della pienezza del potere divino) un valore intenso e compendioso: in ognuna di esse noi attraversiamo sinteticamente un mese dell’anno e dal suo decorso possiamo trarne perfino i relativi auspici. Ogni regione cristiana ha al riguardo le sue credenze speciali, le sue consuetudini, magari anche i suoi colori e i suoi sapori

Il calendario e il folklore. Le “Tredici Notti”. La notte della vigilia, tra il 24 e il 25, è quella che rinvia al futuro mese di gennaio: è la notte di apertura, dell’inizio di tutto: notte santa, di digiuno e di preghiera, notte di astensione dalle pratiche sessuali e dal cibo carneo, notte di rovesciamento delle regole cosmiche in cui si dice che gli animali parlino nelle stalle (essi, i servitori, si appropriano saturnalisticamente dei poteri umani) e possano anche profetare; quella tra il 25 e il 26, la notte dedicata al protomartire Stefano, è la notte del febbraio, la notte del mese delle febbri e della fine dell’inverno in cui si accendono i roghi di purificazione degli animali minacciati dalle epidemie; quella tra il 26 e il 27 era la notte del marzo nel quale comincia la primavera, la notte sacra a Giovanni Evangelista, una delle due Ianuae del cerchio zodiacale divino in quanto patrono del solstizio d’inverno come Giovanni Battista lo era di quello d’estate (che all’alba del 24 giugno il disco solare rilucesse come un piatto d’oro sul quale era adagiata la testa del Battista fatto decapitare da Erodiade era tradizione diffusa: per l’Abruzzo la ricorda splendidamente il D’Annunzio nel primo atto de La figlia di Iorio); la notte successiva, quella dell’aprile tra 27 e 28, era quella degli Innocenti e veniva considerata preludente a un giorno di pietà (secondo una diffusa superstizione, il giorno della settimana nel quale è caduta la solennità degli Innocenti – che quest’anno, cadendo nell’ultima domenica dell’anno, sarà però consacrata alla Sacra Famiglia – è considerato dies nigro signanda lapillo, durante il quale è sconsigliabile avviare qualunque attività); segue la notte tra il 28 e il 29, la notte di maggio dedicata al profeta, re e poeta David; quella durante al quale si antivede il giugno è la notte del 29-30, sacra a san Savino; infine, il solare luglio – il mese della costellazione del Leone – coincide con la notte fra il 31 e il primo di gennaio, la notte di fine d’anno dedicata a san Silvestro papa, colui che secondo la tradizione battezzò Costantino avviando così una nuova era, quella della Cristianità; tra il primo e il 2 si pensa all’agosto, fra il 2 e il 3 a settembre, fra il 3 e il 4 a ottobre, fra il 4 e il 5 a novembre; tra il 6 e il 6 infine a dicembre. Ed è quella dell’Epifania, quella magica e mirabile in cui tutto può accadere, la notte dei regali ma anche delle creature arcane che solcano il cielo (le Bonae Res, la “Compagnia di Diana”, le presenze consacrate alla femminilità e alla vecchiaia – come le moire, le Parche, poi le streghe – che il folklore cristiano ha trasformato nella vecchia bonaria ma ambigua dal nome volgarizzato della festa stessa, la “Befana”, la quale torna tra Carnevale e Quaresima come Vecchia-Anno Trascorso-Albero Secco-Penuria di Cibo da ritualmente “segare” o, secondo altre tradizioni, “bruciare”).

Ricchezza, ambiguità, contraddizione, paradosso accompagnano sempre queste solennità che disegnano un universo mentale collettivo festoso eppure selvaggio, allegro e al tempo stesso demonico, divino eppure costantemente accompagnato e talora minacciato dall’ombra dell’infero. Peccato che di queste usanze quel che non si è salvato in quanto funzionalmente connesso al consumismo e all’industria del regalo e dello sfruttamento delle feste dedicate ai bambini sia quasi scomparso. Peccato che quel che sopravvive sia ancora una volta connesso con la società dei consumi e con una tradizione dimenticata e rivissuta in termini horror-kitch, la vecchia solennità celtica degli antenati che si celebrava in autunno, che i monaci cluniacensi tra X e XI secolo trasformarono in solennità dei Santi e dei defunti e che ci è ritornata, paganizzata e ridicolizzata dall’America degli agricoltori protestanti che avevano rinnegato i santi ma continuavano a temere diavoli, fantasmi e streghe, nella macabra inconsapevolezza esorcistica dello Halloween. E’ tutto quel che ci rimane, nell’ immiserito linguaggio simbolico della morente Modernità. E’ tutto quel che passeremo ai nostri figli, ai quali non siamo stati capaci di trasmettere né la religiosità né la tradizione, ai quali non abbiamo insegnato né la preghiera, né le fiabe. Buon Natale al colesterolo, buon Capodanno all’insegna delle violenze notturne. E’ tutto quel che ci resta e che ci meritiamo.

Tra senso tradizionale della festa e consumismo moderno: le usanze natalizie a tavola “Nun vedo l’ora che vène Natale – pe’ famme ‘ma magnata de torone; - pe’ famme na’ magnata de torone – pe’ famme ‘na bevuta dar boccale”. E’ uno stornello dei bulli di Trastevere del tempo della miseria, quello di Belli ma ancora di quello di Trilussa. Il Natale come occasione di mangiare finalmente a sazietà qualcosa di buono, per una bella bevuta in libertà. Alla quartina romanesca rispondeva, anni più tardi, una canzone di Renato Carosone e Gegè di Giacomo dedicata, in pieni Anni Cinquanta, a un’altra miseria: quella della Napoli di un dopoguerra non ancor del tutto trascorso, la Napoli ch’era ancora per tanti versi quella della Pelle di Malaparte: “mo’ vène Natale – nun tengo dinare: - me leggo o’ giornale – e me vad’a’ccuccà”. Alla tristezza un po’ spaccona del trasteverino costretto ad aspettar Natale per mangiare e per bere un po’ meglio del solito rispondeva la disperazione allegra del miserabile napoletano che, senza un soldo, nel giorno di festa poteva solo ingannare la fame andandosene a letto.

In entrambe le situazioni, la povertà e magari la fame si misurano con la coscienza del tempo festivo. Questi due esempi potrebbero sembrare privi di qualunque aggancio con il carattere spirituale della grande festa, ma non è così. Presupposto di entrambi è che per Natale bisogna far festa, e che se ciò non è possibile tanto vale non vivere nemmeno un giorno come quello, andarsene a dormire. In due occasioni, Francesco d’Assisi associa a sua volta il Natale alla necessità di far festa, e festa espressa anzitutto attraverso il cibo: quando dice che, se gli capiterà d’incontrare l’imperatore, gli chiederà un editto che ordini a tutti di spargere per Natale granaglie per strada in modo che gli uccelli dell’aria possano aver di che mangiare quel giorno in abbondanza; e quando dichiara che sia intenzione sarebbe, per Natale, di strofinare pezzi di carne sui muri affinché perfino pietre e mattoni potessero godere di quell’abbondanza.

Che la festa si celebri e si onori anzitutto per mezzo di banchetti, conviti e simposi è una realtà comune si può dire a qualunque civiltà tra le molte che il genere umano è stato capace nei millenni di concepire; non meno comune è, d’altra parte, il rapporto tra penitenza, dolore, e astensione dal cibo. La festa si onora con quella che gli antropologi definiscono l’”orgia”: che non ha nulla del significato che volgarmente in italiano le si attribuisce, ma che significa semplicemente occasione durante la quale il cibo e le bevande, di qualità e in abbondanza, vengono consumati oltre il bisogno, talvolta fino alla totale distruzione delle scorte. Il valore di ciò è essenzialmente rituale: si consuma oltre il bisogno in certe occasioni con lo stesso atteggiamento devozionale con il quale ci si astiene da certi cibi o da certe bevande oppure si digiuna totalmente in altre. Alla base di tale comportamento, nelle società tradizionali, c’è la coscienza di una profonda differenza tra giorni “festivi” e giorni “feriali”: la Modernità occidentale ha sistematicamente reagito ad essa sostituendole la distinzione tra giorni “di riposo” e giorni “di lavoro”, quindi azzerando il concetto sacrale e comunitario di festa per imporre al suo posto un diverso modello antropologico fondato sulla primarietà dell’uomo come produttore di ricchezza.

Da un malinteso apprezzamento di tale realtà dipende la reazione di chi vorrebbe eliminare quel che resta, magari al livello inconscio, di “senso della festa” nel Natale, appiattendo tutto il desiderio e il bisogno di mangiare, bere e vivere convivialmente meglio sulla misura del consumismo. Una sia pure graduale riconquista del senso del Sacro dovrebbe, al contrario, proprio partire da un’accentuazione conferita di nuovo alla festa, da un rinnovato e più profondo senso della sacralità che ai giorni festivi è propria e quindi da una distinzione profonda, anche esistenziale, rispetto alle consuetudine dei giorni feriali. Non è di domenica, o a Natale, che si dovrebbe mangiare “come tutti i giorni” per reagire al consumismo; è, al contrario, giorno per giorno che sarebbe opportuno limitare qualitativamente e quantitativamente i consumi per sottolineare quel che il cristianesimo, religione del pane e del vino, fondamentalmente ripete, cioè che anche il cibo e il vino sono di per sé suscettibili di essere investiti di sacralità.

Da qui gli usi natalizi incentrati non solo sul consumo, ma anche sulla preparazione comunitaria della tavola e del cibo della festa. L’avvento serve anche a questo: nella società tradizionale europea era il tempo nel quale si uccideva il porco e se ne destinava gran parte al consumo differito per mezzo di vari sistemi di conservazione; immediatamente prima, nelle ultime settimane del tempo liturgico ordinario (“per san Martino”), si procedeva alla svinatura; quindi ci si dava alle preparazioni che richiedevano un certo tempo, come la preparazione di conserve, marmellate e confetture.

Alla festa, non si arrivava senza la vigilia: almeno 24 ore di digiuno e/o d’astinenza. Sulla tavola della vigilia, necessariamente – e ritualmente: l’economia non c’entra – povera e spoglia, comparivano cibi frugali e non carnei: minestre o zuppe a base di cereali, di verdura (le cime di rapa stufate con i panzerotti della cucina pugliese) o di frutti “poveri” (la minestra di castagne secche bollite diffusa in tutto l’arco alpino e appenninico con molte variabili: talora in semplice acqua priva di sale cui si aggiungeva devozionalmente un cucchiaino di cenere); o naturalmente il pesce, guardato peraltro con qualche sospetto in quanto si trattava di un cibo spesso ricercato e costoso. Il principe della tavola natalizia della vigilia, che in qualche regione specie del su arriva fino al pranzo stesso di Natale, è il capitone: la grossa anguilla, consumata in ricordo della lotta e della vittoria contro “l’Antico Serpente”, e quindi immolata nella notte nella quale Gesù, nascendo, ha ucciso il Male; ma anche ricordo forse d’un’antica tradizione cristiana orientale, quella della celebrazione del Natale coincidente con l’Epifania, il 6 gennaio, antica festività di Iside signora delle acque cui i pesci erano graditi.

Se la vigilia è giorno “di magro”, nel Natale invece il grasso trionfa: ed è sovente - non necessariamente – grasso della carne di porco o di grossi bipedi da cortile, come il cappone (meno comune l’oca, che arrostita e ripiena di carne di maiale e di frutta troneggia oltralpe sulle tavole), ma comunque associato di solito, tra noi, alla cottura nell’acqua, la bollitura. Il Natale è la festa del bollito come la Pasqua è quella dell’arrosto: i due tipi di bollitura rinviano a due tipi diversi di socialità, quella contadina del focolare su cui si dispongono i recipienti per la cottura indiretta e quella pastorale del forno o dello spiedo o della griglia “sacrificatorii”, per la cottura diretta. Per devozione al bambino, che come tutti i bambini del mondo ha bisogno di cibi teneri e più facili da digerirsi, il Natale è la festa della pasta ripiena servita in minestra (i vari tortellini, ravioli, cappelletti in brodo).

I dolci sono un altro elemento tipico della mensa natalizia: e debbono richiamare il pane quotidiano arricchito di zucchero, canditi, frutta secca. E’ un pane speciale, la buccella dei romani (a Lucca si fa ancora il “buccellato”: ciambella di pane soffice e dolce condito con uvetta e semi di anice). I vari Christstollen tedeschi, il panettone milanese, il pandolce genovese, i “pani dei pescatori” veneziani, sono pani di farina di grano variamente arricchiti; e al pane si richiamano anche i dolci nei quali si fa ampio uso anche di conserva di frutta secca o, adesso di cioccolato, come il “panforte” senese e volterrano e il “panpepato” ferrarese (originariamente, entrambi dovrebbero contenere anche semi di pepe nel loro impasto). Talora ai pani si sostituiscono biscotti o ciambelle (come le “cartellate” pugliesi, frittelle al mosto cotto o al miele). Il torrone cremonese è a sua volta un pane speciale, nel quale alla farina si sostituisce integralmente lo zucchero condito miele, albume d’uovo, frutta secca.

Ma il Natale, che nella tradizione latina si è andato costruendo per acculturazione attorno alla festa pagane del solstizio d’inverno (divenuta festa della regalità sacra dell’imperatore) e alle libertates decembris, è in realtà una “festa lunga”. La tradizione cristiana delle “Tredici Notti” (quella rammentata da Shakespeare in La Notte dell’Epifania) attribuisce un significato speciale a ciascuno dei dodici giorni tra Natale ed Epifania). Il cenone di Capodanno è una specie di “secondo cenone di natale” in cui però trionfa il maiale bollito (zamponi, cotechini ecc,) accompagnato da legumi o seguito da frutta che debbono ricordare in qualche modo la forma del danaro (quello metallico, naturalmente), come auspicio di prosperità per l’anno nuovo: quindi lenticchie o chicchi d’uva).

Una volta, per ricordarsi che anche il cibo è preghiera, i Pater, le Ave e le poste del rosario servivano ottimamente come timer: mia nonna non usava mai l’orologio per cuocere i tortellini natalizi nel brodo, ma sapeva perfettamente quante Ave Maria erano necessarie per cuocere a puntino i vari tipi di pasta. Di recente, nell’Atlante marocchino, ho visto fare lo stesso: recitare alcune sure del Corano (che sono 114, di differente lunghezza) a seconda del punto di cottura della semola del cuscus che si voleva ottenere. “Tu usi le preghiere come scusa per far bollire le pentole”, rimproveravo mia nonna. “Nemmeno per idea – mi rispondeva lei -: faccio bollire le pentole come scusa per pregare”. Perché – commenterebbe un musulmano – se Dio non volesse, nemmeno le pentole bollirebbero. Il che è una bella variabile del nostro panem nostrum cotidianum da nobis hodie.

- IL PAPA IN TURCHIA –

E’ molto delicato, anzi non è per nulla facile, il compito diplomatico – ma in primissima istanza religioso e umanitario – che papa Francesco si è assunto col recente viaggio viaggio in Turchia. In Ankara, la città già hittita e poi romana fatta assurgere da Mustafa Kemal al ruolo di nazionale e nazionalistica capitale della nuova Turchia che guardava a Occidente, verso l’Europa, e in Istanbul, l’antica Costantinopoli (il vero nome ufficiale della quale era Nuova Roma) che, una volta centro dell’impero ottomano, era il luogo dal quale partivano sovente le minacce sultaniali di conquista dell’Urbe, il Vicario del Cristo visita un paese il cui leader è in una posizione ambigua, di secondo alcuni non sufficiente ostilità – e secondo altri di criptoamicizia – nei confronti del califfo al-Baghdadi, il quale anche di recente è tornato a formulare nei confronti della sede del papato le antiche minacce di conquista che già alcuni suoi predecessori avevano formulato tra VII e XVII secolo circa, forse con maggiori prospettive di realismo ma senza dubbio con grossolanità provocatoria molto minore.

Il presidente Erdoğan, che il pontefice ha incontrato nel megafantastico palazzo eretto appunto in Ankara a sua gloria e che in estensione supera il Cremlino, il Vaticano e la “reggia” costruita – anche in quel caso come monumento a se stesso – da Ceausescu e Bucarest (il dittatore rumeno di ieri e il sultano repubblicano di oggi hanno fatto sembrare un modesto appartamento la mastodontica cancelleria berlinese di Hitler, ora distrutta, che al suo tempo fece scalpore…), è un personaggio problematico, ambiguo. In pochi anni di governo è riuscito prima a guidare con mano in apparenza saldo il timone d’una Turchia decisa, costasse quel che costasse, a entrare in Europa; quindi ha mutato rotta dando segni di voler quasi riesumare il vecchio panturchismo caro ai primi del secolo a Enver Pascià il quale sognava una “Grande Turchia” da Smirne fino a Samarcanda; e infine, senza formalmente denunziare né l’uno, né l’altro obiettivo, si è autopromosso a capo di un vasto disegno imperiale “neo-ottomano” che sembra voler proporre la Turchia al ruolo di stato-guida dei paesi musulmani sunniti, ammiccando senza neppur troppa discrezione agli jihadisti di tutto il mondo (che notoriamente dispongono di ampie simpatie all’interno del partito turco di maggioranza, l’AKP), almeno in apparenza non granché preoccupato per il fatto che ciò lo ponga in una situazione obiettivamente sospetta nei confronti del mondo occidentale al quale la Turchia finora ha da un secolo e oltre guardato (anche da prima di Ataturk, con le riforme degli ultimi sultani) e lo porti sempre più verso una rotta di collisione diplomatica con quell’Israele che per molti decenni è stato un costante amico diplomatico della Turchia e che ne resta il principale partner economico-commerciale. In effetti, Erdoğan continua ad avere con Nethanyahu un avversario comune, il siriano Assad, ma ciò è ormai molto meno importante di quanto non fosse alcuni anni fa: mentre è molto più qualificante, e preoccupante, che egli abbia i medesimi nemico del califfo al-Baghdadi: Assad stesso nonché i curdi. Non è certo casuale del resto che il papa, alla vigilia del suo viaggio, abbia concesso una lunga intervista al quotidiano israeliano “Yedioth Ahronot” ribadendo che la Chiesa cattolica non solo guarda all’ebraismo con affetto e rispetto pari a quelli con i quali considera l’Islam, ma ricordando la celebre frase di Pio XI secondo la quale un cristiano non può che considerarsi spiritualmente ebreo. Del resto, anche colloquiando con l’importante giornale israeliano, il papa non ha rinunziato a una frase senza dubbio piena di amicizia , di ottimismo e di disponibilità, ma al suo solito non priva di un’implicita sfida: a proposito della Shoah, ha promesso la totale apertura degli archivi vaticani e la loro disponibilità a tutti gli studiosi che intendano indagare sull’operato pontificio nei tristi anni della persecuzione. Non può certo sfuggire che questa dichiarazione sottintende un invito che è anche una sfida: venite a controllare con i vostri occhi se hanno ragione alcuni ambienti ebraici oppure la Santa Sede a proposito della pretesa “tiepidezza ” di Pio XII nell’opporsi ai crimini dei nazisti…

Il medesimo tenore, i medesimi inviti che sono insieme dichiarazione di cordialità e sottintesa sfida, si coglie nel peraltro misurato e prudentissimo discorso del pontefice al presidente, dopo la visita al mausoleo di quell’Ataturk che resta il Padre della Patria truca, ma del quale non si può certo dire che Erdoğan sia un ardente ammiratore. La Turchia è un paese di antichissima civiltà, è stata per secoli la dominatrice del Mediterraneo ma anche il centro di un sistema politico che garantiva libertà e protezione anche a tutti i sudditi non-musulmani; oggi è in corso un conflitto durissimo che ha aspetto religiosi e aspetti politici, e da essa il mondo si aspetta un comportamento umanitario esemplare come quello che finora ha avuto nei confronti dei profughi siriani e irakeni. La Turchia è in prima linea nel mantenimento della pace nel mondo, come lo è sempre stata in quanto “cerniera” tra Oriente e Occidente. Elogi, riconoscimenti, ma anche implicite messe in guardia, inviti a non deludere una diffusa speranza che oggi è venata di preoccupazioni non gratuite.

Medesimo tono alla Diyanet, il Dipartimento degli Affari Religiosi, la massima autorità religiosa della già “laica” Turchia, che oggi non sembra più talmente tale. Al presidente della Diyanet, dopo aver ricordato le lunghe tradizioni di amicizia tra Santa Sede e Turchia e in particolare l’attività nell’anteguerra, come Legato Apostolico, di monsignor Roncalli che poi sarebbe divenuto papa Giovanni XXIII, il papa si è rivolto come a un collega, anzi a un parigrado: siamo entrambi, gli ha detto, due capi religiosi; comportiamoci come tali in un momento nel quale stanno riaffiorando odi religiosi che comportano tante sofferenze per tanti popoli. E accanto ai musulmani e ai cristiani ha citato apertamente ebrei e yazidi. Al solito, questo papa non si comporta da diplomatico nemmeno quando le circostanze ve lo costringono: è uno che parla diretto, che non usa né circonlocuzioni né eufemismi. Invece, a Istanbul, il pontefice ha incontrato il patriarca greco-ortodosso Bartomeo I e le numerose comunità cristiane. Ha parlato ancora dell’unità dei cristiani, pur sapendo bene che, nel mondo ortodosso (greco, ma soprattutto russo), le resistenze e le difficoltà nei confronti di tale prospettiva sono molteplici. Ma Francesco non è uno che si scoraggi. L’ha già dimostrato più volte. La questione principale, riguardo agli ortodossi, è quella del “primato di Pietro”. Un accenno c’è stato. Molto prudente, ma c’è stato. E’ un segno importante.


Minima cardiniana, 50

Domenica 30 novembre 2014 - Prima Domenica d'Avvento

Festa del Cristo Re, Conclusione dell’Anno Liturgico

- MA NON SONO PIU’ I CALIFFI D’UNA VOLTA… -

“L’intenzione del califfato è quella di occupare il mondo intero a cominciare da Roma".

E sai la novità. Queste parole, parte di un’accorata denunzia da parte di monsignor Shlemon Warduni, vescovo ausiliare del patriarcato caldeo di Baghdad (cioè della Chiesa cattolica irakena; esiste altresì la Chiesa assira, di confessione nestoriana), richiamano fedelmente le dichiarazioni del califfo al-Baghdadi, capo dell’IS. E richiama una vecchia minaccia e una vecchia ambizione di quando in quando espressa dai principi musulmani che per la verità, tra VII e XV secolo, quando si riferivano a Rum, Ruma o Rumiya, intendevano riferirsi tanto a Roma quanto all’impero romano in genere (che per loro era quel che per noi è l’impero romano d’Oriente) e in particolare alla sua capitale, la “Nuova Roma” (Nea Ryme), cioè Costantinopoli. Sulla confusione tra Roma e Costantinopoli nei testi geografici arabi medievali ha insistito un eccellente giovane, Marco Di Branco, autore di Grecia e Roma nella storiografia arabo-islamica (Pisa 2009) e coordinatore insieme con Kordula Wolf del volume a più voci “Guerra santa” e conquiste islamiche nel Mediterraneo (VII-XI secolo) (Roma 2014). E andrebbe qui anche ricordato il libro di A De Simone e di G. Mandalà, L’immagine araba di Roma. I geografi del medioevo (secoli IX-XV) (Bologna 2002). Che l’emiro aghlabita di Tunisi Ibrahim II, completata la conquista della Sicilia, avesse verso il 902 l’intenzione d’impadronirsi di Roma e poi di Costantinopoli è attestato dagli Acta translationis sancti Severini del cronista napoletano Giovanni Diacono, vissuto tra IX e X secolo e quindi contemporaneo al personaggio e ai fatti che narra. E’ del resto ben noto che già da prima, nell’846-847, i saraceni provenienti dall’Africa settentrionale avevano tentato un attacco a Roma, saccheggiato le due basiliche di San Pietro e di San Paolo entrambe situate fuori della cinta muraria e devastato il contado, nel quadro non già di un raid occasionale bensì di un organico piano che, insieme con la conquista della Sicilia in corso da parte degli aghlabiti, prevedeva una sistematica penetrazione nell’area tirrenica e nella penisola italica. Questi eventi sono già stati evocati nella straordinaria e ancor oggi insuperata Storia dei musulmani in Sicilia di Michele Amari, alla quale molti studiosi dei decenni successivi hanno recato integrazioni e correzioni le quali a loro volta avrebbero bisogno di una nuova definitiva sistemazione: e che necessiterebbero altresì di venir liberati dagli errori che sovente le hanno inquinate a causa dell’”arabica impostura”, il falso Codice diplomatico di Sicilia sotto il governo degli arabi redatto dall’abate Giuseppe Vella (1749-1815), splendidamente descritta dal romanzo Il consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia. Per tutte queste cose, oltre ai fondamentali studi sull’emirato aghlabita di Muhammad Talbi e sull’emirato di Bari di Giosuè Musca, è oggi necessario il ricorso all’importante saggio di Kordula Wolf, Auf dem Pfade Allahs. Ğihâd und muslimische Migrationen auf dem sűditalienischen Festland (9.-11. Jahrhundert), in Transkulturelle Verpfechtungen im mittelalterlichen Jahrtausende. Europa, Ostasien, Afrika, hrsg. V. M. Bergholte, M.M. Tischer, Darmstadt 2012, pp. 120-66.

Secoli più tardi i sultani ottomani, che nel Cinquecento rivendicarono a loro volta la dignità califfale, ripresero nella versione propriamente turco-tartara della leggenda “del Rosso Pomo” la pretesa-profezia della conquista del Caput Mundi: e assunsero l’usanza di salutare con l’augurio “Arrivederci al Rosso Pomo!” le loro truppe in partenza per una campagna militare importante diretta contro la Cristianità occidentale. Millanterie? In gran parte, senza dubbio: non più, del resto, delle promesse dei sovrani europei che, quando scendevano in guerra contro gli ottomani, regolarmente assicuravano che quella era la volta buona non solo per conquistare Istanbul (cioè per riconquistare Costantinopoli), bensì anche ma addirittura per andar oltre fino a liberare di nuovo Gerusalemme, dopo quel fatidico 15 luglio 1099…

Tra gli assalti all’Italia meridionale e non solo organizzati dagli aghlabiti dell’Ifriqiya durante il IX secolo e la costituzione fra 921 e 972 sulla costa provenzale, non lontano da Saint-Tropez, della celebre base navale saracena di Fraxinetum a sua volta di recente studiata da uno specialista della guerra medievale con Aldo A. Settia nel saggio “in locis qui sunt Fraxeneto vicina”. Il mito dei saraceni fra Provenza e Italia occidentale, pubblicato alle pp. 167-173 del già citato volume edito dal Di Branco e dalla Wolf, si colloca un enigmatico episodio che una volta di più c’invita a essere molto cauti quando si parla di rapporti tra Cristianità e Islam, di conoscenza e/o di non-conoscenza reciproca e di “scontro di civiltà”. Si tratta della lettera inviata tra 905 e 906 da una nobilissima signora toscana, la marchesa Berta di Toscana (figlia di Lotario II sovrano della Lotaringia) all’abbaside al-Muktafi, che fu tra 902 e 908 califfo di Baghdad, contenente una proposta di alleanza. Una mossa molto audace.

C’era per la verità un precedente illustre, al quale Berta in qualche modo doveva ispirarsi: l’ambasceria di Carlomagno, nell’802, al califfo Harùn ar-Rashid, che aveva risposto inviando in dono al sovrano franco l’elefante Abu Abbas. Carlomagno credeva evidentemente nel conflitto di civiltà molto meno del professor Hungtington ed era miglior esperto di geopolitica di quanto non lo siano i vari strateghi della domenica che ogni tanto fanno capolino durante i talk shows televisivi: e forse non era del tutto all’oscuro del fatto che tra gli emirati musulmani iberici con alcuni dei quali aveva rapporti di amicizia e con altri di ostilità - e che tutti comunque discendevano da emiri umayyadi a suo tempo fuggiti dalla Siria in seguito al colpo di stato abbaside - e la nuova dinastia califfale insediata nella metropoli mesopotamica - non correva tutto sommato buon sangue, per cui si poteva ben combattere i moros iberici e aver buoni rapporti con i saraceni vicino-orientali, ottimo strumento oltretutto per premere su quella Bisanzio sulla mano della cui Basilissa Irene il sovrano franco aveva pur fatto un pensierino. Dalla vicenda diplomatica snodatasi tra Baghdad e Aquisgrana dovette comunque aver forse origine la pretesa di Carlo di un qualche protettorato sui cristiani latini che visitavano i Luoghi Santi, preludio alla peraltro fortunata leggenda di un suo viaggio in Oriente, poi legittimata anche da un testo epico.

In quanto marchesa di Toscana, Berta sapeva bene che i litorali del paese sul quale regnava erano tutt’altro che al sicuro dalle incursioni degli infedeli e che a sua volta la città portuale che stava crescendo e affermandosi su tutto il medio Tirreno, Pisa, era ogni giorno di più coinvolta nelle attività – largamente complementari – del commercio e della guerra di corsa. Nell’828 Bonifacio II, al quale re Lotario I aveva affidato la difesa della Corsica, aveva condotto un raid sulle coste tunisine, con risultati sulle quali le fonti ci forniscono contrastanti notizie. Suo figlio Adalberto, cui almeno dall’846 spetta la qualifica di marchese di Tuscia, venne a sua volta confermato nell’ufficio di difensore della Corsica ed ebbe a che fare appunto con le navi degli aghlabiti. Tra l’898 e l’899 si colloca l’episodio della cattura di una nave tunisina da parte dei pisani: su di essa viaggiava un personaggio della corte aghlabita, l’eunuco Ali al-Hadim. Sarebbe stato a quanto pare lui, sei-sette anni più tardi, a recare al califfo al-Muktafi la lettera con la proposta di Berta accompagnata dalla promessa di ricchissimi doni tra i quali figuravano in prima linea le armi che l’Occidente latino già da allora era maestro nel produrre: quelle “spade franche”, ad esempio, ambitissime in terra d’Islam. Una possibile alleanza tra la Toscana e il califfo sarebbe servita in qualche modo a mettere la terra cristiana tirrenica al sicuro dalle incursioni dell’emiro di Tunisi. I doni sarebbero stati inviati – pare si assicurasse – in un secondo tempo, in quanto v’era il pericolo che l’emiro tunisino Ziyadat Allah III li intercettasse. Senza dubbio un legame diplomatico tosco-abbaside avrebbe potuto anche valorizzare la marca italica nei confronti dell’impero bizantino. Insomma, il progetto era ambizioso.

La lettera di Berta, tradotta dal latino in greco e quindi in arabo, finì quindi in effetti per potere esser letta al califfo. Ma l’autopresentazione della nobile signora era in realtà millantatoria: essa si presentava addirittura come padrona di Roma e superiore in potere ai bizantini. Pare addirittura che la dama, ch’era pur sposa del marchese Adalberto II, avanzasse nei confronti del califfo l’ipotesi di un’alleanza matrimoniale. Sembra comunque che il califfo non ci cascasse e che la sua risposta fosse piuttosto freddina: essa, comunque, non giunse mai a Lucca dalla marchesa in quanto il suo latore morì per strada. Del resto, di lì a poco, quel che restava dell’impero carolingio venne coinvolto in una crisi dalla quale si sarebbe risollevato solo nella seconda metà del secolo.

L’incredibile storia di Berta, delle sue iperboliche ambizioni diplomatiche e della sua lettera ha affascinato studiosi come Giorgio Levi della Vida e Carlo Guido Mor; quindi, nel 2001, una brava allieva dell’indimenticabile Marco Tangheroni, la dottoressa Catia Renzi Rizzo, ne ha tratto un bel saggio a tutt’oggi indispensabile, Riflessioni su una lettera di Berta di Toscana al califfo Muktafi: l’apporto congiunto dei dati archeologici e delle fonti scritte, edito in ”Archivio Storico Italiano”. Ora l’intera questione è stata ripresentata da Furio Cappelli nell’articolo Caro califfo ti scrivo…, pubblicato alle pp. 32-43 del numero di ottobre 2014 di “Medioevo”. Certo, quelli sì che erano califfi. Oggi non ci sono più i califfi di una volta.

FC

- IL PAPA IN TURCHIA –

Tra il 28 e il 30 novembre, papa Francesco ha compiuto il suo viaggio in Turchia: ha parlato con il presidente Erdoğan, con i capi della comunità musulmana turca e con il patriarca greco-ortodosso. Ha parlato di pace, di libertà di tutti i culti, di lotta contro il terrorismo e la violenza, di giustizia per i popoli della terra, di unità dei cristiani. A detta di molti, ha espresso i soliti luoghi comuni condivisi da tutti perché non interessano e non preoccupano nessuno tra i potenti della terra, tra quelli che contano davvero. Per altri (io sono tra questi) ha comunque gradualmente e pacatamente portato avanti una sua testimonianza che tatticamente può sembrare perfino “banale” e “irrilevante” ma che potrebbe essere parte, almeno nelle intenzioni, di una strategia esplosiva. Continua...


Efemeridi e spigolature, 5

I problemi dell’Italia odierna – Com’è che abbiamo potuto ridurci così? Che cosa ci è successo, come, in quali fasi? E’ successo così, per fatalità, c’era un progetto, o ce n’erano più d’uno contrastanti o concorrenti e magari tutti ottusi e/o malvagi? La mafia, si dice: ma a quale “mafia” si allude? Non certo soltanto a quella siciliana. C’è questo ed altro nel numero di novembre della rivista “Limes”, dedicata a “Quel che resta dell’Italia”. Discutibile – nel senso etimologico del termine – e illuminante, come tutti i numeri di questa rivista.

Se la ‘Ndrangheta giura su Garibaldi… - Sincretismo, fumo negli occhi o confusione mentale? Il rito di affiliazione alla ‘Ndrangheta in uso nell’Italia settentrionale, lontano dall’originaria Calabria, prevede sì un’immaginetta sacra da bruciare (il che peraltro è un passaggio rituale ambiguo), ma anche un giuramento nei nomi di Garibaldi, di La Marmora e dell’Innominabile Iettatorio Padre della Patria. Tales patres, verrebbe da commentare. Ma, se non altro, il rito spazza via alcuni vecchi pregiudizi: come quello che la malavita meridionale sia almeno retoricamente e concettualmente legata a “vecchie simpatie borboniche”. Niente affatto. Da meditare.

Africa addio. L’emiro va a a caccia, i masai sloggiano – Incredibile. Il governo della Tanzania ordina ai nobilissimi pastori masai di lasciar libero entro la fine dell’anno attorno a Loliondo, tra le montagne e le savane del parco nazionale del Serengheti, al confine tra Kenia e Tanzania, a est del Lago Vittoria la cui fauna ittica è stata già distrutta anni fa da una multinazionale che l’ha trasformato in un vivaio di persici, specie dalla carne delicatissima però vorace predatrice che ha distrutto l’ambiente. Ora, dai 40.000 agli 80.000 allevatori di bestiame bovino con le loro famiglie sembrano costretti ad andarsene dalla loro terra per consentire al governo di creare una riserva di caccia di 1500 chilometri quadrati che servirà alle battute di caccia degli emiri del Golfo Persico e dei loro amici ed ospiti. Ovviamente, i pastori-guerrieri sfrattati riceveranno un compenso: meno di mezzo milione di euri, ovviamente non cash bensì sotto forma di “progetto di sviluppo”. Il danno e la beffa.

Protagonisti di questo crimine sarebbero principalmente i gentiluomini della Ortelo Business Corporation (OBC), collegata all’emiro del Dubai, che organizza safari di lusso in un continente che muore di fame, di sete, di AIDS e forse ormai anche di Ebola. Le terre masai erano un oasi serena. Ovviamente, a molti masai è già stato proposto un ingaggio come guardiani della nuova riserva; altri si guadagneranno da vivere con i loro bei mantelli rossi e le loro elegantissime zagaglie come attrazione per turisti e altri ancora, per campare, continueranno a fare i bracconieri e i mercanti abusivi di zanne di elefante. I masai erano già stati costretti a sloggiare dalle loro sedi originarie nel 1959 dal governo britannico. Adesso, il nuovo scempio si annuncia anche coperto dal pretesto della “conservazione della natura”., Via le mucche da latte (e da sangue) dei masai, benvenuto a nuove colonie di gazzelle per la delizia dei cacciatori di lusso. Aggiungete quest’altra espressione al vocabolarietto dei crimini chic: il land grabbing, cioè la sottrazione ai nativi di terra da destinare alla speculazione estera. Cercate sul web Avaaz.org, per informazioni e per eventuali firme di protesta. Per quello che serve…

Omaggio a un genio condannato alla pazzia – Certo, giustizia non è fatta: ma ci sono quanto meno segni di rinsavimento. L’editore Fazi pubblica adesso Per i sentieri dove cresce l’erba di Knut Hamsun, lo scrittore svedese Premio Nobel nel 1929 e meno di venti anni dopo, quasi novantenne, “costretto a girare tra manicomi e ospizi, sottoposto ad atroci soprusi”, come opportunamente ricorda Pierluigi Battista in un lungo e purtroppo coraggioso articolo comparso su “Il Corriere della sera” del 18 novembre scorso, a p. 39. Dico “purtroppo” in quanto in una società civile (e, ovviamente, “democratica"…) sarebbe del tutto normale render omaggio a un genio e deprecare eventuali torti da lui subìti, mentre invece non è affatto così. Battista ricorda molto opportunamente anche i nomi di altri studiosi e scrittori che subirono analogo o addirittura trattamento per aver in qualche modo mostrato simpatia per il nazionalsocialismo o per aver detto o scritto qualcosa che in qualche modo a suo tempo servì alla causa di Adolf Hitler: ed è stimato irrilevante comprendere per quali motivi ciò può essere avvenuto. Nella schiera nutritissma di “compagni di sventura” di Hamsun ci sono alcuni tra i più bei nomi della cultura europea del Novecento: da Ezra Pound a Carl Schmitt, da Louis-Ferdinand Céline a Martin Heidegger. Potremmo aggiungere anche qualche nome italiano non trascurabile alla lista di queste vittime di violenze e di varie forme di ostracismo.

Chapeau a Pierluigi Battista per aver coraggiosamente – un po’ di coraggio ci vuole ancora oggi – affrontato questo argomento che, fino a qualche anno fa, gli avrebbe procurato furiosi attacchi se non tentativi di linciaggio morale-culturale (io ne so qualcosa…). Da parte mia, rinnovandogli le congratulazioni, non posso tacere il mio dissenso da un concetto di fondo, che aleggia nel suo scritto in cui si denunziano invece personaggi come Aragon o Neruda, “rei” di aver invece “inneggiato” al comunismo stalinista. E’ vero che il fuoco di fila dell’intellighentzija di sinistra ha molto a lungo difeso gli intellettuali della sua parte: quel che mi trova in disaccordo è quel tanto di “teoria degli opposti estremismi” che trapela dalla parole di Battista, che ha l’aria di ritenere simili i “crimini ideologici” di Hamsun e di Aragon e lamenta l’eccessiva punizione del primo, la glorificazioni del secondo, come esiti opposti di una colpa simile. Io ai delitti di pensiero non credo e ho sempre combattuto anche chi pretende di condannare il cosiddetto “revisionismo”. E non ritengo che l’apologia dei delitti del colonialismo e delle multinazionali cui si sono abbandonati in tanti, da Kipling a Fukuyama a Huntington, sia meno grave di chi a suo tempo ha elogiato nazismo e stalinismo. Ma questa, come appunto obietterebbe Kipling, è un’altra storia.

Verso la beatificazione di Oscar Romero – Finalmente la chiesa sembra sulla strada di beatificare l’eroico vescovo Oscar Romero, il martire del Salvador assassinato dalla canaglia al servizio del governo degli Stati Uniti. Senza dubbio Romero fu ispirato da encicliche pontificie come la Populorum progressio e la Ecclesiam suam. Senza dubbio Giovanni Paolo II, quando lo ricevette in udienza nel luglio del ’78, non lo comprese: e difatti, visitando anni dopo per la seconda volta l’America latina, mostrò di essersi ricreduto. Ma Romero non fu mai un seguace delle dottrine della “teologia della liberazione”, che pur ebbe in America latina molti meriti (non teologici). Tra Giovanni Paolo II e Oscar Romero s’interpose un gravissimo equivoco: ma Romero era un sacerdote e un vescovo tradizionalista e tale sarebbe rimasto fino all’ultimo, quando venne martirizzato dai gorilas del suo paese. In ciò non v’è alcuna contraddizione, al contrario. Qualcuno, a conoscenza delle corrette posizioni teologiche del vescovo-martire, ha detto che i suoi carnefici “probabilmente erano caduti in equivoco”. Al contrario: forse avevano capito fin troppo bene. I nemici di Romero sono concettualmente, del resto, esattamente gli stessi che oggi detestano papa Francesco. Di tutto ciò vi sarà bene una ragione.

Dal rogo di Muhammad Abu Khdeir all’assassinio in sinagoga: rompere la spirale dell’odio – Non abbandoniamoci al macabro e ripugnante gioco della computisteria funebre, non cediamo alla logica infame dell’occhio-per-occhio. Il linciaggio del giovane palestinese Muhammad Abu Khdeir, bruciato vivo all’inizio di luglio, non può in alcun modo giustificare la strage in sinagoga perpetrata da due palestinesi il 9 novembre scorso. Nessuna causa politica o religiosa, nessun torto subìto, possono giustificare azioni non solo così indegne, ma che hanno come effetto quello di provocare altro odio e di alimentare la spirale della vendetta che invece va spezzata. Ma per spezzarla occorre da una parte andare alla radice degli eventi che l’hanno provocata e che stanno nella mancata e ancor lontanissima soluzione del problema israelo-palestinese (che, nonostante le apparenze, le indubbie sovrapposizioni e i criminali tentativi di farlo diventar tale, non è un problema né ebraico-arabo, né ebraico-musulmano), dall’altra che la parte più forte dia l’esempio rinunziando per prima al tragico gioco delle provocazioni e delle rappresaglie (anche perché le prime vengono perpetrate apposta per ottenere le seconde, in un tragico circolo vizioso che si alimenta da se stesso). Questo arduo, diciamo pure coraggioso ed eroico dovere, oggi, spetta a Israele. E’ Israele a sbagliare quando ritiene che la risposta dura, magari perfino sproporzionata rispetto all’offesa, sia la sola via per imporre rispetto. Diverso il discorso se il governo israeliano vuole usare gli attentati terroristici come occasione per rinviare all’infinito un gesto risolutore della crisi che esso è il solo a poter impostare. Se e quando Israele troverà la forza di un primo deciso passo sulla via della pace rinunziando a rappresaglie che portano solo ad altre stragi, esso s’imporrà sul serio al rispetto e alla gratitudine di tutti. Esclusi quelli che invece vogliono la prosecuzione del massacro, evidentemente. Ma la chiave di tutto è proprio questa: perché vuol proseguire il massacro, chi vuole proseguirlo? Risposte generiche come quelle che addossano la colpa di tutto al “fanatismo”, evidentemente, non reggono. Ci vuole coraggio a sospendere la vendetta: una scelta che sarebbe senza dubbio impopolare. Ma ci vuole più coraggio ancora a chiamare le cose con il loro nome. E se ci provassimo?


Minima cardiniana, 49

Domenica 23 novembre 2014 - XXXIV Domenica del Tempo Ordinario

Festa del Cristo Re, Conclusione dell’Anno Liturgico

- I RAGAZZI, IL CALIFFO, LA MORTE -

Forse ci siamo dimenticati che gli stessi ragazzi che cantavano “Giovinezza, Giovinezza!”, quando si trovarono sbattuti a combattere sui piani di Castiglia impararono dai camerati del Tercio a cantare “Yo soy el novio de la Muerte” e a gridare “Viva la Muerte!”. Miguel de Unamuno, quello, lo chiamò “un grido assurdo", e aveva ragione: per quanto nessuno come lui, che aveva meditato su Don Chisciotte e il senso tragico della vita, fosse in grado di comprenderne il significato più intimo. O forse proprio per quello. I ragazzi della mia generazione, la banda d’illusi in cui ero imbrancato negli Anni Sessanta, cantavano una canzone non brutta, dedicata alla rivolta ungherese del ’56 (che noialtri chiamavamo “rivoluzione”), che diceva “Siamo pronti a morire a vent’anni”. A settanta non lo si è più. Sarà perché quella canzone era in decasillabi, e le esigenze metriche obbligano a passare da venti a ottanta. Ma nemmeno a ottanta lo si è. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole. Lo ha detto Gesù, lo ripete Antonius Bloch, il protagonista del Settimo Sigillo di Ingmar Bergman, che pure era un reduce della crociata. E quando si partiva per la crociata, almeno in teoria, si aspirava al martirio.

La giovinezza e il desiderio del martirio, la voglia di morte, vanno insieme da sempre. Eros kài Thanatos: ce l’ha spiegato bene il dottor Freud, come tempesta ormonale e cupio dissolvi vadano insieme: e i francesi chiamano l’orgasmo la petite morte (“ti voglio bene da morire”). Volontari in guerra si va a vent’anni e anche a meno: dagli Hussaren des Tods dall’uniforme nera e dal teschio d’argento del principe di Brunswick fino agli anarchici di Kronstadt, ai nostri Arditi, ai ragazzi delle Waffen SS e delle “Brigate Nere” (“A noi la morte non ci fa paura”) e anche oltre, ma anche da prima. “La guerra, questo gioco di adolescenti feroci”, ha scritto Drieu la Rochelle. Guidare la notte a fari spenti per vedere se poi è tanto difficile morire, come ha cantato Baglioni. I ragazzi degli Anni Settanta, i “Figli dei Fiori”, salivano sul Magic Bus diretti a Kathmandu e volavano incontro alla morte per overdose. Erano gli stessi che con l’aiuto del Peyotl si erano segati il pollice per non andar a combattere nel Vietnam: ma non era certo per vigliaccheria che non volevano andarci. Erano gli stessi che avrebbero ucciso e sarebbero stati uccisi nelle “Brigate Rosse”. Del resto, mutatis mutandis (ma, non illudetevi, con pochi mutanda da mutare) lo aveva già detto san Paolo e lo avrebbe ripetuto Bernardo di Chiaravalle nel suo Liber del Laude Novae Militiae dedicato ai Templari: per chi appartiene al Cristo, l’autentico guadagno è la morte. Il cosiddetto “infanticidio differito” è fatto di questi impulsi, di questi tragici ed esaltanti sogni. Quando la morte è fisiologicamente parlando lontana, o almeno tale la si crede, la s’invoca e la si sfida: “Vieni, Morte, tu non mi spauri…”, millanta Brancaleone da Norcia in una delle ultime battute del secondo film a lui dedicato.

Il desiderio ostentato della morte nasce dalla pienezza di vita, ma può essere ulteriormente alimentato dal vuoto che ci sta attorno. Ci si può sacrificare per un grande ideale, ma al contrario è proprio il desiderio di esso, la voglia di quelle che Filippo Tommaso Marinetti chiamava “le grandi idee per cui si muore”, il bisogno di esse, che può generare la tanatofilia. Dulce et decorum est pro patria mori, “Chi per la patria muor vissuto è assai”. Non è soltanto il “fanatismo” religioso che può condurre a desiderare e invocare quella che non appare più come la Nera Signora bensì come l’Angelo delle Battaglie. Le “religioni civili”, dalla Rivoluzione francese in poi, si sono nutrite di questi miti. Feralis exercitus: i camerati uccisi dal Fronte Rosso e dalla Reazione sono tutti qui, e marciano nelle nostre schiere, canta lo Horst-Wessel-Lied, l’inno della NSDAP. Vogliamo continuar a liberarci di tutto questo con i giochetti di parole, tipo “ricaduta nel medioevo” o, appunto, “fanatismo”? Siamo certi che tutto questo appartenga a un passato messo da parte per sempre? E se il vuoto interiore e la voglia di trovare un senso tragico da conferire alla vita che tanti ragazzi hanno provato e testimoniato da oltre due secoli a questa parte generazione dietro generazione, e che li ha spinti sui campi di battaglia, sul Magic Bus, sulle autostrade di notte a luci spente o verso altre forme di suicidio serpeggiasse ancora tra questi bamboccioni allevati a colpi di famiglie semidissolte, di scuola permissiva, di “Diritti del Fanciullo”, di “Telefoni Azzurri”, di supervitamine, di scarpe timberland, di T-Shirt adidas, di play-stations, di domeniche passate ai centri commerciali anziché in chiesa per la messa festiva, di pop, di rapp, di tweetter, di face book, di ipad, di selfies eccetera.

Sono ex-bamboccioni di questo tipo i tanti che si risvegliano e che si danno al volontariato, i ragazzi che vanno ad aiutare Gino Strada o a combattere contro Ebola, quelli e quelle che, più modestamente ma altrettanto eroicamente, vediamo la notte nelle nostre stazioni mentre distribuiscono zuppe e latte caldo agli homeless. In altri tempi, sarebbero partiti cantando nei Battaglioni Primavera, come hanno fatto i loro bisnonni.

Altri invece prendono altre strade per obbedire a un analogo impulso, per cercare in fondo la stessa cosa. Sono i nuovi guerrieri di Allah, i ragazzacci occidentali che hanno cercato un nuovo senso da dare alla vita vuota raggiungendo i ranghi del califfo, al servizio di una Divinità Oscura nella quale la loro ignoranza e il buio nel quale si dibattono ha fatto sì ch’essi scorgessero i tratti di Dio Clemente e Misericordioso: gli adepti di un nuovo Islam che non è più Islam, di un folle progetto politico travestito da fede religiosa, di un modernismo musulmano camuffato da ritorno alle origini e generato da una malintesa rivolta contro il processo di globalizzazione. Sono i nuovi aspiranti shuhadà di un jihad del quale ignorano tutto ma in nome del quale sono disposti perfino a tagliare la gola di altri ragazzi o quali, loro coetanei o quasi che provengono dai loro stessi paesi e parlano la loro stessa lingua o una alla loro vicina. Sono ragazzi come il britannico Abdel Majed Abdel Bary, ex rapper, forse il Jihadi John boia di Peter Edward Kassig che pure per tanti versi gli somigliava, e magari soprattutto per questo; come Nasser Muthana, gallese di Cardiff anche se di lontanissime origini yemenite, ex studente di medicina, che il padre ha riconosciuto in foto tra reticenze e pentimenti; come il normanno purosangue di famiglia cattolica Maxime Hauchard divenuto Abu Abdallah al-Faransi (letteralmente. “il Padre del Servo di Dio, il Francese”), addestrato in Siria e aspirante com’è ovvio al martirio. “Noi amiamo la Morte”, amano ripetere questi convertiti: e per questo vinceremo su tutti voi, occidentali senz’anima che vivete per i soldi e per i consumi. Noi amiamo la Morte perché abbiamo capito il senso vero e intimo della Vita, perché crediamo nella Vita Eterna. Quella che Maxime non è riuscito a trovare nelle belle chiese e nelle dolci madonne della sua Normandia e che ha inseguito e creduto di trovare tra le rocce siriane e le sabbie irakene. A cercar la Bella Morte, come il nostro Carlo Mazzantini ha intitolato il suo diario postumo di ragazzino della Repubblica Sociale.

Non sottovalutiamo questi esempi. Guardiamoci dal considerarli solo “casi” isolati, vite perdute, anime magari fin troppo candide cadute nelle grinfie della perversione. Sono figli nostri, dal Galles e dalla Normandia e non solo: sono figli del fallimento della Modernità, della vergogna e dell’infamia senza fine che si nascondono dietro lo scintillare delle vetrine dei centri commerciali, della barbarie della Mac Donald’s generation. Sono i ragazzi che popolano gli slums di San Francisco e le bidonvilles di Detroit, quelli cantati da “Slim Shady”, quelli che accoltellano e che si prostituiscono per una dose d’”erba” o di “neve”. Sono i cascami di una società che ha prodotto altri e in apparenza più incruenti mostri, gli yuppies, gli aspiranti Chief Executive Officers, i ragazzacci in carriera con il colletto della camicia alto e la cravatta in tinta e i raffinati biglietti da visita che aspirano a fare i portaborse di qualche potente boss d’una qualche potente lobby.

Ma i giovani spinti verso le schiere dell’IS dalla rabbia e dal vuoto che si sentono dentro, i testimoni implacabili del fallimento dell’Occidente, sono numericamente ancora pochi: e forse pochi resteranno. Come dobbiamo guardarci dalla superficialità che potrebbe farceli ritenere dei pazzi trascurabili, così dobbiamo guardarci dal terrorismo di chi cerca di gabellarceli come l’avanguardia e la punta dell’iceberg di chissà quali immense schiere pronte magari ad assalire Roma e ad uccidere il papa, come minaccia il califfo. Non c’è dubbio che, per questo, potrebbe bastare anche un solo “lupo solitario”, un nuovo e più abile e fortunato Ali Agca. E’ un rischio che il papa corre, che corriamo tutti. Non è sicuro, ma è probabile e magari possibile che il califfo stia pianificando o abbia già pianificato una nuova ondata di attentati terroristici compiuti da isolati guerriglieri, e che conti di reclutarli in Occidente dove agirebbero più agevolmente dei loro commilitoni siriani o irakeni o libici.

Certo, il califfo minaccia magari a vuoto, seguendo una vecchia retorica – il desiderio d’impadronirsi di Roma, il “Rosso Pomo”, è presente nell’Islam fino dal VII-VIII secolo e ha animato i sogni di molti sultani d’Istanbul - che del resto non è troppo lontana dalle millanterie dei crociati e dei comandanti delle guerre turche del XV-XVIII secolo, che promettevano di conquistare Istanbul e di arrivare fino a Gerusalemme. Anche ciò fa parte dell’armamentario di questa caricatura di jihad che sarebbe ridicola se non fosse tragica. Ma è altrettanto certo che noi non possiamo né abbassare la guardia, né cadere nella trappola di quanti ci raccontano che quello proposto da al-Baghdadi è l’autentico Islam e che tutti i musulmani sono pronti a seguirlo, compresi quelli che ancora non lo sanno e quelli che gli hanno già detto di no e gli sparano addosso.

Non esistono le torme di ragazzi occidentali pronti a correre a combattere sotto le bandiere nere di al-Baghdadi. E’ molto probabile che non ci saranno mai. Ma ciò non ci autorizza a sottovalutare i casi del rapper inglese, dello studente gallese, del ragazzo normanno. Sono ragazzi molto probabilmente bravi, divenuti né buoni musulmani, né musulmani buoni. Il ventre che li ha generati, e che senza dubbio ne genererà altri (non sappiamo quanti), non è l’Islam. E’ l’Occidente naufragato nella società dei consumi e dei profitti. E’ il Nulla che sta in fondo al tunnel della Modernità. Per questo, non c’è da meravigliarsi che il primo e peggior nemico di al-Baghdadi – esattamente come lo è degli epigoni dei teocons – sia papa Francesco. E’ lui che dà agli ultimi della terra una speranza, mentre il califfo offre loro un Corano adulterato e la prospettiva della morte data e ricevuta. E’ lui che incoraggia le fedi diverse, e gli uomini di buona volontà di qualunque fede, a vivere nel segno della pace e ad essere felici insieme in una società più giusta, mentre il califfo spera d’imporre il suo Dio fatto di odio e di disperazione che non ha proprio nulla a vedere con Allah, Clemente e Misericordioso. FC

- LA CHIESA E IL DANARO –

Hanno un bel dire che è un “povero prete”, uno che pensa solo alla pastorale, magari – come qualcuno sussurra – perfino un “comunista”: e naturalmente un “eretico” (o almeno è così che lo qualificano alcuni teologi della domenica, talora sodali degli atei devoti). Questo papa fa sul serio e ci va giù duro: specie nelle cose in apparenza piccole, banali, secondarie. Ora se la prende contro l’affarismo di certi preti che speculano anche sulle cerimonie sacre e sui sacramenti, facendoseli pagare talora profumatamente e ben al di là delle consuetudini che suggerirebbero qualche modesta, libera offerta.

Non ha scelto il nome di Francesco per caso, papa Bergoglio. Il santo di Assisi visse nello scorcio fra XII e XIII secolo, proprio al tempo del possente decollo commerciale, economico e finanziario europeo: il secolo nel quale si fondò la Modernità come progressiva affermazione della società del danaro. La Chiesa appoggiò e incoraggiò fortemente quel movimento, per quanto a lungo mantenesse dure riserve proprio su quel motore dell’economia che fu e rimane il “prestito a interesse”: quello che si definiva usura ed era considerato un peccato orrendo, come anche la Divina Commedia insegna. Francesco rifiutò per quanto riguardava lui e i suoi frati il rapporto con il danaro: ma l’Ordine minoritico, scaturito dalla sua proposta cristiana, contribuì di lì a pochi decenni con i suoi teologi e i suoi predicatori – basti ricordare Bernardino da Siena – a consentire lo sviluppo di un lecito esercizio del credito. Consultate gli studi di Giacomo Todeschini al riguardo.

Eppure, tutte le riforme della Chiesa sono nate in qualche modo da una forte contestazione del rapporto tra i fedeli e il danaro. E la cosa era cominciata prestissimo. Gli Atti degli Apostoli (8, 12-24), che sono parte del “Nuovo Testamento”, narrano come san Pietro maledicesse un filosofo-taumaturgo-ciarlatano di scuola ermetico-neoplatonica, tale Simone detto “il Mago”, il quale gli si era rivolto offrendogli una bella somma in cambio del segreto per operare miracoli. Da allora, si chiamò “simonia” la pretesa di acquistare venalmente i Doni dello Spirito Santo. Nell’XI secolo un nutrito gruppo di vescovi, di monaci e di mistici riuscì a strappare la Chiesa dal controllo della nobiltà feudale e dello stesso imperatore romano-germanico, che controllavano le nomine episcopali e abbaziali – e la fruizione delle relative ricche rendite -, delle quali avevano la gestione, mettendole in vendita ai migliori offerenti, passando sovente sopra alle loro doti morali e culturali. Ma, pur essendosi liberata dei prelati “simoniaci”, la Chiesa dei secoli successivi continuò a regolare un flusso crescente di danaro – che peraltro impiegava anche in molteplici opere di carità - organizzando un colossale giro di affari che comprendeva la raccolta di libere elemosine ma anche di vere e proprie tasse percepite capillarmente (le famose “decime”) e infine la vendita venale delle “indulgenze”, cioè delle promesse di cancellazione delle pene previste per i peccati il mercato delle quali si sviluppò insieme con l’articolarsi della dottrina relativa alle pene del purgatorio. E’ noto che lo scandalo determinato, tra i fedeli, dagli abusi collegati a questa pratica – e relativi allo sviluppo degli affari dei banchieri toscani e lombardi che appaltavano la riscossione delle decime fu una delle cause della Riforma luterana e quindi dello scisma che nel XVI secolo oppose la Chiesa cattolica da quelle “protestanti”.

La vigilanza contro l’insorgere di nuove occasioni di abuso venale da parte dei membri della Chiesa è stata, da allora, una costante dell’attività dei pontefici romani; ma, al tempo stesso, anche la nascita di nuovi pericoli ha minacciato la vita spirituale dei cattolici. Sappiamo quanto forte e duro sia stato l’impegno di papa Bergoglio contro lo IOR: e i nemici che gli ha procurato sono molti. Ora, egli è deciso a passare alle strutture capillari e profonde, a ripulire anche gli angolini di una quantità di pratiche venali alcune delle quali potrebbero sembrare trascurabili e tutto sommato “roba da lasciar correre”.

Non è così. Sono molti i fedeli che hanno segnalato e continuano a segnalare grandi e piccoli abusi: tra cui l’esistenza di vere e proprie “tabelle tariffarie”, praticate da molti parroci, per la celebrazione di solennità e perfino per la semplice amministrazione dei sacramenti. Quanto può costare, specie in certe chiese “monumentali” o “alla moda”, un battesimo, una cresima, una prima comunione, un matrimonio, una cerimonia funebre, la celebrazione di una messa in suffragio di un defunto? Per occasioni del genere, la tradizione vuole che si faccia una qualche libera offerta: e in ciò non c’è nulla d’illecito né di scandaloso, anche perché certi eventi impongono ai ministri del culto delle spese. Ma se le cifre vengono in qualche modo imposte, se s’impongono dei “tariffari” che raggiungono magari livelli esosi, ecco riemergere sotto mutate spoglie il vecchio spauracchio della “simonia”, della “vendita delle indulgenze”.

Papa Francesco vuole combattere questo affarismo e impedire un giro di affari illeciti che spesso è molto più ingente di quanto non si creda; la sua intenzione è riportare nel legittimo alveo della carità e della libertà tendenze che stavano degenerando verso la speculazione; e colpire al tempo stesso la dilagante consuetudine a trasformare perfino i riti religiosi in momento di ostentazione del lusso consumistico. Questo è un papa che fa sul serio. E chissà che non sia davvero l’inizio di una nuova Riforma, dopo quelle dell’XI e del XVI secolo. La Riforma della Chiesa che si appresta ad affrontare l’era postmoderna.

Franco Cardini


Efemeridi e spigolature, 4

Leviathan e Behemoth - Ennio Di Nolfo è senza dubbio uno dei più lucidi studiosi propugnatori convinti della necessaria e persistente alleanza tra Stati Uniti d’America ed Europa, dell’interdipendenza tra le due sponde dell’Atlantico. E’ la tesi ribadita adesso nel suo bel saggio Il mondo atlantico e la globalizzazione. Europa e Stati Uniti: storia economica e politica (Mondadori). Ed è la storia della progressiva soggezione dell’Europa agli USA, di un’egemonia statunitense sul mondo costruita sulla progressiva perdita, da parte del nostro continente, delle occasioni per proporsi come cerniera tra Occidente statunitense e Oriente sovietico e cinese, di riaffermare la propria sovranità e il diritto a fondare sulla sua grande tradizione politica e culturale un futuro diverso da quello che oggi la vede prigioniera della crisi e di un’unità, quella della UE, illusoria e fallita. Oggi si ripropone forse però un’alternativa eurasianista che contrapponga il Behemoth macrocontinentale al Leviathan atlantista: è quanto si finisce col delineare partendo dall’attenta meditazione del prezioso numero 321 del “Diorama letterario” di Marco Tarchi, dedicato a Europa. La minaccia atlantica. Il pericolo da sventare, anzi il nemico da battere, è la Transatlantic Trade and Investment Partnership.

Il Kosovo e l’Ucraina: due pesi e due misure - I nostri media hanno, in significativa concordia, “oscurato” il discorso programmatico tenuto da Vladimir Putin durante un incontro del sodalizio russo Club Valdai tenutosi a Soci sul Mar Nero alla presenza anche di qualche europeo non-allineato, come il francese Dominique de Villepin. Putin ha rigorosamente elencato le responsabilità degli Stati Uniti: l’uso spregiudicato (ma anche fallimentare) dell’egemonia che la caduta dell’Unione Sovietica sembravano garantir loro sul mondo intero; l’impiego in direzione appunto egemonica della sua moneta; la politica d’intimidazioni, ricatti e intercettazioni; l’iniziale appoggio all’estremismo islamico quando esso sembrava coerente con le sue prospettive imperialistiche e le ripercussioni che ciò ha avuto sul mercato della droga; la continua mistificazione della ricerca di un “Male assoluto”, di un Nemico che giustifichi i suoi piani. Ma le élites dirigenziali europee, ribadendo la fedeltà al loro ruolo servile e subalterno, non ascoltano. Al vertice del G20, a Brisbane, Barack Obama ha ripetuto il mantra dell’illegittimità delle posizioni russe a proposito dell’Ucraina; Angela Merkel e David Cameron gli hanno fatto eco. Qualcuno dovrà spiegarci come mai a suo tempo l’Occidente dette immediatamente e senza discussioni ragione agli irredentisti albanesi del Kosovo, mentre gli irredentisti russi dell’Ucraina orientale hanno irrimediabilmente torto e la loro madrepatria deve lasciarli al loro destino.

Tor Sapienza: la vergogna della guerra tra poveri – Negli incidenti di Tor Sapienza, ai margini est di Roma, si sta consumando un capitolo fondamentale della nostra vergogna. E’ scandaloso, disumano e inconcepibile che un intero quartiere di nostri concittadini sia tenuto in ostaggio dal teppismo e dalla violenza di alcuni fra gli ospiti di un centro di prima accoglienza per immigrati: in nessun altro paese europeo una situazione del genere sarebbe tollerata. E’ scandaloso, disumano e inconcepibile che nel nostro paese sia impossibile imporre ai nostri ospiti – ai quali, anche se non erano stati né invitati né desiderati, non si può negare appoggio e assistenza – alcune pochissime indispensabili regole di civile comportamento. E’ scandaloso, disumano e inconcepibile che si sia arrivati, da parte delle autorità competenti, a provocare e quindi a sopportare la crescita di una rivolta alla base della quale c’è la pretesa, da parte di alcuni cittadini, di farsi giustizia da soli. E’ scandalosa, disumana e inconcepibile quest’abdicazione dello stato: la sua assenza, il suo silenzio. E’ scandaloso, disumano e inconcepibile che si possa concepire, come misura pratica per risolvere almeno in parte la tensione, una misura come quella della separazione degli immigrati minorenni dalle loro famiglie. La nostra classe dirigente, quella che in questi giorni sta di nuovo affogando nel guano delle spese degli “eletti dal popolo” alle Regioni, sta toccando il fondo. Bisogna impedirle di portar a termine la distruzione dello stato.

Le docce gratis del papa e i sevizi igienici a pagamento della repubblica – La povertà è una cosa bellissima: quando è volontaria, come in Francesco d’Assisi e in madre Teresa di Calcutta. Ma la povertà involontaria, quando degenera in miseria, è orribile; ed è una condizione che umilia, degrada e corrompe non solo chi ne è vittima, ma anche chi ne sopporta lo spettacolo senza reagire. Credo sia molto improbabile che i nostri mendicanti, autoctoni o immigrati che siano, rischino di morir di fame: qualcosa da mangiare si rimedia sempre ed esistono anche varie mense gratuite, come quelle della Cartitas. Sono le medicine e l’igiene i veri e più comuni drammi di chi non ha niente. Trovare un posto dove non solo dormire ma anche lavarsi e usufruire di servizi igienici veri e propri, dotati di un minimo di decenza. A Roma, sotto il porticato di piazza San Pietro, si sta rispondendo almeno in qualche misura a questa necessità. Per iniziativa del vescovo Konrad Krajewski, elemosiniere del Santo Padre, all’interno del locale che là ospita i bagni riservati ai pellegrini saranno installate anche alcune docce per consentire ai senzatetto di lavarsi e di cambiarsi la biancheria. L’esempio di monsignor Krajewski sarà seguito a quel che pare da una decina di parrocchie romane. Se volete vedere l’altra faccia della luna di questo problema, recatevi in qualche stazione ferroviaria. Quelle grandi sono state trasformate in centri commerciali quando non addirittura in gallerie di negozi più o meno di lusso, mentre i necessari servizi pubblici sono stati aboliti o decentrati: via di solito (salvo rare eccezioni) farmacie e uffici postali; quanto ai servizi igienici pubblici e gratuiti – oltretutto un baluardo per la difesa della salute di tutti, abbienti o no -, sono stati spudoratamente sostituiti da servizi a pagamento. Ragione: i costi di gestione, il fatto che un servizio pubblico non è remunerativo. Quando non esiste il servizio igienico a pagamento, la stazione se ne presenta tout court sprovvista: alla faccia delle leggi vigenti e dei diritti dei cittadini.

Il New Deal sindacale: lo sciopero contro i poveri – La maggior parte dei nostri politici e dei cittadini che contano lo ignora perché viaggia in auto blu o usufruisce di servizi speciali: ma i nostri treni fanno schifo. I guasti e i ritardi sono diventati ormai consueti e quotidiani, anche sulle “grandi linee”; è piuttosto frequente che anche sulle “Frecce” (Rosse, Bianche o Argento che siano) le cabine riservate ai servizi igienici siano fuori uso o non siano in grado di erogare acqua corrente. D’altronde le costose “Frecce”, dove viaggiano spesso i privilegiati e i più abbienti, sono di solito in servizio “garantito” durante gli scioperi: mentre si fermano o sono soppressi – è successo anche durante l’ultimo sciopero ferroviario, il 13 novembre scorso – i treni per gli studenti e i lavoratori pendolari. Scioperi contro i poveri, dei quali i ceti egemoni nemmeno si accorgono: ed è giusto, dal momento che disturbarli sarebbe socialmente pericoloso. Continuate così, compagni sindacalisti, continuate a farvi del male: ma non stupitevi poi, e non lamentatevi, se l’attuale capo del Partito Democratico – e del governo – è un centrista e un liberista.


Minima cardininana, 48

 Domenica 16 novembre 2014

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, Santa Geltrude di Helfta

“C’E’ DEL METODO IN QUESTA FOLLIA”

Il 10 novembre scorso si è diffusa la notizia che il califfo al-Baghdadi era stato ucciso durante un raid statunitense compiuto addirittura quattro giorni prima, venerdì 7, nell’area di al-Qaim. Ma la ridda dei chiarimenti, delle precisazioni, delle riserve e delle smentite si è quasi subito scatenata. Il portavoce del Pentagono, colonnello Steve Warren, precisò che bersaglio dei velivoli americani era stato non propriamente il califfo, bensì il corteo di una decina di auto che transitava attraverso Mosul; quello della Difesa, Tom Crosson aggiunse che tra gli uccisi v’erano importanti personaggi dell’entourage del califfo. Com’è consuetudine in questo genere di messaggi, gli emittenti si sono anche stavolta dati a una lunga nomenclatura di personaggi ignoti, seminoti e più noti: è difatti abitudine dei servizi soprattutto statunitensi render conto d’in apparenza accurate ricerche prosopografiche e far di tutto per dare l’impressione di aver ricostruito puntualmente, analiticamente, diagrammi e reti delle organizzazioni terroristiche o presunte tali: diagrammi e reti che vengono regolarmente modificati, corretti o dimenticati. Talvolta, le sequenze dei nomi di personaggi e di organizzazioni chiamati in causa corrispondono in realtà a dati irrilevanti o secondari o più volte iterati per dar l’impressione di essere più numerosi e stringenti. Poco più che aria fritta quando si sottoponga questo materiale a una più attenta e analitica indagine.

Va per esempio abbastanza di moda, tra gli specialisti veri o supposti del settore e i “solitamente bene informati”, profondersi in lodi nei confronti del metodo usato dai generali Petraeus e Mc Crystall che sarebbero riusciti a “bonificare” l’area di Falluja ripulendola dai terroristi di al-Qaeda che vi avevano impiantato un sistema addirittura parastatuale da considerarsi uno schematico e grossolano precedente dell’ISIS. In realtà, il celebrato metodo che portava anzitutto la firma di Petraeus consisteva in un brutale mixing di repressione, di violenza, di tortura e di corruzione: mediante somme di danaro elargito più o meno generosamente ci si procurava la collaborazione (che più indicato sarebbe definire “collaborazionismo”) di questo o di quel capo locale spezzando così il fronte della guerriglia. Il metodo sostanzialmente fallì: e ci si dovette inventare l’ennesimo scandalicchio a sfondo erotico per consentire a Petraeus di uscire dalla scena dell’alto comando senza troppo compromettere la sua immagine (che ne uscì comunque irrimediabilmente a pezzi).

Si è anche affermato che in seguito alla diffusione della notizia del rischio corso dal califfo, che almeno per un po’ di tempo dev’essere stato dato per morto, il fronte militare a lui facente capo si sia assottigliato a causa non solo delle perdite subìte durante il raid ma anche di dimissioni e di defezioni. E da parte del “gruppo dei Quaranta” (i paesi membri delle Nazioni Unite che, governi arabi del Golfo e Giordania compresi, hanno aderito al fronte anti-ISIS) si è subito gridato al miracolo, peraltro sottolineando – come si usa certo fare, specie quando s’interpreta il passato come una “profezia post eventum” – che le forze jihadiste sono per loro natura fragili, ma anche flessibili. Si è altresì dottamente fatto notare che i movimenti politici guidati da personalità carismatiche, quali al-Baghdadi è senza dubbio, entrano di solito in crisi se il loro leader scompare in quanto egli risulta difficile e problematico da sostituire. “Privare anche l’ISIS del suo leader carismatico significherebbe probabilmente attenuarne le capacità di comunicazione, fascinazione e reclutamento”, ha scritto anche Vittorio Emanuele Parsi, uno studioso autorevole, su “Avvenire” dell’11 novembre; per quanto abbia con prudenza concluso che l’eventuale uscita di scena del califfo “non chiuderebbe la sfida”. Ma lo stesso giorno, su “Repubblica”, un noto ex-esponente della CIA, Bruce Riedel, ha invece sottolineato la probabilità che la morte di un leader jihadista, nel clima odierno, “solleverebbe ondate di reclute pronte al martirio”.

Nel giorni successivi, le ombre si sono diradate e il quadro è sembrato ricomporsi. Lo ieratico nerovestito califfo Abu Bekr al-Baghdadi – questo il laqab di Ibrahim al-Badri al-Samarrai (vale a dire “nativo di Samarra”, non di Baghdad com’egli vuol far credere), proclamato califfo il 29 giugno scorso – sarebbe stato soltanto ferito. Per ora le cose appaiono confuse e i nostri media, negli ultimi giorni indaffarati a seguire le baruffe di Renzi con la CGIL e la “sinistra” del suo partito oppure i guasti del maltempo, ha spostato altrove le luci dei suoi riflettori. Sembra comunque che qualcosa si stia movendo sul terreno dell’intelligence, se è stato sul serio attaccare dall’alto con una qualche precisione un convoglio di automezzi su uno dei quali si spostava davvero al-Baghdadi: aver conseguito un risultato del genere senza una soffiata sembra improbabile. Ma una guerra come questa, che si combatte anche sul piano della propaganda – e l’ISIS dispone di ottimi tecnici, anche occidentali, che la sostengono con ogni raffinato mezzo on-line – non si potrà mai vincere se non s’impiegano anche truppe di terra e se non si entra in un contatto diretto e concreto con la popolazione di quell’area convincendola che qui non si sta combattendo nessuna guerra santa, che l’ISIS non è affatto l’incarnazione del puro Islam attaccato dal satana occidentale in combutta magari con gli eretici sciiti, che non è vero che il jihad è l’unico strumento efficace di tutela della tradizione musulmana e che tutto quel che viene dall’Occidente (a parte finanza e tecnologia, delle quali gli jihadisti sanno servirsi magistralmente) è corrotto. La battaglia va insomma condotta anche con gli strumenti del soft power, propaganda e diplomazia: e qui la coalizione dei “Quaranta” è ancora sottozero. Altro problema aperto è quello del ruolo del sia pur indebolito Assad: molti sostengono che la sua rimozione consentirebbe ai suoi avversari che però non sono adepti o amici dell’ISIS di accostarsi decisamente alla coalizione e fronteggiare a loro volta con forza il califfo. Senonché di ciò in Siria sono in tanti a dubitare: a cominciar dalle comunità cristiane.

Ma si è accennato agli sciiti. A proposito di loro c’è da dire che ormai l’esercito irakeno – fino a ieri quasi del tutto nelle mani degli sciiti di al-Maliki – sta di nuovo schierando anche dei sunniti, mentre resta vero che la migliore intelligence nella zona è quella iraniana, ma la repubblica islamica dell’Iran diffida delle forze che i “Quaranta” stanno o potrebbero mettere in campo (e il cui risultato ultimo potrebbe essere quello dell’impianto di centri della NATO vicino alla sua frontiera e in grado di minacciare Teheran con i loro missili: un po’ come la NATO stessa ha fatto fin dal 2008 in Georgia ai danni della sicurezza russa e sta facendo adesso in Ucraina) e, per pienamente collaborare con lo schieramento anti-ISIS – cosa del resto chissà quanto opportuna, in quanto fornirebbe agli uomini di al-Baghdadi il pretesto per gridare alla congiura sciito-occidentale contro i buoni e puri sunniti, che ovviamente sarebbero loro – chiede un alleggerimento dell’embargo cui essa è sottoposta: il che allarma Israele la quale si dice convinta che un allentamento delle sanzioni antiraniane comporterebbe il rilancio, da parte di Teheran, del suo programma nucleare (ma gli iraniani, che hanno sottoscritto il programma di non-proliferazione e che sono l’unica potenza vicino- e mediorientale di un certo peso a non disporre di un armamento nucleare – che invece Pakistan, Israele e India posseggono -, a questo punto non hanno bisogno di venir meno al loro esplicito impegno e affrontare il lento, incerto, costoso e rischioso cammino verso al costruzione della “loro” bomba; è più semplice e spedito, ad esempio, comprarla dai nordcoreani).

D’altronde il persistente stallo della situazione israelo-palestinese e la questione del nuovo attacco da parte del mondo sionista o di una frangia di esso – che però il governo di Nethanyahu non mostra di tenere a bada – contro la Spianata del Tempio di Gerusalemme sono di per sé formidabili argomenti che portano acqua al mulino della propaganda jihadista: che per fortuna appare ancora insanabilmente divisa tra ISIS e al-Qaeda, come mostrano le incertezze e le contraddizioni dei salafiti egiziani di Ansar al Maqdis. Ora il califfo sembra disporre anche di una “marina” fatta di vascelli “corsari” che incrociano nel Mar Rosso e attaccano le unità navali egiziane. Dalla Libia alla penisola del Sinai si profilano allarmanti “derive” jihadiste: d’altronde, davvero pensavamo che i Fratelli Musulmani egiziani si fossero volatilizzati come neve al sole? E davvero credevamo che fra molti di loro non serpeggiassero sogni e progetti di rivincita agganciati al successo di al-Baghdadi? O ritenevamo che le rotte del contrabbando beduino e marittimo soprattutto di armi fra Libia, striscia di Gaza, Mar Rosso e Sinai avrebbero potuto non intrecciarsi con la propaganda del califfo o con quella salafita?

Tutte queste cose non dovrebbero essere note da ieri. Già fino dal settembre in Algeria i dissidenti di al-Qaeda erano passati alla fedeltà nei confronti dell’ISIS, come avevano fatto i jihadisti egiziani del Jund al Khilafah fi Ard al Kinana; ora, da alcuni giorni, i jihadisti che controllano la città di Libia in Derna hanno a loro volta riconosciuto l’autorità califfale di al-Baghdadi; sempre da poco, i guerriglieri di Ansar Bait al-Maqdis (“i Combattenti della Santa Dimora”) del Sinai, finora legati al al-Qaeda, hanno raggiunto lo schieramento dell’ISIS. E collegamenti con lo “stato califfale” vengono allacciati anche più lontano verso est: in Afghnistan, dove fino dall’aprile scorso un vecchio e stimato capo di al-Qaeda, Abu al-Huda al-Sudani, si era avvicinato allo “stato islamico” siro-irakeno ancora prima che esso esprimesse al-Baghdadi come califfo; in Pakistan, dove all’ISIS fino dal luglio è passato il gruppo talibano Tehreek-e-Khalifat, fino ad allora legato ad al-Qaeda; in Indonesia, dove altri ex-alleati di al-Qaeda, i Mujahiddin dell’area orientale e la Jemaah Islamiyah di Abu Bakar Bashir hanno fatto analoga scelta. Quando si parla di rivalità dell’ISIS nei confronti di al-Qaeda, e al tempo stesso di affinità tra i due movimenti, non si debbon mai dimenticare comunque due cose: primo, già in al-Qaeda circolava l’esigenza della restaurazione del califfato, della quale parlava spesso Bin Laden; secondo, non ci figuriamo al-Qaeda come una specie dell’Organizzazione Spettro dei films di James Bond, ma non è mai stato affatto così. L’espressione al-Qaeda (in arabo: ”la base”) era e resta un termine generico con il quale si designa una quantità imprecisata di gruppi e di cellule, di solito privi di coordinamento tra loro, sovente attraversati da forti rivalità se non addirittura da inimicizie, e solidali (ma non istituzionalmente e disciplinarmente coordinati) solo per quanto riguarda in generale la lotta all’Occidente. La fitna (lotta civile) riguarda tutto l’Islam, non solo i rapporti tra sunniti e sciiti. Che del resto rimangono protagonisti: gli emirati della penisola arabica conducono una fiera campagna antisciita, ma gli sciiti dal canto loro controllano Beirut attraverso le milizie di Hezbollah, Damasco attraverso gli sciiti-alawiti, Baghdad dove il governo resta a prevalenza sciita e Sana’a, capitale dello Yemen, dove opera la setta sciita Houtli.

Non c’è peraltro dubbio sul fatto che l’ISIS abbia molte frecce al suo arco. Il fascino del richiamo all’istituzione califfale resta forte in tutti i sunniti, compresi i più moderati. Anche la crudeltà e la ferocia, che senza dubbio procurano al califfo al-Baghdadi molti nemici, esercitano d’altronde un fascino oscuro che incanta specialmente i giovani neofiti occidentali; d’altro canto, è diffusa nell’ISIS, insieme con la sete del martirio, la convinzione che un’eventuale olocausto dei fedeli, oltre a procurare agli shuhadà (“martiri”) il paradiso, causerebbe infinite nuove conversioni. Ma non bisogna pensare a tutti i miliziani del califfo come a feroci asceti. Agli ordini di al-Baghdadi militano anche molti ex-ufficiali dell’esercito di Saddam Hussein, sunniti sia pur – come noialtri amiamo dire – “laici”, ma desiderosi di vendicarsi contro sciiti e occidentali.

La fede resta comunque fondamentale. Per questo un pericolo per questi combattenti in cerca del paradiso è costituito dagli splendidi, coraggiosissimi reparti femminili che combattono con i peshmerga curdi. Pare circoli la notizia secondo la quale alcuni teologi musulmani sosterrebbero che un guerriero ucciso da una donna non possa aver accesso alle gioie paradisiache; e venir sopraffatto da una donna è comunque quanto mai umiliante. Per questo i miliziani del califfo temono il confronto con le soldatesse turche. Ma non è un caso il fatto che i curdi siano stati in pratica lasciati soli dai loro correligionari arabi sunniti a fronteggiare le truppe dell’ISIS: si teme il conto salato che questa “nazione negata” potrebbe presentare a siriani, turchi, irakeni e iraniani, cioè ai quattro stati che si sono spartiti quello che avrebbe potuto immediatamente dopo la prima guerra mondiale diventare un libero stato nazionale se ciò non avesse incontrato il loro divieto. Una volta battuto al-Baghdadi, sarebbe difficile e imbarazzante mantenere un rifiuto il riguardo. Nella costituzione irakena del 2005 ha già riconosciuto al Kurdistan iracheno il diritto all’autonomia: e oggi, in tutto l’Iraq settentrionale, un’isola di sicurezza e di vivibilità dove si rispettano i diritti umani è la città di Erbil, capitale de facto di quello che si profila un Kurdistan libero e indipendente che si è ormai guadagnato il diritto a entrare nel consesso delle nazioni non più “negate”. All’indomani della sconfitta del califfo – perché prima o poi, quando non servirà più, il califfo sarà sconfitto – nessuno potrà più negare il diritto all’esistenza nazionale ai curdi irakeni. Si potrà allora arrestare un processo di coagulazione da parte del nuovo stato nei confronti dei curdi residenti in Siria, in Turchia, in Iran? Si potrà perpetuare ulteriormente una delle infami ingiustizie (una delle tante) consumata col trattato di Losanna del 1923, vale a dire non tanto dopo al fine della prima guerra mondiale quanto piuttosto all’inizio dello stato di guerra mondiale endemica che attraverso i conflitti del ’39-’45, di Corea, del Vietnam, dei Balcani, dell’Afghanistan e delle due guerre del Golfo ancora perdura? Non ci basta la nuova guerra dei Cent’Anni 1914-2014? Quanto ancora vogliamo farla durare?

Ma s’è detto – e lo ripeto - che il califfo verrà sconfitto “quando non servirà più”. Per il momento, serve a un sacco di gente. Al-Baghdadi sarà anche il Nemico Pubblico n.1 dell’umanità di oggi, ma senza dubbio la sua presenza e quel che combina sono cose che stanno facendo molto comodo a troppi soggetti.

Fa comodo agli emirati del Golfo popolati da abitanti sunniti e sciiti ma retti da sovrani sunniti padroni del petrolio e gestori di colossi finanziari, nemici giurati d’Israele ma obiettivamente alleati con esso in quanto collegati a doppio filo con gli USA e decisi a portar avanti al loro offensiva antisciita e antiraniana, due obiettivi condivisi con l’ISIS (e i nemici dei propri amici, notoriamente, sono amici).

Fa comodo alla Turchia di Erdoğan, che dice di voler bombardar il califfo ma che poi bombarda i curdi del PKK e sostiene – correttamente – che la guerra contro lo stato islamico siro-irakeno non si vince se non s’impiegano anche truppe di terra (è anche il parere del Pentagono, contro quello di Obama), con il sottinteso che le forze turche così impegnate passerebbero allegramente attraverso le terre curde, con conseguenze immaginabili: con il califfo, il premier turco ha i medesimi nemici, Assad e i curdi (“i nemici dei miei nemici”, con quel che segue). Va tenuto anche conto del fatto che tra Turchia e Israele corrono rapporti diplomatici cattivi, ma che i due paesi hanno un fortissimo partenariato economico e commerciale: il che dovrà pur dire qualcosa.

Fa comodo al mondo occidentale in genere e a Israele, in quanto conduce la sua fitna non solo contro gli sciiti bensì anche contro altri sunniti, in particolare contro quel che resta della rete che comunemente e impropriamente noi chiamiamo al-Qaeda. Fa comodo agli USA e alla NATO, che con il pretesto della guerra contro il califfo nel nordest irakeno potrà impiantare nuove basi militari più vicine al confine iraniano e minacciare da più presso il governo di Teheran.

Fa comodo a tutti quelli, e sono tanti, interessati a portar avanti un’islamofobia indiscriminata come strumento, anche e soprattutto in Occidente, demagogico ed elettoralistico. Più teste fa tagliare, più assassini ordina o determina, più repressione contro gli altri culti impone, più umiliazioni e violenze fa subire alle donne, più il califfo si rivela provvidenziale per quanti vogliono impedire un serio processo di radicamento di un Islam pacifico e orientato alla convivenza pacifica con il resto del mondo. Lo spauracchio califfale è ben congegnato, come ben congegnata è la falsa lotta contro di esso che si traduce nella discriminazione e nel sospetto, tra noi, nei confronti di tanti musulmani onesti che vorrebbero solo pregare in pace Iddio e lavorare in spirito di amicizia con tutti.

Se il progetto dell’ISIS è pazzesco, allora bisogna ripetere col buon Orazio, fedele amico del Triste Principe di Danimarca, che c’è del metodo in questa follìa.


Efemeridi e spigolature, 3

      Due nuovi prodotti di un fecondo atélier fiorentino – Nel deserto delle pubblicazioni non-allineate e davvero libere e indipendenti, segnalo la rosa da tempo fiorita in quel di Firenze: lo straordinario atélier ormai da anni tenuto in piedi da un gruppo di studiosi e di free-lances animati e riuniti da un politologo, ordinario di quell’Università, Marco Tarchi. Il gruppo si esprime attraverso la rivista “Trasgressioni”, giunta al n. 58 monograficamente dedicato a Il populismo: l’essenza di un concetto e le evoluzioni di un fenomeno politico (del populismo Tarchi è ormai da anni studioso attento quanto autorevole) e il foglio quasi underground “Diorama letterario”, una preziosa pubblicazione arrivata al giugno-agosto 2014 al n. 321, che costerebbe 3 euro a numero e 24 in abbonamento annuo (in realtà Tarchi e i suoi pochi amici fidati se la pagano anacronisticamente di tasca loro) e che dedica adesso un numero monografico e senza peli sulla lingua (nonché molta documentazione) a La minaccia transatlantica. Si tratta del “grande mercato transatlantico”, uno spettro di cui è vietato parlare. Per informazioni: mtdiorama@gmail.com e www.diorama.it

L’Europa che c’è, quella che bisognerebbe disfare, quella da ricostruire – Due libri che potrebbero esser considerati strumenti di lavoro: Giovanni Armillotta, I popoli europei senza stato. Viaggio attraverso le etnie dimenticate, Roma, Juvence, 2009, e Gaetano Colonna, Ucraina tra Russia e Occidente. Un’identità contesa, Milano, Edilibri, 2014. Due piccole scosse al “pensiero unico”.

Un’occhiata storica e geopolitica al mondo d’oggi – In materia di problemi internazionali, è da meditare il numero 6 del settembre 2014 della rivista “Il Nodo di Gordio”, dedicato a War Games. Giochi di Guerra. Dossier Difesa. Si tratta di un’appassionante e allarmante compte rendu su quella tal terza guerra mondiale che, a detta di papa Francesco, è già cominciata da tempo (redazione@nododigordio.org). Se poi se ne volessero indagare radici e prodromi alla luce della prospettiva della storia del nostro paese, e magari meditare sugli appuntamenti mancati e le occasioni perdute, nulla di meglio che dedicarci alla dolorosa lettura di “Nuova Rivista Storica”, XCVIII,II, mag.-ag. 2014, fascicolo interamente dedicato alla storia dell’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi): un survey su una storia italiana, mediorientale e internazionale che avrebbe ben potuto essere diversa (se non avesse dato fastidio a qualcuno…).


Minima cardiniana, 47

GERUSALEMME. LA VIA OBBLIGATA, LO STRUZZO E LE TRE SCIMMIETTE (A MENO DI UN MIRACOLO…)

Ero stato purtroppo buon profeta: è facile del resto esserlo, in casi come questo. La settimana scorsa mi ero occupato delle reazioni di alcuni israeliani di buona volontà di fronte alla politica di confische e di espulsioni sostenuta a Gerusalemme est dal governo Nethanyahu in stretto rapporto con quella di continue costruzioni d’immobili destinate a nuovi coloni in Cisgiordania: smentivo la bieca leggenda secondo la quale tutti gli israeliani o quasi sono d’accordo con questa politica di espropri e di progressiva riduzione pratica del territorio sul quale dovrebbe impiantarsi un futuro stato palestinese sempre meno probabile (salvo il miracolo di un ferma posizione delle Nazioni Unite, ancor più probabile adesso dopo la vittoria repubblicana nelle elezioni statunitensi di mid term); sottolineavo tuttavia come la questione palestinese e della presenza nello stato ebraico di un milione circa (su sette) di cittadini arabi sia ormai sottovalutata e considerata dalla maggior parte degli israeliani ebrei con una certa noia come “una spina nel sedere” rispetto a problemi da essa considerati di più evidente e immediato momento, quali la tensione alle frontiere egiziane, libanesi e siriane o la situazione economica e lavorativa del paese; osservavo infine come la politica del “fatto compiuto” che presiede alle scelte insediative ed espropriatrici del governo Nethanyahu proceda senza soste né incertezze all’ombra dell’a priori dell’appoggio statunitense, e che nonostante ciò il governo attuale non sia il meno disposto alle trattative con i palestinesi che si potrebbe immaginare. Dietro Nethanyahu – che ha varato di recente un provvedimento che punisce con pene detentive fino a 20 anni chi colpisca e danneggi un’auto con una pietra -, si allunga l’ombra di formazioni politiche come quella del rabbino Yehuda Blick (di recente scampato da un attentato terroristico), fautore di un’apparentemente distensiva proposta secondo la quale si dovrebbe riconoscere agli ebrei il diritto di pregare sulla Spianata del Tempio “in pace e amicizia con gli arabi” (senza curarsi del fatto che la maggioranza di questi ultimi interpreterebbe un tale evento come il preludio di un ulteriore occupazione-esproprio e senza chiarire che cosa gli ebrei sarebbero disposti a offrire agli arabi in segno di reciprocità) o del partito della “Casa Ebraica” dell’attuale ministro dell’economia Naftali Bennett, iperliberista e convinto sostenitore di una sempre più intensa politica d’insediamenti dei coloni ebrei in Palestina.

Noto ora che il mio allarme non era infondato. Il numero di ottobre 2014 di “Le Monde diplomatique” dedica i due imponenti e spaventosi paginoni 4 e 5, firmati da Olivier Pironet, a En Cisjordanie, le spectre de l’Intifada; e Gad Lerner, con un bel reportage edito da “La Repubblica” del 3 novembre scorso, p. 14, Sulla Spianata delle Moschee dove i fanatismi accendono l’odio, rincara la dose notando come ormai l’estremismo messianico sionista sia ampiamente penetrato anche nell’esercito da dove fino ad almeno una quarantina di anni fa era severamente ed accuratamente escluso, mentre d’altro canto crescono i movimenti radicali e jihadisti nel mondo musulmano palestinese. E Lerner, descrivendo le linee di una “nuova Intifada” ormai di fatto già scoppiata, ne individua la ragione nel fatto che essa esploda “nel cuore di Gerusalemme, cioè dove ebrei ed arabi, pur odiandosi, saranno in ogni caso costretti a vivere mescolati. Destino reso ineluttabile dall’annessione della Città Santa divenuta capitale ‘indivisibile’ d’Israele nel 1967, quindi priva di check point e confini tracciati”. Col che, si torna implicitamente a riflettere sul fatto che se i vari governi israeliani avessero dato ascolto alla risoluzione dell’ONU, più volte ribadita e reiterata, che imponeva loro di rientrare appunto nei confini anteriori alla guerra scoppiata in quell’anno, le cose avrebbero potuto andare diversamente. L’ineluttabile “costrizione” della “mescolanza” deriva quindi obiettivamente dalla pervicace inadempienza rispetto alle risoluzioni ONU, che è anche la radice del terrorismo. Ma per il momento i dirigenti israeliani hanno mostrato d’individuare soltanto un rimedio alla situazione determinatasi: quella di ridurre progressivamente lo spazio vivibile per i palestinesi fino a costringerli ad andarsene. Ma andarsene dove? E qui è lo stesso Gad Lerner a chiamare in causa, in modo del tutto opposto alla political correctness, la domanda di fondo del recente romanzo di Amos Oz, Giuda: è stata davvero una buona e saggia soluzione, da parte degli ebrei d’Israele, costruire uno stato istituzionalmente ed esclusivamente “ebraico” in un territorio largamente insediato da non-ebrei?

Presso Betlemme sorge il borgo arabo-cristiano di Beit Sahur (il Campus Pastorum dei nostri pellegrini medievali): di fronte ad esso, arcigna e incombente si erge la mole-fortezza-dormitorio dell’insediamento di Har Homa, insediato sulle terre di quel comune palestinese. Un mostro di cemento dove non si lavora né si produce: è uno della ventina d’insediamenti in via d’espansione, tutti dello stesso tipo, che circondano la città natale di David e di Gesù. Ormai, il territorio nel quale dovrebbe costituirsi il nascente stato palestinese, l’embrione del quale è pur stato riconosciuto dalle Nazioni Unite dov’è rappresentato sia pure senza diritto di voto, non esiste più. Ma Israele, che vive nel costante incubo del “sorpasso demografico” da parte dei palestinesi, non può annettersi la Cisgiordania e la striscia di Gaza non perché tema le reazioni delle Nazioni Unite – che si limiterebbero presumibilmente alle solite proteste e alle solite risoluzioni, bloccate dal veto statunitense -, ma semplicemente in quanto non saprebbe poi che cosa fare di tre milioni di palestinesi ai quali non le sarebbe possibile concedere la cittadinanza israeliana (non entriamo qui nella spinosa questione della condizione pratica degli “arabi israeliani”: di quella istituzionale non si può parlare in quanto Israele non ha una costituzione) senza compromettere gravemente l’equilibrio fra cittadini ebrei e non-ebrei. E lasciamo da parte le prospettive demografiche, dal momento che un innalzamento del tenore di vita dei palestinesi basterebbe, per una nota legge sociologica, ad abbassarne il livello di natalità. Ma è un rischio che Israele non vuole correre.

E allora? Se non vogliamo continuar a far la politica dello struzzo né allinearci alle detestabili argomentazioni degli antisionisti per pregiudizio, bisogna pur prender atto di una realtà: l’attuale governo israeliano – che sia o no, in questo, in linea con alcuni governi precedenti è altro tema da porre da canto – procede con la sua politica di requisizioni, demolizioni, ricostruzioni d’immobili, espulsioni e spostamento di palestinesi e impianto d’insediamenti di nuovi olim, di coloni di recente arrivo in Eretz Israel insediati nei territori in modo da far intendere di puntare a uno scopo ultimo: fare in modo che un numero più alto possibile di palestinesi, stanchi e disperati, emigrino altrove. Nei paesi arabi, in quelli occidentali, dove vogliono: ma se ne vadano. L’obiettivo sembra esere la costruzione di uno stato ebraico che sia tale anche dal punto di vista della struttura etnoculturale: di tre milioni di prolifici e pericolosi palestinesi, Nethanyahu sarebbe forse disposto a naturalizzarne israeliani un mezzo milione al massimo, che si sommerebbe al milione di arabi israeliani con i quali deve già fare i conti. Frattanto, i nuovi coloni servono a riempire i vuoti demografici lasciati da quanti presumibilmente non ce la faranno a sostenere l’attuale intollerabile pressione.

Dinanzi a questa realtà obiettiva, che cosa resta da fare ai palestinesi? Ricorrere a nuove forme di terrorismo, o a nuove ondate di lanci di missili terra-terra, o a una nuova Intifada, per loro ha una sola ragionevole e plausibile logica: far sì che i governi e l’opinione pubblica mondiale tornino un istante a interessarsi di loro, dal momento che quando le loro bombe suicide, i loro missili e i loro sassi tacciono i riflettori mediatici puntati sulla loro condizione si spengono e tutto torna allo status quo: il progressivo avanzare delle ruspe israeliane che li cacciano per sostituirli con i coloni. Il ritorno a uno stato di pace significa la ripresa del più o meno lento processo della loro espulsione. I paesi arabi circostanti queste cose le sanno benissimo: Giordania e Libano ne hanno in passato fatte le spese, l’Egitto vi è stato coinvolto in minor misura, i ricchi emirati peninsulari restano alleati dell’Occidente, fanno circolare al loro interno (specie nelle scuole) una tematica antisionista e antiebraica semplicemente odiosa in contrasto con il loro sistema di alleanze internazionali ma ignorano di fatto il problema a parte un po’ di soldi e molte armi. Quanto a soldi (nel 2013 gli Stati Uniti hanno versato all’Authority palestinese 330 milioni di euro, l’Unione Europea 468, nel quadro del programma di appoggio di sicurezza e assistenza: cfr. i dati riferiti dallo Human Rights Watch, “World Report 2014, www.hrw.org, da integrare con quelli relativi al programma di coordinamento israelo-palestinese che pur esiste ma che è in pericolo, come si evince da “Jadaliyya” del 4 luglio 2014, www.jadaliyya.org). Aspettare e accettare supinamente la nuova ondata di violenze palestinesi, con relativa repressione israeliana, è da parte della compagine internazionale idiota e irresponsabile. A questo punto, le strade da percorrere sono solo due: o imporre un alt effettivo a Israele e la realizzazione del principio “due popoli – due stati”, un mantra ipocrita che sono in tanti a ripetere ma nel quale sono in sempre meno a credere, o ci si fa a livello comunitario internazionale concreto carico della sistemazione di un popolo che si va costringendo, sotto gli occhi di tutti, ad abbandonare dalla sua terra. Non facciamo retorica inutile, non ricorriamo terroristicamente a espressioni come endliche Erlösung, piantiamola con il conformismo filoisraeliano di facciata e il criptoantisemitismo feroce quando nessuno nei paraggi sta ascoltando, smettiamola con la politica dello struzzo o quella delle tre scimmiette “non vedo-non sento-non parlo”. Questa è la realtà. A meno che non accada un qualunque miracolo in grado di arrestare o d’invertire un trend che, visti le forze e gli equilibri in presenza, appare irreversibile.

FC


Efemeridi e spigolature, 2

       “Legioni straniere”, “brigate internazionali”, attentati sventati all’ultimo minuto e altre piacevolezze…- Dunque, non solo il Nemico è tra noi, ma frotte di convertiti, specie di giovani, stanno correndo nelle file dell’esercito jihadista. Ciò, quanto meno, è quanto ci stano assicurando servizi di sicurezza e media in concorde sintonia e sincronia: fino a parlare, con palese esagerazione, di “legioni straniere” e “brigate internazionali” formate in Occidente per correre in aiuto ai jihadisti irakeno-siriani.

La psicosi si sta diffondendo anche a colpi di quelle che un tempo si definivano “notizie false e tendenziose atte a turbare la pubblica opinione”. Gli esempi di dilatazione, iterazione e generalizzazione sono ormai innumerevoli. Ricordate l’affresco con Maometto all’inferno che sta nella basilica bolognese di San Petronio e che già nel 2002 fu oggetto di un attentato scoperto e sventato all’ultimo istante, che però si rivelò poi una bufala perché i supposti attentatori erano solo innocui turisti? Bene, ci risiamo: il 15 ottobre scorso abbiamo appreso attoniti dai giornali che lo stesso capo dei servizi marocchini, Muhammad Yassine Mansouri, ha rivelato di aver sbaragliato in extremis attentati non solo a Bologna, ma anche alla Basilica del Santo a Padova e alla metropolitana di Milano. Dodici anni fa sarebbe stata al-Qaeda, anche se poi si chiarì che non era vero nulla; ora è ovviamente la volta dell’ISIS: una cellula marocchina, ma con “basisti” anche in Italia (magari perfino italiani…). Sempre il prode Mansouri ha rivelato di aver neutralizzato 126 cellule jihadiste e bloccato 276 attentati. Tantissimi. E, guarda caso, beccati tutti prima che nuocessero. Sulla notizia si è buttato a pesce anche il valoroso Calderoli, quello – ricordate? – delle T-shirts coraggiosamente antimaomettane. Accusando il governo Renzi e il “ministro dell’invasione” Alfano. Peccato solo che la ghiotta notizia non ha avuto un esito. 126 cellule, 276 attentati e nemmeno un nome emerso.

Ma c’è dell’altro. Sul numero 1071 di “Internazionale” un noto specialista, lo statunitense David Samuels (ha pubblicato nel 2008 il dotto saggio Paparazzi) ci assicura che l’ex-primo ministro libico Ali Zeidan teme molto gli estremisti islamici, sia quelli associati ad al-Qaeda, sia i salafiti di Ansar al-Sharia. Argomenti? Non troppi: resta sul vago. Ma la denunzia è rovente e veemente. E non basta. Sullo stesso numero del medesimo giornale, il columnist libanese Rami Khouri (in Libano, tutti quelli che non si chiamano Eid si chiamano Khouri, tipo Bianchi o Rossi da noi o Dupont in Francia o Schmidt in Germania…) s’informa che nel Vicino Oriente i gruppi armati si vanno sostituendo allo stato: insomma, una variante non certo amena del processo di privatizzazione del potere che da noi sono le lobbies a portare avanti.

E non basta. Nel maggio scorso, a Bruxelles, un ex-agente dell’intelligence francese, Alain Shue, tracciava un quadro allarmante e allarmato dei “mercenari” europei (“mercenari” o volontari convertiti? Le due categorie sono differenti, ma il fenomeno è in fieri e la confusione è tanta) accorsi in Siria a combattere contro Assad. Si tratterebbe di un’armata tra le 5.000 e le 11.000 persone: ma un po’ più in concreto, i francesi che hanno abbracciato la causa del jihad sarebbero circa 700: che non sono pochi, intendiamoci. Peraltro, era l’ora che l’intelligence francese se ne preoccupasse: dal momento che a noialtri di memoria meno corta di altri sembra di ricordare che non più di alcuni mesi fa il geniale presidente francese monsieur Hollande e il suo finissimo consigliere culturale Bernard Henri-Lévi, spalleggiati da un gruppo di gentiluomini autodenominantisi Amis de la Syrie, facessero di tutto per rovesciare il rais siriano: tuttora obiettivo anche del premier turco Erdoğan il quale ha teorizzato – contro Obama – che per battere l’ISIS bisogna impiegare anche truppe di terra, ma che poi come atto di buona volontà di partecipare alla lotta contro il califfo al-Baghdadi… ha bombardato i più diretti e coraggiosi avversari di quest’ultimo, i curdi. Limpida chiarezza ed esemplare coerenza, insomma. Intanto si parla della propaganda jihadista che agirebbe nelle prigioni, dove molti detenuti sono musulmani.

Naturalmente, si fanno dei nomi. Un certo Oiale Chergui, un tal Abdelsalam el-Haddouti, un Abdelluahik Safik Muhammad arrestato al suo ritorno in Europa dopo aver combattuto in Siria e in Iraq eccetera. Gente segnalata, indiziata, sospettata; nomi isolati e a pioggia, circostanze riferite in modo allusivo, sigle snocciolate con disinvoltura. La tecnica di “informazione” è la stessa che a suo tempo è stata illustrata da Vladimir Volkoff ne Il montaggio: si moltiplicano le accuse fondate su indizi spesso infondati, spesso non pertinenti, si ripetono le medesime notizia dilatandole e arricchendole di particolari sovente irrilevanti. Terence Mc Coy sul “Washington Post” segnala che su certi social networks si pubblicano immagini con gattini che giocano tra armi in dotazione dei jihadisti: un tentativo di far diventare la causa del terrorismo più “simpatica” presso gli adolescenti… Poi ci sono i casi specifici, indagati con cura e additati alla pubblica preoccupazione. Certo, gli inglesi che vanno ad arruolarsi col califfo e magari tagliano le teste con la stessa disinvoltura con la quale, una quarantina di anni fa, i loro padri “figli dei fiori” prendevano il magic bus per andar a farsi d’erba a Kabul e a Kathmandu, e forse tra l’erba di ieri e il jihad di oggi c’è davvero un filo sottile, quello del disorientamento e del vuoto interiore. Oppure i casi come quello di Nadine, la tunisina trentatreenne che arriva in Italia nel 2007 ma quattro anni dopo comincia a dimostrarsi indottrinata e a indottrinare a sua volta sul web, porta il velo (quale? Hijab, Niqab, Chadri? Sembra il secondo) e quindi viene espulsa. Ma per una espulsa, quante altre ce ne saranno? Se n’è occupata “Repubblica” il 15 ottobre scorso, rivelando che i foreign fighters dell’ISIS provenienti dall’Europa sarebbero circa 3000 (la fiera nei numeri continua), di cui 48 dall’Italia, che una dozzina sarebbero tornati dal campo di battaglia eccetera. La cifra di 3000 è quella fornita a fine settembre dal capo dell’antiterrorismo europeo, Giles de Kerchove: ma notizie del genere, data la loro incertezza e genericità, continuano a essere inutili. Bisogna decidersi: o si tace, o si forniscono dati chiari e ben elaborati. Altrimenti, si fa del pericoloso allarmismo utile solo ad aumentare il disorientamento. O c’è chi vuole proprio questo? Quanto a Nadine, insomma, che faceva, oltre che velarsi ed evitare la compagnia delle donne “infedeli”, quindi “impure”? Trafficava con il web, disegnava bandiere dell’ISIS. Certo, il caso di Muhammad Game, libico, che il 12 ottobre si è fatto esplodere a Milano (ma perché?) è diverso. Mi siamo davanti a spostati, a isolati, o a punte di un iceberg sommerso? Questa è una società scossa, disorientata, dove gli psicolabili abbondano: che alcuni di loro scelgano il jihad come centro della loro nevrosi anziché il satanismo, o la xenofobia, o il sesso, o la violenza contro le donne, è davvero qualificante? E se nelle elezioni tunisine vincono i “laici”, siamo sicuri che il segno vada interpretato in senso positivo e rassicurante? Che ne sappiamo, del contesto di quella vittoria? Del resto, esiste anche “un altro Islam”, come ricordava sempre su “Repubblica”, il 27 settembre, nientemeno che Tahar ben Jelloun. A Parigi, dove i musulmani hanno manifestato solidarietà alla famiglia del povero Hervé Gourdel, ma anche altrove, un po’ in tutta Europa, i musulmani che noi amiamo chiamare “laici” o “moderati” hanno manifestato contro il califfato e l’ISIS. Not in my name, hanno ripetuto alludendo al terrorismo e agli atti di ferocia. Ma anche in questi casi, siamo sicuri di aver compreso sul serio in quale tipo di crisi si dibatte l’Islam, insomma il carattere effettivo della sua fitna, della guerra civile che lo sta lacerando? E il problema è davvero l’Islam, cioè una fede religiosa? Chi arma l’ISIS, chi lo finanzia? Qual è il ruolo del Qatar, della Turchia, di coloro che hanno gli stessi nemici del califfo, quali Assad o i curdi? E se combattendo l’ISIS ci si avvicina troppo al confine iraniano, la logica del cui prodest non c’induce a sospettare che, una volta sconfitti gli jihadisti, i vincitori vogliano proprio far questo, sorvegliare più da vicino e magari minacciare con armi più prossime la repubblica islamica dell’Iran? La lotta dei sunniti estremisti contro gli sciiti (non solo contro i cristiani e gli yezidi) non c’entra per nulla?

Un esempio di coraggioso civismo da Israele – Segnalo un interessante e documentato articolo di Jeff Halper, direttore del Comitato Israeliano contro le Demolizioni di Case (ICAHD ne è la sigla in inglese), Demolire le case vuol dire demolire la pace, edito in traduzione italiana dalla rivista “L’Invito”, n. 236, pp. 3-6. Poche pagine, ma dense e rivelatrici. Halper denunzia esplicitamente che, nonostante la visita in Israele del vicepresidente statunitense Kerry (o magari a causa di essa), la campagna di demolizioni d’immobili in Gerusalemme e nella Cisgiordania, intrapresa dal governo di Nethanyahu, prosegue: e si è intensificata nella cosiddetta area E1, tra Gerusalemme e l’insediamento dei coloni di Maale Adumin, sulle colline a sud di Hebron e nella valle del Giordano. Secondo i dati ONU, nei primi mesi del 2014 sarebbero state demolite 132 strutture abitative (non solo case ma anche recinti per animali, serbatoi d’acqua ecc.) e cacciati 231 palestinesi, con un ritmo che minaccia di superare i dati dell’anno scorso. L’ICAHD stima che dal 1967 circa 29.000 tra abitazioni e strutture produttive siano state demolite in quelli che convenzionalmente definiamo “territori occupati” (un termine che le autorità israeliane rifiutano), mentre il governo israeliano ha annunziato l’intenzione di costruire migliaia tra nuove case e installazioni infrastrutturali tra Gerusalemme e Cisgiordania. Starebbe altresì avanzando il progetto del “parco nazionale” sulle terre di Issawiya e al-Tur, nel nordest della città, che salderebbe i quartieri israeliani a Maale Adumin dividendo di fatto il territorio cisgiordano. Insediamenti palestinesi com Sheikh Jarrah o Silwan si apprestano a scomparire dalle mappe cittadine, mentre demolizioni sistematiche sono portate avanti, sia pure con ritmi più lenti, ad al-Tur, Jabal Mukkaber, Sur Baher e Beit Hanina. I palestinesi verrebbero progressivamente relegati in aree sempre più ristrette e disagiate e obbligati ad andarsene attraverso un meccanismo congiunto di demolizioni delle loro case e di negazione dei permessi di costruzione.

La cosa è per la verità nota, e procede da anni. Ma quel che gli occidentali su ciò più o meno informati non sanno, o tendono a sottovalutare, è che all’interno della società israeliana l’opposizione a queste procedure illecite è forte ed energica. Il Centro israeliano per la difesa dei diritti umani, denominato HaMoked, è estremamente attivo: e ha di recente obbligato il Ministero degli Interni ad ammettere che dal 1967 ad oggi sono ben 14.309 i palestinesi che hanno ingiustamente perduto le loro residenze. Il fenomeno è non solo cittadino (e i confini della città sono stati ritracciati in modo non limpido). Nella valle del Giordano vivevano nel 1967 tra i 200.000 e i 320.000 palestinesi. Oggi ne restano, tra stanziali e nomadi beduini, solo 55.000. Il fenomeno della demolizione – e quindi dell’emigrazione a ciò forzosamente successiva - riguarda non solo i palestinesi, ma anche i cittadini israeliani non ebrei (i cosiddetti arabo-israeliani), come gli abitanti del villaggio di al-Araqib.

La denunzia di Jeff Halper è tanto dura quanto grave. Sarebbe molto bello se le autorità governative israeliane, o anche quelle diplomatiche visto che queste notizie stanno dilagando all’estero, replicassero con chiarezza, magari – meglio ancora – per smentire queste voci allarmanti e per correggere gli errori dei quali esse potrebbero essere veicolo. Io personalmente sto lavorando a una riedizione del mio libretto Gerusalemme (Il Mulino), nel quale con grande cautela indicavo alcuni dati relativi a questo doloroso fenomeno. Sarei lieto di poter affermare che le preoccupazioni relative a una “ebreizzazione/depalestinizzazione” del territorio d’Israele o di quello che le è stato annesso de facto dopo il ’67 sono errate, o infondate, o comunque eccessive. Ma per questo ho bisogno di dati precisi e inconfutabili, dei quali per il momento non dispongo.


Minima Cardiniana, 46

Sabato 1 e Domenica 2 novembre - Festa di Ognissanti e Commemorazione dei Defunti

“In quel tempo, Gesù disse ai Suoi discepoli:

Quando il Figlio dell’Uomo verrà nella Sua gloria, e tutti gli angeli con Lui, siederà sul trono della Sua gloria. Davanti a Lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla Sua destra e le capre alla sinistra.

Allora il Re dirà a quelli che stanno alla Sua destra: - Venite, benedetti del Padre Mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e Mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e Mi avete dato da bere, ero straniero e Mi avete accolto, nudo e Mi avete vestito, malato e Mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarMi.-

Allora i giusti Gli risponderanno: -Signore, quando Ti abbiamo visto affamato e Ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e Ti abbiamo dato da bere? Quando mai Ti abbiamo visto straniero e Ti abbiamo accolto, o nudo e Ti abbiamo vestito? Quando mai Ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarTi? -. E il Re risponderà loro: - In verità Io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo dei Miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a Me. –

Poi dirà anche a quelli che saranno alla Sua sinistra: - Via, lontano da Me, maledetti, nel fuoco eterno preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non Mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non Mi avete dato da bere, ero straniero e non Mi avete accolto, nudo e non Mi avete vestito, malato e non Mi avete visitato, ero in carcere e non siete venuti a trovarMi.-

Anch’essi allora risponderanno: - Signore, quando Ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere e non Ti abbiamo servito? -. Allora Egli risponderà loro: - In verità Io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non lo avete fatto a Me. – E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna” (Matteo, 25, 31-46).

Dedicato a tutti i Sepolcri Imbiancati che si nascondono dietro la teologia, il diritto canonico, la parola dei Padri e dei Dottori della Chiesa, i dettati pontifici e conciliari, per chiudere il cuore e la porta alla Carità e alla Misericordia. Dedicato a tutte le razze di vipere (con molte scuse e grande rispetto per la vipera, nobilissimo animale) che si camuffano da difensori della Chiesa e della Tradizione per attaccare il Buon Pastore, vicario di Pietro e custode del gregge del Cristo, colpevole di aver ricordato loro che la vana scienza uccide e solo la Carità vivifica.

- ABBASSO HALLOWEEN! RIPRENDIAMOCI LA FESTA DI OGNISSANTI –

Tra le vecchie consuetudini ormai in disuso delle nostre campagne e delle nostre città c’era quella secondo la quale nella sera del 10 novembre – ai vespri della festa di san Martino cavaliere, benefattore dei poveri (a uno infreddolito, com’è noto, donò metà mantello) quindi vescovo di Tours e patrono della gente franca - i bambini andavano in giro percotendo pentole e tegami e chiedendo con rumorosa, allegra cortesia un po’ di dolci in regalo. A Venezia i bravi pasticceri fanno ancora il “cavallo di san Martino” coperto di cotognata o di cioccolato.

Era una bella tradizione. In autunno, negli ultimi giorni ancora miti - “l’estate di san Martino”, appunto - ci si preparava a svernare, non senza un ricordo per i poveri. Al santo cavaliere di Tours, appunto in onore del celebre episodio che lo aveva visto donatore generoso, erano intitolati molti ospizi; a Firenze c’era l’oratorio di san Martino - a un passo dalla “Casa di Dante”, con splendidi affreschi quattrocenteschi - dove si somministrava la carità ai “poveri vergognosi”, quelli cioè che - per esser magari caduti in povertà da posizioni di rilievo e di dignità sociale - mancavano del coraggio necessario a stender la mano.

C’era e c’è ancora, dunque, un punto di contatto morfologico obiettivo tra la vigilia di san Martino e la festa di Halloween che, proveniente dall’America e ben sostenuta da cinema e media, ha ormai conquistato la nostra società: i ragazzini che chiedono dolci - o magari anche qualche soldo - in regalo, anche se quelli italiani non pronunziavano, in origine, l’allegro ricatto Trick or treat?, “Dolci o scherzi?”, significando che l’interlocutore avaro avrebbe ricevuto una lezione. Ora qualcuno ha imparato la giaculatoria britannica.

Com’è noto, sociologi e antropologi insegnano che quando ci si trova dinanzi a due riti o a due tradizioni che si somigliano, la valutazione comparativa va fatta tenendo presenti non solo la somiglianza morfologica, ma anche i rispettivi contesti e funzioni in cui riti e tradizioni appunto si collocano. E qui i conti non tornano più.

Zucche svuotate e illuminate e bambini vestiti da folletti, diavoletti, spiritelli e streghine ci rimandano a una tradizione statunitense, anzi più propriamente del New England: bella e fortunata regione del nord-est degli States, là dove c’è anche il Massachussets, e pare che lì, a Salem, nel Seicento gliela facessero sul serio la festa alle streghe. Altro che dolci in regalo...

Alla Nuova Inghilterra dei profughi e dei coloni puritani, la festa era arrivata dall’Inghilterra attraverso un complesso giro non solo geografico, bensì anche religioso-culturale. L’inizio del mese di novembre corrisponde col Samhain del calendario celtico, la ricorrenza rituale dell’inizio del quadrimestre invernale: vi si celebravano gli antenati e con essi la terra seminata che si addormenta nella stagione fredda pronta a risorgere di nuovo in aprile, all’entrata del tens clar, come dicevano i trovatori. Per questo la festa aveva un carattere funebre, connotato dai riti propiziatori per gli spiriti degli antenati che, come succedeva in febbraio nell’Antica Atene con le Antesterie e a Roma in dicembre, tornavano a vagare sulla terra e dovevano essere trattati con rispetto, affetto ma anche attenzione.

La leggenda celto-germanica della Signora dell’Abbondanza si ricollega evidentemente alla tradizione del cibo e della sete dei defunti: le anime dei morti (perché di questo si tratta) visitano le case in determinati giorni dell'anno e per proteggersi è necessario lasciar loro cibo, acqua, latte. Il tema è bene attestato sino a tempi moderni; non è un caso infatti che in molte tradizioni europee i doni fossero portati, nel periodo dedicato ai morti, direttamente da costoro; come avveniva ancora nel Novecento inoltrato in Sicilia, dove dolcetti, sovente in forma di ossa, venivano regalati ai bambini il 2 novembre; è la stessa tradizione che ricompare, in forma commercializzata e tramite la cultura statunitense, nella festa di Halloween, che trae la sua origine dalla ricorrenza celtica di Samhain, nella quale la celebrazione per il nuovo anno, il primo novembre, si univa a quella per i morti e per la rinascita. Gia i romani nel I secolo d.C. avevano unito la festa dei celti, a quel punto sottomessi dall’impero, con quelle romane dei Feralia, che commemorava i morti, e di Pomona, divinità legata alla fertilità. C’è da chiedersi se la somiglianza di tradizioni che si ritrova tra le aree mediterranee d’Europa e quelle celto-germaniche appartenga a un sostrato arcaico comune, o se invece non sia stata proprio l’acculturazione romana a uniformarle (un’ipotesi peraltro non esclude l’altra). Nella lotta al paganesimo condotta dalla Chiesa durante l’Alto medioevo, fu papa Bonifacio IV a dichiarare il primo novembre giorno di celebrazione dei santi; più tardi, a partire dall’XI secolo fu istituita la festa dei morti, fissata al due novembre; la nuova festa, presumibilmente con lo stesso intento che aveva mosso papa Bonifacio, fu istituita dal vescovo Oddone di Cluny nei monasteri dell’Ordine nel 998 e da lì si diffuse nel resto d’Europa.

Il tema della festa notturna e dei doni trova un parallelo germanico nelle figure di Holda e Perchta, i cui nomi pure faranno capolino in molti processi per stregoneria di quell'area e di secoli più tardi, a proposito delle quali Jacob Grimm aveva raccolto diverse tradizioni: sostanzialmente, in alcuni momenti dell'anno (in particolare nella dodicesima notte tra Natale e l'Epifania) si credeva che queste divinità, in compagnia di un seguito, visitassero le case propiziando l'abbondanza in cambio di doni.

Il cristianesimo non riuscì a sradicare queste tradizioni dai celti, che pur si erano convertiti tutti abbastanza facilmente ma che avevano trasferito nella loro Chiesa un buon numero di tradizioni avite. Fu quindi un’abile mossa acculturativa quella dei monaci di Cluny, che appunto nell’XI secolo, come si è detto, inventarono le ricorrenze dei santi e dei morti - agganciando la seconda a una devozione che allora (come ha dimostrato Jacques le Goff in un suo celebre saggio) era recente, quella del Purgatorio - in modo da consentire ai fedeli di mantenere le antiche usanze conferendo loro un significato specifico nella nuova religione.

Ma la Riforma protestante combatté con intransigente rigore tutte le “superstizioni”, svuotò il paradiso dei santi, proibì le messe in suffragio. E i sepolcri tornarono ad essere infestati dalle antiche larve pagane, con in più un elemento diabolico che nel paganesimo non c’era ma che i cristiani avevano seminato a piene mani. Con la laicizzazione della società, gli spiriti ricacciati in un folklore non più tenuto a bada dal sacro e dal rito, e ormai demonizzati, furono liberi d’impadronirsi delle notti.

Oggi, ormai, il folklore desacralizzato si associa alle fantasie terrifico-consumistiche del genere horror: un mondo ateizzato rifiuta di tornare al cristianesimo, irride e trascura il culto dei santi e la memoria dei cari che non sono più ma si dà al carnevale macabro che, partito dall’Europa pagana e convertita, attraverso gli Stati Uniti si è riversato tardivamente su un’Europa atea e superstiziosa, che ha perduto la fede ma che - come ben dice Chesterton - avendo cessato di credere in Dio ormai crede in tutto. Un’Europa cocacolizzata e macdonaldizzata, consumista e shoppingolatra, che ha smarrito non solo il senso della Tradizione, ma anche il buon gusto. Un’Europa nella quale alcuni scellerati blaterano di difendere l’identità dai poveracci che vengono da noi a cercar un pezzo di pane dopo che, al loro paese, le lobbies multinazionali li hanno derubati di tutto, ma che si sono fatti tranquillamente scippare la loro identità più autentica dall’invasione delle mode venute da oltreoceano.

Sembra infatti andare di moda, oggi, combattere per la difesa della nostra identità. Bene: essa non è minacciata dalle moschee musulmane, edifici nei quali si prega il Dio d’Abramo secondo consuetudini molto lontane dalle nostre e che non possono entrare con esse in conflitto; non è minacciata dai profughi che si affollano a Lampedusa e che, se stesse in loro, cercherebbero pane e dignità. Ma a minacciare quell’identità sono stati quelli che ci hanno impestati con fantasmini, stregucce, zombetti, vampirelli e diavoletti: quelli che hanno corrotto l’immaginario e la fantasia dei nostri ragazzini ai quali non abbiamo trasmesso il linguaggio alto e profondo delle nostre fiabe e delle nostre leggende, della nostra fede e delle nostre tradizioni. I ragazzini che vedono la TV con noi, che si rimpinzano ogni sera di films e di fiction pensati apposta per tagliar le radici della loro cultura e portarli, insensibilmente, a diventar cittadini dell’Impero Mondializzato, al servizio della ricerca della felicità attraverso i sempre più alti consumi.

Badate: queste considerazioni non hanno nulla a che fare con il solito spauracchio dell’antiamericanismo, con il quale oggi va di moda chiuder la bocca a tutti quelli che hanno da eccepire contro l’americanizzazione dei nostri costumi o contro la politica di chi ci ha riempito di Centri Commerciali e li ha sostituiti alle cattedrali. Il problema è quello delle identità, che sono dinamiche e aperte all’influsso delle identità altrui, d’accordo, ma che non debbono né perdersi, né adulterarsi. E’ anche questione dei tempi e dei modi in cui un’identità viene invasa da quelle altrui. Ed è questo il pericolo che perdiamo noialtri europei.

Volete allora una bella battaglia da combattere, o difensori dell'Identità, verdi, bianchi, azzurri o neri che vi professiate? Ecco qua. Halloween è parola che deriva da Allhallows, che nel bel vecchio idioma dei sassoni insulari significa appunto Ognissanti, la festa con la quale i monaci di Cluny obliterarono e perpetuarono la solennità degli antenati dell’inizio celtico dell’autunno. Nemmeno con i celti, a dire il vero, noialtri italici c’entriamo granché (salvo magari nel nord: però sui costumi celtici della penisola siamo ben poco informati). Comunque, la Chiesa romana ha fatto propria fin dall’XI secolo la tradizione cluniacense e l’ha radicata nella nostra tradizione. Perché barattarla con una festa altrui, che si è per giunta laicizzata e ateizzata fino a divenire una mascherata horror della quale i nostri bambini non hanno proprio bisogno, visti anche gli effetti devastanti che quel tipo di cultura sta già provocando nel loro immaginario?

Riprendiamoci Ognissanti, la messa col Tantum Ergo, la lettura dell’Apocalisse e il Vangelo delle Beatitudini; e il giorno dopo, portiamo per mano i nostri ragazzini al cimitero, una volta l’anno, a rinnovare i fiori e ad accendere un piccolo lume sulle tombe di chi ci ha amato, di chi ha lavorato e sofferto per noi e ora non è più tra noi ma, come dicevano i nostri vecchi, “da lassù ci guarda”. E’ questa appunto la “comunione dei santi” il rapporto che collega tutti coloro che, vivi o morti, sono in grazia di Dio: quello che papa Francesco ha esaltato con limpida semplicità nell’Angelus di sabato 1° novembre, festa di Ognissanti.

Ma è proprio questo, la ripresa “convenzionale” di certe care consuetudini che troppi ormai abbandonano, che fa scandalo nella felice società dei consumi. Portar i bambini al cimitero?, mi disse qualche anno fa una signora di fieri e severi princìpi catto-destrorsi con cui parlavo di queste cose: ma è così macabro! Perché intristire i bambini, mettendoli tropo presto dinanzi allo spettacolo della morte? E nel dir così andava accarezzandosi con gli occhi il suo frugoletto vestito da scheletrino, che faceva tanto New England...

- EPPURE SPUNTA SEMPRE LA SUA CODA –

“Possente, incoercibile, è la forza delle cose che non sono”. Così scriveva l’evoluzionista eruditissimo Arturo Graf aprendo il suo celebre libro dedicato al diavolo. Prima di lui, e ancor più forse dopo, moltissimi letterati e/o studiosi – per tacer dei musicisti e dei pittori – avrebbero dedicato al Signore delle Tenebre le loro fatiche. Come avrebbero fatto mai, senza il diavolo, Dante, Marlowe, Goethe, Gounod, Dosto’evskji, Musorskji, Bulgakov e Papini? E come avrebbe fatto il cinema, da Alan Parker a Roman Polanski? Oggi, poi, il diavolo è diventato perfino un agente di vendita di un giro consumistico immenso che dalla musica va alla gadgettistica.

E, nei giorni scorsi, papa Francesco torna a parlare del diavolo. Orrore e raccapriccio, vergogna e scandalo. Ma come, un papa così “aperto”, addirittura comprensivo nei confronti delle coppie gay, e poi eccolo lì, ricadere in quella goffa superstizione medievale… Il fatto è che voi, laicistucci e progressistelli, del cristianesimo cattolico e di Santa Romana Chiesa non capirete mai nulla.

E’ davvero così strana, questa faccenda della realtà del demonio? Laicisti, agnostici e atei (lasciamo da parte, per amor di decenza, gli “atei devoti”) sono gente davvero bizzarra: sollecitano il colloquio con i cattolici, eppure dovrebbero pur ben sapere che si tratta di gente squilibrata, che crede non solo in Dio – questa favola medievale ritagliata nell’ignoranza, nella superstizione, nella paura… - ma anche nella resurrezione dei corpi fisici alla fine dei tempi e perfino nel fatto che basta che un tizio a ciò abilitato, fosse anche il più incallito dei peccatori, pronunzi quattro parole rituali su un pezzetto di pane azzimo perché esso si trasforma magicamente nella carne e nel sangue di Dio (perché Dio è divino ma anche un corpo umano: valli a capire, quei matti). Attenzione: si trasformi realmente, non simbolicamente.

E allora, cari laicistucci e progressistelli, se accettate senza batter ciglio assurdità del genere o se comunque fingete di rispettarle, razza d’ipocriti che siete, potete poi davvero sentirvi in diritto di meravigliarvi e di scandalizzarvi quando un vecchietto ex-peronista parla anche del diavolo e assicura che egli esiste? L’esistenza di spiriti perversi – millenni di storia e decenni di psicanalisi e di antropologia culturale dovranno pur esser serviti a qualcosa – è pur sempre molto meno scandalosa da accettarsi che non la transubstanziazione o la resurrezione dei corpi.

Scherzi a parte, il problema è serio. La dimensione del “diabolico”, o quella (non esattamente la stessa cosa) del “demonico”, può sembrar problematica da affrontare dal punto di vista religioso: eppure, per paradossale che sia, è molto seria. Sia dal punto di vista delle religioni abramitiche, a carattere storico e trascendente, sia di quelle cosiddette “naturali”, a carattere mitico e immanente.

Del resto anche nel mondo cristiano in genere, cattolico in particolare, molti credenti perbenisti tendono a considerare tutto quel che riguarda tale argomento come qualcosa di correlato piuttosto a tradizioni desuete, o alla psicanalisi, o al folklore quando non sic et simpliciter alla superstizione. Un malinteso atteggiamento del genere è purtroppo tanto più diffuso quanto più culturalmente elevato è l’ambiente dei credenti: in ciò, sembra che la tendenza a “razionalizzare” la teologia sia frequente e diffusa. Il che non manca di determinare un pericolosissimo corto circuito rispetto invece al fenomeno del dilagante demonismo se non addirittura satanismo di ritorno in molti strati, soprattutto giovanili, della nostra società: un fenomeno che dovrebbe preoccupare se non altro per le sue connessioni sia con lo spaccio e l’uso della droga, sia con vari tipi di criminalità.

Per fortuna, a livello storico ci si comporta diversamente. Lo dimostra un convegno medievistico tenutosi di recente a Todi, gli Atti del quale sono stati raccolti in un corposo volume dal titolo Il diavolo nel medioevo (Spoleto, Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, pp. 626, s.i.p.). Per adeguatamente qualificare questo grosso e importante libro, basti il tener presente che esso è aperto da uno scritto di un autentico illustre Maestro dei nostri studi, lo storico della filosofia medievale Tullio Gregory, autore a sua volta di una finissima monografia dal titolo Principe di questo mondo. Il diavolo in Occidente, edita da Laterza.

Intendiamoci. Contrariamente a quel che si crede, il mondo medievale non era affatto “ossessionato” dalla presenza e dalla figura del demonio: il nostro tempo lo è di gran lunga di più. La differenza è che nella cultura medievale il diavolo trovava un suo posto preciso nell’economia della creazione, laddove egli oscilla oggi tra il negativismo che tocca talvolta punte d’isterìa e un fideismo che non indietreggia dinanzi a nulla: nemmeno al ridicolo o, tragico rovescio della medaglia, al delitto. Qualcuno ha sostenuto che il capolavoro del diavolo nell’età moderna è stato quello di convincere tutti che la fede nella sua non-esistenza sia non solo razionale e “ragionevole”, bensì obbligatoria. A meno che una fede stravolta nel suo contrario non generi la religione “del Male”, il satanismo, nel quale convergono spezzoni di eresia, brandelli di occultismo e schegge impazzite di romanticismo kitsch. Nella festa di Halloween, figlia d’una dimenticata acculturazione celto-cristiana e del vuoto devastante lasciato dall’agiofobia protestante cui si è aggiunto il consumismo osceno del “genere horror”, demonolatria e satanismo fanno capolino fino a esplodere talvolta nel delitto che vorrebbe spacciarsi per sovrumano e invece è solo bestiale.

Il diavolo nel medioevo studia anzitutto una realtà effettiva e al tempo stesso incorporea, dunque di per sé immateriale, ma dotata comunque di poteri che la scienza del tempo razionalmente studiava e delimitava. E qui bisogna far attenzione: la scienza non è solo quella contemporanea, dinanzi alla quale tutti i sistemi scientifici precedenti debbono venir considerati come “pseudoscienze”. Si chiama scienza qualsiasi forma di sapere coerentemente fondato su propri presupposti e criticamente sviluppato: è poi ovvio che presupposti e sviluppi possono essere, nel tempo, superati e abbandonati, ma ciò non autorizza a parlare di quelle delle età passate come di “pseudoscienze”. La scienza fisica e cosmologica antica e medievale fondata sui quattro elementi empedoclei oltre alla Quintessenza e sul sistema geocentrico tolemaico, è stata scienza corretta finché la si è sviluppata senza che si presentassero ragioni per modificarne i dati: solo da allora il continuar ad usare convinzioni e ragionamenti desueti diviene un atteggiamento “pseudoscientifico”, come lo sarà la nostra scienza, quella attuale, dal momento in cui nuove scoperte e nuove invenzioni dischiuderanno alla nostra intelligenza orizzonti che per il momento non siamo in grado d’immaginare.

E’ con questa permessa che va letto un volume che tratta di come il diavolo veniva “razionalmente” trattato dalla teologia del tempo, che nella demonologia vedeva una parte dell’angelologia, la scienza teologica che studiava le “sostanze spirituali separate”. Ma le fonti propriamente teologico-filologiche erano complicate da altre, di differente natura: quelle agiografiche, le quali mostravano il demonio e la sua corte di diavoli all’opera nell’incontro con i santi; quelle mistiche, in cui un incontro concreto con il principe delle tenebre poteva dar luogo a molteplici risultati; quelle ereticali, che su di lui presentavano formule interpretative diverse rispetto alle verità sostenute dalla Chiesa; quelle magico-stregoniche, le quali in vario modo affrontavano il tema pratico del “come” manipolare quelle oscure potenze; quelle letterarie e leggendarie, che sovente adattavano al diavolo della teologia e della fede cristiane creature e figure desunte da sistemi culturali precedenti o subalterni; quelle iconiche, le quali si mostravano duttili nel presentare, magari anche non senza contraddizioni, forme e aspetti diversi di una realtà letta ora come fatto metaforico e simbolico, ora affrontata invece come dato effettivo e concreto. Né mancava chi, come Francesco d’Assisi, ricordava che i diavoli altro non potevano esser definiti se non come “gastaldi del Signore”, Suoi servitori e quindi a Lui subordinati e parte a loro volta del progetto della Creazione e della Redenzione. Una realtà misteriosa e contraddittoria. “Sono lo spirito che vuole sempre il male e opera sempre il bene”, dice il diavolo Mefistofele al dottor Faust nel capolavoro di Goethe. Un’affermazione paradossale, che va profondamente meditata. Qualcuno sostiene che in essa è racchiuso il senso stesso della Modernità.

Il cattolicesimo, confessione cristiana e come tale ramo di un albero religioso vigorosamente impiantato nel terreno della storia, si fonda sulla convinzione che esista un universo spirituale che non cade sotto i cinque sensi fisici – gli invisibilia, si dice in teologia – e che è dominato da presenze intelligenti, la massima delle quali è quel Dio creatore al Quale di recente papa Bergoglio ha attribuito il Big Bang, altra realtà sotto un certo aspetto “teorica” e “mitica” che però molti eletti spiriti scientifici considerano effettiva e sicura. Badate, laicuzzi del piffero, siamo fasciati dall’ignoranza, dalle incertezze, da Verità postulate che fingiamo di ritenere certezze sicure e comprovate. Il diavolo è una di quelle realtà spirituali e intelligenti nelle quali credono gli ebrei, i cristiani, i musulmani, e alle quali possono essere assimilate alcune realtà spirituali e/o demoniche presenti in infiniti culti mitico-religiosi. Con queste realtà, o con i loro effetti, antropologia culturale, psicologia, psicanalisi e perfino fisiologia e medicina (il cosiddetto “paranormale”) stanno facendo i conti da secoli. E voialtri che credete fermamente, o fingete di farlo, in entità astratte e immaginarie ancor meno palpabili – la libertà, la fratellanza, l’uguaglianza, la democrazia –. poi vi scandalizzate se qualcuno crede nel diavolo? Ma andate al medesimo!...

FC


Minima Cardiniana, 45

Domenica 26 ottobre - XXX Domenica del T. O., Sant'Evaristo

- ANCORA SULL’ISIS: UN TOCCO DI ESOTERISMO, UNA PUNTA DI SIMBOLISMO –

Qualcuno mi rimprovera perché, a proposito del cosiddetto Islamic State of Iraq and al-Sham (ISIS), ho dato a suo dire l’impressione di “sottovalutarlo” dal punto di vista propriamente storico-religioso, considerandolo una specie di “modernismo islamico” ammalato di utopistica “nostalgia delle origini” musulmane e riduttivamente giudicandolo un caso di “religionizzazione della politica”. Non sono io a pensarlo: a indurci a intenderlo in tal modo è la storia di tutto quel che si è nel tempo denominato “fondamentalismo islamico”, quindi – secondo la proposta di Gilles Kepel, che in area francofona resta irreprensibile -, islamisme (il che da ora in poi suggerisce anche a noi italiani di definire “islamista” il musulmano radicale e semmai “islamologo” lo studioso dell’Islam, che prima si denominava secondo la precedente accezione) e ormai si preferisce definire “jihadismo” (secondo me con il solito permanente equivoco sul jihad, termine che NON è correttamente traducibile come “guerra santa”). Diciamo pure che tutto ciò appartiene a una questione storico-semantica e che, sulla sostanza delle cose, basta intendersi.

Eppure – mi si obietta – nel riferimento al “califfato” non c’è qualcosa di più profondo e di propriamente millenaristico-messianico-escatologico da considerare? Rispondo partendo dalla segnalazione di un articolo edito sul n. 34 di “Storia in rete”, Attenzione: l’ISIS viene da molto lontano…, dove un medico attento alle cose storiche come spesso i medici sono, esperto di questioni musulmane ed equilibratamente ma seriamente legato alla tradizione guénoniana, il dottor Mariano Bizzarri, sottolinea in termini peraltro molto prudenti la possibilità dell’esistenza – sia pure non segnata da un perfetto “continuismo”, anzi ricca di rotture e di aporie – di un rapporto tra le posizioni (magari occulte) dell’ISIS e addirittura il movimento di Muhammad Ahmad (1844-1885), il Mahdi sudanese vincitore tra l’altro di Gordon Pascià e conquistatore di Khartum, l’eredità del quale è raccolta oggi dal partito sudanese Umma (la “Matria”, termine con il quale si designa l’Islam in quanto comunità universale dei credenti) guidata dall’ex ministro sudanese Sadiq al-Mahdi, di Muhammad Ahmad a quel che apre discendente. Secondo Bizzarri – e credo di poter confermare il suo assunto – uno dei tanti rivoli della cosiddetta al-Qaeda sarebbe stata in contatto con i “mahdisti” sudanesi e lo stesso Usama bin-Laden avrebbe dimorato in Sudan tra 1992 e 1996. Servendosi in modo molto generoso ma anche giudizioso del “paradigma indiziario” di ginzburghiana memoria, Bizzarri fa notare come il sito dell’ISIS si denomini Daqib, con riferimento alla regione geografica tra Damasco e Aleppo nella quale secondo l’escatologia musulmana avverrebbe lo scontro finale tra il vero Mahdi (il “Ben Guidato”, figura escatologica molto simile se non affine rispetto al Cristo “della Seconda venuta”, Colui che guiderà i fedeli in virga ferrea, e il Dajjal, il “Mentitore”, anch’egli figura escatologica fondamentale, in tutto equivalente all’apocalittico Anticristo (si pensi alla tradizione inaugurata dal De Antichristo di Adsone di Montier-en-Der, proseguita dal Ludus de Antichristo germanico del XII secolo e mirabilmente culminata negli affreschi quattrocenteschi della cattedrale di Orvieto). L’attesa escatologica del futuro Mahdi è diffusa in Sudan, nel salafismo irakeno, nella penisola arabica, nell’area africana tra Ciad, Mali e Nigeria. Bizzarri, che peraltro molto lealmente richiama – pur non abbracciandone in forma esplicita l’assunto – al libro di Jean Marc Allemand Les Sept Tours du Diable (Trédaniel 1990) nel quale si commentano le posizioni del Guénon, ricorda peraltro che tra il main stream di al-Qaeda, rappresentato da al-Zawahiri e vicina al fronte dei sunniti siriani antiassadisti di al-Nusra, e il mahdismo sudanese, si sia consumata nel 2013 una decisiva rottura.

Ora, anche Muhammad Ahmad era tutt’altro che un “sunnita” ortodosso: del resto, nell’Islam, non esistendo un’organizzazione propriamente ecclesiale non esiste nemmeno una disciplina condivisa che possa distinguere tra “ortodossia” ed “eresia”. E’ noto, ma forse è bene richiamarlo, quanto complesso sia il panoramica teologico-confessionale musulmano: non solo “sunniti”, “sciiti” e “kharigiti”, ma anche una quantità di sètte e di scuole. Al “millenarismo” mahdista può essere collegato nella sua radice lo stesso movimento wahabita nato nel quinto decennio del XVIII secolo in Arabia, i cui leaders sono gli emiri sauditi, oggi famiglia regnante del regno dell’Arabia da essi appunto denominata “saudita” e che, pur considerandosi rigorosamente sunnita, è alquanto lontano in realtà dalla tradizione ordinariamente conosciuta come Sunna. Legame tra mahdismo e wahabismo sarebbe la tariqa (“confraternita”) nota come samaniyya; ma esiste anche una parte degli sciiti irakeni, i seguaci della Jaysh al-Mahdi (“esercito del Mahdi”) organizzato nel 2003 dall’antisaddamista Muktar al-Sadr per contrastare gli invasori americani, che si rifà al mahdismo.

Al pari dei wahabiti, l’attuale movimento del “califfo” al-Baghdadi sembra insistere su una concezione della schari’a, la legge coranica, che si discosta molto dalla tradizione sunnita non diciamo ortodossa in quanto tale termine non ha senso riferito all’islam, ma quanto meno maggioritaria. La chiave di tutto – e Bizzarri lo sottolinea correttamente, sia pure un po’ troppo “occidentalizzandone” i termini – sta nella risorgenza del tema dell’ijtihal, un concetto che ha accompagnato i primi secoli dell’Islam venendo poi messo da canto e anzi proibito con la formalizzazione definitiva del testo coranico e della relativa sequenza delle “sure”. L’ijtihal, che concettualmente ha senza dubbio un rapporto di similitudine con il principio luterano del “libero esame” della Scritture, è fondamentalmente l’esegesi: cioè quello che per altri versi mancherebbe per rendere più flessibile l’interpretazione coranica liberandola dall’ipoteca dell’adesione al senso letterale del testo sacro.

D’altronde, il ricorso all’ijtihal può condurre a interpretazioni coraniche anche più rigorose e ristrette: come sembra avvenire appunto nel territorio dell’ISIS, nel quale molto ci si discosta dalla tradizione secondo al quale le comunità dette jimmi (cioè “soggette”, ma perciò stesso anche “protette”) in quanto ahl al-Kitab (“gente del Libro”, provvisto di una Rivelazione sancita da una Scrittura: quindi ebrei, cristiani, maanche zoroastriani e perfino buddhisti), non essendo kuffar, cioè pagani idolatri e politeisti, hanno diritto a mantenere il loro culto ancorché in una dimensione privata e debbono riconoscere la superiorità dell’islam e assoggettarsi a qualche limitazione civile nonché pagare due tipi di tasse, la jizya e il kharaj, che però sono piuttosto ragionevoli anche rispetto al zakat, l’”elemosina legale” ch’è uno degli arkan al-Islam, i “cinque pilastri della fede” cui ciascun musulmano è tenuto a sottostare. Nell’ISIS la jizya è divenuta un peso intollerabile, che rasenta la totale espropriazione dei beni: in alternativa a ciò – e a parte i casi frequenti, di altre forme di persecuzione – il cristiano non può che emigrare (perdendo comunque i suoi beni).

Quel che appare confermato, nell’analisi di Bizzarri – e chi segue i Minima Cardiniana sa che già dalle scorse settimane anch’io ero pervenuto ad analoghe conclusioni – è che a sostenere il “califfato” dell’ISIS sia fondamentalmente il “sunnismo atipico” dei wahabiti, dunque la monarchia saudita che da una parte persegue con forza la fitna (“guerra civile” all’interno dell’islam) antisciita, da una parte colpisce spregiudicamente anche altri sunniti, come i curdi. Le vittime del “califfo” e della sua “armata” non sono quindi solo i cristiani, gli sciiti, gli alawiti, gli yezidi.

E gli ebrei? E’ un fatto che, mentre Arabia saudita e perfino Qatar (in lotta fra loro) fingano di partecipare allo sforzo comune di ostacolare l’ISIS, esso non dice una parola contro Israele; e gli israeliani dal canto loro, senza dubbio preferirebbero continuar ad avere la Siria di Assad come loro antagonista nel Golan purtroppo che veder insediarsi definitivamente in quell’area la gente del “califfo” che potrebbe diventare una vicina molto più pericolosa; ma d’altra parte questa frammentazione del fronte arabo-musulmano non può che esserle utile.

E la Turchia di Erdoğan? Eccoci a un altro paradosso non troppo tale. Tra le fazioni che sostengono il leader turco non mancano i “jihadisti” più o meno moderati, che in fondo, lo ammettano o no, guardano all’ISIS con una quale simpatìa. Inoltre, va detto che arabo-sauditi, turchi, dente dell’ISIS, israeliani e (per quel po’ che è dato capire) “occidentali” in genere, danno l’impressione di avere sia pure per ragioni diverse nemici comuni: i siriani fedeli ad Assad, i curdi, l’Iran. Ed è forte il sospetto che sia proprio l’Iran l’obiettivo ultimo della drôle de guerre che a quel che pare la NATO sta sì e non conducendo, formalmente appoggiata dai sauditi, contro l’ISIS. Una volta stabilite basi vicine al confine orientale con l’Iran, quanto sarà facile che esse se ne vadano? L’ISIS appare provvidenziale non consentire una generale ridefinizione tattico-strategica delle forze che ormai dal 2003 occupano l’Iraq e che lo hanno distrutto senza consentire nemmeno un sicuro rilancio della sua compagine statuale. La destabilizzazione continua e cronicizzata del Vicino Oriente appare lo scopo ultimo dei governi occidentali, di quello turco, di quello arabo-saudita e di quello israeliano in implicita, contraddittoria, brutale alleanza. I musulmani reagiranno ancora più sconcertati e ancor più cadranno vittime della propaganda radicale e dell’utopìa terroristica: si ponga attenzione alle reazioni di Hezbollah e di Hamas, a loro volta interdette e confuse. Una forza già ideologicamente incline al radicalismo, se e quando cade nella confusione, viene sospinta di fatto verso soluzioni ispirate alla violenza terroristica e al terrorismo. Da un quarto di secolo, vale a dire dalla prima “Guerra del Golfo”, sappiamo che da tutto ciò non può nascere nulla di buono.

Consoliamoci allora con l’ironia della storia e magari della metastoria. Nell’area soggetta all’ISIS, le case cristiane vengono contrassegnate dal simbolo della lettera araba nun, iniziale del termine nassarah, “nazareno”, cioè, nel linguaggio coranico, coloro che nel Profeta Issa ben Mariam, Gesù di Nazareth (appunto: nassarah, “nazareno”) identificano Dio stesso: i cristiani. La lettera nun ha però nell’Islam un significato pregnante: costituita da un segno ricurvo dalle apici volte verso l’alto sormontato da un punto, rinvia nientemeno che al hilal, la falce di luna nascente il primo apparire della quale in cielo segna l’inzio del Ramadan. In altri termini la “mezzaluna”, considerata sia pur tra molti dubbi che riguardano al loro origine il simbolo della fede musulmana.

D’altronde, essere muslim significa semplicemente, in arabo, appartenere alla fede nel vero Dio e conformarsi al Suo volere (tale il senso profondo del termine Islam, che in arabo – lingua come l’ebraico consonantica – è analogo al termine Salam, pace). I sedicenti autentici musulmani, segnando così le case dei cristiani, ignorano di sancire in tal modo appunto che i fedeli del Cristo sono essi stessi dei veri fedeli, autenticamente soggetti alla volontà di Dio (mu-slim, mu-Islam) secondo la Rivelazione che Egli ha loro concesso. Quella lettera che essi appongono sui muri delle dimore cristiane in segno di vergogna acquista il valore obiettivo di un signum electionis, esattamente come il segno tracciato con il sangue dell’agnello sulle case degli ebrei nella notte del passaggio dell’angelo, immediatamente prima che essi si apprestassero a lasciare l’Egitto diretti verso la Terra Promessa.

– EPIDEMIE -

Se qualcuno mi chiedesse un parere “da storico”, circa il problema dell’Ebola e della “grande paura” che essa minaccia di provocare, come qualche anno fa della “Sars” (la polmonite atipica e il suo carattere epidemico), dovrei cominciare con il richiamare il fatto che i nostri media, alternando notizie a carattere minimalizzante e confortante ad allarmi quasi apocalittici, anche se non lo sanno ripercorrono una via di millenarie incertezze e contraddizioni.

In effetti, è proprio così che cominciano i “grandi flagelli annunziati”: sia quelli poi tradottisi in effettive generali calamità, sia quelli poi finiti in bolle di sapone. O, quanto meno, che sono cominciati finora quelli storicamente attestati: dalla grande peste di Atene del 429 a.C., descritta da Tucidide, fino alla peste di Roma del 66 d.C. di cui ci ha parlato Tacito, alla “peste di Giustiniano” del 542 sulla quale c’informa Procopio da Cesarea, a quella del 1347-50 da cui parte il Boccaccio per avviare il suo Decameron fino a quella del 1630, nota a tutti quelli che hanno fatto le scuole medie, almeno fino a qualche anno fa, perché ne tratta diffusamente il Manzoni in un saggio storico, La colonna infame, oltre che – naturalmente – ne I promessi sposi.

Se non altro, bisogna dire che alle pestilenze – in genere accompagnate, “a spirale”, da un tipico fenomeno di “strozzatura maltusiana”, le carestie – sono se non altro toccati sempre in sorta grandi scrittori che ne hanno parlato. O sarà vero il contrario: che le circostanze tragiche, le grandi tragedie, suscitano e affinano gli ingegni?

Noi diciamo “peste”, “pestilenza”: ma sono termini vaghi, imprecisi. Tra le peste polmonare, quella setticemica e e quella ghiandolare (“bubbonica”), per esempio, c’è una bella differenza. Si tratta di affezioni del tutto diverse. I nostri padri definivano spesso “peste” altre cose: come le epidemie di tifo esantematico, con il quale il pur temibile bacillo della pasteurella pestis, scoperto da J. E. Yersin nel 1894, non ha nulla a che vedere. Casi di peste si verificarono ancora in Italia meridionale nel 1945; attualmente essa è ancora endemica in Asia centrale. Ma altre epidemie hanno colpito il genere umano con terribile violenza: si pensi al colera, la cui ultima vera e propria pandemia – cioè epidemia che ha interessato un’area molto vasta del globo – si è avuta tra 1961 e 1970. Oppure si pensi alla cosiddetta “spagnola”, in fondo una volgarissima epidemia influenzale, ma che tra 1918 e 1920 flagellò tutto il mondo: con 300.000-400.000 vittime solo in Italia.

Eziologia e tipologia della diffusione sono sempre le stesse: e, mi duole dirlo, nelle descrizioni del passato somigliano dannatamente a quel che a quanto pare sta succedendo ai giorni nostri. Il Manzoni lo descrive benissimo: prima l’epidemia viene nascosta e negata, le autorità rassicurano che tutto è sotto controllo, la gente ci scherza su; poi, repentinamente, ci si rende conto ch’è un vero flagello, che le vittime sono troppe, che non si sa come arrestarlo, si cerca invano di chiudere i confini e d’impedire la circolazione di uomini e di merci. E allora nascono infinite forme di psicosi: ogni “peste” ha avuto anche i suoi “untori”: nel caso di oggi, si è già cominciato a parlare di al-Quaida, di Saddam e del terrorismo; ma non manca chi parla di un virus “nato in provetta” e si chiede come mai si sia sviluppato proprio in Cina, oggi forse l’unica potenza al mondo in grado di tener testa agli USA. Il “picco” dei contagi si tocca in genere qualche mese dopo che ci si è arresi all’evidenza, quindi la malattia perde forza da sola, mentre la s’impara a combattere e si diffondono cure e forme di autoimmunizzazione. Caratteristica è anche la fiducia in rimedi inefficienti. Le fumigazioni profumate delle pestilenze tre-seicentesche, fondate sul principio che l’epidemia si diffondesse “a causa della corruzione dell’aria”, erano tanto inefficaci quanto le mascherine dei cinesi di oggi, che arrestano le micropolveri ma sono inefficienti contro i virus.

L’epidemia più celebre e più terribile che la storia europea ricordi è quella della “Peste nera” del 1347-50. Essa giunse nella fase culminante di un processo di espansione che aveva portato uomini e navi dai porti dell’Europa cristiana a quelli del Mediterraneo orientale. Su quelle navi viaggiarono anche i topi e su di essi le pulci: i due animali portatori della peste. Nel 1346 l’epidemia aveva colpito Tabriz e Astrakan; nel 1347 i mongoli del khanato dell’Orda d’Oro (Russia meridionale) all’attacco di una base commerciale genovese sul Mar Nero gettarono corpi di appestati oltre le mura, inventando senza saperlo la guerra batteriologica. Alla fine di quello stesso anno 1347, la peste aveva raggiunto Messina e poi Marsiglia e Genova; un anno dopo, stava devastando le città interne del mondo mediterraneo e aveva già raggiunto i porti atlantici francesi, inglesi, danesi. Attraverso i documenti specie commerciali e notarili si può seguire drammaticamente il “film” della peste che risale la penisola italica, espandendosi dal sud verso nord e dalle coste verso le città dell’interno.

La strage fu di dimensioni paurose: si calcola che la popolazione dell’Europa occidentale fosse allora di circa 80 milioni. Ebbene, l’epidemia di peste ne uccise ben 25 milioni circa tra il 1347 e il 1351. Sono stime incerte, si badi bene: comunque, si parla di una falcidie che in certe zone colpì tra il 40 e il 60% degli abitanti.

La guerra favorì l’arrivo delle peste: la guerra e la fame ne resero gli effetti ancor più devastanti e ne radicarono per molto tempo la presenza nell’Europa occidentale. Si è discusso molto se le carestie che colpirono quest’area furono una causa della peste o piuttosto una sua conseguenza: si è fatto notare che l’aumento della popolazione e l’espansione eccezionale delle città avevano già incontrato nei decenni precedenti un limite naturale nella produzione cerealicola delle campagne; le masse umane falciate dalla peste furono, insomma, masse di gente affamata o sottoalimentata, con scarse difese organiche da opporre all’aggressione. D’altra parte è anche vero che la peste spopolò le campagne - sia per le vittime che mieteva, sia perché la popolazione tendeva a raccogliersi intorno ai centri urbani, veri e propri granai dove un sistema vincolistico raccoglieva e conservava le derrate, sia infine per l’insicurezza diffusa nel mondo extraurbano da guerre, banditismo e allentato controllo sociale. Le terre coltivate diminuirono, le carestie si fecero più violente, legandosi in un terrificante circolo vizioso ai ritorni di fiamma dell’epidemia.

Chi ha tentato una stima complessiva per l’insieme della popolazione europea è stato più prudente nel valutare il crollo demografico: si è parlato di 73 milioni di abitanti nel 1300, e 45 nel 1400; oppure, escludendo dal computo l’Europa orientale, rispettivamente di 54 e 35 milioni. Ma si tratta, ripetiamolo, di cifre puramente ipotetiche. Resta il fatto, indiscutibile, di un declino diverso da regione a regione, ma complessivamente rilevante, e tale da influire in modo decisivo, come ora vedremo, sulla congiuntura economica e sui livelli di vita della popolazione.

L’Italia era a quel tempo l’area più urbanizzata d’Europa, con oltre 150 città di 5000 o più abitanti ( nel Nord Europa si usano considerare città centri di appena 2000 abitanti), di cui 72 sopra i 10000 abitanti, 11 sopra i 40000, e le 5-6 città più grandi d’Europa, fatta eccezione per Parigi. Di queste, decine e decine persero la metà degli abitanti, alcune i due terzi. Non ci fu un calo demografico repentino, la popolazione di molte città subì piuttosto una discesa graduale, “a scalini”, raggiungendo il punto più basso solo nei primi decenni del Quattrocento, come nel caso di Firenze, che a quella data aveva perso i due terzi della sua popolazione pre-peste (da 100-120000 a 37000). La peste, infatti, fece più volte la sua comparsa dopo il 1348: si può dire che restasse endemica nel macrocontinente eurasiatico del tempo tra i due grandi episodi pandemici del 1347 e del 1630, facendo la ricomparsa in forma acuta molte volte tra XIV e XVII secolo.

E’ ancora presto per valutare sul serio il fenomeno attuale. Certo, le condizioni di oggi – in particolare i voli aerei – inducono un’epidemia a diffondersi con molta maggior rapidità di quanto prima non accadesse.In cambio, i sistemi di controllo e quelli diagnostici e terapeutici sono senza dubbio molto più efficaci. La peste del Boccaccio ebbe bisogno di tre-quattro anni per fare il giro. Partendo dal Mar Nero, per tutta l’asia e per l’intero Mediterraneo, dalla Cina al Maghreb. La “spagnola” ci mise due anni a fare il giro completo del mondo. Nel caso attuale, sarà forse faccenda di qualche mese: qualcuno parla di un “picco” già raggiunto, ma forse si tratta di voci un po’ troppo ottimistiche. Rapidità del contagio e mutabilità del DNA del virus appaiono gli elementi negativi specifici: il virus sta circolando nell’autunno inoltrato, e in questi casi dovrebbe arrestarsi o sospendersi. Gli elementi positivi sono naturalmente legati al progresso nelle scienze mediche e alle prospettive di business, tali da impegnare al massimo le industrie farmaceutiche. Senza dubbio è la globalizzazione che rende più temibile Ebola, perché velocizza il contagio: ma, data la rapidità con cui si diffondono le notizie e gli scambi tecnici relativi a diagnosi e terapie, è anche grazie alla globalizzazione se siamo in grado di difenderci meglio.

Ma attenzione: le epidemie hanno sempre un risvolto politico. Nel 1347-50 si disse che erano stati gli ebrei, d’accordo con i “mori” di Spagna, ad avvelenare i pozzi. Per l’epidemia del 1630, francesi e spagnoli – i grandi contendenti del tempo: si era in piena “guerra dei Trent’Anni – continuarono a lungo a scambiarsi accuse. Fra esse, ce n’era una caratteristica: il nemico aveva sparso il contagio, avvalendosi dei turchi infedeli. Un legame molto stretto collega il periodo della pandemia pestosa 1347-1630 con la caccia alle streghe. Ogni tempo ha l’Usama bin Laden o il califfo al-Baghdadi che si merita.

FC


Efemeridi e spigolature, 1

       Carissimi,

per e-mail e per telefono (fortunatamente non so leggere gli SMS) mi ponete troppe questioni, alle quali non so rispondere o non ho il tempo sufficiente per farlo; né tantomeno ho il tempo di rispondere a tutti.  Inauguro comunque con oggi una rubrica che comparirà a scadenze irregolari, Effemeridi e spigolature, in cui fornirò notizie brevi o cercherò d’inquadrare rapidamente alcuni problemi che volta per volta avranno o parranno avere carattere d’urgenza.

Il sinodo sulla famiglia – I paragrafi del documento conclusivo su divorziati risposati e omosessuali non hanno raggiunto la prescritta maggioranza dei due terzi: quello sul previsto percorso penitenziale per la riammissione dei divorziati risposati ai sacramenti e quello sul “rispetto e delicatezza” che dovrebbero caratterizzare l’accoglienza riservata agli omosessuali. La questione resta aperta in quanto rimandata al sinodo del 2015 sulla famiglia: comunque la dottrina della Chiesa è stata riaffermata mentre l’indirizzo generalmente accolto è stato quello di una decisa apertura sul piano disciplinare, da considerarsi sulla base del primario valore della carità, della solidarietà e della comprensione. Papa Francesco ha lodato la libertà e la vivacità del dibattito e ha sottolineato come le due  questioni restino aperte.

La Corte europea dei Diritti dell’Uomo proibisce l’uso del niqab – La Corte dei  Diritti dell’Uomo, con sede a Strasburgo, ha solennemente proclamato la conferma della legittimità della decisione del governo francese di proibire l’uso del “velo islamico integrale”, il niqab, alle donne musulmane. Dal momento che il niqab vela l’intera figura femminile, volto compreso, lasciando scoperti solo gli occhi, la decisione appare ispirata soprattutto dalla necessità d’identificazione per ragioni di sicurezza e d’ordine pubblico. Meno giustificata appare la scelta giuridica francese di perseguire qualunque tipo di velatura, a partire da quella parziale del hijab che si limita a velare capelli e collo: una pretesa che potrebbe colpire anche monache e suore tanto cattoliche quanto ortodosse e  cristiano-orientali, nonché donne laiche le quali per molti motivi preferissero una copertura parziale della testa che lasciasse tuttavia libero e identificabile il volto.

Una bizzarra tesi storico-antropologica – A metà ottobre, sul quotidiano “Haaretz”, David Barzilai si è avventurato sulla via scivolosa delle teorie storico-antropologiche dedicate al paragone tra le età dell’uomo e quelle della storia, un tema peraltro tutto men che nuovo fin dall’antichità. Secondo lui, le culture religiose attraverserebbero fasi analoghe a quelle della crescita umana. Prendiamo l’adolescenza, tempo delle reazioni violente e della sete di conquiste e di espansione. Il giudaismo avrebbe conosciuto questa fase aggressiva e “adolescenziale” circa un millennio prima di Cristo, all’epoca di David e di Salomone; il cristianesimo ai tempi delle crociate; l’Islam, la più giovane tra le religioni di ceppo abramitico, la sta conoscendo adesso. Con la maturità, tra alcuni non si sa se anni, decenni o secoli, l’Islam recupererà calma ed equilibrio.
Francamente, l’assunto di Barzilai suscita perplessità. La Cristianità (e la Postcristianità) è stata molto più espansionistica e violenta in età coloniale che non “al tempo delle crociate”:  si deve pensare, nel suo caso, a una maturità e magari a una senilità patologiche, caratterizzate da un’aggressività “adolescenziale” ritardata? Ancora: l’Islam, per il vero, ha dispiegato il massimo delle sue potenzialità espansionistiche tra i secoli VII e VIII: aggressività “infantile”, o adolescenza precoce? Quanto all’ebraismo, almeno nella forma che vediamo affermarsi in Israele, esso presenta a sua volta elementi aggressivi. Si deve quindi pensare, tanto per parafrasare il vecchio Lenin, che  il sionismo sia la malattia senile dell’ebraismo?  Francamente, è una prospettiva inquietante che non ci piace.    

Qualcosa di nuovo sul fronte occidentale? – Europa e Occidente, NATO e dintorni. Sembra impossibile, ma qualcosa dà l’impressione di muoversi. All’Asia-Europe Meeting (Asem), conclusosi il 16 ottobre a Milano, alla presenza di molti capi di stato europei e asiatici e nella quale ha davvero brillato l’assenza degli Stati Uniti d’America e dei suoi rappresentanti: giustamente e correttamente, peraltro, poiché tale paese non è né europeo né asiatico, per quanto d’Europa e d’Asia sia uso occuparsi fin troppo.
E’ presto non dico per tirare conclusioni, ma anche solo per avanzare ipotesi. Comunque, che un meeting del genere sia stato possibile nonostante le sanzioni volute dagli USA contro la Russia e pedissequamente accettati da troppi paesi contro gli stessi rispettivi interessi nazionali e nonostante le crisi russo-ucraina e vicino-orientale, in concomitanza con il voto parlamentare del Regno Unito che riconosce il diritto alla Palestina di costituire un suo stato libero e indipendente, è qualcosa di molto significativo: e, aggiungo, più che d’inatteso addirittura d’insperato.
Si è parlato poco di questo evento, che probabilmente cadrà nel nulla. Ma chissà che non ci sia qualcosa di nuovo sul fronte occidentale, vale a dire su quello euroatlantico. Mentre l’Asem conduceva i suoi lavori il direttore di “Italia Oggi” e di “Milano-Finanza” (non siamo evidentemente dinanzi a fogli eversivi…) si chiedeva in termini esplicitamente critici a che cosa ormai serva la NATO, resto fossile – ma ingombrante, intimidatorio, costosissimo (penso allo scandalo della base Dal Molin di Vicenza, imposta ai cittadini che non al vogliono) della “prima guerra fredda” (anche ammettendo che ormai ne sia in corso una seconda) e da anni strumento tattico-strategico-politico di soggezione dell’Europa agli Stati Uniti. Si tratta di temi sui quali fino ad oggi la consegna dell’omertà e del silenzio era osservata scrupolosamente da politici e da media. D’altronde la latitanza politica e diplomatica del presidente Obama, al di là della sua personale inadeguatezza, può sul serio indicare un disorientamento  collegato alla consapevolezza dell’effettiva eclisse di une egemonia. Sta davvero volgendo a termine, il “secolo americano”?   

FC, 20.10.2014 


Minima Cardiniana, 44

Domenica 19 ottobre - XXIX Domenica del T. O., San Paolo della Croce

- IL PRIMO TRA I “GIUSTI TRA LE NAZIONI” –

“Dice il Signore del suo eletto, di Ciro: “Io l’ho preso per la destra, per abbattere davanti a lui le nazioni, per sciogliere le cinture ai fianchi dei re, per aprire davanti a lui i battenti delle porte e nessun portone rimarrà chiuso. Per amore di Giacobbe Mio servo e d’Israele Mio eletto, Io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, sebbene tu non Mi conosca. Io sono il Signore e non c’è alcun altro, fuori di Me non c’è dio; ti renderò pronto all’azione, anche se tu non Mi conosci, perché sappiano dall’Oriente all’Occidente che non c’è nulla fuori di Me. Io sono il Signore, non ce n’è altri” (Isaia, 45, 1, 4-6).

La Prima Lettura della messa di oggi, il Vangelo della quale (Matteo, 15-21) è dedicato al rapporto tra Dio e Cesare, cioè – per i cristiani cattolici – tra la Chiesa e lo stato, particolarmente significativo proprio in questi giorni alla luce del sinodo sulla famiglia, è una delle più belle pagine profetiche dedicate al monoteismo abramitico tanto mirabilmente espresso nella prima parte della shahada musulmana, La ilaha ilà Allah, “non c’è altra divinità se non Iddio”. In essa si rende omaggio al grande liberatore d’Israele, cioè a Kurash II Gran Re di Persia (558-529 a.C.), di stirpe achemenide, lodato da Erodoto e da Senofonte come sovrano giusto e ideale e conosciuto appunto con la grecizzazione del suo nome, Kyros, vale a dire “Principe” per eccellenza e considerato dai cristiani una figura del Cristo.

Conquistatore di Babilonia, Ciro il Grande permise al popolo Israele, deportato in Mesopotamia da Nabucodonosor, di rientrare in patria e di riedificare il tempio in Sion, che i babilonesi avevano distrutto. Per gli ebrei egli è considerato il Liberatore e quindi il primo Giusto tra le Nazioni. Appare particolarmente significativo, anche e soprattutto alla luce degli eventi odierni, che il primo Giusto tra le Nazioni sia un persiano. L’amicizia tra la Persia e Israele si sarebbe poi consolidata con la bella Hadassa, o Ester, l’eroina ebrea confidente e amante di Serse I (486-465 a.C.) il cui Libro biblico conosce due redazioni, una ebraica accettata dalla tradizione ebrea e da quella protestante e una greca accettata dai cattolici, più ampia. A Ester gli ebrei riferiscono la festa dei Purim, le “sorti”. All’inizio del VII secolo, durante l’offensiva in Siria e in Palestina del sasanide Kushrav II , gli ebrei favorirono come poterono la conquista persiana di Gerusalemme del 614.

La memoria di questa lunga amicizia e di questa fedele alleanza dovrebbe forse suggerire qualcosa ai governi di Gerusalemme e di Teheran.

Quanto agli italiani cattolici, lacerati tra quel che ascoltano e imparano dalla Bibbia e dalle preghiere della Chiesa e quel che leggono sui loro “classici” proni alla lezione degli antichi elleni e ai loro valori (si pensi all’O patria mia, vedo le mura e gli archi, dove Giacomo Leopardi gratifica Serse dell’epiteto di “vile e feroce”) sia chiaro che egli non era affatto la prima cosa, e, quanto alla seconda, non lo era certo di più di quanto non lo fossero anche ateniesi e spartani. E’ anzi mia personalissima, però ben salda opinione, che l’esito delle due guerre persiane del 492-479 sia stato una delle peggiori catastrofi politico-militari e politico-culturali che si siano abbattute sull’umanità: e amerei molto scrivere un dotto trattato ucronico sulla storia del mondo all’indomani della splendide vittorie del Gran Re a Maratona, alle Termopili, a Salamina e a Platea ( e magari riscrivere I Persiani di Eschilo con tali premesse). Comunque, la schizofrenia nella quale dovrebbero cadere gli studenti liceali cattolici, contesi tra il nobile Assuero del Libro di Ester e il vile e feroce Serse del conte Leopardi, è divertente.

- MULTICULTURALISMO,  DIALOGO, TERRORISMO PSEUDOINTELLETTUALE E ISLAMFOBIA   

Si è avviato in questi giorni a Milano, alla Fondazione Feltrinelli, un ciclo di lezioni sul pluralismo delle culture organizzato da Reset – Dialogues on Civililizations. Ne ha dato conto Giancarlo Bosetti in un lungo, bell’articolo su “Repubblica” del 15.10.2014 dedicato a La crociata del pensiero monista, cioè al “mondo religioso, laico e degli atei devoti che si batte contro il pluralismo culturale”.   Cioè a quell’ambiente al quale si ricollegano esplicitamente o implicitamente – forse, qualcuno, addirittura senza esserne cosciente – tutte quelle voci, talora anche autorevoli o considerate tali, le quali con sicuro sussiego e di solito senza lo straccio d’una prova o d’un ragionamento amano affermare che “il multiculturalismo è fallito”. Chi pronunzia sentenze del genere, in linea di massima, esprime non tanto una convinzione quanto un’intenzione programmatica: non vuole tanto comunicare una certezza quanto imporre una scelta. Allo stesso modo i sostenitori dell’esistenza di uno “scontro di civiltà” secondo le formule affermatesi in seguito agli scritti di Bernard Lewis e di Samuel P. Huntington sono sovente, in realtà, dei sostenitori non tanto dell’inevitabilità quanto della necessità di quel genere di conflitto. Continua


Minima Cardiniana, 43

Domenica 12 ottobre

- TRE NUOVI LIBRI E UNA PUBBLICA DISCUSSIONE –

Cari Amici,

molti di Voi mi scrivono rimproverandomi in quanto in questa rubrica non fornisco mai informazioni su mie conferenze, pubblicazioni eccetera. E’ vero, ma lo faccio per un motivo di correttezza e di discrezione: sono un pessimo “buttafuori” di me stesso.

Credo comunque che, per quanto concerne nuovi libri, non sia vanagloria o spirito commerciale il segnalarne l’uscita. Ho quindi il piacere d’informarVi che Mondadori ha or ora edito un mio libro di racconti “semistorici” (o “storico-ucronici”) collegati ad alcuni temi gastronomici (con relative ricette), dal titolo L’appetito dell’imperatore, mentre Laterza ha pubblicato un mio “raccontino storico per bambini” (illustrato) dal titolo Ivar e Svala fratelli vichinghi e il Mulino sta per far uscire un mio saggio su Istanbul, del quale però non ha ancora deciso il titolo.

Quanto al mio vecchio Alle radici della cavalleria medievale, pubblicato in nuova edizione dal Mulino alcuni mesi or sono, esso sarà presentato il 20 ottobre p.v. a Bologna, nell’àmbito del Festival della Storia, alle 17,30 nella Sala dello Stabat Mater, con una tavola rotonda, i discussants della quale saranno tra gli altri Alessandro Barbero, Valerio Massimo Manfredi, Giovanni Brizzi, Andrea Fassò, Francesca Roversi Monaco, Paolo Galloni.

Il convergere di tante novità o riedizioni nell’arco di poche settimane non deve venir ascritto a una mia qualche maniacale propensione per la grafomania: si è trattato in realtà di cose che già da tempo avrebbero dovuto uscire ed erano in ritardo oppure di altre che, programmate per un prossimo futuro, sono state per varie ragioni anticipate. Ne è nato questo “corto circuito” che non mancherà di provocare qualche commento sul mio presenzialismo eccetera. Mi vi assicuro che la cosa è avvenuta per motivi del tutto al di fuori dalla mia volontà. Certo, questi libri li ho scritti: ma è la mia unica colpa.

- TORNA L’ANTICO SPETTRO DEL CONTAGIO –

Ecco: ci risiamo. O potremmo riesserci. Noialtri occidentali, che magari non saremo felici (la felicità non si compra) ma che comunque apparteniamo a una società ricca, democratica (più o meno), avanzata, mediamente longeva e perfino colta o sedicente tale, di solito ci crediamo fuori dal gorgo crudele della storia che pure, almeno fino a qualche decennio fa, non è stata tenera nemmeno con noi. Le guerre, le carestie e le epidemie – ricordate i vecchi Cavalieri dell’Apocalisse? - sono ormai roba che una volta angustiavano i nostri antenati e ora gli altri, i popoli di altri continenti. Altri tempi, altri luoghi: sempre insomma gli “altri”. Noi non c’entriamo.

E invece no. Basta un nonnulla e ci rendiamo conto che davvero il passato non passa mai e che in tempi di globalizzazione è diventato molto più vero di prima l’antico adagio che “tutto il mondo è paese”. I cicloni, gli tzunami, le eruzioni vulcaniche, i terremoti e le inondazioni che anche ultimamente (si pensi alla nostra Genova) hanno colpito il pianeta nel quale abitiamo ci hanno messi di nuovo di fronte alla terribile maestà di una natura che di solito c’illudiamo di aver domata e di padroneggiare; e l’invasione recente di una frotta di 35.000 poveri trichechi in Alaska, che il surriscaldamento – in parte forse dovuto all’uomo - ha scacciato dal loro habitat, ci ha richiamato alla dura verità che alcuni tra gli stessi esiti della nostra pretesa onnipotenza tecnologica possono rivolgersi contro di noi. E lasciamo da parte la guerra, questa nostra millenaria compagna, che di recente – magari sotto forma di attentati terroristici – è tornata a lambire quello stesso Occidente che si era illuso di esserne ormai fuori fin dal ’45 e al massimo di dover andarla a combattere in casa altrui. Nonché le migrazioni di popoli, che a molti hanno richiamato, magari con qualche esagerazione, l’immagine delle antiche “invasioni barbariche”

Ma fra tutti i revenants – letteralmente, “gli spettri che ritornano” -, il più inquietante anzi pauroso è quello della pandemìa, del contagio progressivo e inarrestabile che deve compiere il suo ciclo e che non si esaurisce se non ha profondamente colpito e sconvolto tuti i popoli, senza arrestarsi dinanzi a nulla, né ai mari né alle montagne. Da essa nascono le sconvolgenti immagini del “Trionfo della Morte” e della “Danza macabra”, con i loro scheletrici protagonisti in atto d’insidiare, atterrire e perfino grottescamente sedurre tuto il genere umano, dagli imperatori e dai papi fino ai miserabili ma anche alle belle fanciulle e ai teneri infanti. La Morte che non concede quartiere a nessuno, che non si lascia né muovere a pietà né corrompere. L’immagine riflessa della nostra fragilità e della nostra disperazione.

Ne hanno parlato tutti, perché le malattie contagiose sono tanto antiche quanto tremende. Le frecce di Apollo “sminteo” (il “Signore dei Topi” sui quali cavalcano le pulci portatrici del bacillo) nell’Iliade; la “peste di Atene” al tempo di Pericle, di cui parla Erodoto; quella di Giustiniano nel VI secolo, descritta da Procopio di Cesarea; la “Morte Nera” del 1347-52, magistralmente evocata da Giovanni Boccaccio che fortunosamente l’attraversò; quella del 1630, che riempie di sé le pagine più drammatiche di Alessandro Manzoni; e infine le immagini esistenziali e metastoriche dell’epidemia descritte da La Peste di Albert Camus e dal film Il Settimo Sigillo di Ingmar Bargman. L’universale pandemia che meglio di qualunque altra sciagura sembra prefigurare l’immagine della “fine del mondo”.

Ovviamente, nel tempo abbiamo definito “peste” malattie in realtà diverse da quella vera e propria, nelle due versioni “polmonare” e “glandolare” (“inguinale” o “bubbonica”) provocate dal batterio pasteurella pestis, o yersinia pestis, sino alle febbri di varia origine - sovente tifoidea – con le quali esse sono state nel tempo confuse. Ma se la peste vera e propria restò in effetti endemica in Europa tra XIV e XVII secolo, e molto più a lungo in Asia, ad essa nel tempo si aggiunsero altre epidemie non meno pericolose e letali, dal vaiolo al colera fino alla “spagnola” del 1918, della quale sta per ricorrere il centenario.

Da allora, di tanto in tanto siamo stati attraversati da “grandi paure” per epidemie che di solito si sono rivelate dei falsi allarmi, come l’”asiatica” o la “mucca pazza” di qualche anno fa. Ma un incubo più durevole, e giustificato, è stato e resta quello del virus hiv, che divenendo attivo provoca l’epidemia di aids i primi casi della quale furono segnalati a Léopoldville in Congo (oggi Kinshasa) e che è arrivata a 76 milioni di casi.

E’ l’Africa, che ci ha nel tempo regalato la forza-lavoro dei suoi schiavi e dalla quale oggi le lobbies multinazionali drenano i tesori che ci fanno ricchi mentre la maggior parte dei suoi abitanti sopravvive sotto il fatidico livello dei due dollari giornalieri, ad essersi vendicata su di noi con l’aids e a continuare adesso a vendicarsi con l’ebola, il virus segnalato per la prima volta nel 1976 nel bacino del fiume congolese che le ha dato il nome, l’Ebola.

C’è una vignetta che in questi giorni sta facendo il giro del mondo: il volto nero di un africano, dai tratti indistinguibili ma dagli occhi minacciosi, accompagnato dalla scritta “Vi siete dimenticati dell’Africa, ma l’Africa non vi dimentica”. E’ una frase terribile, che richiama certi proclami dei guerriglieri jihadisti del Mali settentrionale o del delta del Niger. E non a caso, cominciano a circolare sinistre voci, auguriamoci infondate, che associano il diffondersi dell’ebola a una sorta di “vendetta virale” escogitata dagli estremisti islamici contro l’Occidente. Anche in ciò, badate, nihil sub sole novi: nell’Europa del 1348 e del 1630 si parlò di una congiura di criminali (ebrei, saraceni e stregoni nel primo caso; “untori” nel secondo) intesa a diffondere il contagio per mettere in ginocchio la Cristianità.

E torna l’espressione fatidica: il ”Male assoluto”, identificato dopo il 1945 nel razzismo nazista e quindi dalla propaganda reaganiana degli Anni Ottanta nel sistema sovietico e da quella bushista dei primi del nostro secolo nell’Islam allora definito “fondamentalista”. Si ricorderà forse come Massimo Cacciari rispondesse a quei tentativi di assolutizzazione etica identificando con un gioco di parole il “Male radicale” nella pretesa che alla civiltà occidentale fosse intrinseca una superiorità etica in grado di rendere ipso facto universali i suoi valori, e nel nome della quale sembrava ovvio demonizzare tutte le espressioni di civiltà fondate su valori differenti.

In effetti, la contingenza che viviamo in questi giorni sembra caratterizzata dal corto circuito tra due “Mali” entrambi ancora una volta secondo alcuni definibili “assoluti”: da una parte l’assalto jihadista dello “stato islamico” che riceve consensi dall’Africa all’Afghanistan; dall’altra quello virale che partendo dall’Africa minaccia ora di dilagare in America e in Europa. Nei prossimi giorni, i due “Mali” si contenderanno le prime pagine dei giornali e domineranno il piccolo schermo turbando i nostri sonni: e qualcuno sta già cercando di stabilire tra loro dei nessi non casuali, fino a coinvolgerli e a identificarli in una sola ipotesi complottistica.

Bisognerebbe invece non abbandonarsi a interpretazioni maniacali né sottovalutare né l’uno né l’altro di questi due “mali” (certo gravi, ma non assoluti), ma al tempo stesso non lasciarci neppure prendere dal pànico. Bisognerebbe mantenere la calma, ma non abbassare la guardia. Probabilmente, com’è accaduto in passato, né l’una minaccia né l’altra si rivelerà davvero letale. Il vero pericolo che incombe sulla nostra società civile, in questo contingente momento, è l’incertezza e il disorientamento. Jihadisti ed ebola catalizzano un groviglio di preoccupazioni che ha le sue origini nella crisi socioeconomica e in quella dei valori culturali che stiamo attraversando. Che sia proprio questa, in ultima analisi, la vera peste?

FC

- QUANDO LA STORIA NON INSEGNA NULLA –

Un amico mi chiede di commentare questa breve nota, di recente pubblicata da “Il Foglio”. Non ricordo il nome del suo autore, che comunque non è una persona nota. Ecco il testo:

La nuova caduta di Costantinopoli. “Mentre i fanatici del Corano lambiscono la Turchia e islamizzano tutte le terre e le popolazioni dell'antico Patriarcato di Antiochia, l'occidente cavilla dietro ai divorziati risposati e alle coppie omosessuali. Il mio amico Matteo mi fa notare che siamo di fronte a un periodo simile alla caduta di Costantinopoli. Durante l'assedio all'ultimo baluardo della cristianità orientale, i bizantini discutevano se Gesù, alla destra del Padre, fosse seduto o in piedi. Ma a differenza degli attuali leader occidentali, compresi alcuni vescovi, l'imperatore di allora reagì di fronte alla minaccia. Il 5 aprile 1453 Maometto II intimò a Costantino XI di arrendersi. In cambio avrebbe avuto salva la vita e sarebbe diventato governatore, risparmiando la popolazione di Costantinopoli da saccheggi ed eccidi. L'imperatore rispose: - Darti la città non è decisione mia né di alcuno dei suoi abitanti; abbiamo infatti deciso di nostra spontanea volontà di combattere e non risparmieremo la vita - . Oggi capitolano".

Credo che, nelle intenzioni, s’intenda paragonare l’atteggiamento dei dotti e degli ecclesiastici della Bisanzio del 1453 a quello degli occidentali di oggi, che com’essi allora trattano di cose futili mentre una potenza islamica sta conquistando una parte importante del mondo. A tale atteggiamento di “capitolazione”, si contrappongono le nobili parole di Costantino XI sulla base delle note di tal Matteo, amico dell’autore della nota, il quale scorgerebbe evidentemente un’analogia tra la situazione del 1453 e quella odierna.

Premesso che i paragoni storici tra età e fatti diversi, alla ricerca di somiglianze e di analogie, non calzano mai, questo mi pare particolarmente maldestro. Ad ogni modo, ne sono chiari gli obiettivi polemici: da una parte la Chiesa cattolica (e non direi tutto l’Occidente) che “cavillerebbe” su “divorziati risposati” e “coppie omossessuali”; dall’altra la capitolazione, sembra d’intendere tanto dell’Occidente in genere quanto della Chiesa in particolare (ma il soggetto dell’ultima lapidaria frase non è chiaro).

Nell’assunto dell’autore della nota e del suo “amico Matteo”, le aporie e le contraddizioni sono tante e tali che, francamente, non si sa da dove cominciare. La Costantinopoli del 1453 è paragonata all’Occidente d’oggi nei suoi leaders politici e religiosi che discettano su cose come matrimonio e divorzio di altrettanta futilità come potevano essere allora certe questioni teologico-formali? Ora, a parte il fatto che quella del famoso concilio nel quale si sarebbe discusso “sul sesso degli angeli” (e sulla posizione del Figlio accanto al trono del Padre) è solo una vecchia infondata chiacchiera, mentre le faccende relative a divorzio e matrimonio oggi sono parte del problema relativo alla crisi dell’istituzione portante della nostra società, la famiglia, resta per aria il paragone con la fermezza di Costantino XI. A chi avvicinarlo? Il basileus di allora, in realtà, era il signore di tutto quel che restava dell’antico impero bizantino, cioè solo di una capitale, sia pur meravigliosa. Ma non era certo un responsabile politico di spicco, il cui atteggiamento andrebbe proposto ad esempio oggi. Nel presente, i leaders mondiali accordano di fatto scarsa attenzione al califfato e allo stato islamico solo perché sanno bene quanto pretestuosi ne siano le basi e il raggio d’azione. Il paragone implicito istituito tra un protagonista della storia mondiale come Mehmed II, il conquistatore di Costantinopoli, e il califfo al-Baghdadi, evidentemente non regge.

Anzi, l’intero rapporto istituito dall’articolista e dal suo “amico Matteo” tra la metà del Quattrocento e oggi rischia di rivolgersi contro le intenzioni di coloro che lo hanno proposto. Nel 1453 Costantinopoli (ch’era ben più importante, almeno simbolicamente, di qualche città siriana o irakena) fu veramente conquistata, e l’impero bizantino fagocitato dalla potenza ottomana che si configurava come la più temibile al mondo. Ha lo stesso ruolo lo “stato islamico” oggi? E che cosa fece, allora, l’Occidente? Nulla: ci fu qualche appello alla crociata, poi le cose ricominciarono come prima e tanto i politici quanto i mercanti europei fecero a gara ad allacciare rapporti amichevoli con il conquistatore. “Oggi capitolano”, commenta l’articolista: e allora, seguendo il suo ragionamento, che cosa fecero invece gli europei cristiani del Quattrocento? L’articolista lo spiega senza volerlo: dimostrarono che lo “scontro di civiltà” allora non esisteva, esattamente come non esiste adesso.

Pensato per mostrare quanto temibile sia la minaccia dei “fanatici del Corano” oggi, la nota del “Il Foglio” approda quindi, al contrario, a involontariamente sottolineare la verità: vale a dire che i problemi suscitati dal nuovo “pericolo islamico” – al di là di certi gravi e sanguinosi fatti - sul piano della politica mondiale sono poca cosa se non addirittura un bluff. Il paragone con l’evento epocale che fu la caduta di Costantinopoli va ricercato altrove.

Ed è proprio a ciò, alla stabilità della famiglia e quindi alla malattia morale dell’Occidente, che si deve guardare se si vogliono comprendere i pericoli del mondo odierno. Un mondo messo in pericolo dagli antivalori che hanno troppo a lungo trionfato, come l’individualismo, il consumismo, il primato dell’economico e la dittatura delle lobbies finanziarie e del “blocco” industriale-militare. Altro che la minaccia del pur truculento al-Baghdadi, che resta quel che è: la pedina di alcuni poteri sunniti alleati dell’Occidente e impegnati nella fitna antisciita, il pretesto per consentire agli Stati Uniti e alla coalizione dei loro alleati-complici di ridefinire le loro posizioni strategiche nel Vicino Oriente compromesse dalle fallimentari campagne irakena e afghana del decennio scorso e di installare il più possibile vicino alla frontiera iraniana le loro basi con tanto di bei missili nucleari. Chi finanzia al-Baghdadi, se non alcuni emirati? Chi in un modo o nell’altro li appoggia sperando che egli indebolisca i curdi e Assad, se non il turco Erdoğan? E non sono forse loro, gli emiri e il premier turco, i principali alleati dell’Occidente? E non basta tutto ciò a far sospettare che un filo tenace di alleanze e di connivenze corra tra occidentali, potenze sunnite e stato islamico?

E allora bisognerebbe davvero chiedere all’articolista e al suo “amico Matteo” chi sia davvero che sta capitolando, e davanti a chi, e perché. E chi mai massacri e perseguiti i cristiani orientali, se non gli alleati stessi di quelle potenze che, appoggiando le lobbies multinazionali, affamano i cinque sesti del mondo intero e sono le autentiche cause ultime dello stesso fanatismo religioso che nasce come protesta ai loro soprusi. Quelle potenze al servizio dei quali stanno anche i chief executive officiers che gestiscono e finanziano la stampa occidentale schierata su posizioni indiscriminatamente e pregiudizialmente antimusulmana. Al solito, quando si marcia contro il nemico sarebbe bene sincerarsi prima che il nemico non marci alla nostra testa.


Minima Cardiniana, 42

Domenica 5 ottobre - San Placido

- ANCORA FRANCESCO D'ASSISI -

Si torna a parlare di Francesco d’Assisi. Sempre: non solo perché il 4 ottobre è la festa del suo Dies natalis. La sua costante e continua presenza dipende dal fatto che la Chiesa ha bisogno di riallacciarsi a quello tra gli uomini che meglio ha interpretato il cristianesimo come imitazione del Cristo, sfuggendo al mito disperante e sospetto di un impossibile “ritorno alle origini” e al tempo stesso tornando a coniugare la disciplina e l’obbedienza con la libertà e l’amore per gli “ultimi”?  E’ stato spesso notato come il Povero d’Assisi sia “un santo per tutte le stagioni”, che piace ai cattolici ma anche agli ortodossi, ai protestanti, agli ebrei, ai musulmani e persino agli agnostici e agli atei. E, spigolando tra le fonti che lo riguardano e gli studi che gli sono stati dedicati – biblioteche intere -, è in apparenza facile per chiunque ritagliarsi il “suo” Francesco, quello che gli va meglio.  Il rivoluzionario o il cavaliere,  il mistico che si rifugia in Dio o l’esteta sentimentale che s’innamora della natura, il fedelissimo del papa che si fa ultimo fra tutti e per questo viene esaltato o l’inquieto  semiribelle  che per certi tratti della sua esistenza sembra quasi avvicinarsi agli eretici catari e che contesta le crociate volute dalla Santa Sede recandosi pacificamente a parlare col sultano? In passato, ci sono stati anche un Francesco “socialista” (al pari del Cristo, definito “il primo socialista”)  e un Francesco “fascista” (“il più santo degli italiani, il più italiano dei santi”).  Infine, tra la seconda metà del secolo scorso e questo, abbiamo ovviamente avuto il Francesco ecologista, il Francesco animalista, il Francesco “Figlio dei Fiori” e il Francesco new age.

Certo, non piacere a nessuno è una gran condanna. Ma ohimè forse piacere a tutti è ancora peggio. In questo modo i connotati del “vero” Francesco si frantumano e si polverizzano: e si dispera di poterli ricomporre per giungere a una comprensione effettiva di chi egli sia stato. Nemmeno gli specialisti, i seri studiosi, ci aiutano granché in questo. Il loro Francesco è diventato un complesso problema esegetico: alcuni lo hanno “ricostruito” proponendoci un patchwork  delle fonti tutte “autentiche”, senza dubbio, ma diverse, eterogenee e contraddittorie fra loro; altri hanno finito col rifugiarsi in una sorta d’ipercritico pirronismo,  dichiarando che non si possono contaminare tra loro documenti diversi e che ogni autore coevo che di lui ha parlato  ci ha fornito di lui un’immagine sempre diversa, irriconducibile  alle altre.

Chiudiamo l’argomento, dunque, e non parliamone più. In fondo, attenzione, di Francesco la Chiesa cattolica ha fatto sostanzialmente a meno  per lunghi secoli. Dopo il concilio di Trento si decise di tornare alla primitiva “normalizzazione” del Santo, proposta negli Anni Sessanta del Duecento dal ministro generale minorita e poi cardinale Bonaventura da Bagnoregio che ordinò la distruzione di tutte le prevedenti biografie (per fortuna non riuscì però a farsi ubbidire)  e redasse quella Legenda maior da allora divenuta canonica e alla quale fedelmente s’ispirò Giotto per il ciclo di affreschi nella basilica superiore di Assisi. Eppure, come ha notato Massimo Cacciari in un saggio recente, quel Francesco tutto disciplina e miracoli non somiglia per nulla al Francesco “sposo di madonna Povertà” descritto dall’Alighieri nell’XI del Paradiso. Ma su di lui, la Chiesa del tardo Duecento decise che si era parlato e polemizzato fin troppo: e da allora in poi, sotto pena di sanzioni severi, Francesco sarebbe stato ufficialmente considerato solo il fondatore dell’Ordine dei Minori, nelle sue varie famiglie “conventuale”, “minore osservante” e “cappuccina”, cui di recente si è aggiunta quella “dell’Immacolata”.

Fu solo alla fine dell’Ottocento che uno studioso francese protestante, Paul Sabatier,  allievo di Rénan, rimise in discussione quell’immagine. Da allora si cercò di recuperare l’autentico Francesco, e si cadde in un oceano di proposte, di discussioni e di polemiche. Ci si mise anche il cinema, tra Rossellini e la Cavani.

E se ricominciassimo allora da zero? Per farlo si potrebbe ripartire non già dai pochi documenti primari che a suo proposito ci sono rimasti, non dalla rilettura e dal rinnovato confronto tra le diverse fonti agiografiche più antiche, bensì proprio da lui: dagli scritti che ci ha lasciato, qualcuno anche autografo.

Ma anche qui l’impresa è disperante. Vorremmo tanto sapere come scriveva, Francesco. Certo, di lui ci resta qualche prova autografa: ma nella stragrande maggioranza i “suoi scritti” sono in realtà dettati a un qualche segretario (“Frate Leone, scrivi...”), e quelli latini sono frutto di traduzione. Un po' di latino doveva saperlo, se non altro quello delle Scritture: ma non c'è da credere che si arrischiasse direttamente a scriverlo. E perché avrebbe dovuto, poi, perizia grafica e condizioni di salute a parte? Tra XII e XIII secolo lo scrivere era considerato una funzione servile o un'attività altamente specialistica, o  entrambe le cose insieme. Ma Francesco non era né un amanuense, né uno studioso, né un notaio, né un mercante, tutte categorie che in un modo o nell'altro sono tenute a scrivere direttamente. Si faceva aiutare: anche per la gramatica, la lingua latina: ma da chi, in che modo, aggiungendo o togliendo o modificando che cosa?

Gli scritti fondamentali e più noti di Francesco sono la Chartula nota come “Benedizione a frate Leone”, sicuramente autografa; il Cantico delle Creature (detto anche di Frate Sole), in volgare umbro; le due Regole, la  non bullata (cioè non approvata dal papa) del 1221 e la  bullata del '23, che – per quanto sia arduo esprimersi su materia così delicata – esprimono la prima il suo effettivo progetto, la seconda un faticoso compromesso che a mio (e non solo a mio) avviso non dovette lasciarlo soddisfatto, ma al quale si sottomise “per santa obbedienza”; i due Testamenti in latino, il “minore” senese e il “maggiore” assisano.  Questi sono i testi fondamentali, dai quali bisogna partire anche per costruire un racconto biografico – se non addirittura “autobiografico” del Povero di Assisi.   

Oltre agli scritti che ci sembrano i più importanti e sotto molti aspetti quelli  fondamentali, ci ha lasciato però altre, e non poche, testimonianze dirette del suo pensiero, del suo cuore e della sua volontà: la Regola  di vita negli eremi; due “biglietti” destinati a Chiara che essa ha conservato nel capitolo VI della sua Regola (ma gliene aveva inviati altri);  ventotto capitoletti sparsi noti come Ammonizioni,  una Lettera ai fedeli  che possediamo in due redazioni; una Lettera a tutti i chierici sul  tema eucaristico; una Lettera ai reggitori di popoli; due indirizzate ai custodi dei frati; una rivolta a tutto l'Ordine;  una infine – forse la più intensa e toccante – rivolta ad quemdam ministrum, rivolta a un dignitario dell'ordine che stanco gli si era rivolto chiedendogli di potersi ritirare in un eremo. Non tutte queste lettere sono facilmente databili, né sempre si possono identificare con certezza i destinatari.

Abbiamo poi una serie di Laudi (oltre al celebre Cantico di Frate Sole, o delle creature), conservate in vari codici il più famoso dei quali è senza dubbio alcuno il 338 della Biblioteca Comunale di Assisi; e ancora alcune preghiere e una serie di “opuscoli dettati” nonché un Ufficio della Passione del Signore . Si tende un po' troppo spesso a ignorare queste dirette testimonianze della spiritualità del Santo, salvo poi attribuirgli sentimenti e pensieri arbitrariamente ricostruiti o immaginati. Una più intima biografia di Francesco dovrebbe partire da un'analisi attenta, spregiudicata e puntuale di questi scritti.

E finalmente, gli studiosi attuali. La storia è revisione continua, riconsiderazione incessante del passato alla luce delle fonti che ce ne restano e dei metodi usati per interrogarle che variano molto di generazione in generazione. La storia non offre certezze definitive; fornisce solo discussioni di prove e d’indizi e proposte di ricostruzione. Limitiamoci agli ultimi anni e ad alcune opere fondamentali di cosiddetta “alta divulgazione”, senza entrare nel campo minato degli specialisti e delle loro eterne, dottissime baruffe. 

Quando nel 1996, uscì il San Luigi di Jacques Le Goff, si discusse molto sulla scelta del genere biografico, che sembrava tradire gli intenti programmatici della “scuola delle  Annales” impegnata nella conquista di più vasti spazi per la storia sociale e dalla quale il grande medievista stesso proveniva. Le Goff uscì dall’impasse grazie alla felice definizione dell’individuo “come oggetto globalizzante che permette, a partire dal soggetto studiato, di illuminare la società che lo circonda”.

A distanza di circa tre lustri da quel grande tentativo di biografia esaustiva di un santo re, ch’era anche terziario francescano, il tentativo di riaffrontare di nuovo la biografia di Francesco – che nel frattempo aveva visto cimentarsi tanti eccellenti studiosi, da Raoul Manselli a Chiara Frugoni a Grado G. Merlo a Jacques Dalarun allo stesso Le Goff – è stato affrontato anche da un altro studioso francese, André Vauchez.  Egli non ha, almeno in apparenza, seguito il suggerimento di Le Goff, che pure è stato suo maestro, decide di non porsi il problema, preferendo semmai partire dall’assunto di Marc Bloch per il quale “la storia è tutta sociale per definizione”. Tuttavia, a un’analisi attenta, il Francesco d’Assisi di Vauchez risulta davvero, legoffianamente, appunto “un soggetto che illumina la società che lo circonda”: lo studioso è molto attento ad inserirlo nella società del suo tempo e a metterlo in dialogo con essa, soprattutto inquadrandolo nel territorio fisico (ricostruito in dettaglio) in cui si svolse la vicenda sanfrancescana. Come Vauchez dichiara nell’Introduzione del libro, Francesco è un santo che più di altri intrattiene un legame indissolubile con un’area geografica precisa e si lega indissolubilmente alla sua città natale.

Grazie a questo libro  risulta chiaro che, nonostante la sua enorme popolarità,  la figura di Francesco  ha conosciuto una parabola tutt’altro che lineare. In realtà,  dopo una canonizzazione pressoché immediata (morto nel 1226, venne canonizzato appena due anni dopo), la sua fama di santità fu  presto oscurata dal gran numero di conflitti nati all’interno all’Ordine che egli aveva fondato. La sua stessa vicenda agiografica, qui analizzata con particolare cura,  contribuì piuttosto all’eclisse  della sua figura che  non alla sua affermazione. Ci si trova in effetti di fronte a  una produzione agiografica di varia committenza: che, come spesso accade, finiva per ritagliare un’immagine di Francesco sulla  base di specifici interessi politici anziché su quella della verità storica o sulla promozione della sua spiritualità. Il suo antico protettore, il cardinale Ugolino d’Ostia, divenuto papa  Gregorio IX scelse proprio l’esempio di Francesco per contrastare i danni arrecati alla credibilità della Chiesa dai movimenti ereticali, mentre Bonaventura di Bagnoregio, cardinale e ministro generale, tentò a più riprese di sedare i dissidi interni all’Ordine proponendo con la sua biografia, la Legenda maior,  un’immagine di Francesco che Vauchez definisce “disumanizzata ed inimitabile”.

Uno dei pregi di questa biografia risiede nel fatto che, nonostante l’autore metta in guardia il lettore sull’impossibilità di arrivare a cogliere “il vero” Francesco, il libro sembra più di altri avvicinarsi a tale inattingibile traguardo attraverso un lavoro scrupoloso, compiuto da un professionista che ha saputo decostruire pazientemente tutte le incrostazioni e i clichés elaborati su di lui in circa otto  secoli di storia. Da questo punto di vista il lavoro è in realtà una bella lezione di metodo storico, che convince e colpisce per l’onestà intellettuale, l’equilibrio e l’assenza di un qualunque carattere ideologico. Ciò dimostra come lo storico possa in effetti arrivare a fornire una figura “reale” del suo personaggio, proprio come un buon detective può arrivare a ricostruire la scena del delitto: si tratta in fondo solo di metodo.

Perantro, Vauchez non si limita a ricostruire quella che secondo lui può essere una plausibile figura di Francesco, la “sua”. Egli intende altresì rispettare il lettore fornendogli gli strumenti necessari a un giudizio che potrebbe arrivare anche a conclusioni molto lontane rispetto a quelle da lui proposte, informandolo sullo status quaestionis della discussione storica sulle fonti. Le Goff, che aveva anch’esso affrontato il problema delle fonti nel suo lavoro su San Luigi, era arrivato ad una teoria “dei modelli” che tanto più informano il nostro oggetto di studio, tanto più ci allontanano da esso. L’intento di Vauchez è invece quello di tradurre in un prodotto accessibile, proprio la “malavventura” (espressione usata da un altro studioso francese, Jacques Dalarun, riguardo all’operazione di Bonaventura) storiografica del santo di Assisi, offrendo in sintesi la ricostruzione di almeno trent’anni di dibattiti e disaccordi che hanno animato la discussione sulle fonti francescane. Com’egli stesso afferma nelle note conclusive al libro, il suo intendimento  è appunto consegnare al pubblico il frutto dei progressi compiuti sulla conoscenza della vicenda francescana grazie agli ultimi trent’anni di studi e polemiche. Ma con ciò gli riesce appunto – per quanto non lo  dichiari – a far uscire la critica francescana dall’asfittico cerchio nella quale essa stessa si è chiusa rendendo ancora una volta  Francesco inaccessibile se non ai pochi addetti ai lavori. In ultima analisi,  Vauchez vuole restituire l’eredità di Francesco al grande pubblico, fornendogli però gli strumenti per discernere e pronunciarsi.

E si sarebbe tentati di affermare che l’intento di Vauchez ha trovato compimento proprio nel marzo del 2013, allorché quel Santo che mai aveva accettato dalla Chiesa onori e funzioni elevate, che mai aveva neppure osato di ascendere al sacerdozio limitandosi al diaconato, ha visto il suo nome ripreso addirittura da un papa: il pontefice inattesamente uscito da quella Compagnia di Gesù dalla quale, si diceva, mai sarebbe stato estratto un capo della Chiesa; la Compagnia di gesù che nei secoli è stata spesso rivale dell’Ordine die Minori, ma il fondatore della quale era al Povero di Assisi particolarmente devoto.

Il vescovo proveniente “dalla fine del mondo”, il cardinal primate di un paese devastato dalla memoria della guerra civile e della dittatura militare, dalla discordia interna, dalla crisi economica, dal montare delle sètte protestanti, ha rivendicato un nome che richiama all’alter Christus, all’”Angelo del Sesto Sigillo”, al paradossale protagonista dell’incontro impossibile e perfetto tra obbedienza e povertà.  

Il cardinal Bergoglio era noto, come del resto papa Ratzinger, per non essere affatto un “progressista”. La sua elezione, d’altronde, significava che i padri del Sacro Collegio ocnfidavano nella sua saggezza e nella sua energia per guidare la Chiesa in una crisi forse senza precedenti. Il punto è che il simbolo scelto dal nuovo pontefice per risanare e rinnovare la Chiesa sta racchiuso in un nome che è un programma: Francesco. Ma programma di che?

Francesco d’Assisi fu protagonista di una precisa proposta cristiana: l’imitazione del Cristo povero e nudo sulla croce. Perciò egli respinse ogni forma di potenza e di potere: e la povertà fu il segno di tale rifiuto, paradossale in un XIII secolo che fu quello dell’apice della ricchezza raggiunta dall’Occidente e simbolo della quale fu il fiorino d’oro. La testimonianza di Francesco fu un “segno di contraddizione” rispetto al suo tempo, eppure la chiesa ne fu salvata in quanto si dimostrò – contro la violenta propaganda ereticale – che anche al suo interno di poteva vivere poveramente.  Al tempo stesso l’Occidente prosperò proprio grazie a quella ricchezza che Francesco aveva rifiutato: e fu proprio l’Ordine minoritico che, con personaggi come Bernardino da Siena, ne legittimò dal punto di vista religioso l’uso. Contraddizione?

Per nulla. Francesco non era Lenin. Egli non condannava la ricchezza né pretendeva che i privati se ne spogliassero: si limitava a respingerla per quanto riguardava lui e i suoi diretti seguaci in quanto ostacolo al loro cammino d’imitazione della povertà del Cristo. Ma si era nel XIII secolo, all’inizio della Modernità: la ricchezza, per quanto importante, non era ancora valore né primario né totalizzante. E il papato, se aspirava all’egemonia sulla società cristiana del tempo, non poteva dal canto suo ignorare quello strumento.

Oggi, giunti alla fine di quel cammino della Modernità che è stato itinerario verso la liberazione dell’individuo e il primato dell’economia, appare viceversa palese che il danaro, selvaggiamente desiderato e ingiustamente distribuito, è divenuto una prigione all’interno della quale il genere umano si dibatte senza speranza alcuna. Al tempo di Francesco, quando la ricchezza era solo una componente della vita sociale e la Chiesa ne appariva la suprema garante e inquadratrice, il personale rifiuto di Francesco poteva armonizzarsi con altre e differenti strade. Oggi, la ricchezza associata all’ingiustizia domina un mondo nel quale la Chiesa non  è più  egemone. Papa Francesco può e deve quindi denunziare la pericolosità e la disumanità di quello strumento, divenuto tirannico. La  Chiesa del XIII secolo poteva essere dei ricchi e dei poveri, nella carità e nella solidarietà. La società del XXI secolo, nella quale la Chiesa è emarginata mentre carità e solidarietà sono venute meno, ha bisogno di stare soltanto dalla parte dei popoli. Ma il peso dei compromessi accettati nei secoli è enorme, quello della complessità della società presente più pesante ancora. Questo è il compito immane che aspetta questo prete argentino d’origine italiana che non solo ha personalmente scelto gli “ultimi”, ma che si è impegnato a schierare tutta la Chiesa di Roma al loro fianco. Gradualmente, senza dubbio: eppure, senza se e senza ma.      

Proprio negli ultimi tempi, nelle parole e negli scritti più recenti, il profondo francescanesimo di papa Bergoglio si è trovato ad affrontare  proprio un tema francescano per eccellenza, il rapporto con la natura, il Creato. Lo ha fatto in termini rigorosamente ispirati, al tempo stesso, al Genesi e al Cantico delle creature. Il testo biblico è chiaro, per quanto le traduzioni lo abbiano spesso frainteso e distorto: l’uomo non è affatto il “padrone assoluto” del mondo e delle cose, non può disporne a suo piacimento secondo quello che è potuto sembrare alla luce del triste assioma cartesiano che sta inciso sul portone d’ingresso della Modernità. L’uomo è custode delle cose e delle creature del mondo, che può sottoporre alla sua volontà e delle quali può fare anche uso, ma di cui deve rispondere. L’ambiente lo riguarda ed egli ne è responsabile, non gli appartiene. L’inquinamento delle terre, delle acque e dei cieli, i gas tossici, i rifiuti che inquinano l’humus e le falde acquifere, le isole-continente di materiale plastico grandi come intere regioni che si stanno formando in alcune aree degli oceani, sono altrettante infamie che ci accusano, esiti di un degrado e di una desolazione che gridano vendetta al cospetto di Dio. Anche di tutto ciò dobbiamo rispondere. Questo indica papa Bergoglio quando accusa con coraggio e chiarezza l’“economia disumana”; questo vuol dirci quando, a proposito delle guerre attuali nel Vicino Oriente, ancor prima dell’infamia dei “tagliatori di teste” jihadisti denunzia fabbricatori e trafficanti d’armi, veri e propri mercanti di morte.

Ma frate Francesco non è mai stato un pacifista: egli era pacificus, portatore e facitore di pace; e, prima che per amore dell’uomo, per amore di Dio, così come ha dimostrato un altro grande studioso,  Claudio Leonardi. Francesco non è un umanitario immanentista, è un uomo di Dio. Ma la Modernità, distruggendo la Cristianità, ha anche ridotto la possibilità di vivere cristianamente secondo molteplici vie. Questo c’insegna Bergoglio, con il suo modello sanfrancescano: il grande problema di chi oggi vuol continuare a dirsi cristiano è arrivare al Cristo attraverso la sequela indicata dal Povero d’Assisi. Ciò equivale però a tradurre il càrisma francescano in termini di istituzione. Fra Tre e Quattrocento, il minoritismo fu all’avanguardia nel consentire lo sviluppo di un capitalismo cristiano. Il “primato dell’economia” e il turbocapitalismo moderni hanno azzerato questa possibilità: oggi il cristianesimo richiede al mondo un’inversione di tendenza, un drastico e rivoluzionario ritorno alle pratiche comunitarie, il rifiuto dell’individualismo, la sostituzione del profitto con la solidarietà. Che un papa del XXI secolo si denomini Francesco ci conduce dritti al Tempo della Profezia: il Povero d’Assisi fu veramente l’Angelo del Sesto Sigillo, e l’era che noi viviamo appartiene agli Éschata.

FC


Minima Cardiniana, 41

Domenica 28 settembre, XXVI Domenica del Tempo Ordinario - San Venceslao

- IL RIGORE E LA RAGIONE –

Ancora una volta, manteniamo la calma: la situazione è seria. L’ombra del califfato si stende sull’Islam, non nel senso che le adesioni al suo progetto siano una valanga (al contrario: appaiono ancora poche, per quanto agguerrite e in crescita), ma nel senso che i jihadisti di tutto il mondo musulmano sembrano aver trovato un nuovo catalizzatore. Ciò non significa che vi sia anche un centro unico operativo e un’organizzazione capillare: non dimentichiamo che anche il mondo che noi definiamo genericamente “terroristico” è attraversato da faide e da rivalità. Certo, vi sono forze convergenti interessate allo scontro: come al solito, gli estremisti si comprendono sempre fra loro e si aiutano obiettivamente, anche quando il loro scopo è ammazzarsi a vicenda.

Gli jihadisti vogliono quindi lo scontro con l’Occidente: e hanno scelto a quanto apre una tecnica nuova, più “artigianale” ma forse più diretta ed efficace. Prendere a caso, nell’indistinto mucchio degli innocenti, qualche esempio e colpire: colpirne uno per educarne non cento, bensì alcuni milioni. E’ evidente lo scopo del califfo e dell’IS: essi vogliono che una coalizione occidentaleli attacchi il più duramente possibile in modo da dimostrare la loro tesi, vale a dire che tutto l’Occidente, nel suo insieme, è nemico dell’Islam nel suo insieme e quel che resta da fare è solo il jihad a oltranza.

Diciamo la verità. Non ci cascherebbe nemmeno un bambino. Ma ci sta cascando Obama con il suo progetto militarmente idiota e umanamente vergognoso di bombardamenti indiscriminati in modo da far dell’area airo-irakena occupata dalle milizie jihadiste terra bruciata senza perdere nemmeno un soldato (perché a questo punto, dopo i fallimenti afghano e irakeno del 2001 e 2003, i cui postumi sono ancora lontani dall’essere risolti, la societàcivile americana sembra disposta ad accettare che le sue forze armate facciano terra bruciata di una terra lontana ma non a rischiare uno dei suoi soldati, pena una clamorosa débacle politica ed elettorale della compagine oggi al governo). Ci stanno cascando la NATO e i governi occidentali. E nasce nell’uomo della strada il sospetto, temo non infondato, che si stia assistendo a un più o meno concordato gioco delle parti: i capi jihadisti e i loro mandanti che li riempiono di uomini, di soldi e di armi (e non ci verranno a raccontare che tutta quella roba è il frutto delle pie elemosine dei fedeli!) vogliono creare un nuovo Afghanistan e un nuovo Iraq, guarda caso proprio addossato alla frontiera dei principali nemici di tutti i leaders sunniti, vale a dire alla frontiera dell’Iran che non a torto teme che, una volta arrivata la NATO a due passi dal suo territorio, c’installi un vallum ben munito, magari con proiettili puntati su Teheran; i “falchi” occidentali (e anche qualche ridicola civetta travestita da gufo reale, come quel tal presidente francese che ieri voleva attaccare Assad e oggi vuole sterminare quelli che allora erano soi alleati contro il rais siriano) guardano come provvidenziale all’IS, che consente loro di rimettere alla grande piede militare sul territorio del Vicino oriente con il suo eptrolio e i suoi giacimenti acquiferi dell’alta Mesopotamia.

Ma per una nuova azione militare in grande stile è utile anche il consenso. Ed ecco l’allarmismo, cui si prestano volentieri certi prtiti e certi media: si dice che i terroristi “stiano per attaccare l’Europa”, si ripetono ingigantendoli i pochi casi di effettivo riscontro di cellule terroristiche o di azioni isolati per creare un effetto di dilatazione e di rifrazione, si gettano allarmi sulle decine di fermi cautelari effettuati dalla stessa polizia italiana (ma ci si rifiuta di fornire nomi, circostanze, prove dell’effettiva attività criminale di essi), si parla addirittura di “azioni terroristiche” (fortunatamente però, guarda caso, tutte sventate all’ultimo momento) e perfino di un tentato assalto alla Casa Bianca.

Se ragionassimo, le cose da fare sarebbero due. Primo, stringere sul serio, con rigore e fermezza ma anche con calma, il cerchio die controlli assicurandosi anzitutto la cooperazione delle comunità musulmane, che si sono coralmente dette disponibili a collaborare alla sorveglianza perché è loro interesse dimostrare che l’IS non rappresenta affatto l’Islam sunnita nelsuo complesso: e il tutto senza inutili allarmismi, che fanno solo il gioco del nemico. Secondo, organizzare una risposta militare all’IS assicurandosi che a fornirla siano in primalinea forze musulmane sunnite alle quali fornire il massimo appoggio e reparti non già della NATO (per sventare l’immagine della “crociata occidentale contro l’Islam”), bensì delle Nazioni Unite, coinvolgendo con urgenza anche Russia, Turchia e Iran che per motivi diferenti se non opposti sono recalcitranti a impegnarsi. Soldati ONU, non NATO; e possibilmente non ragazzini delle Isole Fiji col casco blu, ma reparti militari seri, preparati ed efficaci. Non abbiamo interesse a far passare l’idea che l’Occidente colpisca l’IS per colpire l’Islam; dobbiamo dimostrare che l’IS non è l’Islam, che la maggior parte dei musulmani sono contro i tagliatori di teste e che dietro alle forze musulmane impegnate contro chi usurpa la rappresentanza della loro fede ci sono le Nazioni Unite, vale a dire la società civile del mondo intero.

Se non facciamo questo, qualunque altra cosa succeda la guerra è perduta in partenza. FC



Cambio mail

Il mio indirizzo e-mail è stato di recente cambiato dalla mia Università: l'indirizzo nuovo è il seguente: franco.cardini@sns.it Ringrazio tutti e vorrei pregare gli interessati d'inviare meno messaggi possibile e tutti più brevi possibili; per invii voluminosi, prego di usare il vacchio cartaceo, indirizzanto plichi e stampe a:

Franco Cardini, c/o c.p. 2358, Firenze Ferrovia, Staz. SMN, Via Alamanni, 50123 - Firenze. Grazie.




In libreria: Alle radici della cavalleria medievale

Una nuova edizione

Premesso che detesto far pubblicità a me stesso, vorrei informare gli interessati che l’Editore Il Mulino di Bologna ha or ora pubblicato una nuova edizione del mio Alle radici della cavalleria medievale, ripetutamente uscito nel 1981 per i tipi della Nuova Italia di Firenze, quindi pubblicato di nuovo nel 2004 con una Prefazione di Jean Flori e un excusrsus sulla storia della cavalleria nel medioevo proposto come Prologo dall’Autore, per la Rizzoli-Sansoni di Milano-Firenze. La nuova edizione mantiene inalterati testo e apparato di note rispetto al 1981-2004, a parte qualche correzione di refusi o inesattezze; mantiene altresì l’Introduzione di Jean Flori ma si arricchisce... Continua

 


In libreria: La scintilla (con Sergio Valzania)

Da Tripoli a Sarajevo. Come l'Italia provocò la prima guerra mondiale


Mentre l'Europa si prepara a celebrare i cento anni trascorsi dallo scoppio della prima guerra mondiale, Franco Cardini e Sergio Valzania ricostruiscono la catena di eventi che condusse alla tragedia, evidenziando il ruolo chiave svolto dalla guerra di Libia.
Spetta all'Italia l'avere «dato il la» alla finis Europae e al «tramonto dell'Occidente»? «Se è così» scrivono Cardini e Valzania «non vanno comunque dimenticati i molti e gravi problemi ai quali, nel '14, si cercò di rispondere con le armi: quello sociale anzitutto, insieme con quello rappresentato dallo sfruttamento colonialistico al quale la scienza positivistica porgeva l'alibi della superiore civiltà occidentale e del "fardello dell'Uomo Bianco", tanto simile al fagotto del ladro.».

In libreria: Quell'antica festa crudele

Guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese

Questo libro approfondisce il vasto tema della guerra non solo dal punto di vista dell’evoluzione tecnica e strategica ma anche e soprattutto da quello dell’ideologia e della mentalità: insomma della sua «cultura». Com’era, quale posto aveva nella vita delle società, come la vivevano gli uomini che la facevano e la subivano. Spaziando in un lunghissimo arco di tempo che va dall’Alto Medioevo alle soglie dell’età contemporanea, attraverso la lettura di una ricca e pittoresca galleria di testimonianze, letterarie e no, Cardini racconta di un mondo in cui la guerra era una presenza consueta eppure, in fondo, molto meno devastante di quanto saranno le guerre di un’epoca più «umanitaria» e pacifista qual è la nostra.

 


In libreria: Il Turco a Vienna

La capitale dell'impero, l'esercito cristiano contro l'esercito turco, due mesi di assedio, una splendida domenica di gloria.

«Cominciò così la grande battaglia attorno alle mura di Vienna. Era il 12, nel giorno di domenica benaugurante per i cristiani. Alle quattro del mattino, re Giovanni insieme con il figlio Jakub servì personalmente e con devozione la messa celebrata da frate Marco nella cappella camaldolese. Lo scontro si protrasse fino a sera per concludersi trionfalmente in Vienna liberata; all'alba del giorno dopo, sotto il ricco padiglione del gran visir conquistato dalle sue truppe che stavano saccheggiando il campo ottomano, Giovanni III poteva scrivere una trionfante lettera alla sua regale consorte. Terminava così, dopo due lunghi mesi, l'incubo dell'assedio alla prima città del Sacro Romano Impero e capitale della compagine territoriale ereditaria asburgica. Con esso, l'ultima Grande Paura provocata da un assalto ottomano a una Cristianità peraltro tutto meno che unita».