Minima cardiniana, 91

Domenica 30 agosto, XXII domenica del Tempo Ordinario, Santi Felice e Adautto

AVANTI DUNQUE CON LA DIPLOMAZIA

Credo sia noto a tutti i venticinque lettori di queste righe settimanali e a tutti quelli che mi conoscono anche solo un po’ che io voglio un gran bene al mio “vecchio” amico Matteo Renzi; ed è un’amicizia che risale ad almeno un decennio fa, quando egli era ancora Presidente della provincia di Firenze. Ed era davvero, allora, appena un ragazzino, ma accidenti se di grinta ne aveva; e anche già di esperienza; nonché, a mio avviso, di stoffa politica da vendere

D’altronde sia lui sia i suoi più prossimi e diretti collaboratori (anche fra i quali ho alcuni amici) sanno bene che affetto e amicizia sono un conto, consenso un altro. Vorrei sinceramente essere d’accordo con le scelte di Matteo; lo sono solo talvolta, e gli riconosco volentieri doti di abilità, di “fiuto” e di energia non comuni (insieme a un’invidiabile fortuna, di quelle con la “C” maiuscola come diciamo noialtri tra Firenze, Bagno a Ripoli, Rosano e Pontassieve). Ma spesso dissento da lui.

E lui lo sa. Non che gliene importi, certo. Però lo sa. Narra una leggenda metropolitana mi dicono abbastanza diffusa (ma io a mia volta relata refero e non ho mai avuto modo di verificarne la veridicità) che una volta, non so quando né in quale contesto, qualcuno chiese a Matteo perché non mi avesse mai offerto nulla tra i molti scranni, poltrone, poltroncine, sedie a sdraio, seggiole, sgabelli e strapuntini – ciascuno dotato magari della sua brava prebenda – che i leaders usano distribuire ad amici, collaboratori, vassalli, clientes e/o postulanti vari. La distratta risposta sarebbe stata: “Mallui ‘ummà miha ma’ hiesto nulla” (che tradotta in italiano suonerebbe: “Ma egli non mi ha mai domandato alcunché”); e alla replica che vabbè, in fondo si tratta di un vecchio professore che non è uso chiedere ma che comunque eccetera, il Presidente avrebbe sentenziato un sicuro e tagliente: “Oh, bravi! Così alla prima occasione mi vota contro!”.

Non so se tutta la storiella sia vera. Se non è vera, è ben trovata. Se risponde a verità, ti ringrazio, Matteo. Quella sì che, se davvero l’hai mai pronunziata, è stata una gran bella dichiarazione di stima e di fiducia. Stima, fiducia e anche amicizia per un onest’uomo, quale sono sicuro che mi ritieni essere.

Perché al Presidente Renzi auguro ogni bene e un crescente successo, ma confesso come dicevo di non approvare sempre le sue scelte. Non concordo con le sue evidenti simpatìe per il liberismo in materia politica e sociale; non approvo il suo deciso e spiccato atlantismo in politica estera; penso che potrebbe fare di più in termini d’impegno per la scuola, l’università e la cultura (un tasto rispetto al quale è purtroppo poco sensibile), che la riforma del senato e la riduzione delle auto blu non siano state poi gran buoni affari e che la sua “buona scuola” sia tutto sommato un bluff. Temo soprattutto che, come del resto la stragrande maggioranza dei politici italiani – dei quali è senza dubbio attualmente il migliore: e di parecchie spanne sugli altri – tenda a confondere la politica con la tecnica parlamentare e la propaganda elettorale. Vorrei che tra i suoi modelli egli tenesse un po’ meno conto di Tony Blair e molto più di papa Francesco, che viceversa temo non gli sia granché simpatico. Qualcuno ha paragonato Renzi al Mussolini dei primi Anni Venti, per abilità parlamentare e per cinismo: non credo che gli avrà fatto piacere, e comunque non lo avrà dato a vedere, ma ciò mi fa sorridere quando penso che il Presidente ama definirmi “un nazifascista di sinistra”. Così impara.

Quanto ai modelli, vorrei che semmai si ricordasse un po’ più spesso di la Pira. Durante uno dei nostri ultimi colloqui, risalente ormai ad alcuni mesi fa, io lo consigliai con calore e convinzione di riprendere a Firenze – anche nel suo immediato interesse politico – i famosi “Colloqui Mediterranei” lapiriani, dei quali si sentirebbe oggi un gran bisogno. Quando era sindaco, il mio sogno era di vederlo rivendicare in prima persona quel ruolo di “Ago della Bilancia” (come avrebbe detto il vecchio Guicciardini) che Lorenzo il Magnifico ebbe nella politica italiana del secondo Quattrocento e Giorgio la Pira – “ambasciatore senza feluca” che riuscì ad arrivare anche ad Ho Chi Minh – in quella orientale e mediterranea degli Anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso. Perché l’Italia di quegli anni era come oggi un paese a sovranità limitata, disseminato di basi USA e NATO: ma poteva tuttavia permettersi una sua politica estera quasi-indipendente, come dimostrarono politici quali Amintore Fanfani, Giulio Andreotti e Bettino Craxi.

Ma – a parte qualche prurito e qualche velleità filorusse o addirittura filoiraniane di Silvio Berlusconi – in quel campo tutto si è spento. Renzi non dimostra troppo interesse né per la politica estera, né per quella sociale: eppure dovrebbe; non è certo il caso di lasciare la prima “agli americani”, come dice lui (e dopo le presidenziali USA del novembre 2016 lo sarà ancora meno!), né di abbandonare la seconda a Draghi o a Marchionne.

Eppure, un segno “forte” che indica come il Presidente cominci ad aver voglia di far politica estera (al di là della delega al buon Gentiloni), Renzi l’ha dato. Magari, ancora una volta, seguendo i suggerimenti di qualche membro del suo staff il cuore del quale batte sempre sulle belle pendici un tempo aride oggi alberate e sovrappopolate tra Mar di levante e colline della Giudea. Non c’è dubbio che l’avvìo dei colloqui tra la comunità internazionale e l’Iran, voluti al pari del “disgelo” con Cuba da un Obama che troppi e troppo presto avevano qualificato un’anatra zoppa (e che invece, con quei due colpi gobbi, ha seriamente messo in difficoltà fino dai suoi primi passi il futuro staff presidenziale del suo paese, se esso sarà quel che molti di noi temono), sia stato un colpo da maestro ed abbia acceso grandi speranze. Ma ha riempito di disappunto il premier israeliano Netanyahu, ch’è uno dalle reazioni anche diplomaticamente parlando rapide: chi si ricorda il suo exploit dell’11 gennaio di quest’ anno a Parigi, quando – ancora evidentemente adirato per il voto del parlamento francese in favore dell’authority palestinese del dicembre precedente – colse al volo la pur triste occasione degli attentati del giorno prima per un memorabile (ma diplomaticamente irrituale) discorso nella Synagogue de la Victoire in presenza di un attonito Hollande, o quello di Washington, quando parò al Congresso senza essersi nemmeno degnato d’una visita di cortesia al primo Cittadino degli States, sa ch’è uno del quale si può dire di tutto meno che tema gli incidenti diplomatici.

Ebbene: subito dopo l’avvio dei colloqui tra consiglio di sicurezza dell’ONU (i famosi “Cinque più Uno”) e governo iraniano, con la relativa pubblica sfuriata di Netanyahu (e in termini anche minacciosi, con quell’allusione a misure unilaterali di “difesa”), ecco che Renzi invita il premier israeliano nella sua Firenze, cosa avvenuta appunto pochi giorni fa; e, tra i rituali baci, abbracci e strette di mano, incassa con impassibile sorriso le sue intemperanze sul “pericolo nucleare iraniano peggiore di quello dell’ISIS”, un parere sul quale si può anche discutere – come qualunque altro parere – ma che non corrisponde esattamente alla linea diplomatica ufficiale del governo italiano. D’altronde, bisogna dire che immediatamente dopo la prima sfuriata del premier israeliano quello italiano si era già in qualche modo offerto, magari en passant, di fungere da mediatore tra governo israeliano e ONU; e la visita in Israele di Renzi del luglio scorso è appunto servita a questo, a circoscrivere un dissenso che peraltro resta incapsulato in una sorta di relazione privilegiata d’amicizia italo-israeliana. E’ piuttosto impensabile che tutto ciò non sia stato precedentemente e accuratamente concordato con la Casa Bianca.

E allora io mi permetterei di suggerire al presidente di approfittare di questo momento che gli offre un qualche vantaggio diplomatico, sia pure in un difficile, delicato contesto. Provi a fare un passo avanti che lo metterebbe in ottima luce anche presso la Santa Sede e i cristiani del Vicino Oriente. Suggerisca all’”amico Bibi” di tornare sulla sua decisione a proposito del muro di Beit Jala.

CremisanBeit Jala è un piccolo villaggio a sud-est di Betlemme, abitato principalmente da arabi cristiani e sottoposto all’Authority palestinese, per quel po’ che tale istituzione vale. Si tratta di un piccolo gioiello nella vallata di Cremisan, nota per i suoi oliveti e i suoi vigneti e nella quale sono insediati istituti religiosi anche cattolici (i salesiani, ad esempio) che con la loro ottima produzione vitivinicola danno lavoro a molti palestinesi dei dintorni, senza ovviamente distinguere tra cristiani e musulmani. Ma, nell’area, i cristiani sono in maggioranza.

Ebbene: lo stato d’Israele – nonostante le proteste degli abitanti e i dubbi della stessa Corte Suprema, la massima autorità giuridica israeliana – ha da poco ripreso in quell’area la costruzione di un nuovo tratto di quello che eufemisticamente viene definito la “barriera di sicurezza” (una muraglia lunga 732 metri, costruita a partire dal 2002 e costituita da pannelli prefabbricati di cemento armato alti otto metri provvista di torrette di controllo e posti di guardia e coronata da matasse di filo spinato munito di lame taglienti) che serpeggia per tutta la Giordania e s’insinua attorno a Gerusalemme, violando in più punti la “linea verde” concordata nel 1967. L’ampliamento dell’opera in cemento, per costruire il quale dal 17 agosto scorso i bulldozers israeliani hanno cominciato a letteralmente sradicare i millenari olivi della valle di Cremisan e a compromettere circa 200 ettari di vigne e di oliveti confiscati a un popolo già impoverito, servirà – si giustificano le autorità israeliane – a garantire la sicurezza dell’insediamento di Gilo, un “nuovo quartiere ebraico” costruito sui territori palestinesi confiscati dagli israeliani dopo la guerra del 1967. Gli abitanti dell’area hanno protestato ripetutamente e pacificamente: ma sono stati repinti ed espulsi armi alla mano.

Va notato che il “muro”, avviato come si diceva nel 2002, è stato dichiarato illegale da una decisione della Corte Internazionale di Giustizia nel 2004: ma la sua costruzione è proseguita. A sua Volte la corte Suprema israeliana, che fa quel che può, nel gennaio scorso aveva dato ragione agli abitanti di Battir, un insediamento palestinese molto noto anche per le tracce archeologiche di terrazzamenti agricoli e di opere d’irrigazione risalenti ai tempi di Gesù. In tale occasione, il Ministero della Difesa ha dovuto obbedire ai giudici e il cantiere del “muro” è stato deviato. La gente di Beit Jala e di alcuni villaggi vicini era fiduciosa in un esito del genere: nel marzo-aprile, al termine di una battaglia giuridica durata due lustri, la Corte Suprema aveva dato loro ragione disponendo opportune misure di sicurezza della della valle di Cremisan.

Il Vaticano, preoccupato per i due insediamenti religiosi dell’area e affiancato da alcune ONG, preme a sua volta da tempo per una soluzione che salvaguardi il paesaggio, la produzione agricola, la circolazione degli uomini e dei beni e, diciamolo, la buona convivenza. Ma il Ministero della Difesa d’Israele non si è dato per vinto: ha tempestato l’Alta Corte di nuove proposte e di nuovi progetti finché, il 6 luglio scorso, essa ha gettato la spugna e ha autorizzato al ripresa dei lavori. Tuttavia, si è preferito far passare ancora qualche settimana, arrivare alla piena estate (e quasi all’incipiente vendemmia…) per riavviare i lavori. Sarebbe un bel regalo per la Santa Sede se il governo italiano, anche semplicemente tramite il suo ambasciatore, chiedesse a quello israeliano qualche notizia su Beit Jala. Dove tra l’altro vanno spesso i pellegrini del nostro paese. Tra una decina di giorni ne arriveranno una buona cinquantina, guidati da me: e sarebbe bello se potessi annunziar loro che il nostro governo sta cercando d’impedire che quel serpentone di cemento armato inghiotta le viti e gli olivi di Cremisan.

Presidente Renzi, caro Matteo, la storia d’Israele e della Palestina è piena di questi grandi e piccoli abusi, di queste più o meno odiose e quotidiane prepotenze che non giovano a nessuno: probabilmente nemmeno agli abitanti di Gilo. Di queste pietruzze è lastricata tra l’altro – convinciamocene – la strada che porta molti alla disperazione, e qualcuno di quei disperati all’odio per chi li angaria e quindi alla simpatia per il terrorismo jihadista di qualunque gruppo o osservanza. Fallo notare a qualche tuo amico e collaboratore che ti spinge sistematicamente ad appoggiare qualunque scelta venga da Israele. Chiedi al tuo amico e collega Netanyahu ragione dei metri di muro di Beit Jala, che tolgono lavoro e libertà a dei cristiani: anche se egli ti risponderà probabilmente, nella migliore delle ipotesi, di non poter fare a meno dell’appoggio politico e parlamentare dei partiti oltranzisti che premono sistematicamente per soluzioni del genere.

Sarebbe bello che a Firenze il Presidente Renzi riprendesse il progetto di La Pira, il sogno di un Mediterraneo più libero, più sereno, più pacifico, più giusto. Ma la libertà e la sicurezza cominciano anche da lì, proprio da lì, dai vigneti e dagli olivi della Giudea che, caro Matteo, somigliano tanto a quelli della nostra Toscana là lungo l’Arno, tra Pontassieve e Firenze. Sarebbe bello far arrivare a Netanyahu, insieme, una partita di vino di Cremisan e una del nostro vino della Rufina. Sono certo che Melini o Folonari, se già non lo fanno, ne produrrebbero volentieri un bel po’ di bottiglie striktly kosher col quale “Bibi” potrebbe brindare alla salute della gente della bella valle salvata da lui e da te.

Franco Cardini


Minima cardiniana, 90

Domenica 23 agosto, XXI domenica del Tempo Ordinario

“LAUDATO SI’”

“Altissimu, onnipotente, bon Signore, Tue so’ le laude, la gloria, l’honore et onne benedictione, ad Te solo, Altissimo, se konfàno et nullu hono ène dignu Te mentovare”.

E’ la più bella composizione poetica di tutto il mondo e di ogni tempo. E’ la più bella perché la sua è una bellezza assoluta, cosmica, totale, che penetra tutto il creato e che arriva quasi a lambire l’ineffabilità di Dio. Nemmeno il Salomone del Cantico dei Cantici che pure per tanti versi gli somiglia e al quale senza dubbio Francesco si è ispirato, nemmeno il Dante della “Preghiera di san Bernardo a Maria” (“Vergine Madre, Figlia del Tuo Figlio”) sono arrivati tanto in alto e così in profondo.

Era il 1224: Francesco giaceva ammalato su un lettuccio del suo San Damiano, la chiesetta diroccata dove una ventina di anni circa prima aveva ricevuto dal Cristo crocifisso il messaggio che aveva cambiato la sua vita e presso la quale erano adesso insediate Chiara e le sue sorelle, le “povere dame” ch’egli tanto amava e un po’ perfino temeva. I grandi interpreti del Povero d’Assisi – da Raoul Manselli a Giovanni Miccoli, da Chiara Frugoni e Jacques Dalarun, da Jacques Le Goff a Grado Giovanni Merlo, da Claudio Leonardi ad André Vauchez (per non ricordarne che alcuni) – hanno scritto molto su di lui, sugli ultimi anni della sua giornata terrena, sul suo rapporto con Chiara e le altre; e su quegli stessi pochi, ispirati, altissimi versi. L’esegesi è per definizione infinita; eppure abbiamo la sostanziale impressione, al di là del legittimo anzi benemerito lavoro degli specialisti che continuerà a svilupparsi, di sapere su ciò tutto quello che c’è che si può sapere e, soprattutto, umanamente comprendere.

Ma lasciamo da parte tutta quella scienza. Sforziamoci invece d’immaginarlo, quel povero piccolo omiciattolo smagrito dopo una notte di dolore e di pena, tra i rumori dei topi sotto il pavimento che non lo hanno lasciato dormire, quando il sole nascente dell’alba ferisce i suoi occhi malati (è il tracoma preso cinque anni prima in Egitto, alla crociata) e glieli fa lacrimare. Sforziamoci di veder il mondo – le povere suppellettili di quella stanzetta, la luce incerta eppur abbagliante – attraverso quegli occhi ormai in grado di distinguere forse appena poco più che delle ombre. E scrive: o meglio detta, perché lo scrivere non gli è mai stato familiare e di farlo non ha ormai più la forza. Non sappiamo a chi stia dettando. E detta di getto parole che gli salgono direttamente dal cuore: amiamo credere che da allora sin a quando sul punto di lasciare questa terra detterà la quartina finale su “nostra sora Morte corporale dalla quale nullo homo vivente po’ skappare” egli non abbia cambiato nulla di quel capolavoro, di quel perfetto canto d’amore.

Si sono versati fiumi d’inchiostro e scritte biblioteche intere su quei pochi versi. Ma nella loro luminosa chiarezza essi appaiono ineffabili come Colui in onore del Quale sono stati scritti. Nessuno può gloriarsi di averli sul serio decifrati sino in fondo. Lo Spirito soffia dove vuole: e quella mattina ha soffiato su quel povero frate e sui suoi occhi arrossati che hanno finalmente visto il Mistero dell’universo.

L’esegesi di quei pochi, brevi versi non finirà mai, proprio come il mistero della creazione; e quello di Dio. Papa Francesco ha voluto dedicare a quella lode infinita a Dio creatore e al creato la sua enciclica Laudato si’, promulgata il 18 giugno del 2015, per ricordarci che l’uomo – proprio secondo la lettera e lo spirito del Genesi – non è il padrone dell’universo (Uno solo è il Padrone), ma che ne è il guardiano, il custode, cioè il responsabile; che se ne è vista affidare per delega la signoria e può goderne pertanto i legittimi frutti, ma di quel suo governo è appunto chiamato a rispondere; e che alla fine dei tempi, come ciascuno di noi dovrà riconsegnare a Dio la sua anima affidatagli immacolata e da lui più volte macchiata e strappata, rilavata e ricucita, l’umanità dovrà riconsegnarGli il creato. Il quale è stato concesso all’uomo per goderlo in tutta la sua bellezza e nella varietà infinita delle sue luci, dei suoi profumi e dei suoi sapori; ma che non gli è stato affatto lasciato in balìa come un osceno balocco da violare e da prostituire, come un’immonda merce da vendere e da comprare e su cui lucrare e speculare. Il creato che appartiene a tutti gli esseri umani: e soprattutto agli Ultimi della Terra che, come sta scritto, la erediteranno.

Dal canto mio, intendo dedicare all’enciclica Laudato si’ solo poche semplici parole di gratitudine: è un raggio di sole nella nebbia postmoderna, una rosa sbocciata nel deserto dell’egoismo e dell’ipocrisia nel quale ci sembra ormai di esserci definitivamente sperduti quando leggiamo dei buoni cristiani che desertificano e inquinano il mondo per fame e sete di profitto, dei rispettabili banchieri (cristiani anch’essi) che preferirebbero strangolare un popolo intero piuttosto che concedergli ancora qualche mese di dilazione per consentirgli di pagare i suoi debiti, degli inossidabili difensori della Civiltà Cristiana che auspicano naufragi di massa di migranti nel Canale di Sicilia.

Molti (oggi viviamo in una società atea ma stranamente piena di Padreterni) hanno osservato che l’inizio dell’enciclica sia fatto del solito incitamento alla carità e alla fratellanza: parole deludenti in quanto ovvie, banali, piene di cose risapute eccetera, in tutto degne del mediocre livello delle prediche che papa Bergoglio pronunzia ogni mattina dal pulpito di Santa Marta. Ebbene, Dio benedica quest’ovvietà, questa banalità. Dio conceda ch’essa sappia trasformarsi in progetto sociale e in programma politico. Dio voglia che, dopo aver goduto della fortuna di essere governati per decenni da imprenditori, banchieri, tecnocrati, managers, e dai governi che sono diventati ormai loro comitati d’affari, riusciamo alla fine a guardar oltre la loro avida miopìa e a riacquistare la coscienza della nostra autentica identità – oggi che di “identità” tanto si parla -, quelli di custodi d’un bene che non ci appartiene ma del quale siamo responsabili, di un pianeta nel quale tutti possiamo e dobbiamo vivere con quel minimo di dignità per tutti che nasce da una ragionevole condivisione, d’un mondo nel quale sia possibile svilupparsi anche senza ricorrere a strumenti di costrizione e di corruzione come la tirannia, la guerra e la droga.

Laudato si’ è un documento alto, profondo, intenso, ambizioso. E’ la prima enciclica pontificia che sia stata diffusa originariamente in italiano, quasi a sottolineare il ruolo primario da papa Bergoglio rivendicato, quello di vescovo di Roma che si esprime nell’idioma corrente del suo popolo; e a rivolgere anche per mezzo della lingua usata un ulteriore profondo omaggio al suo ispiratore, il santo che di solito scriveva in latino ma che talvolta ebbe il coraggio e l’originalità di esprimersi per iscritto in un linguaggio “volgare” che non aveva ancora un suo definitivo statuto, una sua autorevolezza letteraria.

Il Cantico esprime la lode e il ringraziamento dell’uomo a Dio per tutte le Sue creature, attraverso lo stupore per la loro bellezza e da parte di esse stesse quasi che esse – per bocca dell’uomo – Lo ringraziassero per aver ricevuto la vita. Ma Francesco viveva in un mondo nel quale la natura poteva anche presentarsi come hyle, realtà selvaggia e invadente, ostile e pericolosa: era la natura delle foreste e della paludi ch’era necessario disboscare, bonificare, prosciugare con un lavoro durissimo che di continuo rammentava all’uomo le conseguenze del Peccato originale imponendogli quel labor, quella fatica, che si voleva parola originata da labes, la caduta appunto dei progenitori. All’uomo peccatore il creato aveva risposto negandogli quell’amicizia e quella mansueta sottomissione alle quali Dio lo aveva originariamente disposto.

Oggi, nove secoli più tardi, non è però più così. La natura può certo ancora dispiegare intatta la sua terribile maestà, può atterrirci e sconvolgerci con le eruzioni, i terremoti, gli uragani dinanzi ai quali ancora ci sentiamo deboli e impotenti. Eppure per molti aspetti e da molti punti di vista essa è stata non solo soggiogata bensì umiliata, sfruttata, violata. “Sora nostra madre terra” ha sofferto da parte dei suoi figli le più abominevoli forme di stupro incestuoso: e, se la sua violazione si è risolta in uno svantaggio anche per la stragrande maggioranza degli stessi esseri umani, è stato solo un pugno di essi a trarne vantaggi che peraltro si stanno rivelando a loro volta di breve durata e forieri di nuovi ancora sconosciuti pericoli.

Il Povero di Assisi contemplava un mondo nel quale la crudeltà della natura infieriva ancora, con gli eccessi del clima, le catastrofi naturali e gli incidenti climatico-atmosferici che ora portavano malattie, ora procuravano annate agricole cattive e quindi carestie. Anche per questo, guardando all’uomo che si presenta verso la fine del Cantico, prometteva la massima ricompensa divina per tutti coloro che avessero sostenuto in pace le offese, le malattie, le tribolazioni d’ogni sorta: era in attesa di quella ricompensa che i Frati Minori vivevano; era ad essa che miravano, nel nome di essa che la sofferenza sopportata in pace e in allegrezza si trasformava in Perfetta Letizia. Oggi il papa si rivolge senza dubbio ancora al genere umano, ma le sue parole ammonitrici si dirigono soprattutto a una umanità diversa, quella di chi ha creduto di poter impunemente piegare il creato ai suoi voleri e alla sua avidità, quella che ha usurpato la sovranità divina dimenticando che il potere delegato del quale essa godeva nel e sul mondo era quella del provvido e fedele amministratore, non dello sfruttatore e del devastatore senza scrupoli. L’enciclica Laudato si’ va senza dubbio letta nella direzione del confronto con il Cantico, ma non vanno dimenticate al riguardo le due pagine, l’una iniziale l’altra finale della Bibbia cristiana, nelle quali il suo messaggio va inquadrato: il Genesi, dove Dio affida il creato al dominio dell’uomo (Gen., 1, 26-31) e l’Apocalisse, dove si parla della ricompensa che attende i giusti, della condanna che spetta agli altri e soprattutto di quella “seconda morte”, quella stessa alla quale Francesco assicura che scamperanno tutti coloro che hanno fatto la volontà di Dio (Apoc., 20, 1,36). Questo carattere normativo e ammonitore della Laudato si’ non è stato per nulla oggetto di valutazione da parte di quanti ne hanno sottolineato quella che a parer loro ne è la “banalità”, l’”ovvietà”, come in genere loro appaiono banali e ovvi i precetti divini e il magistero della Chiesa.

Invece papa Francesco è molto preciso: implacabilmente preciso. Egli non si limita ad ammonire: formula denunzie, scaglia accuse, indica responsabilità. Sul futuro del mondo, prima di tutto: si rileggano i capitoli 13-19, nei quali torna energico il tema, così tipicamente bergogliano, della cultura “dello scarto” e “dell’indifferenza”. Torna il tema della carità e della misericordia, da indirizzare in questo caso a una categoria particolare di “deboli”, di “Ultimi”: quella anagrafica, quella costituita oggi da chi è troppo piccolo o troppo giovane o addirittura non è ancor nato e non può quindi far niente per impedire oggi delle violenze che vengono perpetrate da adulti ma che sarà lui, nel futuro, a dover scontare e pagare. Essenziale, per organizzare un nuovo modo di pensare e di vivere, abbandonare il dogma irrazionale nella fiducia indiscriminata e totale nel progresso e insistere invece sul dovere delle generazioni presenti di garantire un futuro vivibile a quelle future. Questo è un altro elemento tipico del magistero bergogliano: la responsabilità dell’uomo, il suo ruolo – affidatogli nel Genesi – non di padrone assoluto della terra, bensì di suo custode al quale Dio chiederà conto.

Ambiente, clima, inquinamento, acqua potabile, rispetto per tutti gli esseri viventi: sono i grandi elementi di un discorso di “ecologia globale” che tuttavia non deve creare equivoci. Questa è una grande enciclica “ecologica”: ma solo nella misura nella quale i problemi ecologici riguardano appieno la vita dell’uomo sulla terra, quindi i rapporti tra gli uomini. Tutti i rapporti: in primis quelli di potere, di proprietà, di produzione. Attento alla “biodiversità”, papa Francesco lo è altrettanto all’equità e alla giustizia sociale: perché tali temi sono legati strettamente fra loro. Questa è una grande enciclica soprattutto, essenzialmente, sotto il profilo sociale e antropologico. Qui si è davanti a una durissima requisitoria, a un irremissibile atto d’accusa contro l’arroganza e la violenza di chi spoglia il mondo dei suoi beni incurante delle sofferenze dei poveri (vale a dire di almeno i quattro quinti dell’umanità) e dell’avvenire del pianeta: dalla foresta pluviale amazzonica al sottosuolo del continente africano, tutte le infamie dello sfruttamento indiscriminato a vantaggio di pochi sono messe a nudo.

E tutto si riassume in una semplice, lineare lezione evangelica. Chi svuota il suo cuore da Dio, lo riempie di innumerevoli falsi dei: il denaro, i beni, le cose. In questo modo si perde ogni limite e ogni misura, ci si disumanizza. Per questo è necessario temere quel che può accadere in caso di catastrofi naturali ed evitare di provocarle mediante errori tecnologici; ma più necessario ancora temere che cosa può accadere in una società destabilizzata dal vizio e dall’egoismo, dove si sia perduta quella nozione di “bene comune” che ormai non può non riguardare la società umana tutta intera, nel suo complesso.

Papa Francesco ha tracciato in questa sua monumentale enciclica un disegno grandioso, che partendo dall’ecologia e di lì passando alla socioantropologia giunge alla politica e al “bene comune” per tornare al centro, al cuore di tutto: il rapporto tra Dio e l’uomo, fra il Creatore e la creatura privilegiata che nondimeno resta sorella di tutte le altre, loro responsabile e custode.

Le parole illuminate e illuminanti del papa delineano sinteticamente alla perfezione il bonum certamen che attende chiunque voglia continuare a dirsi cristiano cattolico. Qui sta l’impegno che il papa si è assunto e per il quale intende impiegare il tempo che ancora gli è concesso sulla terra. Se lo caccino bene in testa i tartuffes, i sepolcri imbiancati e le razze di vipere che vorrebbero scorporare la lotta per la famiglia e quelle contro l’aborto e l’eutanasia da quella per la dignità umana contro lo sfruttamento e l’indifferenza. Se lo caccino bene in testa quelli che amano ostentare la loro fede magari adornandola di rilucenti orpelli teologici e liturgici e ritenere che il razziare e il devastare continenti e popoli interi nel nome della “libertà economica”, del “progresso”, della “produzione di ricchezza” (ma a favore di chi?) e delle “ferree (?) leggi del mercato” sia una decorosa attività finanziaria e imprenditoriale che ben si concilia con un po’ di beneficenza chic a qualche ONG e che permette di occupare a testa alta e con tanto di decorazioni (magari pontificie) all’occhiello i primi posti nelle chiese, come facevano i farisei nel Tempio quando ringraziavano Dio di non essere spregevoli come i pubblicani. La Chiesa cattolica rigurgita ancora di questi inner enemies travestiti da autorevoli credenti, spesso ben peggiori degli “atei devoti” che sono del resto loro complici. Contro di loro il Maestro ha già usato una volta la frusta, nel cortile del Tempio. Anche in ciò, il Suo insegnamento non passa.

Franco Cardini

FRATE FRANCESCO, PAPA FRANCESCO E L’ECOLOGIA

"L’ecologia studia le relazioni tra gli organismi viventi e l’ambiente in cui si sviluppano”. Questa limpida, semplice definizione di ecologia è richiamata all’inizio del capo 138 della Laudato si’. E ha provocato varie critiche: banalità, adesione acritica alle “mode ecologiche” vigenti, conformismo culturale.

Temo in realtà che il testo della Laudato si’ corrisponda a qualcosa di tanto spesso (fin troppo) ricordato, citato e ovviamente criticato quanto poco o nulla veramente consultato e tantomeno letto. Perché chiunque l’abbia sia pur superficialmente avvicinata si è reso conto non solo della ricchezza e della complessità del suo testo – al di là del suo carattere sintetico, che dovrebb’essere oggetto di studio, esegesi e annotazione analitica densissimi – bensì anche, e soprattutto, del suo carattere ch’è anzitutto sociale e antropologico. Non solo: si tratta di un testo rigoroso, durissimo, che formula accuse tanto pesanti quanto precise nei confronti degli autentici responsabili dell’inquinamento, della desertificazione, della distruzione della biodiversità, del surriscaldamento, dell’accumulo dei rifiuti (compresi quelli tossici e quelli radioattivi) e del loro scorretto smaltimento, della crisi dell’acqua potabile. Tutti i problemi che ci riguardano e ci preoccupano, a cominciare dalle migrazioni sempre più imponenti di masse umane dall’Africa e dall’Asia alla volta dell’Europa, sono conseguenze di quei problemi, suscitati da chi ha interesse a gestire un “progresso” disordinato e nocivo per la stragrande maggioranza del genere umano. Basti pensare alla produzione e al traffico di armi e di droga: a chi giova, chi ci guadagna, chi ne è vittima.

Se il Consiglio di Sicurezza dell’ONU assumesse per un solo anno come guida per le sue risoluzioni (sospendendo ovviamente il diritto di “veto” da parte dei suoi membri permanenti) quest’enciclica ed agisse secondo le sue indicazioni, gran parte dei problemi del pianeta sarebbero risolti o quantomeno perfettamente identificati e avviati sulla strada della scomparsa. Il che ovviamente non potrà mai avvenire, dal momento che il mondo è in mano a organizzazioni finanziarie tecnologiche le quali mirano soltanto al profitto immediato di pochi, con nessun rispetto sostanziale (a parte le chiacchiere retoriche) né per i diritti umani, specie quelli dei più poveri, né per i problemi delle generazioni future.

Ciò premesso, va aggiunto che il problema del deterioramento dell’ambiente e dell’ecosistema, che negli ultimi decenni ha raggiunto livelli di guardia irreversibili e allarmanti, non è affatto una cosa nuova. Chi conosce i testi giuridici prodotti dagli esseri umani, da Hammurabi fino agli statuti delle nostre città medievali, sa bene che la tutela dell’ambiente e la preoccupazione per il suo deterioramento vi sono costanti. Certo, con la fine della Modernità tutto è radicalmente, qualitativamente mutato.

Frate Francesco viveva in un mondo nel quale l’uomo, esattamente come oggi, si sentiva il padrone assoluto del pianeta: e una lettura errata della Bibbia sembrava dargli ragione (è la lettura che la Laudato si’ corregge: l’uomo non è padrone assoluto bensì custode, guardiano della natura). Ma allora (a differenza di oggi, a parte alcune aree dell’Africa, dell’Asia e dell’America latina che si vanno restringendo) la natura si presentava come ostile, come invadente: andava continuamente tenuta a bada. Ai tempi di Francesco bisognava lavorare per difendersi dal creato; oggi – a parte i grandi cataclismi nei quali esso mostra ancora la sua potenza – essa va aiutata e tutelata. Frate Francesco, come dimostrarono meravigliosamente Henry Thode e Giovanni Gentile, è alla base della sensibilità per il mondo circostante che apre le porte alla grande arte rinascimentale: dopo di lui, il mondo occidentale tornò all’ammirazione per il creato che del resto già esisteva nella cultura antica. Papa Francesco si situa alla fine di questa parabola: il rapporto con il creato è divenuto talmente familiare, l’essere umano si è talmente assuefatto all’inesauribilità delle sue risorse e all’idea di esserne padrone, che è fondamentale restaurare al tempo stesso sia il rispetto per la legge divina che, nel Genesi, ha precisato natura e limiti di questo possesso, sia la meraviglia per la sua bellezza alla quale ci siamo talmente assuefatti dal non vederla più e quindi dal lasciare con indifferenza ch’essa venga violentata e distrutta, sia la consapevolezza che il deterioramento dell’ambiente è parte della politica suicida che la cultura dello sfruttamento ha imposto al genere umano per favorire il potere e l’arricchimento di pochissimi e che reagire ad essa è ormai divenuto tanto meritorio quanto indispensabile.

Siamo per questo ancora all’Anno Zero. Quando questo tipo di consapevolezza sarà divenuto parte fondamentale dell’insegnamento e dell’apprendimento scolastico, avremo compiuto un piccolo ma sostanziale passo avanti. Questo dovrebb’essere un primo obiettivo: docenti, studenti e famiglie dovrebbero esservi coinvolti. A che punto siamo? Che cosa stanno facendo i politici per consentirlo, nella consapevolezza che le forze finanziarie, industriali e imprenditoriali ben decise a impedirlo sono molte e ben agguerrite?

Franco Cardini


Minima cardiniana, 89

Domenica 16 agosto, XX domenica del Tempo Ordinario

A PROPOSITO DEL MEDITERRANEO, CENTRO D’INCONTRO TRA LE CULTURE, DELL’ “ASSALTO DEI MIGRANTI” E DELL’ASSETTO “INEQUO/INIQUO” DEL MONDO

“Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro. La nostra terra vale più del vostro denaro”
(Sahpo Muxika – Piede di Corvo – capo della Nazione dei Piedi Neri)
           

La circostanza dell’aggravarsi della tensione mediterranea sta suscitando, come suole accadere, una quantità di più o meno intense e importanti occasioni di riflessione, che fatalmente si traducono in convegni, congressi eccetera. Invitato a uno di essi, mi si è chiesto – com’è del resto giusto, visto il campo delle mie “competenze” (?!) – un excursus relativo alla storia del Mediterraneo antico e soprattutto medievale alla ricerca, mi si è raccomandato, delle “radici remote della crisi attuale”. Sto cercando di svolgere il mio compito con diligenza e vi metto a parte (pur non passandovi per il momento il corredo critico-bibliografico) dei risultati provvisori, che si possono riassumere nella seguente affermazione: la crisi attuale non ha radici remote, bensì moderne anzi modernissime, attuali anzi attualissime. Continua...


Minima cardiniana, 88

Domenica 9 agosto, XIX domenica del Tempo Ordinario

“CHE SE LI PORTI LUI IN VATICANO”: OVVERO IL FUNERALE DELLA DESTRA

I migranti e gli altri poveri, papa Bergoglio in Vaticano se li è portati con sé sul serio, senza bisogno di aspettare il suggerimento di Salvini o di Calderoli. Chi in questi mesi ha visitato Piazza San Pietro e il colonnato del Bernini, chi ha visto le installazioni igieniche che il vescovo di Roma vi ha fatto installare (e che i suoi sindaci avrebbero da tempo dovuto a loro volta sistemare da qualche parte) si è reso conto una volta di più che quest’argentino fa sul serio.

Qualcuno si è onestamente ma ingenuamente meravigliato che la Coppia Verde sia scesa così duramente in crociata (le crociate, la Coppia le ama…) contro il pontefice, Ma sul piano tattico e demagogico i Due sanno bene quello che fanno: e il bisogno, si sa, aguzza l’ingegno. Se non trovano in tempi ragionevoli un’ampia ancorché non solida base elettorale, i Nostri Eroi rischiano di dover tornar l’uno all’odontotecnia (anche se un gruzzoletto, in tutti questi anni, lo avrà ben messo da parte), l’altro alla nullafacenza più o meno confortata di pensione parlamentare. E allora, sotto con i fuochi d’artificio. Tantopiù che la posta è ricca: contro Bergoglio sta da tempo montando una forte protesta che interessa vari ambienti “cattolici” (o, come diciamo noi fiorentini, cattolischeri) di varia obbedienza neocon e/o teocon. Non c’è inoltre dubbio che nella sostanza le intenzioni di papa Francesco, specie con l’enciclica Laudato si’, abbiano ormai acquistato un chiaro profilo: e, se molti fedeli ne sono rimasti convinti e conquistati, molti altri si stanno allontanando invece da una Chiesa nella quale ormai non si riconoscono più. Insomma, Bergoglio è popolarissimo ma anche l’antibergoglismo paga.

Il punto è capire una buona volta quali siano le intenzioni politiche immediate della Coppia Verde. Forse, definirle politiche è esagerato: per far politica occorrono una strategia e una tattica, e i Due sono invece tutta tattica e nulla strategia: ora, con la sola tattica al massimo c3i fanno le elezioni. E’ d’altronde non meno vero che in Italia la massima parte di quel che la gente definisce politica è invece pura tattica elettorale e parlamentare. Non è sempre stato così. La Lega aveva al tempo di Gianfranco Miglio, e in alcuni suoi esponenti magari defilati ha ancora (penso a un Renato Besana o a un Gilberto Oneto) degli intellettuali interessanti, animati tra l’altro da un forte disegno europeistico e da una buona cultura storica che lo renderebbe credibile (un antirisorgimentalismo tutt’latro che bécero, per esempio). Ma la Coppia Verde non sembra interessata a coltivare tali pianticelle, tutta presa com’è a tener insieme gli espontenti di vario tipo non confluiti nel M5S, i reduci di Forza Nuova, i ragazzacci di Casa Pound, i nostalgici del nostalgismo missino.

Già, il vecchio MSI, eutanasizzato una ventina di anni fa, metabolizzato in Alleanza Nazionale, quindi vampirizzato dal vecchio Berluska, poi quasi rinato dalle sue ceneri con i Fratelli d’Italia ma che ormai dalla Lega si lascia trascinare più o meno vivacchiando: ed è un vero peccato, in fondo, perché Giorgia Meloni, per esempio, è una che la politica la fa seriamente e decorosamente, e come leader sarebbe molto più presentabile di altri. Ma tant’è: forse non urla e non minaccia abbastanza.

E allora, eccolo ancora una volta, più e più volte riciclato, il fantasma della “Destra”. Nomi magici ma sempre più ambigui, questi di “Destra” e di “Sinistra”: nati con una connotazione metafisica e apocalittica, radicati nella topografia parlamentare con la glorious Revolution britannica e con la Rivoluzione francese, oggetti di equivoci e di slittamenti semantici (basti pensare al concetto di Nazione, nato “di sinistra” in opposizione al Trono e all’Altare di ancien régime e quindi finito “di estrema destra”. D’altronde, mentre “a sinistra” esistono valori comuni, magari pensati e vissuti a un diverso grado d’intensità, un forte iato sul piano qualitativo sembra essersi imposto invece (salvo momenti anche lunghi di reciproca sopportazione e di alleanza) tra la Destra moderata, quella che si potrebbe definire “storica”, e quella estrema o radicale. Se la Destra storica è il “luogo delle libertà”, contrapposta a una Sinistra che si qualifica semmai come il “luogo della giustizia”, la Destra radicale – inventata nel ’21 da Benito Mussolini, quando egli e la sua sparuta pattuglia di deputati fascisti (quasi tutti di provenienza socialista, sindacalista e repubblicana) scelsero la “Montagna” dell’estrema destra nella collocazione di Montecitorio – desunse in origine la sua qualifica in quanto presentantesi come opposta rispetto all’estrema Sinistra di allora, che nel’17 aveva trionfato con la Rivoluzione d’Ottobre, ma per quanto nel corso del Ventennio assorbisse e metabolizzasse istanze anche liberali e cattoliche restò sempre, quanto meno nella sua retorica e in quella che si sforzò di qualificarsi come “ideologia”, profondamente “antiborghese” e in particolare antiliberal-liberista. Nel MSI del dopoguerra tali istanze, mediate attraverso l’esperienza della Repubblica Sociale Italiana, riemersero ed ebbero a riproporsi più o meno inquinate da un elemento desunto dall’ultimo fascismo, il razzismo antisemita per quanto “corretto” da un certo filosionismo contrastato ma anche diffuso.

Ed è un succedaneo del razzismo, nella forma ambigua e più pratica ed esistenziale della xenofobia piuttosto che in una qualche teorizzazione (presente tuttavia in qualche modo, nella pseudocultura dello “scontro di civiltà”) , quello che adesso sta tornando a reimporsi nelle file della Neo-Destra dopo aver trovato un nuovo catalizzatore nella Lega con il suo anti-islamismo prima, con la lotta contro i migranti che “portano via il lavoro” o che “vorrebbero invaderci (e addirittura convertirci)”.

I temi collegati alla necessità di respingere i flussi migratorii sembrano ormai il cavallo di battaglia della Coppia Verde e dei suoi seguaci. E verranno intensificati, perché sono demagogicamente ed elettoralisticamente molto promettenti. La limatura dei nostalgici di un nostalgismo fascista che ormai – “nicchie” a parte – non paga più, si sta accorpando attorno a queste nuove parole d’ordine. Se in quegli ambienti vi fossero leaders e collaboratori intellettualmente più solidi e capaci, si potrebbe quasi auspicare un sia pur moderato successo di una posizione che, partendo da un’originaria istanza di arginare il movimento migratorio, riflettesse seriamente sulle sue cause profonde: che non stanno nella “fuga” dalle guerre” o “dalle dittature”, e tanto meno nel complotto jihadista teso a invadere l’Europa, ma nella situazione del continente africano nel quale gli interessi delle lobbies internazionali alleati con i locali governi corrotti hanno prodotto il profitto e lo sfruttamento a vantaggio di pochissimi e il degrado ambientale, la carenza di posti di lavoro, la fame, l’imbarbarimento e la disperazione di intere masse umane che oggi altra prospettiva non hanno se non abbracciare il radicalismo jihadista illudendosi di farsene scudo contro il disastro continentale oppure immigrare in quell’Occidente che da molti decenni è il ricettacolo della ricchezza dei loro paesi, drenata senza rispetto alcuno dei loro diritti. Una Neo-Destra che, partendo dalle istanze di limitazione e di eliminazione dei flussi migratori, si ponesse sul serio il problema politico e sociale di questa infausta dinamica che rischia di travolgerci tutti a vantaggio di pochissimi, sarebbe obiettivamente benemerita. Ma attenzione, perché ormai la classe politica al livello mondiale è divenuta quasi del tutto “comitato d’affari” dei gestori di questa dinamica, che sono strettamente connessi alle élites finanziarie mondiali. E quanti ne traggono giovamento sono poi i medesimi che, da noi, finanziano i movimenti xenofobi e i loro mazzieri. Questa cose, Giorgia Meloni ha l’aria di averle capite: e di trovarcisi a disagio. Forse le hanno capite anche i Nostri Eroi: ed è per questo che loro, invece, ci marciano.

Franco Cardini

ANCORA IN TEMA DI ANNIVERSARI

Settantun anni or sono, l’11 agosto 1944, le truppe alleate – da tempo ferme a sud di Firenze, in località Falciani, sulla Cassia – entrarono in Firenze dalla Porta Romana e, percorrendo Via Serragli, passarono l’Arno su un Ponte alla carraia che i tedeschi avevano fatto saltare non molte ore prima, che però fu subito ricostruito in elementi prefabbricati in ferro e che restò da allora in opera un bel po’ di anni, prima della sua ricostruzione abbastanza fedele all’originale. Di quella giornata conservo, bambino di appena quattro anni, qualche flash nella mia memoria in quanto la casa nella quale ero nato – anche se purtroppo non apparteneva alla mia famiglia, che ci viveva in affitto da circa cinque anni e l’avrebbe mantenuta per altri dodici – era esattamente quella d’angolo, al lato sud dell’incrocio tra Via dei Serragli e Via di Serumido, al numero civico 7 di quella seconda via dal nome un po’ ridicolo che univa la Via dei Serragli alla Via Romana, la quale altro non era se non il tratto intraurbano della nuova Cassia, che al capo meridionale del Ponte Vecchio si univa alla vecchia – la quale proveniva dalla Porta San Nicolò – per attraversare poi Firenze secondo il tracciato dell’antico cardo maximus di Florentia, da Via Por Santa Maria che poi diveniva Via Calimala e quindi Via Roma per giungere in Piazza San Giovanni – dove più o meno era sita la porta settentrionale dell’antica cerchia muraria – e proseguire poi bella dritta divenendo successivamente Borgo San Lorenzo, Via de’ Ginori, Via San Gallo e infine (passata la Porta San Gallo dell’ultima cerchia e l’arco di trionfo lorenese eretto in onore del granduca Francesco Stefano, marito dell’imperatrice Maria Teresa) riprendeva il tracciato della Cassia come Via Bolognese per affrontare il Mugello e il Passo della Futa.

Affacciato alla finestra della camera da letto dei miei, al primo piano della nostra modesta casa che ancora con commozione e affetto ricordo, assistevo in braccio al babbo (che era rimasto mesi nascosto in casa, rocambolescamente sfuggito alla leva di Salò anche con la complicità di suo cognato, zio Roberto, che militava invece nella GNR) alla sfilata delle unità alleate e dei partigiani che le seguivano. Il babbo cercava sobriamente di darmi qualche spiegazione di quel che vedevo, ma di esse non ricordo nulla: ricordo invece le armi, i colori, le bandiere, le voci, i canti, l’aria di festa, lo sferragliare delle macchine a motore.

Sono tornato più volte su quella giornata, che nella mia città ancor oggi si celebra come “festa della Liberazione” e addirittura “dell’Insurrezione” di Firenze. Ricordo vagamente che allora si parlava di “franchi tiratori” asserragliati dalle parti di piazza Torquato Tasso; più tardi avrei letta la pagine terribile eppure a modo suo quasi paradossalmente umoristica con la quale Curzio Malaparte – allora ufficiale del Corpo Volontari della Libertà – avrebbe descritto la fucilazione sommaria di qualche decina di ragazzi davanti alla facciata di Santa Maria Novella. Vennero ammazzati lì per lì, seduta stante, senza processo: nessuno ha mai capito se davvero erano i truci e vili “fascisti” che sparavano indiscriminatamente addosso alla gente, come li descrive Roberto Rossellini in Paisà. Qualcuno racconta quelle vecchie storie in modo diverso: e chissà, quando gli ultimi testimoni oculari in grado di ricordare qualcosa di preciso al riguardo (e parlo di gente che ormai è almeno sulla novantina) se ne saranno andati, ci sarà magari qualche storico che ricostruirà quelle vicende sulla base di documenti adesso perduti o dimenticati. Perché può sembrare strano, ma sovente i testimoni oculari sviano, ingannano, ricordano male (volontariamente o no). Come ben osserva Carlo Ginzburg, la testimonianza diretta non sempre è buona consigliera: quante povere donne, fra Tre e Settecento, sono morte bruciate su un rogo perché alcuni testimoni oculari assicuravano di averle viste volare di notte?

Ho conosciuto in seguito molti testimoni oculari della liberazione di Firenze: e anche qualche protagonista di essa, come il professor Carlo Francovich, finissimo studioso di storia sette-ottocentesca e a lungo presidente dell’Istituto Storico della resistenza in Toscana: un appassionato della musica di Mozart, fierissimo delle sue aristocratiche origini croate, padre di due amici meravigliosi entrambi purtroppo precocemente scomparsi, lo storico contemporaneista Giovanni e l’archeologo medievista Riccardo. Carlo aveva scritto, sulla liberazione di Firenze, pagine appassionate ma oneste, disincantate e convincenti. Un altro protagonista di quelle giornate era l’allora neppur trentenne Giorgio Spini, ufficiale di collegamento tra l’esercito britannico – del quale vestiva l’uniforme – e quello italiano del regno del Sud: più tardi, tra 1971 e 1985, fui suo assistente alla cattedra di Storia medievale e moderna della Facoltà di magistero dell’Università di Firenze ed egli (socialista e cristiano metodista) fu un Maestro e per molti versi quasi un padre per quel bizzarro aspirante studioso che gli era capitato in sorte e che era piovuto nella sua Facoltà avvolto da un’aura sulfurea di reazionarismo cattolico e neofascista. Da Giorgio Spini ho imparato non solo sulla troppo abusata “tolleranza”, bensì su cose ben più serie e concrete (il rispetto reciproco, lo sforzo di comprensione reciproca, il superamento dei pregiudizi, la curiosità materiata di simpatìa per l’”Altro” e il “Diverso”, il coraggio di mettersi continuamente in discussione, la consapevolezza della “relatività” – ch’è ben altra cosa dal “relativismo” - di tutto quel ch’è umano), una lezione che da allora in poi non mi ha mai abbandonato e a proposito della quale non cesserò mai di essergli riconoscente.

Più tardi ho avuto l’onore del tutto immeritato di goder della stima e dell’amicizia del grande filologo e boccaccista Vittore Branca che – savonese di nascita, lombardo d’origine e veneto di adozione – aveva trascorso il duro biennio 1943-44 a Firenze, dove studiava, lavorava ed era anche membro del CNLT, il clandestino Comitato Nazionale di Liberazione per la Toscana, dove insieme con Adone Zoli rappresentava la Democrazia Cristiana e all’interno del quale, nell’aprile del ’44, aveva con molto coraggio protestato contro l’assassinio del suo vecchio Maestro della Normale di Pisa, Giovanni Gentile. L’anziano filosofo aveva ricevuto pochi giorni prima di venir proditoriamente ucciso il suo giovane allievo, i sentimenti antifascisti del quale ben conosceva, e lo aveva pregato di collaborare con qualche saggio alla rivista “La Nuova Antologia”: Branca aveva rifiutato, con cortesia e rispetto ma anche con fermezza e quasi con durezza, in quanto si rendeva conto che quella collaborazione, in quel particolare momento, avrebbe significato una scelta di campo in contrasto con la sua militanza resistenziale. Anche più tardi Branca sarebbe tornato più volte, senza rimorsi ma con dolore, su quella pagina difficile della sua esistenza.

E proprio a Vittore Branca, che del resto l’ha rievocato nelle sue Memorie, debbo un altro ricordo relativo a quei giorni di guerra in Toscana. Immediatamente dopo il passaggio del fronte a nord dell’Arno si tenne la cerimonia formale della resa di quel che restava delle truppe germaniche (quasi tutte ritiratesi a settentrione). In quell’occasione, su un’idea e una proposta di Giorgio La Pira, si realizzò quasi una “prova generale” di quella pace per la quale si sarebbero dovuti attendere ancora circa otto duri mesi. La Pira trasformò la cerimonia militare e civile in una specie di laico Te Deum nel corso del quale i firmatari, a turno, recitarono una strofa del Cantico delle Creature di Francesco d’Assisi. L’onore della lettura di un brano di quel poema che parla della pace e dell’amore universale fu sollecitato anche dall’alto ufficiale tedesco firmatario del documento: il quale, dignitosamente chiuso nella sua uniforme feldgrau dalla quale – come si addice a un militare che si è arreso ed è prigioniero del nemico – aveva rimosso gradi, insegne e decorazioni, recitò venuto il suo turno le poche righe redatte oltre sette secoli prima dal Povero di Assisi.

Torno adesso a quel lontano ricordo di un tempo in cui, pur in mezzo alla ferocia e alla crudeltà, si era ancora capaci di gesti d’umanità e di cavalleria, perché mi sembra che nella barbarie postmoderna nella quale oggi siamo precipitati – fra devoti tagliatori di teste e democratici invocatori di mitragliate su poveri migranti a bordo di fatiscenti imbarcazioni – l’immagine di quell’ufficiale della Wermacht di cui non ho mai saputo il nome e dei suoi colleghi e nemici angloamericani e partigiani che con lui pregarono in quel giorno d’agosto appartenga alle cose che è necessario tenere a mente oggi, per non smarrire quella dignità umana che per troppi segni sembra oggi in pericolo.

Franco Cardini


Minima cardiniana, 87

Domenica 2 agosto, XVIII domenica del Tempo Ordinario

HIROSHIMA E NAGASAKI, 6 AGOSTO 1945. IL GIORNO DELLA VERGOGNA

6 agosto 1945. Settant’anni fa. Sembrano mille anni, oppure sembra ieri. Una catastrofe, un’ecatombe nel cuore di tenebra del pur terribile e sanguinoso Novecento. L’orrore e i soliti esorcismi verbali non bastano. “Come fu possibile, in pieno XX secolo?”. “Un salto nel buio, un balzo all’indietro nel più cupo medioevo?”.

Piantiamola. Hiroshima e Nagasaki sono cose nostre, ci appartengono: rappresentano appieno il Novecento con tutto il suo progresso scientifico, tutta la sua straordinaria tecnologia, tutta la sua spietata scintillante Volontà di Potenza. Gli alibi per quell’orribile esperimento dal vivo – primo fra tutti il più miserabile, la scusa umanitaria (“abbreviare il conflitto”; “salvare migliaia di vite umane”) – non sono ormai più credibili, pur ammesso e non concesso che mai lo siano stati.

La guerra era finita. Tra il 7 e l’8 maggio i rappresentanti supremi di quel che restava del Terzo Reich e delle forze armate tedesche avevano firmato la resa incondizionata, a Reims in presenza del generale Eisenhower e a Berlino in quella del maresciallo Zukov. Quanto al fronte estremo-orientale, dopo la conquista di Filippine e Birmania, il 19 febbraio le truppe statunitensi erano sbarcate in territorio giapponese, sulla spiaggia di Iwojima; l’aeronautica americana aveva da quasi due anni conquistato la superiorità aerea sui cieli nipponici e bombardava incessantemente città e installazioni industriali ormai in ginocchio.

Dal maggio, da quando cioè l’Impero del Sol Levante era rimasto solo a fronteggiare gli Alleati vincitori, le trattative per la sua resa erano già state avviate. Il 17 luglio si era riunita a Postdam la conferenza dei vincitori: erano presenti Winston Churchill, Harry Truman e Jozip Stalin. Il 26 gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, ai quali si era unita la Cina di Chiang Kai-shek, avevano indirizzato al governo giapponese un ultimatum esigendo la resa incondizionata e l’abdicazione dell’imperatore Hirohito. Ad esso non si era associato Stalin in quanto l’URSS non era in guerra contro il Giappone. Dal momento che da parte del governo nipponico non era giunta risposta, quello statunitense aveva preso la decisione di concludere con uno spettacolare esperimento dal vivo il “progetto Manhattan”, al quale si stava lavorando dal 1942 (vale a dire da pochi mesi dopo l’ingresso degli USA in guerra).

Le debolissime ragioni con le quali Truman giustificò la sue decisione s’incentrarono tutte sulla necessità – vista l’ostinazione giapponese – di abbreviare il conflitto, il che significava soprattutto, per l’opinione pubblica americana, risparmiare la vita di molti soldati statunitensi: la guerra nel Pacifico e l’operazione Downfall, che avrebbe dovuto seguire lo sbarco di Iwojima, erano costati troppe perdite (il che, in democrazia, significa sconfitta certa nelle elezioni future). Più serie altre ragioni: era necessario giustificare i costi esorbitanti del “progetto Manhattan” dando una prova inoppugnabile della sua atroce efficacia; e al tempo stesso lanciare un implicito ma chiaro avvertimento alla potenza antagonista degli anni a venire, l’Unione Sovietica. In realtà, la principale e meno confessabile delle ragioni – quella che in effetti mai fu addotta – fu la volontà di provare quale fosse l’effettiva potenza dell’ordigno: a tale scopo fu accuratamente scelto l’obiettivo, la città di Hiroshima che fino ad allora non aveva subìto alcun attacco aereo. In questo modo, su un centro demico lasciato intenzionalmente intatto, si poté verificare la portata distruttiva della bomba.

L’ordigno nucleare, amabilmente battezzato Little Boy, fu sganciato sulla città di Hiroshima alle 8,15 da una superfortezza volante B-29 al comando della quale era Paul Tibbets, che aveva battezzato il suo aereo con il nome “benaugurante” di sua madre, Enola Gay. La “tempesta di fuoco” immediatamente si sprigionò su una città che poteva allora ospitare dai 250.000 ai 350.000 abitanti. L’8 successivo - mentre con l’accordo di Londra le potenze alleate sottoscrivevano gli statuti del Tribunale Militare che avrebbe a conflitto finito dovuto giudicare sui crimini di guerra - Truman rinnovò l’ultimatum al governo nipponico, accompagnandolo con un proclama nel quale avvertiva il popolo giapponese che il suo paese era in possesso di un’arma di potenza inaudita, capace di cancellare le isole del Sol Levante dalla faccia della terra. Senza dare al governo imperiale il tempo di reagire, nella mattinata del 9 agosto la bomba Fat Man fu sganciata su Nagasaki. Ma poche ore prima, verso l’una di notte, Stalin aveva a sua volta dichiarato guerra al Giappone e occupato la Manciuria. Era l’America la vera destinataria di quella mossa: sotto quel punto di vista, Hiroshima non era servita a nulla. Ma le due esplosioni cadevano obiettivamente sotto le sanzioni dell’articolo 6B degli statuti di fresco siglati dalle potenze vittoriose. Un bell’autogoal.

Non conosciamo il numero esatto delle vittime: per Hiroshima si è parlato di 90.000-140.000 morti, per Nagasaki tra i 60.000 e gli 80.000. Ma decine di migliaia furono i feriti; e tra quei lesionati molti morirono dopo, atrocemente, per le conseguenze della “peste nucleare”. Conseguenze che continuano a mietere la morte tra i discendenti di quegli sventurati.

Hiroshima e Nagasaki non furono soltanto un orribile e premeditato crimine di guerra per il quale non c’è stata alcuna Norimberga. Esse furono anche il preludio di una serie di nuovi crimini e di nuove distruzioni. Nonostante la ripetuta esorcizzazione dell’uso delle armi cosiddette “non convenzionali” (che peraltro, com’è noto, continuano ad essere prodotte), come l’”Agent Orange” in Vietnam o gli ordigni a uranio impoverito nei Balcani e in Iraq e il fosforo bianco a Falluja, ancora in Iraq, hanno continuato ad essere usati non solo contro i militari – com’era accaduto per l’iprite durante la prima guerra mondiale – ma anche contro le popolazioni civili. I Funghi Atomici del 1945 hanno aperto un’era che non si è ancora conclusa: ed è inutile sperare ingenuamente che sia sufficiente che gli ordigni di morte non cadano in mano di governi “non democratici”. A scatenare l’inferno del ’45 fu la prima democrazia del mondo. E i pentimenti postumi – quello di Oppenheimer in prima linea – non servono. Settant’anni dopo quell’orrore, gli arsenali nucleari di troppi paesi traboccano di ordigni ben più potenti di Little Boy e di Fat Man. Franco Cardini


Minima cardiniana, 86

Domenica 26 luglio, XVII domenica del Tempo Ordinario. Sant'Anna

L’ISLAM NEL XXI SECOLO: UNA SINTESI

Gli eventi recentissimi – primi fra tutti la dinamica avviata nel Vicino oriente e in Africa dalla presenza dello “stato islamico” del califfo al-Baghdadi e l’avvìo di una possibile soluzione diplomatica alla questione dell’embargo decretato contro l’Iran a causa del suo supposto programma di autodotazione di un’arma nucleare – obbligano a un generale ripensamento del ruolo dell’Islam in rapporto al nostro nuovo secolo e all’equilibrio mondiale.

L’ultimo numero della rivista “Limes” pone il problema della “radica quadrata del caos”, che si dovrebbe calcolare partendo dall’analisi di quanto sta avvenendo in Israele-Palestina, in Arabia Saudita, in Iran e in Turchia e nei reciproci rapporti tra questi stati: un problema per la verità complicato anche dal fatto che nell’affaire arabo-islamico-vicinorientale entrano direttamemte anche lo Yemen, l’Egitto, la Libia, il paese curdo nel suo complesso (che interessa quattro stati: Turchia, Siria, Iraq, Iran), mentre ai margini si profila un coinvolgimento di si può dire tutta l’Africa settentrionale.

A questo punto, mentre il sia pur appena incertamente avviato accordo con l’Iran sta compromettendo addirittura i rapporti tra governo israeliano e presidenza USA mentre gli sviluppi del problema del gasdotto russo sembrano impostarsi sulla via di una del tutto inedita e fin qui inaudita (nel senso etimologico del termine) “amichevole collaborazione” russo-turca – dai tempi di Pietro di Grande considerata impossibile -, appare indispensabile un generale ripensamento sull’Islam: sulla sua natura, sulle conseguenze degli eventi del XX e XXI secolo che hanno condotto all’impiantarsi del fenomeno “fondamentalista-islamista-jihadista”, sullo sviluppo della fitna (“contesa”, “lotta”) sunnito-sciita ma anche intrasunnita, sull’ambiguo ruolo delle potenze arabe del Golfo che mostrano un volto tradizionalista/fondamentalista sul piano religioso e civile, ipermoderno e filoccidentale su quello politico, economico, finanziario, tecnologico e produttivo.

A questo riguardo segnalo l’importanza del numero del giugno 2015 della rivista “Oasis – cristiani e musulmani nel mondo globale”, organo della Fondazione Internazionale Oasis il cui comitato promotore è presieduto dal cardinal Angelo Scola e che si pubblica in quattro lingue (italiano, francese, inglese e arabo). Tale numero reca un titolo e un sottotitolo del tutto eloquenti: L’Islam al crocevia. Tradizione, riforma, jihad. La crisi attuale affonda le sue radici in un secolo lungo di rinnovamenti e chiusure. La lezione del passato, il dibattito di oggi.

In 142 pagine dense di articoli e recensioni, un gruppo di specialisti e di osservatori attenti cerca di mettere a fuoco i problemi salienti della crisi dell’Islam e soprattutto di rispondere all’urgente questione se essa sia crisi strutturale o episodica, temporanea o irreversibile, “di sviluppo” o “di decadenza”; e se i suoi risultati saranno un riacquisto di equilibrio o un’intrinseca mutazione o addirittura l’avvìo di una fase che potrebbe configurarsi come letale. Ciò tenendo presente che, in questi anni di conclusione di quella che Zygmunt Bauman definisce “Modernità solida”, la crisi appare come generale, onnipresente, e riguarda tutte le fedi e i culti religiosi non meno di altri aspetti della vita del genere umano. In altri termini, se l’Islam è in crisi, esso è in buona compagnia.

Nel consigliare la lettura di questo fascicolo di sintesi davvero preziosa (lo si può richiedere alla sua casa editrice, la veneziana Marsilio, oppure scrivendo a oasis@fondazioneoasis.org), mi limito a segnalare che nel saggio di apertura dal titolo Il secolo lungo dell’Islam che sembra arieggiare a una replica rispetto alle tesi di Eric Hobsbawm a proposito del Novecento come “secolo breve”, Martino Diez parte dalla considerazione – che dal mio canto ritengo assolutamente condivisibile – che esso, almeno per l’Islam, vada inteso e considerato invece come “secolo lungo” che parte dall’inizio dell’Ottocento. La rivista svolge il tema delle tesi interne all’Islam, a partire soprattutto dal magistero di Muhammad ‘Abduh (1849-1905); per quanto mi riguarda, facendo tesoro di tale indicazione proporrei una parallela considerazione dei rapporti tra Islam e Occidente, ai quali evidentemente lo sviluppo interno del pensiero musulmano è strettamente connesso. Ma tutto ciò conduce a due eventi, situati oltre un secolo di distanza l’uno dall’altro, che hanno profondamente inciso sulla vita dell’Islam in generale, di quello arabo in particolare: lo sbarco del Bonaparte in Egitto nel 1798 e la “rivolta araba” del 1916 con l’annesso inganno del trattato Sykes-Picot. FC


Minima cardiniana, 85

Domenica 19 luglio, XVI domenica del Tempo Ordinario. San Simmaco

IL GREAT GAME DEL XXI SECOLO

Con l’espressione Great Game si qualifica ordinariamente la contesa tra impero britannico e Russia czarista che nel corso del XIX secolo, premendo rispettivamente l’uno dal subcontinente indiano e l’altro dall’area siberiana, mossero convergendo sull’Asia centrale nell’intenzione di conquistarne, l’uno in concorrenza con l’altro, la più ampia parte possibile. Noialtri occidentali conosciamo il Great Game, se non altro, attraverso romanzi come Kim o L’uomo che volle farsi re di Rudyard Kipling, oppure Michele Strogoff corriere dello czar di Jules Verne. Il Great Game dell’Ottocento si concluse nel corso dell’ultimo ventennio del secolo, allorché le potenze europee andarono organizzandosi secondo un nuovo e diverso schema di alleanze che avrebbe condotto alla Triplice Intesa anglo-franco-russa e alla Triplice Alleanza austrungarico-germanico-italiana, presto peraltro messa in crisi dall’ambiguità dell’Italia.

La prima guerra mondiale, che scaturì da quella contrapposizione, fu ben lontana dal risolvere i problemi scatenati dalla corsa all’egemonia mondiale: l’errato e ingiusto assetto del mondo elaborato nella conferenza di pace di Versailles ci ha condannati non solo a una nuova “guerra dei Trent’Anni” 1914-45 come ottimisticamente ha proposto anni fa Ernst Nolte, bensì a un’autentica nuova “guerra dei Cent’Anni” e oltre, che si sta combattendo ancor oggi dall’Asia all’Africa all’America latina, che sta lambendo l’Europa e minaccia l’intero Occidente. Le istanze di ridefinizione degli equilibri geopolitici, la caccia alle materie prime e alle risorse energetiche, l’avidità delle lobbies multinazionali dei quali i governi sono tutti in un modo o nell’altro “comitato d’affari” e l’ambiguo sorgere delle ideologie pseudoreligiose di segno variamente fondamentalista costituiscono i connotati della “guerra a bassa intensità” attualmente in corso, che alcuni hanno già definito come la “terza” o addirittura “la quarta” guerra mondiale mentre altri stanno tentando d’imporne la mistificante pseudospiegazione fondata sul cosiddetto “scontro di civiltà”.

In una delle aree più calde e problematiche dei territori interessati da questa pericolosa guerra, il Vicino Oriente, le vere e autentiche questioni sono principalmente la contesa israelo-palestinese, il disordine provocato dalle conseguenze dell’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003 e dalla consequente destabilizzazione in tutta la zona interessata, la ripresa in forme più virulente della fitna interna al mondo musulmano. Il nascere dell’IS del califfo al-Baghdadi, la sua “resistibile ascesa” e il suo sviluppo praticamente indisturbato (in realtà, a combatterlo sul serio sono solo quel che resta delle forze lealiste siriane, le milizie curde e alcuni volontari iraniani) fanno parte di una nuova escalation aggressiva gli effettivi sostenitori della quale appaiono i potentati emirali della penisola arabica che incoraggiano la fitna sunnita (antisciita e soprattutto antiraniana) più o meno indirettamente incoraggiata dal turco Erdoğan e dall’israeliano Netanyahu nonché dalla maggioranza del congresso statunitense, in ciò osteggiata dal presidente Obama.

Eppure, una svolta che potrebbe avviare una soluzione positiva e decisiva di questo nodo problematico si è andata delineando il 14 luglio scorso, quando all’Hotel Coburg di Vienna i negoziatori dei “Cinque più Uno” (Stati Uniti d’America, Regno Unito, Francia, Russia, Cina e Germania) hanno stipulato con quelli della repubblica islamica dell’Iran un accordo che apre un sia pu lungo e incerto negoziato suscettibile di gradualmente rimuovere l’embargo che ormai da trentasei anni assedia il grande paese sciita vicino-mediorientale (80 milioni di persone) accusato – senza che prove definitive siano mai state presentate – di lavorare alla costruzione di ordigni nucleari. L’Iran, che ha aderito al programma di non-proliferazione delle armi nucleari, ha sempre sostenuto che il suo impegno è volto unicamente al raggiungimento del nucleare utilizzabile a scopi civili, com’è suo diritto proprio in quanto aderente a quel programma, secondo il quale – con un assurdo giuridico, che però è stato accettato come un “male minore” politico - quelle potenze che hanno già armamenti nucleari sono autorizzate a mantenerli, mentre chi non ne dispone non può conseguirli. Una soluzione ingiusta ma ch’è stata presentata come uno sforzo nella ricerca della pace: solo tre paesi (India, Pakistan, Israele) si sono rifiutati di siglare il patto.

Va detto che i termini dell’accordo sono molto complessi, l’embargo sarà allentato solo lentamente e gradualmente, i controlli – accettati dalle autorità iraniane – saranno frequenti e serrati, le scorte di uranio arricchito e il numero delle centrifughe diminuiranno, le sanzioni (a parte quelle riguardanti il petrolio, che l’Iran potrà subito ricominciare a vendere) saranno rimosse solo a partire dall’anno prossimo e solo se da parte iraniana i patti saranno rispettati.

Un bel progresso: ma tutto è ancora appeso a un filo, dal momento che sia il Majlis iraniano, sia il Congresso statunitense sono chiamati a ratificare il patto, e le maggioranze al riguardo sono risicate. In tutti questi anni, è apparso chiaro agli osservatori più equilibrati e sereni che l’Iran – un paese ch’è pur circondato da potenze che dispongono di armi nucleari, dal Pakistan a Israele, mentre nelle basi turche ci sono quelle statunitensi – non aveva né l’intenzione né le possibilità obiettive di costruirsi la bomba. Ma a suo danno si era scatenata una campagna di calunnie analoga a quella che purtroppo condusse nel 2003 all’attacco contro l’Iraq (vi ricordate delle balle delle “terribili armi di distruzione di massa” e della “pistola fumante”, poi rivelatesi per quelle che erano?) e a quella che, per fortuna con minor successo, cercarono nel 2011 di rifilarci francesi e inglesi a danno della Siria.

Stavolta andiamo decisamente meglio. Se da parte europea si è preferito sottolineare che l’accordo è stato stipulato sulla base di una non gratuita fiducia, il presidente Osama – con minor ottimismo ma con più decisa sicurezza – ha sottolineato che a garantirlo saranno controlli accurati e inflessibili. Niente rischi, niente approssimazioni.

Quel che a questo punto metterebbe di buon umore, se non fosse ignobile, è la cortina di pretestuose per non dir terroristiche menzogne che, unite a mistificazioni e a intimidazioni di ogni genere, è stata immediatamente opposta alle nostre non gratuite speranze da parte di quanti per vari e non sempre confessabili motivi (demagogia politica e concorrenza economica) si oppongono all’accordo e profetizzano sventure non disinteressate, che spesso servono da premessa perfino a irresponsabili e inaccettabili minacce. Arabia saudita, Israele ed esponenti dei “falchi” repubblicani statunitensi, in rigorosa reciproca coordinazione, hanno parlato di “pace più a rischio” e di “pericolo di guerra più vicino”; alcuni “osservatori” ci hanno assicurato che l’Iran impiegherà tutti i proventi delle sue vendite petrolifere acquistando solo armi (s’ignorano le basi di tale affermazione); molti hanno parlato di un Occidente che avrebbe “abbandonato” anzi addirittura “tradito” Israele; Netanyahu ha perso la testa al punto di abbandonarsi a vere e proprie minacce (“Israele si difenderà”: in che modo? Anche con lo strumento della “difesa preventiva”?). Qualche buontempone, commentando il punto relativo al diritto da parte iraniana di venir avvertiti delle ispezioni a basi e laboratori, ha commentato che ci sarebbe tutto il tempo, in quel caso, per far sparire le prove di un’attività di costruzione di ordigni nucleari in corso: è difatti risaputo che certi strumenti e certe installazioni si nascondono facilmente, in pochi minuti, come aspirapolvere in un ripostiglio. D’altronde, la minaccia del “ci difenderemo” è davvero inquietante: al di là dell’impiego di mezzi militari contro pericoli solo supposti o magari inesistenti, c’è anche quella della produzione di prove a carico che, notoriamente, quando mancano possono essere ben inscenate da più o meno abili trucchi dei servizi d’intelligence. O ci siamo dimenticati che neppure sull’11 settembre 2001, tre lustri dopo, è mai stata fatta piena luce?

Intanto, domani il nostro presidente Renzi vola da Netanyahu: e la stampa italiana sostiene che ci va per presentargli le buone ragioni dell’Europa e rassicurarlo a proposito dell’Iran. Siamo certi che sia il leader europeo più adatto a discutere con il premier israeliano, lui che – cattolico – qualche mese fa si lasciò convincere perfino a non visitare Betlemme per paura che la sua presenza nella città natale di Gesù rischiasse di venir interpretata come un segno d’incoraggiamento nei confronti dei palestinesi?

Insomma, la grande speranza aperta dagli accordi di Vienna potrebbe risolversi in un pesante peggioramento della situazione: e si può star certi che gli avversari della pace userebbero in quel caso tutti gli espedienti mediatici per presentarsene come tutori. Vigilate. FC


Minima cardiniana, 84

Domenica 12 luglio, XV domenica del Tempo Ordinario

GESU’, LA FALCE, IL MARTELLO

Uno dei posters più drammatici della propaganda politica antinazista, prima delle elezioni del 1933 e poi dopo la fine dell’esperienza hitleriana, mostrava un “povero cristo”, un tedesco qualunque, crocifisso a una svastica. Il senso di quel messaggio era chiaro: i nazisti erano i nuovi assassini di Dio, il popolo tedesco era appeso al simbolo del loro partito in quanto strumento di violenza e di morte.

Non so se papa Francesco ha mai visto qualche riproduzione di una delle innumerevoli versioni di quell’intenso motivo propagandistico, sul significato e sul cattivo gusto del quale potremmo discutere a lungo. Certo, l’allusione al Cristo sulla croce, se non proprio blasfema, è poco rispettosa.

Ma non sembra certo l’intenzione del presidente boliviano Morales, che ha presentato giorni fa a un papa dall’espressione intensa e severa, forse preoccupata e forse imbarazzata, un oggetto che definire inquietante è decisamente eufemistico. Una croce di legno a forma di martello (oggetto peraltro richiamante la forma di una T maiuscola: il “Tau”, nella tradizione cristiana e soprattutto francescana segno salvifico, anzi uno dei modi più consueti per rappresentare la croce), alla base della quale è incastrata la raffigurazione di una falce.

E’ da escludere che le intenzioni del presidente Morales siano state polemiche o provocatorie: si può pensarne quel che si vuole, ma non si può non partire dalla certezza delle sue buone intenzioni, magari accompagnate – questo sì – da una certa intenzione di strumentalizzare in qualche modo la presenza del pontefice e di, esprimiamoci così, “tirarlo dalla sua”. Certo è che la croce/svastica della propaganda tedesca antinazista comportava un giudizio intransigente nei confronti del movimento hitleriano; al contrario, la croce/falce-e-martello del socialista Morales significa ben altro. E sale immediatamente alla mente la definizione, così comune tra i ceti subalterni dei paesi cattolici di una volta, di “Gesù primo socialista”. Il Cristo crocifisso su una falce e martello non è martirizzato da essa o a causa di essa: anzi, vi si appoggia come a un simbolo di salvezza. Nelle intenzioni di Morales il vecchio distintivo socialista, sempre associato alla bandiera rossa, è un segno di speranza, di solidarietà, di redenzione: una metafora della croce.

Papa Francesco ci ha detto e ripetuto che è necessario guardare il mondo con occhi nuovi; e il considerarlo “dalle periferie” è secondo lui il modo migliore per farlo e per comprenderlo. E allora è non solo inutile, ma inintelligente e fuorviante “giudicare” il gesto di Morales, che a noi può sembrare blasfemo o quanto meno inopportuno. Tale gesto va invece “compreso”: e per farlo dobbiamo fare una cosa che alla stragrande maggioranza di noi è quasi impossibile. Capire che cosa significa per i montanari e i campesinos andini quell’emblema al quale alcuni di noi guardano ancora con un po’ di nostalgia e di tenerezza nostalgica, mentre la maggioranza degli occidentali lo associano al totalitarismo sovietico e lo considerano pauroso e sinistro.

Ebbene: se andate in India, in Nepal, o in Cina, o se visitate qualche riserva indiana, v’imbatterete inevitabilmente in una o in più varianti della svastica; e ve ne saranno spiegati i vari, complessi e profondi significati. Ma la svastica nasce come simbolo sacrale. La falce e martello è invece moderna e politica: nasce come simbolo della dignità del lavoro e dell’ispirazione a una giustizia sociale che sul lavoro si fondi. L’America latina, un po’ come l’Africa, è una “periferia” poco toccata da quel ch’è accaduto nel down town occidentale; là, il ricordo e il valore della shoah, per esempio – con una mezza eccezione, forse, per l’Argentina – ha un valore mediatico e sociale molto meno pregnante di quanto non sia in Europa e negli stessi Stati Uniti. E la falce e martello non viene intesa unilateralmente come un simbolo di oppressione o di tirannia: al di là dell’appropriazione unilaterale e totalizzante da parte del comunismo sovietico, che le ha impresso un significato esclusivo, essa è restata a lungo – e lo è ancor oggi, dal Perù al Brasile al Cile – il segno del movimento dei lavoratori e al di là di ciò lo stemma degli oppressi, dei diseredati, di coloro che hanno fame e sete di giustizia.

Papa Francesco ha recato in Bolivia il suo messaggio d’una Chiesa schierata tutta al fianco degli Ultimi. E’ stato un messaggio nuovo e sconvolgente per un continente dove essa ha troppo spesso assunto un atteggiamento polarizzante, troppo spesso compromesso con i gorilas militari e i ceti abbienti. E ha duramente pagato tale ambiguità: oggi, la Cristianità cattolica latino-americana è pesantemente penalizzata a vantaggio delle sètte protestanti che guadagnano terreno presentandosi come sostenitrici degli umili e dei poveri (e predicando spesso, come si è visto soprattutto in Guatemala, una “pace sociale” che è acquiescenza al sistema delle sperequazioni e dello sfruttamento).

Un papato socialista, quindi? Il problema non è questo. Qui si tratta d’intendere e di comprendere concretamente un linguaggio politico e sociale, addirittura religioso, che ci è in apparenza familiare ma al quale siamo abituati a conferire altri e differenti valori. Non è facile. Cominciamo col partire da qui: da questo papa accigliato e pensoso dinanzi a un Gesù appeso a un martello, mentre una falce è scolpita in un povero legno poco sotto i Suoi piedi. Quasi due secoli di storia del movimento operaio ci hanno insegnato, in senso generico, a considerare mondo cattolico e mondo delle rivendicazioni sociali come opposti e reciprocamente ostili. Non è un mistero per nessuno che alla crisi del sistema sovietico hanno molto contribuito papa Giovanni Paolo II e l’azione della Chiesa cattolica.

Ma c’è un rovescio della medaglia: e proprio latino-americano. Per esempio, la Compagnia di Gesù fu protagonista nel Settecento della resistenza armata degli indios delle reducciones del Guaranì contro gli schiavisti; e Bergoglio è un gesuita. Il regalo del presidente Morales vuole forse simbolicamente sottolineare l’avvìo di una nuova stagione della Chiesa cattolica: una stagione nella quale la croce e il movimento dei lavoratori non staranno più su opposte barricate, né avvertiti come tali. FC


Minima cardiniana, 83

Domenica 5 luglio, XIV domenica del Tempo Ordinario

LO IPHONE E IL PARADISO DI ALLAH

Vi racconto una storia successa a Firenze quasi sessant’anni fa. Si ricominciava a star benino, in quel dopoguerra. Non era ancora arrivato il boom, ma c’era la Vespa della Piaggio, erano i primi tempi della TV, al cinema furoreggiavano le tette di Marisa Allasio. E c’era un ragazzo di sedici anni, figlio di un artigiano del popolare quartiere di San Frediano, quello di Vasco Pratolini. Siccome era bravo a scuola, suo padre già lo sognava professore di liceo: così avrebbe avuto lo stipendio fisso senza dover sgobbare. La sua fidanzatina aveva la coda di cavallo e la gonna a campana. Ma a lui quelle prospettive di stipendio e di bella famigliuola non bastavano: gli parevano il Nulla. Lui amava la musica di Borodin e i romanzi di Kipling, sognava i deserti dell’Asia centrale e il Kyber Pass. In Ungheria c’era la rivolta, lui avrebbe voluto scappar di casa e correre sulle barricate a morire con i patrioti di Budapest. Perché la morte in riva al Danubio doveva attrarlo più di un futuro con lo stipendio e la famiglia?

Nell’Italia di oggi, molte famiglie non sanno più bene come arrivare alla fine del mese, gli italiani hanno paura di finire come i greci, il lavoro non c’è e quasi tutti sono convinti (ivi compresi quelli che non ne hanno mai cercato uno) che siano i migranti a portarglielo via, se metti due soldi in banca per risparmiarli alla fine dell’anno te ne ritrovi la metà. A sud (e ormai anche al nord) ci sono la mafia, la ‘ndrangheta e i viadotti autostradali che crollano. Il governo continua a parlare di “liberalizzazione”, quella cosa per cui lo stato cede i suoi beni ai privati che ne intascano gli utili e rovesciano costi e debiti sulla società. La gente non va nemmeno a votare, ma si pretenderebbe come del tutto naturale che il mondo intero abbracciasse i valori democratici nei quali noi non crediamo più. C’è corruzione dappertutto, eppure sono in tanti – specie i giovani – a cercar di entrare in politica, con la speranza d’imbattersi prima o poi in qualcuno che corrompa anche loro. I miti trasmessi dai media sono quelli dei guadagni facili, delle piscine olimpioniche, del danaro, del successo. C’è tanta gente che, anche se non lo dice, sotto sotto ammira quel tale che regalava milioni alle Olgettine. Ma se il lavoro non c’è e se ormai i titoli universitari sono svalutati e studiare non serve più a nulla, legger libri men che meno, che cosa resta a una famiglia con i nonni che vivono di una magra pensione, i figli precari o sottoccupati e i nipoti che ciondolano tra una scuola che non insegna più nulla e prospettive di lavoro inesistenti se non attaccarsi alla TV e masticar pop-corn come tanti Simpson? E i ragazzi, specie quelli del sud (ma non solo…), che debbono fare se non spacciare o scippare per comprarsi il costoso iPhone che tanto desiderano?

Poi magari arriva l’amico maghrebino che ti porta dal suo imam. Ed è lì che il velo ti cade dagli occhi. E’ lì che impari che l’Occidente/Modernità è solo una fabbrica di soldi per i pochi che ruotano intorno alle lobbies multinazionali e di miseria e ignoranza per gli altri. E’ lì che – dopo non aver neanche per un attimo pensato a riprendere in considerazione il Dio cristiano dei tuoi nonni o non esserti mai posto con serietà il problema della tua identità di cittadino di una repubblica “laica e democratica” - impari che Allah è grande e vuole che tu combatta per un mondo migliore dove più nessuno sia sfruttato, dove si rispetti la famiglia, dove la donna non sia più costretta a mostrarsi seminuda per diventare un oggetto di mercato, dove contino finalmente il coraggio, la fedeltà, l’onore e dove la battaglia sia la porta per la quale si accede al Paradiso…

Un messaggio religioso difficile, malinteso e incompreso? Senza dubbio. Ma siamo certi che gli orizzonti pratici offerti dalla nostra società libera e democratica siano migliori? Siamo certi che la prospettiva del danaro facile e della libertà assoluta di far quel che ci pare e piace – due obiettivi del resto sognati da tanti, ma raggiunti solo da pochissimi - sia più affascinante di quella del jihad per ragazzi (e magari anche per persone adulte e mature) che ormai erano rassegnati a vivacchiare ai margini di quella Società del Benessere che a loro non avrebbe mai dato nulla? Crediamo davvero che tanta gente senza prospettive e senza cultura, da noi, sia così contenta di venire a sapere che il nostro governo spende un miliardo all’anno per mantenere a far non si sa che cosa quattromila soldati in Afghanistan mentre non si trovano i soldi per la scuola, gli ospedali, le pensioni?

Mettiamo quindi nel conto che accanto al furto, alla rapina, allo spaccio di droga, in alternativa al lavoro che non si trova o alle serate al pub o in discoteca ci sia qualcuno che cerca Dio; e, se ne trova uno diverso da quello della sua tradizione che non conosce più o che ha dimenticato, che ci si dia con poco discernimento ma con tutto il cuore. Sono stati sempre così, i convertiti. E ci sono sempre stati, anche nelle migliori famiglie e nei migliori periodi della storia, quelli che sono fuggiti di casa per cercar la Bella Morte. E’ uno sballo anche quello: come – diceva Lucio Battisti – “guidare nella notte a fari spenti per sapere – s’è poi tanto difficile morire”. D’altra parte, pare che anche il califfo paghi i suoi uomini, come si pagano i contractors. Il jihad, per molti, è anche un business.

Ma il problema non sta nel mondo musulmano. Sta qui, siamo noi. Se la Modernità, se la “Società dell’Avere”, altro non hanno potuto offrire come scopo alla vita se non il Nulla, allora si capiscono tante cose. Anche il ragazzino di sessant’anni fa che voleva andar a morire a Budapest. Anche i ragazzi d’oggi che partono dal Galles o dalla Normandia per finir tagliatori di teste e poi magari shuhadà, “martiri”, nella Santa Armata del califfo al cui comando stanno degli ufficiali irakeni saddamisti, cioè formalmente sunniti ma in realtà socialisti atei. Parigi poteva anche valer bene una messa per un cinico aristocratico calvinista del primo Seicento, ma lo iPhone non vale il Paradiso all’Ombra delle Spade.

Ecco perché quella strana famiglia di convertiti all’Islam, la famiglia di Giulia che adesso si chiama Fatima e del marito mujahid in Siria, non è una famiglia di mostri. Non è la famiglia Addams di Allah. E’ gente nostra, del nostro secolo che ha smarrito il senso della vita.

Franco Cardini


Minima cardiniana, 82

Domenica 28 giugno, XIII domenica del Tempo Ordinario

SE LA STORIA SI METTE A CORRERE

Cari Amici, scusate il ritardo con il quale immetto stavolta nel nostro solito modesto circolo le mie considerazioni settimanali: non è la prima volta né certamente sarà l’ultima. D’altronde, avrei pur le mie brave giustificazioni: rientro dal Brasile, solito giro per banche e uffici di quando si torna dopo un’assenza di una qualche durata, necessità di lavorare subito e intensamente…e zàcchete, il computer che ti pianta in asso. Come il frigorifero che si guasta a metà luglio o la caldaia verso i primi di gennaio. Sto adesso lavorando con un PC nuovo di zecca, lucente, elegantissimo, pieno di raffinate funzioni: e naturalmente non ci capisco un accidente. Frattanto, attorno a me succede il finimondo.

Appunto. Difatti ho detto che avrei le mie brave giustificazioni. Se intanto non fosse accaduto di tutto: dalla Grecia agli interessanti exploits balneari dell’IS. Sono queste cose, in realtà, ad avermi messo più in crisi del computer che non so usare. Perché il giorno è fatto di 24 ore, e ogni ora di 60 minuti. Hai voglia di far nottate…

DUE BANALI CONSIDERAZIONI SULLA GRECIA

Dovrò, per motivi di maggior impegno e di minore incompetenza, dedicare un po’ più di attenzione al califfo & Co. Solo due parole quindi sulla Grecia. Più che due parole, una doverosa e dolorosa dichiarazione di fede.

L’Europa è morta, viva l’Europa, dicevo pochi giorni fa. Lo ripeto. Se vogliamo salvare l’Europa e la sua unità (ch’è tutta da costruire), l’Unione Europea va abbattuta e rifondata. Non sono affatto un lettore devoto di “Repubblica”, ma quel che negli ultimi giorni ci hanno proposto su quel quotidiano Habermass, Krugman e la Spinelli è sostanzialmente esatto e sottoscrivibile. Che sia stato un crimine volontario o un tragico e grottesco errore, il fatto è che non si sarebbe mai dovuto procedere a una “unificazione” economica e monetaria dell’Europa senza prima aver messo a punto al sua unificazione politica. E non andiamo a tirar fuori alibi inappropriati: lo Zollverein non fu per nulla un precedente dell’unità tedesca, senza la forza e la lucidità politica della Prussia bismarckiana non sarebbe successo un bel niente. Ma nel caso della UE ha purtroppo vinto, una volta di più, il peccato originale della Modernità: il primato dell’economia. Ci siamo illusi – e qualcuno ha voluto illuderci – che dopo l’Eurolandia sarebbe arrivata deterministicamente, fatalmente, l’Europa.

Non era vero. E adesso, ha forse ragione chi paventa l’esito del plebiscito greco del 5 luglio. Perché i casi sono due: o la spunta Tzipras (mi chiedo poi perché lo si debba scrivere alla francese…); e allora è un salto nel buio che potrebbe davvero preludere a una tragica reazione a catena che coinvolgerebbe per prime Spagna, Portogallo e Italia; o la spuntano i partiti della destra che chiedono invece il reallineamento alla volontà dei banchieri che governano l’Eurolandia, i sacrifici ad ogni costo e il ritorno all’austerity, e allora nella migliore delle ipotesi il salto nel buio è solo rimandato.

Resta comunque certo e inevitabile che quest’Europa vada distrutta e rifondata. Ma come, con quali fasi, con quali metodi, questo è un altro discorso. Partiamo da poche semplici considerazioni e proviamo a ragionare.

Primo. A prescindere dai suoi stessi errori, non si doveva portare il governo Tzipras all’esasperazione e alla disperazione. Se l’Europa fosse quel che dovrebbe essere, non una “Unione” bensì una Comunità, la prima legge da rispettare sarebbe quella della solidarietà tra i paesi che ne sono membri. Quando in una qualunque comunità, dalla famiglia al condominio, c’è un debitore in cattive acque ma che dichiara di voler pagare, la prima misura è concedergli credito e respiro. Chi ha stabilito i ritmi e le scadenze di restituzione ai quali la Grecia dovrebbe sottostare? Si tratta delle ferme regola cosmiche o delle “ferree leggi del mercato”? Di pubbliche esigenze o d’interessi e di profitti privati, visto che a gestire l’euro sono, tramite la BCE, dei privati?

Secondo. Se è vero che un certo deficit è indice di salute economica, produttiva e politica, quando si eccede c’è pericolo: d’accordo. Ma l’ossessione del “pareggio di bilancio” non si è già rivelata una grottesca illusione fino dai tempi di Quintino Sella?

Terzo. Sarà senza dubbio vero che non ci sono soldi e che si debbono contenere le spese: ma allora, perché non rivediamo radicalmente e capitolo per capitolo i nostri capitoli di bilancio? Prendiamo l’Italia: se i dati e i calcoli proposti da Gino Strada sono veri, il nostro governo spende un miliardo di dollari all’anno per mantenere 4000 nostri militari in Afghanistan. E io ho fatto un sogno: una bella mattina di lunedì il Rottamatore si sveglia di buon’ora, più presto del solito; parte a razzo dalla sua Pontassieve, se corre alle 8,30 è già a Palazzo Chigi, convoca i ministri degli esteri e della Difesa e nel giro di poche ore dispone il ritiro dalle montagne e dai rocciosi passi afghani dei “nostri quattromila ragazzi”. Loro delusione per la perdita di sostanziose diarie, disperazione per la fine di ricche commesse militari e logistiche, sconcerto negli alti gradi delle nostre Forze Armate. E il miliardo così risparmiato lo passiamo alla Grecia (che con noi è già scoperta di parecchi altri soldi) per saldare la prima rata del suo disavanzo. Così, in un colpo solo, la facciamo finita con i postumi della nostra vergognosa complicità con l’aggressione di Bush all’Afghanistan nel 2001 e diamo una mano a una nazione sorella contro i pescicani della BCE.

ALL’ARMI ALL’ARMI, LA CAMPANA SONA, IL CALIFFO E’ SBARCATO ALLA MARINA…

Chi attacca? Chi è attaccato?

Di primo pomeriggio del 26 giugno mi chiamano affannosamente da due o tre quotidiani e debbo mettermi al lavoro con fretta febbrile. Tragiche, terribili notizie provengono da Lione, dalla Tunisia, dal Kuwait e dalla Somalia. E dal canto mio la cosa che mi sorprende, mi fa da una parte quasi ridere e dall’altra – lo confesso – mi spaventa è una coincidenza tra il fascinoso e l’agghiacciante. Appena il display del mio PC si è liberato della foresta iniziale di simboli e di sigle, quel che la invade è una luminosa visione del deserto tunisino: dune dorate a perdita d’occhio all’orizzonte, una coppia d’innamorati dinanzi a una tavola e a due coppe di champagne, in primo piano una cortina di lampade arabe di delicatissimo argento traforato. Ho pensato con una stretta al cuore che magari, qualche giorno fa, è stata proprio quell’immagine serena e fiabesca a condurre qualche ignaro turista al resort di sogno nel quale ha trovato la morte.

Mentre scrivo, il mio eterno hi-fi spande sulle colline di Firenze che si vedono dal mio studio le note della Sheherezade di Rimski-Korsakov (la colonna sonora del Lawrence d’Arabia interpretato da Peter O’ Toole: ricordate?). Più sogno d’oriente di così…E io mi chiedo, quasi atterrito: ma chi, ma che cosa ci sta circondando di tanto funesti presagi? In quale maledetto gorgo d’orrore stiamo per naufragare, o siamo già naufragati?

Calma. Tanto per parafrasare un noto adagio, è quando il gioco si fa serio che le persone serie debbono cominciar a giocare. Che cosa mai sappiamo di quel che è successo? Non fatevi accalappiare da chi, sui giornali o in TV, ve lo ha subito spiegato a colpi dei soliti luoghi comuni, sostenendo che tutto si tiene; che i disperati di Lampedusa, i tagliatori di teste di Lione e gli assassini di turisti sono la stessa cosa, una-faccia-una-razza; e che i musulmani vogliono portarci via o la vita o l’anima e che noi non dobbiamo dar loro né l’una né l’altra.

Purtroppo, un avvenimento non è ancora un fatto: ne è solo un sintomo. E anche due, tre, quattro, dieci, cento avvenimenti non sono ancora altrettanti fatti. Abbiamo avuto un episodio di sangue in una fabbrica francese, una testa umana separata dal corpo, una bandiera nera dell’ IS, un responsabile subito acchiappato ma che forse ha ancora dei complici a piede libero; una quarantina di turisti occidentali massacrati in un elegante resort di Sousse a sud-est di Tunisi, da un tizio (ma forse erano di più) che pare sia un ingegnere (come se “la cultura” mettesse al riparo dal fanatismo; e come se avere una laurea significasse aver cultura…); un’altra trentina di morti e circa duecento feriti in un attentato di un kamikaze sunnita nella moschea sciita di Al-Imam al-Sadek in Kuwait; un’autobomba lanciata contro le forze delle truppe di peacekeeping dell’Unione Africana a Leego in Somalia, 130 chilometri a sud di Mogadiscio, seguita da una sparatoria provocata dalle milizie di al-Shabaab, legate ad al-Qaeda, con un’ulteriore trentina di morti.

E qui si delinea anche se è ardua a comprendersi la logica interna di questi avvenimenti: essi divengono fatti. L’avvenimento, cioè l’evento (da evenire), è qualcosa che avviene, che càpita; il fatto (da facere) richiede in qualche modo l’intervento umano, sia pure soltanto sotto forma esegetica; e per sua intrinseca natura necessita d’interpretazione. Ora, non c’è bisogno di essere più decostruzionisti di Derrida per obiettare che quel che interessa dei fatti non sono i fatti in sé, bensì la plausibilità della loro interpretazione: ma le interpretazioni possono essere molteplici. A fatti del genere siamo ormai purtroppo abituati. Per tacere i precedenti – dal Vicino Oriente al sudest asiatico all’Africa all’America latina -, è dai tempi della crisi balcanica (vale a dire da un quarto di secolo) che viviamo in queste condizioni – altro che Anni di piombo… -, nonostante il nostro felice Occidente, che si riteneva un’isola più o meno immune dalla violenza che magari esportava nel mondo, sembra essersi accolto di esserne coinvolto anche come vittima solo dall’indomani dell’11 settembre 2001. Peraltro, abbiamo fino ad oggi convissuto con l’orrore quotidiano senza farcene poi troppo scuotere: come se un afghano o un irakeno o un somalo o un nigeriano, se feriti a morte, soffrissero di meno (o valessero di meno) di un americano o di un europeo. Anche nel quadruplice evento del 26 giugno scorso (a parte comunque il caso di Lione, che si va rivelando piuttosto come una faccenda di vendetta privata travestita da operazione terroristica), la quarantina di morti europei di Sousse ci ha fatto incommensurabilmente più impressione della settantina (feriti a parte) di morti tra Kuwait e Somalia: ma i nostri opinion makers, al solito, starnazzano di attacco all’Occidente e continuano a ignorare o a sottovalutare la fitna, la guerra intermusulmana tra sunniti e sciiti, tra sunniti “jihadisti” e sunniti “moderati”, tra sunniti “jihadisti” di differenti tendenze come quelli dell’IS e quelli dei vari rami di al-Qaeda.

L’Occidente quindi, e in particolare l’Europa, sono senza dubbio coinvolti: ma dev’esser chiaro che una cosa sarebbe l’attacco musulmano diretto ed esclusivo contro la “fortezza crociata”, lo Scontro di Civiltà, che è reale solo nelle architetture ideologico-politiche di qualche teorico islamista e nelle non innocenti “ricostruzioni” esegetico-pubblicistiche di quelli che da noi fantasticano di musulmani che vorrebbero portarci via “la vita o l’anima”; mentre un’altra sarebbe se si è dinanzi a un’offensiva di alcuni musulmani diretta prevalentemente contro altri, ma che coinvolge anche gravemente il mondo non-islamico.

E’ comunque un fatto che gli attentati ci siano stati e che ci si debba aspettare ancora qualcosa del genere, magari di peggio. Essi, chiunque li metta in scena, servono a intimidire o a indignare: cioè, in tutti e due i casi, sono segnali che hanno come obiettivo l’indurre l’avversario a valutazioni e a mosse sbagliate. E più la cosa sembra chiara, più è ingarbugliata. Gli episodi dell’11 settembre 2001 a New York e a Washington e del 7-10 gennaio 2015 a Parigi dovrebbero ben averci insegnato qualcosa (per quanto vi sia da dubitarne).

Lasciamo quindi ad altri il blaterare sullo Scontro di Civiltà e il farneticare sulla chiusura delle frontiere (la globalizzazione, nella e della quale viviamo tutti, significa anzitutto impossibilità di chiudere la frontiere; tanto più che gli attentatori di solito ci arrivano dall’interno di esse). Chiediamoci invece: chi può aver interesse a farci cadere nell’incubo – degno degli scenari del film Matrix – di una guerra totale scatenata dal Grande Satana Musulmano contro il libero e civile Occidente? E chi può giovarsi di un mondo nordafricano – una delle principali risorse delle quali è da decine di anni il turismo occidentale – preda del terrore e abbandonato dai suoi abituali prosperi visitatori? E che cosa significa l’accaduto, se non un nuovo anello della lunga catena di violenze e di delitti alla quale speravamo che le “primavere arabe” mettessero fine, mentre il loro fallimento ha segnato invece un passo avanti nella guerra senza quartiere delle differenti forze che si agitano nell’universo islamico?

La sincronia tra l’episodio lionese e quello tunisino era senza dubbio impressionante: tuttavia, era ingannevole. Si trattava a quanto apre di un episodio di vendetta che il protagonista aveva cercato di camuffare da attentato politico-religioso. Teniamolo presente, dovunque ciò torni a capitare. Una bandiera nera non basta e comunque non è una prova: può essere il biglietto da visita del regista al-Baghdadi, ma anche semplicemente l’insegna di un’adesione unilaterale e solitaria; o magari l’alibi sventolato (è il caso di dirlo) da qualcuno che ha interesse a farci vedere le cose diverse da come sembrano. Pensate a Matrix, appunto.

La vera domanda da porci oggi non è quindi tanto e soltanto chi abbia armato le mani degli attentatori di Sousse, di Kuwait City e di Leego, e se essi dipendano (e in quali modi) da una stessa centrale o da più centrali fra loro collegate o meno, quanto se ciò condurrà o no a una risposta del mondo occidentale – e dello stesso Islam – a quello Stato Islamico che ormai da molti mesi sembra unanimemente condannato il “nemico pubblico Numero Uno” della società civile mondiale ma contro il quale – a parte un pugno di guerriglieri e guerrigliere curdi, un po’ di soldati dell’esercito regolare siriano e alcuni volontari iraniani – nessuno o quasi si muove, a cominciare dagli Stati Unit paralizzati dal braccio di ferro tra il presidente Obama e il Congresso; e pare anzi perfino che qualche forza “filoccidentale” protegga il califfo. I turchi, ad esempio, che intendono fermamente impedire il profilarsi di uno stato curdo alle loro frontiere meridionali.

Poche migliaia di fanatici di varia provenienza musulmana, col pittoresco contorno di alcuni foreign fighters occidentali e un buon gruppo di quadri del vecchio esercito sunnita, socialista e praticamente ateo dell’esercito di Saddam Hussein: sono queste le forze armate del califfo. Ma la sua forza più vera è quella mediatica, quella propagandistica: qui siamo davanti a un conflitto che è anche virtuale, e da questo punto di vista l’IS è forte. E da chi prende fondi, da chi acquista armi, a quali lobbies vende il petrolio che continua a estrarre? Queste le domande alle quali l’ONU e i servizi occidentali dovrebbero rispondere: ed è impossibile che non abbiano informazioni per farlo.

Ma tutto tace, tutto è oscuro. Quel che sappiamo è che i due paesi più forti e più filoccidentali del mondo arabo-musulmano vicinorientale, l’Egitto semineonasseriano di al-Sisi e l’Arabia saudita wahhabita per il momento sono uniti, nonostante si detestino allegramente, per schiacciare non già al-Baghdadi bensì gli sciiti dello Yemen, gente che senza dubbio non ama i jihadisti: ed ecco un’altra “guerra dimenticata”, come quella che negli Anni 0ttanta Saddam Hussein, istigato dagli americani, scatenò contro l’Iran. Quante contraddizioni, quanti voltafaccia, quanto oblio… Notte e nebbia.

C’è del metodo, in questa follìa…

Quando qualcuno commette qualcosa di orribile contro qualcun altro, i casi sono due: o è molto arrabbiato con lui o agisce freddamente in quanto qualcuno l’ha pagato o comunque indotto al crimine. E quando qualcuno subisce un atto di violenza, o se ne sente comunque direttamente toccato, l’intenzione di chi l’ha colpito può avere di solito due soli scopi: l’indignarlo o l’intimidirlo. Comunque, l’indurlo a una risposta affrettata ed errata.

E alla base dell’errore di valutazione, in questi casi, c’è il semplicismo: chi, se non un pazzo fanatico, può macchiarsi appunto di un atto di fanatica pazzia come il decapitare un suo simile? E chi può essere così folle, così irresponsabile, da massacrare degli innocenti turisti oltretutto portatori non solo di valuta pregiata in un paese che ne ha estremo bisogno, ma soprattutto segno evidente che il mondo non si è lasciato scuotere più di tanto dai massacri come quelli del 19 marzo scorso nel Museo del Bardo di Tunisi e prova quindi, secondo gli attentatori, che si deve alzare il tiro e far di peggio per provocare il fuggi-fuggi generale, il si-salvi-chi-può suscettibile di gettare un paese intero nello scompiglio e nella miseria, di screditare per sempre il suo governo, di provocare magari dure e indiscriminate rappresaglie? In fondo, proprio a Tunisi, le bombe americane e israeliane di una trentina di anni fa se le ricordano ancora… Mentre noi abbiamo dimenticato le elezioni del dicembre del 2013, tutt’altro che ineccepibili, che portarono al governo una composita formazione “laica” e provocarono un discreto numero di arresti e una repressione (prontamente approvata dai governi occidentali e taciuta dai nostri media ) contro i gruppi fondamentalisti: il che deve aver fatto per reazione il gioco di al-Qaeda e poi dell’IS.

Suona dunque ancora saggia ed efficace, mezzo millennio circa più tardi, la battuta del buon Orazio dell’Amleto di Shakespeare dinanzi all’ostentata insensatezza del principe di Danimarca: “C’è del metodo in questa follìa…”.

Proviamo a partire da qui; proviamo a ordinare, movendo da due episodi terroristi differenti per località e qualità ma legati anzitutto da una semisincronicità ardua a credersi casuale, i “fatti” che potrebbero sembrare delle prove mentre sono ancora solo degli indizi.

Da dove viene la regia dei recenti attentati? Ce n’è davvero una sola? Davvero IS e i vari rami di al-Qaeda sono in grado di controllare e coordinare una complessa e disciplinata “piramide di comando”? Oppure, come accadeva nella “classica” al-Qaeda, siamo dinanzi a una maglia di cellule autonome e autocefale, una rete di gruppi che perseguono analogo compito e ostentato segni e riti simili (la decapitazione, ad esempio), magari in concorrenza e spesso in lotta. E tutto ciò sempre ammesso che il linguaggio esplicito delle prove dinanzi con le quali siamo chiamati a confrontarci non nasconda un inganno: che cioè per esempio l’attacco ai turisti di Sousse non sia qualcosa di simile al Reichstag incendiato del 1933 o allo Harvey L. Oswald, il “comunista “ presunto attentatore di John F. Kennedy provvidenzialmente caduto sotto i colpi di un “vendicatore”. Lo abbiamo già ripetuto altre volte, l’indignato grido del Gran Sacerdote dinanzi all’enormità delle supposte evidenze: “Che bisogno abbiamo di testimoni?”, abbiamo ripetuto con Caifa l’11 settembre del 2001 per le “Due Torri” e poi il 7 gennaio del 2015 per quelli di “Charlie Hebdo”. Eppure, su entrambi quei due casi, pur ancora richiamati e celebrati, il silenzio e l’oblìo sono di fatto caduti ben prima che ricevessimo, a proposito delle responsabilità e dei mandanti, le risposte che attendevamo e che in parte fingevamo di avere già avuto. Ad esempio, il governo tunisino ha risposto all’attentato di Sousse chiudendo un’ottantina di moschee nel paese: tutte centri di gruppi davvero sospetti di poter nascondere un’attività di appoggio o una tendenza alla simpatìa nei confronti dell’IS, oppure semplici oppositori del governo di Tunisi? E se la repressione politica è stata la risposta all’attentato, chi ci dice che esso non sia stato in qualche modo provocato da chi aveva appunto interesse a costituirsi un alibi per quel tipo di risposta? Da noi, alcuni imbecilli hanno lodato il governo di Tunisi e hanno auspicato anche da noi al chiusura di almeno alcune moschee: ma, a parte il fatto che in Italia non ce ne sono ottanta, chi ha alzato in tal senso la voce ha dimenticato che oggi in tutti i paesi musulmani aprire una nuova sala di preghiera è in un modo o nell’altro il mezzo più semplice per essere esentati da alcune tasse: altro che “jihadismo”…

E allora, cerchiamo di esser chiari. Il punto vero non è stabilire che il califfo è una specie di grande capo dell’Organizzazione Spettro come nei film di 007 e che è il “Pericolo pubblico Numero Uno” della società mondiale, quanto capire com’è stato possibile che una minaccia nata alcuni mesi fa tra un Iraq che mai si era ripreso dopo l’aggressione del 2003 e una Siria che la Francia di Hollande e l’Inghilterra di Cameron avevano deciso fin da quattro anni fa di destabilizzare abbia finito per partorire un grottesco mostriciattolo predicante e nerovestito che però ha unito come d’incanto una pittoresca – eppure efficace e ben disciplinata – legione straniera di musulmani sunniti estremisti provenienti da tutto il mondo, di ex ufficiali irakeni baathisti e saddamisti, quindi “laici” fin quasi a un “laicismo” semiateo (altro che jihad!...) degno di Mustafa Kemal Atatürk, e con essa spadroneggia tra Siria e Iraq trovando una resistenza solo in quel che rimane degli eserciti irakeno e siriano lealisti, in un pugno di curdi splendidamente coraggiosi e in alcuni volontari iraniani. Chi continua a finanziare e ad armare il califfo, chi compra il petrolio pompato dai pozzi che egli controlla? Fuori i nomi delle lobbies che sostengono i cacciatori di teste e delle centrali che riciclano i suoi soldi, subito!, è stato chiesto: senza che nessuno abbia risposto.

Intanto, la voce di Hollande s’innalza dall’Eliseo: e sarebbe patetica, se non facesse rabbia. “E’ terrorismo!”, annunzia lui con lapalissiana sicurezza. E che cos’altro era, anche allora, quello degli jihadisti dei quali il suo predecessore Sarkozy si servì per sbarazzarsi del libico Gheddafi e lui stesso per cercare insieme con Cameron di rovesciare il siriano Assad? E che cos’era quello dei talibani, i guerriglieri-missionari importati nell’Afghanistan degli Anni Ottanta dagli Stati Uniti e dal re dell’Arabia saudita in Afghanistan per combattervi il regime socialista sostenuto dall’URSS e sbarazzarsi del coraggioso e illuminato Massud? In passato, l’Occidente si è servito ipocritamente e spregiudicatamente dei terroristi tutte le volte che gli hanno fatto comodo, salvo poi meravigliarsi se e quando – cioè sempre – essi scappavano dal suo controllo. E allora, forti di queste esperienze, noi che un po’ di memoria ce l’abbiamo e che cerchiamo di ragionare secondo un briciolo di logica, ci chiediamo: com’è che questi quattro gattacci sia pur feroce, coraggiosi e ben armati di jihadisti dell’IS. Dichiarati “pericolo pubblico Numero Uno” della società mondiale, continuano a spadroneggiare tra Kurdistam Iraq e Siria? Che ne è di chi doveva fronteggiarli? Come mai con tanta leggerezza si parla ad esempio di un “probabile (?) appoggio” loro fornito dalla Turchia di Erdoğan che condivide i loro stessi nemici, vale a dire Assad e i curdi? E come mai l’egiziano al-Sisi e il re dell’Arabia saudita, entrambi sunniti e amici degli occidentali, bombardano gli yemeniti sciiti (avversari inflessibili del ramo yemenita di al-Qaeda, il più temibile) fingendo che il califfo non sia alle loro porte?

A meno che al-Baghdadi, predicando la Guerra Santa in conto terzi al ben pagato servizio di chi vorrebbe riorganizzare la sconquassata compagine siroirakena dopo tanti guai e tanti errori e magari riposizionarsi ai confini del vicino Iran (dovrà pure andarsene prima o poi qual negro pacifista di Obama dalla Casa Bianca, mugugnano i falchi repubblicani del Congresso…), non si sia montato un po’ troppo la testa e abbia deciso, come si dice, di “mettersi in proprio”. E allora, magari, un bel po’ d’indignazione per i fatti lionesi e tunisini potrebb’essere una buona base mediatica per una replica che, spazzando via l’IS, riorganizzasse una buona volta la disordinata situazione geopolitica e geopetrolifera del Vicino Oriente, magari portando casualmente un po’ di basi con tanto di missili a testata nucleare il più vicino possibile a quell’Iran che – come continuano a denunziare ispirati i professori Novak e Ledeen – resta il “Primo Vero Nemico dell’Occidente”.

D’altronde, anche da noi, non manca chi si lascia scappare sia pure a denti stretti qualche commento positivo nei confronti dei “jihadisti”. Feroci, ignoranti, fanatici quanto volete – si dice -, ma in fondo ( e magari proprio per questo) sinceri e decisi. Sincerità e decisione possono essere una conseguenza e un corollario del fanatismo, ma ne costituiscono comunque diciamo così l’ingrediente “virtuoso”: come faremo a vincere il confronto con questa gente che ha ideali ed è disposta a combattere e a morire per questo, noi che ormai crediamo solo nei soldi, nel consumo, nel profitto? Eppure, basterebbe una rapida inchiesta nei paesi musulmani – molti gestori anche italiani di alberghi tunisini lo hanno confermato – per sapere che là il jihad può essere un lavoro “la nero” ben retribuito, come da noi il manovalato della mafia e della malavita. Anche nella ‘Ndrangheta s’invoca la Madonna e di uccide in nome di Dio. Non affrettiamoci quindi, anche da questo punto di vita, a parlar di Scontro di Civiltà tra un Occidente ateo, edonista e materialista (come fa l’IS a proposito del politische Soldat di Sousse, annunziando che “un nostro militante è entrato nel covo del vizio e della corruzione” a seminar morte tra i bagnanti svestiti) contro un Oriente musulmano ancora in grado di schierare dei martiri Guerrieri. Tra loro ci sono un sacco di ragazzi che pensano all’occidentale come nelle banlieues parigine o nel sobborgo di Scampia, e che ammazzano perché sognano l’iPhone ultimo modello e la moto lucente. Altro che tenebre del fanatismo, come vorrebbero alcuni, o luce della fede, come proporrebbero altri! La corruzione occidentale è durissima da battere: tanto che, magari, marcia alla testa dei suoi stessi nemici.

“Muslim Summer”, ovvero strategie balneari.

Ma la fantasia di chi poco sa e ancor meno sa inventare non conosce ostacoli. E ora si sta parlando addirittura di una "nuova strategia" dell'IS consistente nel mettere a punto una serie di attacchi via mare sulle spiagge mediterranee; la paura è che tale strategia, dopo il caso tunisino, possa estendersi anche a quelle europee. Anche se oggi (sera del 29 giugno) sembra già assodato che l’attentatore di Sousse non era solo e tantomeno veniva al mare.

Certo, la situazione in corso è tanto grave quanto confusa; e che, se è vero che nessuno può sentirsi al riparo da nulla (il che del resto, a ben vedere, è l'ordinaria condizione umana che l'attuale contingenza sottolinea e aggrava), è non meno vero altresì che noi non sappiamo niente di preciso né sulla strategia dell'IS, ammesso che ce ne sia veramente una e coerente, né sul livello di centralizzazione e di dislocazione degli eventuali gangli di comando ed esecutivi.

Il campo è aperto a ogni ipotesi, anche a quella di un'estensione europea di questo tipo di attacchi: col pericolo tuttavia di spargere un allarme che potrebbe cronicizzarsi nei prossimi mesi, quelli estivi, nei quali le spiagge sono piene, e trasformarsi in una vera psicosi. E a questo bisogna prestare attenzione, perché sappiamo ormai che la strategia del califfo, se ne ha davvero una, è mediatica prima e più che non propriamente militare. In altri termini, è ovvio che il piccolo esercito dell'Isis ha dato esempi temibili di efficienza; ma è non meno ovvio che questa è soprattutto e anzitutto, almeno per il momento, una guerra mediatica.

I conflitti non si vincono né con le minacce, né con le teste tagliate, né con colpi di mano isolati, a meno che si collochino in una precisa contestualizzazione. Chiediamoci allora a che cosa potrebbe mirare un eventuale stendersi delle tecniche di assalto a spiagge piene di turisti. Ma di quali turisti? È più che evidente che i guerriglieri jihadisti oggi vogliono colpire il turismo occidentale in quei paesi arabo-musulmani in qualche modo schierati a fianco dell'Occidente o comunque contrari alla loro linea e i governi dei quali si sono resi responsabili di durissime repressioni nei loro confronti. In Algeria, in Tunisia e in Egitto, dove i fronti jihadisti erano tanto forti da riuscire a vincere persino in competizioni elettorali, ma dove dai governi che a un certo punto hanno controllato sono stati allontanati o con colpi di stato o con elezioni sospette di brogli, è ovvio che si verifichino reazioni tese soprattutto a colpire la fama di efficienza dei nuovi regimi filoccidentali - o supposti tali - e a minarne l'economia che in Africa settentrionale si fonda molto sul turismo

Ma una tecnica del genere è esportabile? Se i jihadisti vogliono impedire ai danarosi o benestanti turisti europei di affollare gli eleganti resorts algerini, tunisini e egiziani, siamo altrettanto sicuri che abbiano anche interesse a colpire le coste della Versilia, delle Cinque Terre o persino della Sicilia affollate da maestri di Vigevano e casalinghe di Voghera? Rispondere affermativamente a questa domanda significherebbe aver ceduto le armi all'idea dello Scontro di Civiltà; chi sostiene tale posizione non si accorge o finge di non accorgersi che quella dell'IS è anzitutto una guerra interna all'Islam, una fitna, e non (al di là delle ispirate farneticazioni di al-Baghdadi) un conflitto apocalittico teso a conquistare, convertire o distruggere l'Occidente cristiano, che tale non è più da ormai parecchi decenni. In Occidente ci sono, è vero, ancora dei cristiani: ma sono più di due secoli che esso ha cessato di essere una Cristianità.

Va inoltre fatto notare che, almeno per quanto sappiamo finora dall'unico esperimento che siamo in grado di giudicare, quello di Sousse, l'attacco via mare è stato condotto – forse - da uomini e natanti che venivano da pochi km di distanza sulla stessa costa. Praticamente, una sorta di semicerchio sul litorale dal punto di partenza alla meta. Non si vede proprio come una tecnica del genere potrebbe credibilmente riuscire in Europa, neppure sulle vicinissime coste siciliane che sono comunque pur sempre abbastanza lontane dalle basi degli jihadisti. Vero è che tra VIII e X secolo c’era una base di corsari saraceni a Fraxinetum, vicino a Saint-Tropez: potrebb’essere un buon suggerimento balneare per jihadisti à la mode di oggi…

Tirando le somme, i motivi tecnici o tattico-strategici che invitano alla prudenza sono molti, praticamente infiniti; ma le ragioni per pensare che una esportazione degli attacchi via mare diretti alle nostre coste e al turismo europeo sono molto tenui. Vero è che i sostenitori di sciocchezze del genere abbiano alto e forte.

Naturalmente, tutte queste considerazioni si scontrano con un problema di fondo, dato dal fatto che noi dell'IS, di com'è organizzato, dei suoi reali meccanismi interni, delle sue tecniche di espansione, e soprattutto (ed è la cosa più importante) dei suoi finanziatori e delle sue finalità – nonché dei suoi princìpi sociali, che gli procurano molti sostenitori - sappiamo ancora poco; e sotto il suo stendardo, l'ormai temibile bandiera nera che porta scritta la shahada, potrebbe celarsi ogni sorta di forza eversiva o provocatrice, ivi comprese quelle di delinquenti comuni o di provocatori intenzionati a intorbidire le acque e accrescere le nostre paure nell'evidente intento di indurci a risposte emozionali affrettate e probabilmente erronee.

Va da sé comunque che nulla va sottovalutato, nulla o il meno possibile lasciato al caso. Debbono esser prese le necessarie misure, intensificando la sorveglianza costiera e soprattutto l'azione dell'intelligence, tenendo tuttavia presenti le ragioni per le quali la prospettata strategia califfale in Occidente appare alquanto aleatoria. FC


Minima cardiniana, 81

Domenica 21 giugno, XII domenica del Tempo Ordinario

Cari amici,
contrariamente alle mie aspettative, la permanenza in Brasile è stata stimolante e fruttuosa anche per le riflessioni che da tempo vi sto dedicando. Eccone una razione, questa settimana, insolitamente ricca.
 

1.RICORDO DI MARIO SANESI

2. LA PIU’ BELLA POESIA DEL MONDO

3. L’EUROPA E’ MORTA. VIVA L’EUROPA

4. MIGRANTI

5. LA LEZIONE DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE, UN SECOLO DOPO

6. IL MITO DELLA CIVILTA’ GRECA. QUANTO VALE UN MITO FONDATORE?

Scarica il dossier


Nota

Cari Amici, una trasferta nelle Università brasiliane piuttosto lunga e densa d'impegni di lavoro mi rende difficile mantenere per questo mese l'impegno settimanale dei Minima Cardiniana. Conto, se Dio vuole, di riprenderlo puntualmente a partire dal luglio. Con molte scuse e rinnovati ringraziamenti per la Vostra attenzione. Franco Cardini.


Minima cardiniana, 80

Domenica 14 giugno, XI domenica del Tempo Ordinario

UNIFICARE LA PASQUA

Non c’è da scherzare, ma nemmeno da allarmarsi, a proposito delle continue “trovate” di papa Francesco. “C’è del metodo in questa follia”, dice un personaggio dell’Amleto di Shakespeare. Solo che qui la follìa, se qualcuno crede o spera o pretende di trovarcela, è solo apparente: e il metodo è razionale, rigoroso, consequente, adamantino. Ora ci sorprende con la Pasqua da concelebrare con ortodossi e orientali. E già affiorano i soliti malumori. Dove vuol arrivare? Che bisogno c’è? Perché sovvertire così le tradizioni? I cattolici più papisti del papa, specie di questo, si sono già mobilitati ancora una volta: e minacciano nuovi fulmini contro il gesuita argentino criptoeretico, criptocomunista, filomusulmano eccetera.

Ebbene, il progetto di Francesco non è per nulla estemporaneo e contempla invece precise priorità. Una di esse, forse la più impegnativa, è l’unità dei cristiani. I fatti degli ultimi anni, e degli ultimi mesi in particolare provano che molte Chiese cristiane orientali – ora che la minaccia da parte del fondamentalismo musulmano si fa più forte – per un verso guardano a Roma come a una presenza internazionale in grado di garantirle e di proteggerle, per un altro appaiono preoccupate di apparire agli occhi dell’ambiente ostile che le circonda ancora più “filo-occidentali” se si avvicinano troppo ai cattolici. La Chiesa anglicana, essendo una Chiesa di stato a capo della quale c’è la regina d’Inghilterra, trova in tale dato politico-istituzionale l’ostacolo più grave per un riavvicinamento che a livello liturgico e teologico è ormai in atto da molto tempo. Forse più facile sarebbe il discorso per gli episcopaliani statunitensi, che sono degli “anglicani senza regina”. Arduo sotto il profilo teologico e disciplinare permane il confronto con i “riformati” luterani e calvinisti.

Ma per le Chiese ortodosse gli ostacoli teologici, liturgici e disciplinari appaiono ormai davvero trascurabili: tanto più che una lunga esperienza, quella delle Chiese orientali cattoliche di rito greco o arabo o aramaico, prova che l’unità è possibile e addirittura collaudata. Restano, certo, delicate questioni di “primato patriarcale”: se la Chiesa ortodossa greca e il patriarca di Costantinopoli – alla vigilia dell’importante sinodo panortodosso che si celebrerà a Istanbul e al quale con certezza il papa guarda con grande interesse – appaiono ben disposti nei confronti del riavvicinamento a Roma, quella russa e il patriarca di Mosca hanno l’aria di una maggiore e più decisa ostilità, o perlomeno di un più chiuso riserbo.

Perché? Vecchie questioni a parte, il fatto è che quella russa non è soltanto la più importante tra le Chiese ortodosse del mondo, ma che essa è a sua volta ufficiosamente una Chiesa di stato: e “zar Vladimir”, il presidente Putin, appare molto geloso di quell’indipendenza della Chiesa moscovita dalle altre, che è implicitamente una dipendenza dal Cremlino che fatalmente si attenuerebbe nel caso che il patriarca moscovita e quello romano (il “vescovo di Roma”, come Francesco si fa chiamare per limare ulteriormente la differenza costituita dal titolo papale, che sa di primato romano) in qualche modo si unissero. E non si vede, anche alla luce della tradizione universale cristiana, come tale unione potrebbe avvenire, se non come unione conciliaristica e collegiale. In altri termini, papa Francesco lavora a un processo che dà le vertigini: il ritorno alla tradizione cristiana più autentica, a una Chiesa universale guidata dai grandi patriarcati che alle origini erano quattro o cinque (Alessandria, Roma, Antiochia, Costantinopoli, Gerusalemme), ma il numero dei quali potrebbe variare secondo le esigenze di un mondo ormai molto diverso da quello dei secoli IV-V.

Intanto, sembra pensare Francesco, andiamo per gradi: limiamo le difficoltà, spianiamo la strada. Favoriamo il mutuo riconoscimento dei cristiani fra loro, alla base, con opportuni provvedimenti che ne favoriscano l’unione sostanziale al di là degli ostacoli istituzionali. La concelebrazione della messa e dei sacramenti, per esempio; e, dove e quando si può, la celebrazione delle feste comuni.

Le due grandi solennità cristiane, in effetti, si celebrano in date differenti tra Chiese occidentali e Chiese orientali. Per il Natale, le prime sono fedeli all’antica tradizione romana del solstizio d’inverno, la festa imperiale del Sol Comes Invictus divenuta quella del Christus Sol, mentre le seconde tendono a celebrare il 6 gennaio – con alcune variabili locali – tanto la Natività quanto l’ Epifania. Poi c’è l’ostacolo della Pasqua, che non è una data solare “fissa”; bensì una data lunare “mobile”: gli ebrei la celebrano nel giorno di plenilunio del mese di nisan, quello più prossimo all’equinozio di primavera, e i cristiani tendono a spostarla alla domenica successiva a quel giorno.

Fin qui, ci sarebbe accordo. Il fatto è che le Chiese occidentali – su impulso di quella romana, che fu però seguita dalle altre – hanno nel XVI secolo messo in opera la riforma calendariale cosiddetta “gregoriana”, laddove ortodossi e cristiano-orientali sono rimasti fedeli al vecchio calendario giuliano, quello della riforma di Giulio Cesare.

Ora, il papa propone un’unificazione. Con quali mezzi, secondo quali metodi? Gli ortodossi, i russi soprattutto, sono molto fedeli alle loro tradizioni: e hanno ragione. Cercare un compromesso, una via di mezzo, non sarebbe né facile né opportuno: il legame con la Pasqua mosaica non può esser messo in discussione.

Lasciamo lavorare gli specialisti in questioni liturgiche e calendariali: e contentiamoci del fatto che nulla verrebbe a essere leso sul piano della dottrina e della Tradizione. Ma qualche osservazione pratica va pur fatta. Oggi, ormai tutto il mondo accetta a livello internazionale il còmputo degli anni a partire dalla data della nascita convenzionale di Gesù e il calendario gregoriano: esistono delle variabili, a cominciare dall’egira e dai tredici mesi lunari dell’Islam, ma ormai servono per le datazioni interne a tale cultura. Anche gli ortodossi e orientali hanno i loro orologi e i loro calendari sincronizzati su quello usato internazionalmente. Nella stessa Russia, del resto, la Rivoluzione d’Ottobre adottò il calendario gregoriano per quanto la Chiesa ortodossa restasse fedele a quello giuliano: il che non ha mai provocato grossi disagi, ma in fondo costituisce una difficoltà che si potrebbe appianare. Putin cerca un avvicinamento all’Europa: la sua intervista rilasciata al “Corriere della Sera” il 6 giugno scorso non lascia dubbi su ciò; ed egli ha ripreso con energia una linea ch’era già stata anticipata da Gorbaciov. Ecco un’occasione buona.

E allora, caro Zar Vladimir, siccome atteggiarti a “vescovo di quelli di fuori” come il tuo predecessore Costantino ti piace tanto, e visto che il calendario sulla tua scrivania al Cremlino segna il giorno gregoriano, il giorno romano, perché non dai un piccolo suggerimento al tuo patriarca? Il “primato romano”, come lo sta ridisegnando Francesco, è un primato in termini di auctoritas, non di potestas. Tu e la tua Chiesa non ci perdereste nulla e ci guadagnereste moltissimo. E sarebbe un passo epocale, straordinario, una vera tappa storica nel senso pieno e totale di quest’espressione.

Franco Cardini


Minima cardiniana, 79

Domenica 7 giugno, Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

VLADIMIR PUTIN E LA PROPOSTA DI UNA “POLITICA APERTA”

Ha fatto ovviamente grande rumore, l’intervista concessa da Vladimir Putin a Paolo Valentino e pubblicata su “Il Corriere della Sera” del 6 giugno scorso. Non si può certo dire che il leader russo non sia stato chiaro, né lo si può accusare di reticenza. Eppure, al di là delle domande e delle risposte, serrata entrambe, colpiscono la contraddittorietà e il sottinteso pregiudizio del rapporto tra un titolo che può sembrare conciliante e suona come excusatio non petita (Putin: “Non sono aggressore: patto con l’Europa e parità con gli USA”) e il sottotitolo che sembra smentirlo e mascherare invece nella linea dell’ospite del Cremlino una pericolosa e unilaterale volontà aggressiva (Il presidente russo al Corriere: “Svilupperemo il nostro potenziale aggressivo e penseremo a sistemi in grado di superare la difesa antimissilistica degli USA”). Ora, dal momento che troppi sono i lettori che non vanno oltre i titoli e i sottotitoli, l’intento ingannatore è chiaro: rispetto alle parole di Putin la sostanza del problema viene ribaltata, e la denunzia dello scudo spaziale statunitense – pensato per impedire che un eventuale obiettivo dei missili USA possa rispondere al fuoco, e quindi squisitamente offensivo – è stravolta in una dichiarazione intenzionalmente aggressiva. L’inversione degli aggettivi lascia, nel suo cinismo lessicale specchio di ben altro cinismo, senza parole. La denunzia del premier russo, che sa bene di trovarsi sotto tiro – e dalla Georgia all’Ucraina gli USA e la NATO non fanno che puntare sulla Russia nuove armi offensive – viene rovesciata e stravolta in un ordine di discorso contrario, che fa dei possibili aggressori dei probabili aggrediti e viceversa.

Ma il punto non è ancora questo. Il problema è che ormai da parecchi anni la presidenza degli Stati Uniti e il Pentagono sembrano aver di nuovo orientato il loro dispositivo tattico-strategico sulla Russia e su tutti i suoi effettivi o probabili partners. Tra 2018 e 2014 l’Occidente – e in ciò come in altre cose l’Unione Europea ha regolarmente spalleggiato gli statunitensi, andando spesso anche contro i suoi interessi economici e commerciali – ha successivamente provocato in Georgia prima, in Ucraina poi, colpi di mano antirussi più o meno abilmente truccati da sollevazioni “popolari” che avevano come scopo il “rovesciamento delle alleanze”, il passaggio di quei paesi dall’amicizia con la Russia al legame con la NATO e l’avvicinamento di basi fornite anche di testate nucleari al confine russo. Era ovvio che Putin rispondesse come poteva: le secessioni dell’Ossezia meridionale dalla Georgia e della Crimea dall’Ucraina sono state la conseguenza di quelle aggressioni. In seguito, mentre la politica statunitense si faceva meno chiara a causa dei dissensi fra il presidente Obama e il congresso egemonizzato dalla destra repubblicana, era la volta della leadership francese e inglese a indirizzare nella sostanza la NATO ancora una volta indirettamente contro la Russia, fomentando in Siria la rivolta contro Assad.

Da molte parti si sta parlando di una nuova “guerra fredda”: e sembra che se ne vogliano ricostituire gli schieramenti, con il vantaggio da parte dell’Occidente di aver attirato dalla sua una parte dei paesi europei ex-membri del Patto di Varsavia, spesso sfruttando cinicamente il rancore diffuso nei confronti della vecchia egemonia sovietica. I governi europei, con una scelta arbitraria che non ha tenuto in alcun conto la volontà dei popoli (basti pensare all’intollerabile imposizione di una base NATO a Vicenza, quella della Dal Molin, contro l’esplicito parere della stragrande maggioranza della popolazione), hanno ottemperato al diktat statunitense in forza del quale i nuovi membri dell’Unione Europea sono divenuti, automaticamente anche membri della NATO: e ciò senza alcuna verifica a proposito dei nuovi còmpiti che quell’alleanza politico-militare si porrebbe, ora che quelli che potevano giustificarla sono da tempo desueti.

Ma quanto sono meditate, quanto ragionevoli tali scelte? Il mondo dalla fine della “guerra fredda” e anche dai tempi in cui gli USA si atteggiavano, con il presidente Bush jr., a unica superpotenza, sono definitivamente tramontati. Ora, in un clima di peraltro incerto e confuso multilateralismo, si è evidentemente dinanzi a nuove frontiere e a nuovi impegni: dall’ascesa della Cina che sta progressivamente mangiandosi l’Africa alla minaccia di un nuovo e più aggressivo fondamentalismo musulmano ch’è stato causa non ultima del sia pur cauto “disgelo” nei rapporti tra Washington e Teheran, in seguito a una politica distensive nella quale la Russia di Putin ha fatto lealmente la sua parte.

E allora, chi vuole ricreare una nuova, arbitraria “cortina di ferro”? L’atteggiamento russo nei confronti dell’Europa ha seguito fino dai tempi di Gorbaciov una politica improntata a lealtà e a chiarezza: ne sono stati conseguenza rapporti economici e commerciali floridi e vantaggiosi per entrambe le parti. Non fingiamo di non sapere che governi ed imprese occidentali (a cominciare dall’Italia) hanno digerito poco e male il diktat americano che imponeva l’embargo alla Russia all’indomani della crisi ucraina. Quella scelta non era nel nostro interesse nazionale, come non lo era in quello di altri paesi europei: ma Renzi -il quale abitualmente poco si preoccupa di questioni di politica estera, cinicamente consapevole che il nostro paese manca di sovranità politico-diplomatico-militare - ha lasciato che “l’amerikano” Gentiloni si facesse dettare la linea politica dall’ambasciata statunitense.

E giustamente Putin si chiede: perché l’opinione pubblica e i media europei mostrano di ritenere del tutto “ovvia” e “naturale” la politica di acquiescenza dei loro governi nei confronti di un’America che sembra aver intenzione di risollevare il vecchio spauracchio del “nemico metafisico”, della Russia-Impero-del-Male (ci siamo già scordati della ridicola proposta di Obama, secondo al quale avemmo dovuto far a meno del gas russo a buon mercato e importare a carissimo prezzo quello americano?), mentre invece ci si scandalizza poi del fatto che la Confederazione degli Stati indipendenti, della quale Mosca è a capo, si preoccupa di tutelare i suoi rapporti con i confinanti Siria e Iran e di porgere una mano alla Grecia ortodossa o all’Armenia, che al Cremlino hanno sempre guardato come al loro grande protettore?

E infine, domandiamoci: ci sono davvero motivi storici, culturali e “naturali” che colleghino noialtri europei al continente americano più strettamente di quanto non siamo invece collegati a quell’Eurasia della quale l’Europa rappresenta l’apice nordoccidentale? “Il Volga nasce in Europa”, è stato detto. E non basta. Anche la grande cultura russa nasce da una radice bizantina e si è “europeizzata” nell’Ottocento sulla base delle istanze che le provenivano dalla Francia e dalla Mitteleuropa. Oggi una nave che parta da Gibilterra può in pochi giorni, attraverso i Dardanelli, il Bosforo, il Don e il Volga-Donskoj Kanal, arrivare nel Caspio, ai porti di Baku e di Astrakan. Perché mai la “carta atlantica” dovrebb’essere dogmaticamente più plausibile della “carta eurasiatica”?

In un mondo i rapporti all’interno del quale sono in continua ridefinizione, il presidente Putin lancia la sua sfida. L’America, come superpotenza, ha intonato con la campagna irakena il suo “canto del cigno”: un canto alquanto sgraziato. E non saranno i pruriti neobushisti dei vari Mc Cainn a riportar in vita un’egemonia che non c’è più. All’orizzonte del XXI secolo si proliferano le nuove potenze emergenti: il BRIC (Brasile, Russia, India, Cina), che presto diventerà BRICI perché vi si aggiungerà un Iran lo sviluppo del quale non può essere imbrigliato oltre dai ricatti terroristici.

Ed è arrivata l’ora di chiedersi altresì che cos’è il Mediterraneo. Un golfo dell’Oceano Atlantico presidiato da decine di basi NATO che peraltro fingono di non rendersi nemmeno conto delle tragedie che si stanno scatenando sulle sue coste meridionali, oppure un mare nel quale fin dall’antichità convergono tre continenti legati da una stessa grande avventura culturale alla quale l’America è estranea?

Franco Cardini


Minima cardiniana, 78

Domenica 31 maggio, Festa della Santissima Trinità

QUELLE DUE O TRE COSUCCE DA NOTARE SU PAPA FRANCESCO

A dover dire proprio tutto come sta, ne ho le tasche piene. Non ne posso più degli slogans a vuoto, dell’ipocrisia, della nostalgia di trine e merletti postridentini, degli equivoci, della malafede, della velenosa calunnia travestita da santo sdegno. Non sono più disposto a sopportare i detrattori furbastri del papa che si fingono “perplessi” dinanzi alle sue “scivolate”, alla sua “imprevedibilità”, dipingendolo come un imprudente, uno sprovveduto, un gaffeur. Mi hanno divertito abbastanza i curiali corrotti che si dicono preoccupati per la “Tradizione” e pensano al posticino caldo dal quale facevano gli affaracci loro e dal quale Francesco li ha snidati o sta per snidarli. Sono stufo dei cacciatori di farfalle sotto l’arco di Tito che mentre la Chiesa crolla a pezzi si preoccupavano della legittimità teologica di questa o di quella riforma liturgica.

Negli ultimi due anni abbiamo assistito a qualcosa di letteralmente inaudito, impensato, insperato: un vescovo di Roma che si spoglia delle ultime vestigia della porpora e dell’oro imperiali che i suoi predecessori avevano sottratto agli Augusti cristiani per adornarsene e che senza paura, con semplicità, guida la Chiesa al disincanto rispetto a se stessa e al mondo; che la costringe a specchiarsi in quel ch’essa è divenuta accettando l’uno dietro l’altro i malintesi e i ricatti della Modernità agnostica, individualista e relativista; che la obbliga a ripartire dal centro di tutto che è la Redenzione in quanto – come scriveva il cardinale Ratzinger nell’istruzione Libertatis Nuntius – liberazione dalla schiavitù radicale del peccato. E tale schiavitù radicale, nella Modernità, si è espressa attraverso il primato dell’economia e del profitto come autentica divinità idolatra, Mammona contrapposta a Dio. Tale schiavitù radicale è continuata dopo la venuta del Redentore in chi, liberamente, non ne ha accettato il messaggio e ha continuato a disattendere al precetto fondamentale del Cristo, l’amore per Dio sopra ogni cosa e del prossimo come se stessi. Tale schiavitù radicale ha reso il “nostro Occidente” non più cristiano da almeno due secoli circa, fino a rendere quegli stessi che ancora si dicono cristiani sordi e ciechi dinanzi al fatto che – come papa Francesco dichiarò con nitida e limpida chiarezza durante l’incontro mondiale dei Movimenti popolari organizzato in Vaticano dal Pontificio Consiglio Iustitia e Pax tra 27 e 29 ottobre del 2013 - “l’amore per i poveri è al centro del Vangelo” e che non è più il tempo della tattica e del compromesso, che “non si può sciogliere lo scandalo della povertà proponendo strategie di contenimento, che tranquillizzano i poveri trasformandoli in esseri addomesticati e innocui”.

Questo papa venuto dalla periferia del mondo è deciso a imporre al centro della politica pontificia un’austerità che non solo richiami il Vangelo, ma che sia anche correlativa alla moralizzazione: e a questo fine sta conducendo negli ambienti curiali una lotta contro avidità e corruzione, che sono l’altra faccia della pompa e del lusso.

Qualcuno giunge a insinuare che potrebbe esservi, nella linea proposta da papa Francesco, un quid di ereticale. Non si dice mai con chiarezza che cosa: ma si allude genericamente alla sua “debolezza” nel combattere certi peccati e certe deviazioni, al suo “dire alla gente quel che la gente vuol sentirsi dire”, insomma a uno spirito di accomodamento nei confronti della dottrina cattolica che urterebbe drammaticamente con il rigore inflessibile del quale egli ha saputo talvolta colpire chi dava segni d’insofferenza e d’indignazione dinanzi alla disciplina ch’egli ha imposto alla Curia e alla Chiesa. Chi pensa così non ha capito, o finge di non aver capito, che l’odio per il peccato non può essere disgiunto dall’amore per il peccatore: e che tale amore è la forza che guida il dialogo con chi ha sbagliato e magari non sa ancora uscir dall’errore, ma in esso sarà definitivamente abbandonato se la mano materna della Chiesa distesa verso di lui non lo aiuta a uscirne (e ciò vale per gli omosessuali, per i divorziati risposati, per tutti coloro che i sepolcri imbiancati fieri della loro supposta virtù vorrebbero escludere per sempre dalla comunione con la Chiesa), mentre a meritare una dura e definitiva condanna, se non si redimeranno, sono quanti perseverano nel peccato (ch’è negazione del supremo comandamento dell’amore) e restano o si fingono convinti ch’esso non sia nemmeno tale.

Il papa aveva parlato chiaro fino dal testo dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium del 24 novembre 2013: lo “scandalo” della quale non stava affatto nel suo testo, che conteneva espressioni in sé e per sé innocue, bensì nella ferma volontà del papa di metterlo davvero in pratica. E Francesco la dimostrava proprio il 22 dicembre del 2014 allorché, ricevendo gli alti membri della Curia pontificia - una complessa realtà fatta di circa duemila persone – elencava con spietata durezza le “quindici malattie curiali”, tra cui c’erano quella del sentirsi immuni e indispensabili, della rivalità, della vanagloria, della schizofrenia esistenziale, del profitto mondano, degli esibizionismi. E, a proposito della supposta benevolenza verso i peccatori – ch’è in realtà un assalto di forza mai vista finora contro l’ostinazione a restare nel peccato -, Francesco diceva il 15 febbraio di quest’anno, ai venti nuovi cardinali da lui creati il giorno prima:

“La strada della Chiesa, dal Concilio di Gerusalemme in poi, è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione. Questo non vuol dire sottovalutare i pericoli o fare entrare i lupi nel gregge, ma accogliere il figlio prodigo pentito; sanare con determinazione e coraggio le ferite del peccato; rimboccarsi le maniche e non rimanere a guardare passivamente la sofferenza del mondo. La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono col cuore sincero; la strada della Chiesa è proprio quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle periferie essenziali dell’esistenza; quella di adottare integralmente la logica di Dio (Luca, 5, 31-32)”.

Ma il cammino è lungo e molti gli ostacoli. Il papa è inquieto. Nessuno sa con precisione che cosa volesse dire affermando, in un’intervista rilasciata alla televisione spagnola Televisa, che il suo pontificato sarebbe stato breve, “quattro o cinque anni al massimo”. Un semplice calcolo delle possibilità fondato sulla sua età già avanzata? L’ombra di un qualche processo morboso in corso? Un “segno”, un avvertimento ricevuto?

Le sfide sono durissime. La prima è quella già emersa durante il Sinodo “straordinario” sulla famiglia già celebrato nel 2014 e che si riproporrà come “Assemblea episcopale generale” nell’ottobre prossimo. Vi si sono già discussi, e vi si discuteranno, temi scottanti quali l’ammissione all’eucarestia (sull’evidente base dell’assoluzione) dei divorziati risposati, il giudizio morale sulle unioni omosessuali su cui molto pesa il referendum irlandese del maggio scorso (l’omosessualità resta, per la Chiesa, una “inclinazione obiettivamente disordinata”: non “peccato” in sé – il peccato è sempre e comunque un atto – bensì “vizio” controllabile ed emendabile) , quello sulle convivenze prematrimoniali. Temi da trattare tenendo presente con il massimo realismo gli orientamenti della società civile ma nell’intento di entrare in vivo e fecondo dialogo con essi, non di porsi loro dinanzi con un atteggiamento di passivo ossequio (ancora una volta, l’inginocchiarsi della Chiesa dinanzi al mondo denunziato da Jacques Maritain). Qui non si tratta di cedere o di fuggire: bensì, al contrario, di accettare una sfida. Come molto bene diceva l’arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin all’indomani del fatidico 22 maggio irlandese, prendere atto della realtà non significa accettarla. Il segretario di stato cardinal Pietro Parolin è stato al riguardo molto chiaro: “La famiglia rimane al centro e bisogna fare di tutto per difenderla, tutelarla e promuoverla: il futuro dell’umanità e della Chiesa… rimane la famiglia. Colpirla sarebbe come togliere la base all’edificio del futuro”. E’ necessario tener presente che esistono due princìpi irrinunziabili: primo, l’indissolubilità della coppia unita nel sacramento del matrimonio; secondo, la necessità che la Chiesa non schiacci nessuno sotto la propria colpa, non induca nessuno alla disperazione ma incoraggi il peccatore a riprendere il cammino della redenzione personale – quindi a rientrare nella disciplina ecclesiale - anche usando con oculatezza, caso per caso, le risorse disciplinari esistenti (e a tale riguardo una generale revisione delle prerogative e dell’attività dei tribunali di Sacra Rota sarebbe quanto mai opportuna). Va notato che le Chiese ortodosse, orientali e occidentali riformate si muovono già in questo senso e che l’iter di ciascuna di esse è seguito con costante interesse dalla chiesa cattolica nella prospettiva di un altro obiettivo al quale Francesco tiene molto, quello della riunificazione ecclesiale, dell’ut unum sint. La linea di Bergoglio e dei vescovi che lo seguono è quella di un’attenta revisione della pastorale che lasci peraltro invariata la dottrina. Vi si oppongono i vescovi guidati dal cardinale Ludwig Gerard Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e degli altri quattro che nell’ottobre scorso pubblicarono con lui il libro Perseverare nella verità di Cristo; li fiancheggiano i cardinali Angelo Scola, Camillo Ruini e Francis George. Il nodo problematico è quello della Verità dottrinale versus Carità evangelica, dei princìpi del diritto canonico ed ecclesiastico versus quelli della misericordia, dell’immutabilità della dottrina versus la flessibilità della pastorale. Una concettualmente non impossibile, praticamente delicatissima e difficilissima quadratura del cerchio. E’ evidente che il papa ha individuato l’elemento da cui partire (il “bàndolo della matassa”, volgarmente si dice) nella misericordia, sul quale insiste proprio l’ormai notissimo libro del cardinal Walter Kasper che il suo autore gli donò alla vigilia del Conclave e che ora si può leggere anche in italiano. Questo è senza dubbio il senso intimo e profondo dello straordinario “Giubileo della Misericordia” che il papa ha indetto sorprendendo tutti, a cominciare dal sindaco di Roma che si troverà dovendolo gestire al centro di un vortica straordinario di opportunità e di problemi. D’altronde, prevedendo appunto quel vortice e intendendo evitare che il Giubileo si traduca soprattutto in un grande business, Francesco ha stabilito che le indulgenze elargite potranno esser lucrate nelle chiese e nei santuari sparsi in tutto il mondo cattolico. I caratteri del Giubileo, delineati nella bolla d’indizione Misericordiae vultus, sono molto più profondi e complessi di quanto possa apparire: celebrato nel cinquantesimo della chiusura del Vaticano II, esso si aprirà l’8 dicembre del ’15 – nella solennità dell’Immacolata Concezione, una festa che ricorda l’evento che sul piano teologico è la vera e propria “porta” della Redenzione – per concludersi il 20 novembre del ’16, nel giorno nel quale si celebra il Cristo quale Signore dell’Universo. Il tema della misericordia è fondamentale: la parola ebraica che nella Bibbia esprime tale concetto è rehamîm, un termine intenso che richiama all’amore che la madre avverte per il frutto del suo seno, delle sue viscere; a questo volto amoroso non solo materno ma anche materno di Dio – un volto al quale tanto spesso si sono orientati i mistici cristiani – guarda anche la spiritualità musulmana che si esprime nel termine arabo rahim, tanto vicino all’ebraico: difatti la basmallah, l’invocazione che precede le sure del Corano e che apre ogni atto importante emesso nel mondo islamico, suoma “Bism Allah al Rahman al Rahim”, tradotto di solito come “Nel nome di Dio clemente e misericordioso”, ma che con maggior esattezza si potrebbe tradurre forse “Nel nome di Dio, pienezza di misericordia”. Chi poi nel Sinodo dell’ottobre prossimo intenderà restar abbarbicato al “fronte del no”, chi opporrà irremissibilmente il rigore della dottrina al calore della misericordia, dovrà anche tener presente che la Lettera uccide e che lo Spirito vivifica. Nel quadro dei punti da chiarire un ruolo speciale spetta alla questione del gender, un’ideologia dietro la quale si cela un mondo di equivoci e di sofferenze che non va banalizzato. Il papa insiste sulla ricchezza della differenza, ch’è ben altra cosa dalla disuguaglianza. L’essere umano è stato cerato maschio e femmina, ma sappiamo bene che si tratta di un dato di complementarità (il racconto biblico relativo al rapporto fisiologico del corpo di Eva rispetto a quello di Abramo è eloquentissimo), non di opposizione. Uomo e donna, sul piano sessuale, sono complementari e aspirano a quella ricostituzione dell’unità che si ha nell’amore di coppia e nella procreazione. La questione del gender ha d’altronde la sua radice in un disagio d’ordine fisiopsicologico che non dev’essere oggetto né di condanna né di derisione, ma che d’altronde non può far aggio sulle leggi naturali sulle quali si basa la sopravvivenza stessa del genere umano (Cfr. Dossier Gender. Lo specchio di un disagio, “Noi, genitori e figli”, 196, 31.5.2015).

La seconda sfida si riallaccia ancor più strettamente della prima all’equilibrio sociale del mondo, quindi alla ricerca della giustizia e della lotta contro la sperequazione, che il papa mette in primo piano nell’impegno della Chiesa a cambiare il mondo nel senso della carità e della giustizia (come ha detto nell’ottobre scorso durante l’incontro mondiale die Movimenti popolari, “Terra, casa, lavoro. E’ strano, ma se parlo così diranno che il papa è comunista…Non riusciamo a capire che l’amore per i poveri è al centro del Vangelo. Terra, casa e lavoro, quello per cui lottate, sono diritti sacri”). E’ alla luce di questo bisogno di giustizia, di questo diritto alla giustizia, che vanno lette anche le chiare, nitide parole che il papa ha rivolto in Vaticano il 30 maggio scorso ricevendo in udienza i delegati dell’associazione “Scienza & Vita” ai quali ha ribadito che la Chiesa s’impegna nel proteggere senza cedimenti tutta la vita, dall’istante del concepimento a quello della morte: il che significa non solo la battaglia contro l’aborto e contro l’eutanasia, bensì quella contro qualunque cosa minacci la dignità e la qualità dell’esistenza di ciascuno: “E’ attentato alla vita la piaga dell’aborto. E’ attentato alla vita lasciar morire i nostri fratelli sui barconi nel canale di Sicilia. E’ attentato alla vita la morte sul lavoro perché non si rispettano le minime condizioni di sicurezza. E’ attentato alla vita la morte per denutrizione. E’ attentato alla vita il terrorismo, la guerra, la violenza: ma anche l’eutanasia”.

Queste parole illuminante e illuminanti delineano sinteticamente alla perfezione il bonum certamen che attende chiunque voglia continuare a dirsi cristiano cattolico. Qui sta l’impegno che il papa si è assunto e per il quale intende impiegare il tempo che ancora gli è concesso sulla terra. Se lo caccino bene in testa i sepolcri imbiancati e le razze di vipere che vorrebbero scorporare la lotta per la famiglia e quelle contro l’aborto e l’eutanasia da quella per la dignità umana contro lo sfruttamento e l’indifferenza. Se lo caccino bene in testa quelli che amano ostentare la loro fede magari adornandola di rilucenti orpelli teologici e liturgici e dimenticano poi che derubare e devastare continenti e popoli interi nel nome della “libertà economica” e delle “ferree (?) leggi del mercato” è una decorosa attività finanziaria e imprenditoriale che ben si accompagna a un po’ di beneficenza chic a qualche ONG e che permette di occupare a testa alta e con tanto di decorazioni (magari pontificio) all’occhiello i primi posti nelle chiese, come facevano i farisei nel Tempio quando ringraziavano Dio di non essere spregevoli come i pubblicani. La Chiesa cattolica rigurgita ancora di inner enemies travestiti da autorevoli credenti, spesso ben peggiori degli “atei devoti”. Contro di loro, il Maestro ha già usato una volta la frusta, nel cortile del Tempio. Anche in ciò, il Suo insegnamento non passa.

FC


In libreria...

SINDONE/POLEMICHE. Dopo il dibattito a “Porta a porta” con sindonisti e scienziati lo storico Franco Cardini controattacca e lancia il guanto di sfida agli scienziati che vorrebbero dimostrare l’autenticità della Sindone con argomenti insostenibili e aberranti ipotesi. Un dibattito pubblico alla Biblioteca Sormani di Milano, 22 maggio, ore 18 con Cardini, Marina Montesano e il filosofo Giulio Giorello.

Franco Cardini e Marina Montesano hanno appena pubblicato da Medusa il loro ultimo saggio storico. Ha per tema la Sindone, la sua storia, il dibattito che dura da un secolo. Come coautore di La Sindone di Torino oltre il pregiudizio Cardini è stato invitato da Bruno Vespa giovedì 7 maggio 2015 in tivù a Porta a Porta. Il dibattito – cui partecipavano un religioso, mons. Giuseppe Ghiberti, e altri quattro fra studiosi e giornalisti invitati come esperti in materia – ha avuto un esito scientificamente aberrante, secondo il grande medievista. «La responsabilità di ciò – commenta Cardini – è individuabile nell’atteggiamento dogmatico e sostanzialmente antiscientifico di quanti, detentori di un qualunque tipo di sapere, dimostrano di non essere ancora pervenuti alla maturità epistemologica che consentirebbe loro di prender coscienza dei limiti obiettivi della loro disciplina. Qualunque studio serio oggi impone una stretta collaborazione tra specialisti di campi diversi e una reciproca integrazione di metodi e di risultati».

Sindonisti e scienziati che si battono sull’autenticità della Sindone sono entrambi convinti, secondo lo storico, che la vera scienza sia quella, “certa” e “obiettiva”, che essi esercitano principalmente e professionalmente. «È un atteggiamento deleterio – commenta lo storico –, che rischia di generare errori e distorsioni mentali. Sembra proprio che sia arrivato il momento di porre un limite alla hybris dello scientismo, da qualunque parte venga, che si sente infallibile e onnipotente. Anche quando difende l’autenticità del sacro lino. L’eccesso di fiducia nella scienza provoca una specie di sonno della ragione critica: e il sonno della ragione, si sa, genera mostri. Se ne è vista una prova nella trasmissione televisiva Porta a Porta».

La Sindone è una reliquia (o un’immagine) attorno alla quale è andata creandosi un’autentica foresta di ricerche scientifiche dagli opposti risultati, con tutte le relative polemiche. Probabilmente, tali ricerche e polemiche non finiranno mai. «Sono chiare tre cose» spiega Cardini: «Primo, la scienza non potrà mai dirci con certezza assoluta se quel telo di lino ha mai davvero avvolto il corpo non già di un morto di duemila anni fa, ma proprio di Lui, Gesù Cristo. Secondo: l’oggetto in questione, usurato, fragilissimo, è circondato da un’aura di sacralità e di devozione che impedisce di poterlo ridurre a una cavia da laboratorio e pone un drastico limite a indagini invasive. Terzo: se vogliamo considerarlo – e obiettivamente lo è – come un “corpo di reato”, appunto le manipolazioni ch’esso ha subìto nei secoli lo hanno trasformato in una “prova inquinata” che molto difficilmente può fornire risposte attendibili alle sollecitazioni scientifiche». Però c’è chi è convinto di avere prove che confermerebbero che la Sindone, quella che vediamo a Torino, era conosciuta già nel VII secolo, mentre la prima testimonianza certa sul lenzuolo risale solo al XIV secolo. «Idee come questa – dice Cardini – fanno sì che partendo da alcune presunte somiglianze formali tra l’immagine del volto del Cristo su una moneta bizantina del VII secolo e la fisionomia dell’uomo della Sindone di Torino, se ne deduca arbitrariamente che il monetiere altomedievale senz’ombra di dubbio conoscesse la reliquia. Eppure basterebbe una migliore cognizione, a non dir altro, della problematica iconologica e numismatica, per accedere alla conoscenza del prototipo del volto del Cristo nell’arte sacra medievale, il “Santo Mandylion di Edessa”, e non incorrere così in un ridicolo errore di valutazione».

E a proposito delle presunte tumefazioni che renderebbero simile il volto della moneta a quello della Sindone: «Sarebbe stata sufficiente – ribadisce lo storico – la conoscenza di come veniva concepita e prodotta una moneta del tempo (artigianalmente e manualmente, attraverso il colpo di martello su un dischetto di metallo posato su una piccola incudine) per capire che l’immagine così riprodotta, anche ammesso – e non concesso – che l’incisore avesse avuto l’attenzione di attenersi fedelissimamente a un dato modello, non poteva venir assunta a punto di sicuro e realistico riferimento, tanto da poterne ad esempio distinguere le tumefazioni del volto riprodotte a somiglianza dell’originale, cioè la Sindone».

Fino a che punto è lecito sostenere queste ipotesi? «Direi – conclude Cardini – che si tratta di ipotesi aberranti, tanto più che mai e poi mai su una moneta aurea dell’impero romano d’Occidente si sarebbe apposta l’immagine di un defunto ritratta con puntiglioso realismo. Tanto più che l’immagine di un Cristo non solo patiens ma addirittura morto sarebbe stata scelta nel contesto della simbolica imperiale che puntava sistematicamente a quella del Cristo triumphans, anzi del Pantokrator secondo una tipologia iconica ben nota, tradotta anche in termini monumentali, e prototipo della quale era appunto l’immagine, ritenuta “autentica” e ovviamente “acheropita” del Mandylion di Edessa».

Fino a che punto si può discutere apertamente di queste interpretazioni a dir poco arrischiate? Non si corre il rischio che da certi livelli di semplificazione e disinformazione derivino effetti molto dannosi per chi ascolta? «Proprio per questo lanciamo il guanto di sfida a questi sedicenti specialisti - replica Cardini - per essere fedeli alla verità (almeno quella scientifica), io e Marina Montesano, sfidiamo gli studiosi che vorranno a partecipare alla presentazione del libro La Sindone di Torino oltre il pregiudizio (Medusa) che faremo a Milano il 22 maggio, alla Biblioteca Sormani, dove siamo pronti a dimostrare quanto siano fragili certe ipotesi. E il primo che ha raccolto la sfida è Giulio Giorello, che parteciperà alla presentazione col compito di fare l’avvocato del diavolo». Si fa per dire.


In libreria...

Ne L'ipocrisia dell'Occidente, Franco Cardini, con gli strumenti dello storico, racconta le varie fasi dell’attacco musulmano all’Occidente con una personale chiave interpretativa. Dietro lo scontro di civiltà, usato strumentalmente da minoranze sparute, si nascondono interessi precisi. Al servizio di questo mito cooperano più o meno consapevolmente una diplomazia internazionale traballante e voltagabbana e un universo mediatico allarmista e ricercatore di consensi legittimanti. Leggi...


Minima cardiniana, 77

Domenica 24 maggio, Pentecoste

PALMIRA

Probabilmente quelli dello “Stato islamico” di al-Baghdadi ci sopravvalutano, hanno un troppo alto concetto di noi. Nella loro barbara ma lucidissima logica e nell’intento di provocarci e d’indignarci fino al punto di farci reagire alla cieca per dimostrare al resto dell’Islam sunnita che i “crociati occidentali” li odiano, dal momento che le decapitazioni non bastano adeso provano con le distruzioni di splendide, insostituibili opere d’arte. Non riusciranno nemmeno in tale intento. Ma, in attesa che ci privino di una delle Meraviglie del Mondo, riflettiamo: che cos’è Palmira, che molti italiani conoscerebbero se non le avessero preferito le Seychelles o le Mauritius?

Semplicemente una gloria del genere umano, un città ellenistica di assoluta bellezza e molto ben conservata. In Siria, tra Eufrate e Mar di Levante, s’incrociavano fino dall’antichità remota le vie commerciali che collegavano la Cina con il Mar di Levante (la “Via della Seta”) e quelle che dai porti meridionali della penisola arabica, dove approdavano le flottiglie provenienti dalla Indie, risalivano fino a Damasco per proseguire verso l’Anatolia (la “Via delle Spezie”, o “degli Aromi”). I romani conoscevano poco del subcontinente indiano, che fino dal tempo di Alessandro Magno i geografi avevano fasciato di fantastiche leggende, mentre i Seres, i cinesi, erano per loro poco più di un puro nome. Eppure le sete, i bronzi, le gemme, gli aromi pregiati per farne profumi e unguenti arrivavano in quantità sino al Caput mundi.

E tutto passava da quei fasci di piste carovaniere che convergevano in un’area ristretta fra gli odierni Libano, Siria e Giordania. Fungevano da collettori di essi alcune città-mercato, le “città carovaniere” ch’erano altrettanti città-stato retti da un’aristocrazia di mercanti-predoni di stirpe araba, come gli idumei, i sabei, i nabatei. Queste città carovaniere, che l’opulenza dei loro padroni aveva fatto diventare degli autentici capolavori dell’eclettica arte ellenistica, si chiamavano Baalbek, Jerash, Petra: e ancor oggi le loro rovine incantano, ci lasciano senza parole.

Ma Palmira, al centro di uno sterminato oasi dal quale prendeva il nome (Tadmur, “la città dei datteri”) era senza dubbio la più splendida. Il piccolo prospero regno che essa si era costruito attorno, “cuscinetto” tra l’impero romano e quello parto-persiani, assurse nel corso del III secolo d.C. a una tale fama e a una tale potenza che i romani, suoi confinanti occidentali, si resero conto di non poter fare a meno di conquistare se volevano dominare le vie carovaniere e assicurarsi la frontiera che guardava la loro grande avversaria, la Persia.

Era allora sovrano di Palmira l’abile e colto Odenato, che morì lasciando il regno nelle mani del figlio. Ma la vera padrona del potere era una donna, la terribile e affascinante Zenobia: una di quelle inquietanti figure femminili che hanno dominato il mito e la storia orientale antica – da Hautshepet alla leggendaria regina di Saba, a Semiramide, a Pentesilea, a Sofonisba, a Tomiri, a Cleopatra, fino alla stessa Giulia Domna moglie di Settimio Severo - tutte memoria, forse, di fasi arcaiche segnate dal matriarcato regale.

Contro l’autocratica signora che trattava da pari a pari i Cesari di Roma e i Gran Re di Persepoli dovette scendere in guerra l’imperatore Aureliano, il culto monoteistico-solare promosso dal quel trionfa anche negli stessi splendidi monumenti dell’arte palmirena. Zenobia, sconfitta nel 272, venne condotta a Roma dove rifulse come la preda più splendida del trionfo imperiale.

Da allora, Palmira si avviò lentamente sul viale del tramonto: che fu tuttavia lungo, perché ancora nel XII secolo il sultano Saladino l’arricchì di una formidabile fortezza. Più tardi dimenticata e ridotta a cava di pietre come altre sue consorelle, fu riscoperta nel secolo XIX grazie a scavi soprattutto inglesi e tedeschi. Fino a ieri, costituiva uno dei siti archeologici più noti e visitati del mondo. Il governo siriano manteneva in perfetto stato la sua area archeologica e aveva dotato il territorio circostante di ottimi alberghi e di eccellenti strutture turistiche. Ma nel 2011 il presidente francese Sarkozy e il premier britannico Cameron decisero che Bashar Assad era un dittatore da abbattere e appoggiarono a tale scopo i suoi oppositori armati, tra i quali forti erano gli jihadisti. Hollande seguì la linea di Sarkozy. Adesso abbiamo dinanzi agli occhi, a Palmira, gli esiti di tale dissennata politica: che naturalmente molti media occidentali cercano di attribuire al solo fondamentalismo islamico.

Palmira è stata difesa dalle milizie irakene sciita non governative di Muktada al-Sadr, capo del Hashd al-Shaabi, affiancato dai miliziani sciiti addestarti dall’Iran guidati dai generali Hadi al-Amiri e Falih al-Fayyadh nonché da Qassem Suleimani, leader delle forze sciite filoiraniane del cosiddetto “Asse della resistenza”, mentre l’esercito regolare siriano è ormai alle corde. Partita da Dair as Zur in Siria, l’armata del califfo al Baghdadi punta a sudovest verso Damasco, sulla via della quale si è ormai impadronita di Palmira, e a sudovest verso Baghdad, sulla via della quale si è impadronita di Ramadi a poco più di un centinaio di chilometri dalla capitale.

A Tadmur c’era un famoso carcere aperto da Hafez Assad, padre di Bashar: vi erano accadute cose orribili e Bashar l’aveva chiuso per riaprirlo però di nuovo. Ora, i miliziani dell’IS hanno liberato tutti i detenuti di quel luogo da incubo e stanno cercando i veri o presunti partigiani di Assad casa per casa.

E l’incubo avanza. Pare proprio che i finanziatori e sostenitori “occulti” (?!) del califfo al-Baghdadi siano ben decisi a consentirgli di prendere Damasco e Baghdad, nonostante si continui a blaterare che egli sia il nemico pubblico n.1 da battere. Perché a Damasco c’è ancora Assad, che almeno i francesi si ostinano a voler rovesciare in quanto filoiraniano, e a Baghdad c’è un governo sciita che senza dubbio guarda a sua volta a Teheran. Al vertice europeo di Riga si è parlato della necessità di reagire e si è rimandato il tutto al prossimo vertice di Parigi che sarà presieduto dal ministro degli esteri francese Fabius e dal segretario si stato statunitense Kerry. Si dice che perfino il presidente Hollande abbia cominciato a intuire quanto dissennata fosse la sua politica di appoggio indiscriminato ai ribelli nemici di Assad e intenda adesso favorire un colloquio tra le parti contendenti in Siria in vista del nuovo più terribile nemico. Intanto, pare che l’IS abbia cominciato a colpire i centri di culto sciiti nella stessa Arabia saudita. Ma Hollande, che continua a individuare un pericolo in quell’Iran con il quale il presidente Obama ha avviato trattative proficue, continua a mostrarsi orientato all’appoggio del fronte sunnita costituito da Arabia saudita, Qatar ed Egitto: il che significa in ultima analisi che egli preferisce appoggiare la fitna antisciita piuttosto che qualunque seria iniziativa volta contro l’IS. La voce di Obama è ragionevole ma debole, l’Inghilterra latita. Se il re dell’Arabia saudita, che ha sempre condotto nel suo paese una politica repressiva nei confronti della minoranza sciita, lascia ora che al-Baghdadi bombardi quei suoi già bistrattati sudditi senza reagire, che cosa si deve pensare? E quale potrebb’essere il quadro di un futuro Vicino Oriente caratterizzato da un IS che avesse occupato per intero Siria e Iraq? Chi sta colpendo il califfo con la sua avanzata, se non l’Iran e la potenze statunitense che su un accordo con l’Iran stava contando nel quadro di una pacificazione del Vicino Oriente? E quali conclusioni potremmo trarre da tutto ciò se non che è in atto una grave offensiva condotta dai paesi arabi sunniti che vogliono la fitna antisciita in funzione antiraniana, con il benevolo appoggio di Francia e Inghilterra e magari di Turchia e Israele, nonché ovviamente del congresso degli Stati Uniti egemonizzato dai repubblicani neobushisti?

Alla fine di questo tunnel, c’è una prospettiva agghiacciante. Si sta preparando, nonostante Obama, un’offensiva contro l’Iran. Lo jihadismo è un falso nemico del cosiddetto Occidente; anzi, ne è un alleato. A questo punto non c’è che da sperare in una mossa di Putin. O da temerla, se egli ne sbaglierà intensità e carattere.

A PROPOSITO DEL TRICOLORE. LETTERA APERTA AI SUDTIROLESI

“Evviva il Tirolo – potenza del mondo Francesco II – vogliamo seguire; per mare e per terra – faremo la guerra la nostra bandiera – l’è gialla l’è nera; il vostro reuccio – alto un metro e trentotto lo giocheremo al lotto – farem terno secco” (canzone popolare dei tirolesi italofoni durante le guerre antinapoleoniche)

Non me ne vogliano i miei carissimi amici altoatesini d’origine austrotedesca - che io preferisco chiamare, com’essi stessi si definiscono, sudtirolesi - se nell’attuale Fahnenstreit a proposito della bandiera dello stato cui essi stessi a torto o a ragione appartengono (e che non è la loro bandiera nazionale) io mi schiero, com’è mio dovere di cittadino italiano e di funzionario statale fedele al mio giuramento, a fianco delle autorità della repubblica italiana.

Che non lo faccia volentieri, è un fatto che chi mi segue ben conosce e che non ho mai nascosto. Ritengo la stolida filastrocca “E la bandiera dei tre colori – l’è sempre stata la più bella - noi vogliamo sempre quella” con quel che segue esteticamente parlando bugiarda, storicamente parlando ingiusta e sbagliata, concettualmente parlando antipatica. Da buon toscano autentico, sono e resto un fedele suddito asburgo-lorenese: nel mio cuore sventolano i vessilli bianco-rosso e nero-oro. Non amo d’altronde le bandiere d’origine giacobina, quale appunto è quella verde-bianco-rossa; ed è noto che da parte mia avrei preferito che quella delicata questione storica che è il Risorgimento italiano si fosse risolta a metà Ottocento grazie a un più oculato e sistematico uso dei fucilieri di Boemia, con relativo differente esito delle battaglie di Solferino e di San Martino e infine la vittoria di un’Italia unita sì, ma secondo il modello federale suggerito dal grande Cattaneo ch’era certo meno comodo per gli interessi francesi prima e inglesi poi al servizio dei quali si pose la compagine savoiardo-garibaldina, ma ben più fedele alla storia policentristica della penisola. Quanto alla prima guerra mondiale, la ritengo una sciagura per il mondo in generale, per l’Europa in particolare: ma sono convinto che, una volta purtroppo scoppiata, il giusto posto dell’Italia sarebbe stato l’allinearsi a fianco degli imperi centrali, nel fedele rispetto del patto della Triplice Alleanza. E so benissimo che all’atto della cattiva pace di Versailles vi è stato fatto un torto per compiacere al senso di rivalsa di “vincitori” – gli italiani – a loro volta poco stimati e considerati, ai quali si negavano terre davvero italiane in Istria e in Dalmazia per remunerare i serbi, meritevoli di aver sia pure indirettamente provocato il conflitto. Così, contro il “principio di nazionalità” pur affermato dal presidente Wilson, vi vendettero a un paese che non vi voleva e che non vi apprezzava. Si può ammettere che il Tirolo meridionale sia “Italia” dal punto di vista orografico e idrografico: non lo è da quello geostorico-etnografico. A ciò va aggiunto che quell’angolo di mondo tra Bolzano e Salisburgo è uno di quelli ai quali io sono più affezionato al mondo; che Innsbruck è una delle mie città preferite dove, se potessi, abiterei tanto volentieri; e che mi piace l’indole tirolese, riservata e allegra, austera e gentile, “germanica” con quel tanto di mediterranea Schlamperei che i viennesi magari non apprezzano, ma che a me pare adorabile.

Hanno inoltre molta ragione, a mio avviso, quanti hanno osservato che sarebbe ora di farla finita con al lettura conformistica e patriottarda del Ventiquattro Maggio: che non fu per nulla un giorno da ricordare festosamente. L’Italia entrò, calpestando le alleanze che si era scelta –e che ne avesse qualche formale motivo cambia poco -, in una guerra tragica e scellerata, la vera tomba d’Europa. In un giorno come quello, ci si dovrebbe limitare all’austero ricordo di tutti i caduti. E aggiungo che personalmente abolirei qualunque celebrazione della “Vittoria”, sostituendola semmai con quella per la pace faticosamente riconquistata nel 1918 dopo quattro anni d’infame massacro. Le guerre le perdono tutti: salvo i profittatori.

Ciò premesso, cari amici, a proposito dell’esposizione della bandiera il 24 maggio c’è una disposizione dello stato. E, in quanto cittadini dello stato italiano, la bandiera tricolore è il mio come il vostro emblema: quello che rappresenta la nostra identità istituzionale e i nostri diritti civili. Potete anche non amarlo, potete anche giudicarne inopportuna l’esposizione in determinate circostanze : ma qui non si tratta né di radici storiche, né di opzioni etico-culturali e tanto meno sentimentali.

E’ vero: lo stato al quale appartenete è collegato a una nazione che non è la vostra. Il progetto di ricondurre tutti gli stati allo stato-nazione, per quanto in teoria sia trionfato nel 1918, è immediatamente fallito: e non c’è stato attuale che non abbia “minoranze allogene”. Si sono fatti molti tentativi, sempre ingiusti e sbagliati, per correggere questa realtà obiettiva perseguendo progetti forzosi di “assimilazione” o di “integrazione”: e sono sempre falliti. Voi conoscete meglio di me gli esiti dell’arroganza fascista, che obbligava da voi gli Schneider a scegliere tra il cognome “Sarti” e il cognome “Snaidero”, e che negava perfino il diritto d’incidere in tedesco le lapidi funerarie: il risultato fu che molti dei vostri padri e nonni preferirono finire in bocca a Hitler.

Eppure, cari amici, oggi questo stato si è dimostrato vostro amico. Il vostro statuto di regione autonoma è obiettivamente il più avanzato e generoso d’Europa: ed è anche grazie ad esso se voi abitate in una felice, prospera regione; se disponete di un contributo perfino per i gerani rossi ai vostri bei balconi di legno che piacciono tanto anche a me. La Spagna è stata molto meno generosa con baschi e catalani; l’Inghilterra ben più dura con scozzesi, irlandesi e gallesi; per non parlare della Francia, la peggiore di tutti con provenzali, bretoni e còrsi. O della Turchia rispetto ad armeni e curdi.

E allora, cari amici, custodite pure fedelmente nel cuore la vostra aquila nera, il vostro vessillo bianco-rosso, le insegne gloriose del libero Tirolo, la memoria di Andreas Hofer e i ritratti del Kaiser Franz Josef (ne ho uno anch’io, sulla mia scrivania). In passato, al tempo delle insorgenze antigiacobine, c’erano anche italiani che lottavano con voi e che in italiano accompagnavano le note dell’Inno imperiale, le belle note di Haydn (“Serbi Dio l’austriaco regno…”: per noi italiani fedeli all’impero, Serbidiola è restata a lungo una parola magica, un nome carissimo che impartivamo alle case, alle ville, alle barche e talvolta anche alle figlie). E magari lottate pure, con i mezzi democratici dei quali disponete, per l’indipendenza: per far sì che un giorno nel quadro dell’Europa unita voi possiate riunirvi alla madrepatria. Quel giorno, vi prometto che verrò a festeggiare con voi e con la mia cara amica Eva Klotz.

Ma fino ad allora, voi siete cittadini dello stato italiano: che non è un ente né nazionale né culturale, bensì politico, istituzionale, amministrativo. Il presidente della vostra regione è un funzionario dello stato italiano e ne ha tutti i doveri: incluso quello del leale rispetto dovuto alle insegne dello stato. I vostri splendidi atleti, quando trionfano sui campi innevati, lo fanno nel nome del tricolore che rappresenta lo stato del quale sono cittadini. La vostra bellissima regione è così prospera anche grazie al trattamento privilegiato che lo stato italiano le riserva: e, se ne accettate i privilegi economici e amministrativi, non potete poi voltar la schiena ai relativi doveri.

E’ uno stato, il nostro, che non mi soddisfa: ma che, dopo molte lotte e molti errori (e al tempo degli attentati ai tralicci io, giovane dirigente del MSI, litigavo ferocemente con chiunque definisse “terroristi” i vostri patrioti combattenti e invitavo i loro detrattori a spiegarmi la differenza tra loro e i partigiani del ’43-’45 che essi osannavano), da decenni riconosce pienamente i vostri diritti, la vostra cultura, la vostra autonomia. Voi non amate l’Arco della Vittoria di Bolzano, e sta bene: ma quello è un segno della storia, e la storia non si cancella (per la stessa ragione noi toscani abbiamo conservato i monumenti dei nostri granduchi asburgo-lorenesi). La fedeltà al vostro stato, che è quello italiano del quale il tricolore è simbolo, è un vostro dovere.

Voi non siete miei compatrioti, carissimi: ma siete miei concittadini e temo per voi che continuerete ad esserlo vi piaccia o no a lungo. Siatelo lealmente.

Del resto un comune Grossvaterland ce l’avremmo: l’Europa. Peccato che per il momento essa sia solo l’Eurolandia, questa miserabile caricatura che non è degna dei nostri sogni e dei nostri ideali (e l’ha dimostrato anche recentissimamente, palesandosi impotente a fornire una soluzione decorosa al problema dei migranti e lasciando praticamente sola l’Italia). Comunque, per quanto vi riguarda, che la vostra Heimat sia il Tirolo e il vostro Vaterland l’Austria, è vero: ma siete con noi, nostri concittadini, all’interno del Grossvaterland europeo. Ne condividete i doveri, ne avete largamente goduto i vantaggi. Questo, noi non vogliamo e voi non potete dimenticarlo.

Franco Cardini


Minima cardiniana, 76

Domenica 17 maggio, Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo

LETTERA DI UN CRISTIANO PRIVILEGIATO AI FRATELLI CHE DIO METTE ALLA PROVA

Alla memoria di padre Stanley Rother, sacerdote cattolico dell’Oklahoma e missionario, martirizzato il 28 luglio 1981 a Santiago de Atitlán (Guatemala) dagli sgherri di un dittatore al servizio della United Fruits Company e della CIA; e del vescovo Juan José Gerardi, ucciso nel medesimo paese nel 1998 per aver pubblicato un rapporto sulle violazioni dei diritti umani commesse dall’esercito.

Cari Fratelli e Sorelle,

chi Vi scrive è un vecchio professore di storia, un cristiano cattolico italiano che ha viaggiato molto, ma che tuttavia è nato e ha vissuto gran parte della sua vita in un paese e in una condizione privilegiati entrambi. Un vecchio professore cattolico che stima di aver fatto ben poco, in vita sua, per mettere in pratica quel Vangelo nel quale ha sempre detto di credere e al quale ha sempre ritenuto d’ispirare la sua esistenza. Certo, quando mi confronto con molti miei compatrioti e correligionari, spesso mi sento – lo confesso – migliore di loro: più cosciente, più onesto, più generoso. Ho sempre stimato che sia cosa non facile affermare con coraggio la propria fede e la propria identità religiosa in un contesto socioculturale in gran parte dominato da agnostici e da atei: e a volte mi è capitato di mettere un po’ in sottotono la mia fede per non passare da “clericale”, da “integralista”, da “fanatico”. Che cosa avrei rischiato, in questi casi? Quasi nulla: qualche discussione magari antipatica, qualche piccolo dispetto professionale, qualche trascurabile forma di ostracismo mediatico. Eppure, queste mie piccole quotidiane viltà mi sono sembrate logiche, naturali, quasi legittime; peccati veniali, nella più sfavorevole delle ipotesi. Ecco perché mi vergogno, rivolgendomi a Voi.

Ecco perché mi sento a disagio nel paragonare il mio cattolicesimo comodo e tiepido, che mi costa al massimo un po’ di beneficenza, con le prove che Voi siete costretti ad affrontare in tanti paesi soprattutto tra Africa ed Asia: dove si bruciano le chiese, dove si uccidono i fedeli solo perché sono tali, dove si segnano con la vernice colorata le case dei cristiani esattamente come nella Germania nazionalsocialista s’imbrattavano i muri delle abitazioni e le vetrine dei negozi degli ebrei. Difatti Voi non siete perseguitati e talora uccisi per qualcosa che abbiate fatto, ma solo per quel che siete; venite condannati e talora martirizzati solo perché avete la colpa di esistere. Non vi si nega il diritto di professare la vostra fede: vi si nega, a causa di essa, il diritto di vivere.

E noialtri, cristiani “occidentali”, abbiamo pesanti colpe in quello che Vi sta accadendo. I nostri comodi cedimenti, le nostre viltà travestite da tolleranza, hanno contribuito a creare un clima generale all’interno del quale sono stati possibili, sia pure indirettamente, anche i delitti commessi contro di Voi. Troppo a lungo abbiamo accettato che quello anticristiano fosse, anche da noi, “l’unico pregiudizio accettabile”. Se è vero che molti, troppi musulmani reagiscono in modo eccessivo e magari perfino criminale a quelle che loro sembrano – e forse nemmeno sempre sono – offese al Profeta o al Corano, è non meno vero che per esempio i cristiani cattolici hanno lasciato ormai radicarsi la convinzione che ogni tipo di offesa e di contumelia contro Gesù Cristo, la Vergine, i santi, la Chiesa e la fede sia legittimo e al limite spesso perfino segno, in chi se ne rende responsabile, di libertà e di vigile senso critico e, in chi lo subisce senza reagire, di tolleranza se non addirittura di più o meno fine humour. Se avessimo avuto la dignità di reagire con fermezza a quegli insulti, senza paura di passare per “intolleranti”, oggi forse l’apprezzamento nei confronti del cattolicesimo sarebbe nel mondo differente e magari anche nei vostri paesi si esiterebbe un po’ di più prima di attaccarVi.

Può darsi tuttavia che qualcosa si muova. E’ recentissima la notizia che la “punk band” vicentina The Sun, il leader della quale è il cantautore Francesco Lorenzi, ha messo in circolazione un album pop/rock in italiano dal titolo Le case di Mosul dedicato a un professore iracheno di diritto, il professore Mahmoud el-‘Asadi, ucciso nell’estate scorsa dai jihadisti dell’IS per aver avuto l’onestà e il coraggio di difendere, da musulmano, i diritti dei cristiani secondo la legge islamica. E pensiamo anche ad Ahmed, il poliziotto parigino musulmano caduto il 7 gennaio scorso sotto i colpi di terroristi sedicenti suoi correligionari per aver difeso la sede di “Charlie Hebdo”. Ma per un musulmano martirizzato in seguito alla sua coraggiosa difesa dei cristiani, quanti cristiani che invece non corrono pericolo alcuno – e che di solito condannano l’Islam in blocco, facendo di ogni erba un fascio – adottano la politica dello struzzo dinanzi alle sempre più frequenti notizie di stragi dei loro fratelli?

E c’è di più. Qualcosa di più profondamente disgustoso per un verso, tragico per un altro. A perseguitarVi e ad ucciderVi, cari fratelli, di solito non sono dei fanatici miliziani venuti da chissaddove, stranieri che non Vi conoscono e che non capiscono la Vostra lingua. Sovente sono i Vostri vicini di casa, i musulmani o gli indù della porta accanto, quelli con i quali fino a qualche mese o qualche anno fa avete condiviso il peso e le difficoltà della vita di tutti i giorni. Un tempo non era affatto così. Per secoli, comunità cristiane e comunità musulmane, e talora spesso anche ebraiche, sono vissute in molti paesi a contatto di gomito, facendo la stessa vita, spesso condividendo le gioie, i disagi, i dolori. Così come i Buddha di Bamian e il complesso archeologico di Nimrod sono stati tramandati per molti secoli in terra musulmana senza che nessuno pensasse a deturparli o a distruggerli. L’odio manifestato dai fanatici jihadisti è un fenomeno recente e dovuto a una tanto cinica quanto ben calcolata propaganda.

In sintesi, cari fratelli, siete perseguitati in quanto su di voi pende l’assurda, ridicola accusa di essere degli “alleati obiettivi” dell’Occidente che i jihadisti definiscono “cristiano” quando non addirittura tout court “crociato”. Nell’Islam è diffuso il pregiudizio, che dilaga specie nei ceti meno abbienti e meno corretti ma che riceve spesso conferma casuale e malintesa, che l’Occidente sia una “Cristianità” come più o meno poteva essere fino a circa tre secoli fa. E poiché l’Occidente è stato colonialista e oppressore, ecco giunta per molti l’ora della rivalsa, della vendetta. La persecuzione contro di Voi è presentata dai Vostri aguzzini come il più recente capitolo di una millenaria contesa, il “conflitto di civiltà” tra Cristianità e Islam. Peccato solo che tale conflitto non esista e non sia mai esistito: ma il crederci fa comodo perché fornisce le masse di manovra a poteri statali o lobbistici che stanno conducendo una lotta, quella sì fin troppo vera, tesa al controllo sul mondo e all’egemonia intercontinentale.

Ma allora a che cosa si mira in concreto, perseguitandoVi? Non è che si voglia soltanto la Vostra sparizione. Siamo in realtà dinanzi a un orribile e ripugnante piano strategico, a un vile crimine: si sta sistematicamente fomentando, da parte dei ricchi, la guerra tra poveri; alla quale alcuni poveri musulmani o indù si prestano, incitati a ripulire il loro paese dalla "peste“ dei poveri cristiani accusati di essere la Quinta Colonna dei “cristiani” occidentali che li guiderebbero e gli interessi dei quali in Oriente essi si sforzerebbero di appoggiare. Dall’altra sponda, tra noi occidentali che individualmente possiamo anche essere dei cristiani ma che viviamo in una società scristianizzata, esistono complici in affari di quelli che pianificano gli attacchi contro di voi, i quali dal canto loro spiegano ai nostri poveri – perché anche noi ne abbiamo che se non hanno lavoro ciò dipende dall’afflusso dei migranti extracomunitari, longa manus degli jihadisti musulmani che si stanno preparando a invaderci. Chi si presta a questo gioco, chi cade in questa trappola, fa esattamente come i poveri indù e musulmani che attaccano le chiese e gli ospedali cristiani: danza su una musica scritta dai padroni del mondo, da coloro che stanno gestendo un’economia globalizzata che permette a più o meno il 10% della popolazione mondiale di detenere e di gestire il 90% delle ricchezze e delle risorse del pianeta lasciando gli altri, la stragrande maggioranza, nella miseria e nell’abiezione. Chi Vi uccide, chi incendia le Vostre chiese e i Vostri ospedali, è un povero come Voi al quale dei predicatori-missionari largamente foraggiati da opulenti personaggi che manovrano sharia, capitali e petrolio hanno raccontato che ad affamarlo sono i “crociati” occidentali e che Voi siete i loro alleati. Quelli che da noi esigono che non si soccorrano più i profughi e che non si offra più asilo ai migranti e indica nell’Islam globalmente inteso il grande pericolo che minaccia la pace nel mondo, sono dei poveri appena un po’ meno di Voi e dei Vostri carnefici; e sono inconsapevolmente al servizio di gente che combina grassi affari con gli opulenti personaggi che armano la mano dei Vostri assassini. Voi poveri siete tutti divisi e disorientati: ma i Vostri sfruttatori sono uniti e concordi fra loro. Vedete d’altronde dalla dedica che ho apposto a queste pagine che vi sono altri nostri fratelli cristiani, addirittura vescovi e sacerdoti (ricordatevi di Oscar Romero), che vengono uccisi in un contesto molto diverso dal Vostro: e non da musulmani o da indù, ma da gente che magari si proclama cristiana e che pure è al servizio, lo sappia o no, delle medesime forze al servizio delle quali stanno i Vostri carnefici.

Dio Vi dia la forza di perdonare coloro che Vi perseguitano perché, come i persecutori di Gesù, non sanno quello che fanno; e conceda a Voi e a loro di aprire finalmente e del tutto gli occhi sulla realtà e d’individuare senza odio ma con chiarezza chi è il nemico comune.

Franco Cardini