Minima Cardiniana, 18

Domenica 20 aprile 2014
Pasqua di Resurrezione

LA PASQUA AL TEMPO DELLA CRISI

Pasqua. Anche quest’anno una festa cristiana preceduta, come sempre le feste cristiane, dalle solite polemiche. Perché imporre nel calendario civile di una società ormai multiculturale una festa confessionale? Gli ebrei hanno la loro festa, i musulmani celebrano la loro fine del Ramadan senza per questo turbare la vita quotidiana e il ciclo produttivo, ma né gli uni né gli altri pretendono di turbare il calendario civile; quanto ai “laici”, agli agnostici, ai non-credenti, visto che per loro questo è comunque un giorno libero dal lavoro, non avrebbero essi forse il diritto di celebrare il riposo domenicale conducendo i bambini a fare il loro bel giro al Centro Commerciale che ormai ha sostituito la messa? Sappiamo bene che ormai i parroci visitano le famiglie della loro parrocchia per benedirle – secondo il vecchio rito della cosiddetta “benedizione delle case”, che fino a una o due generazioni fa era in quasi tutte le case italiane, se non altro, una buona occasione per le pulizie di primavera: e magari anche per conoscersi tra vicini, che non era poi un gran male…- soltanto on demand, per non urtare la sensibilità di eventuali presenze musulmane, o ebraiche, o buddhiste, o agnostiche. Qualcuno ha anche avanzato il dubbio che quella visita rituale potesse essere un modo, da parte della Chiesa, di “schedare” le famiglie, come facevano durante gli Anni Quaranta-Cinquanta nella “cintura rossa” d’Italia (Emilia, Romagna, Toscana, Umbria) gli agit-prop che battevano sistematicamente casa per casa la zona loro assegnata per vendere “porta-a-porta” e giorno per giorno “L’Unità”: e per fede politica o per timidezza, cedendo all’implicito ricatto, la compravi, bene; altrimenti venivi iscritto nella lista dei Nemici del Popolo. Io ex-ragazzo-di-San-Frediano, cresciuto tra ’45 e ’66 (quando andai a vivere altrove) in una famiglia rossa (per quanto cattolica) del quartiere più rosso della rossa Firenze, mi ricordo bene tutto questo: come ricordo perfettamente quel 14 luglio del ’48, il giorno dell’attentato a Togliatti, quando furono in parecchi a temere il peggio; e ricordo la notte di veglia e i falò accesi agli angoli delle strade nella notte successiva a quel fatale 5 marzo del ’53, quando si sparse la notizia che la luce del “Faro dei Lavoratori” si era spenta, e i muri erano pieni di manifesti listati a lutto con la Sua effigie in uniforme di generalissimo dell’Armata Rossa; e ricordo di aver visto tante di quelle care vecchie facce rugose degli artigiani e degli operai del mio rione rigate di lacrime sincere, e sento ancora le campane di qualche chiesa che sonavano “a morto” (poi si disse che i parroci erano stati costretti da alcuni ex-partigiani: ma non era vero). Eppure, oggi capisco che la gente che manifestava così il suo credo politico e il suo dolore era ancora profondamente, irreversibilmente cristiana, e riversava su quel vecchio ex-chierico georgiano e sulla sua memoria il suo senso del Sacro tanto radicato da sembrare innato. Ed era gente che ogni quaresima aspettava con impazienza che il prete visitasse la sua casa, e che avrebbe (“superstiziosamente”, d’accordo) considerato un tremendo segno di malaugurio se ogni primavera le sue quattro mura non fossero state spruzzate dall’acqua benedetta e decorate dal ramicello di ulivo benedetto. Questa era l’ “umìle Italia” di una volta. Che cosa ne resta adesso, a parte la reiterata polemica degli animalisti contro l’annuale ecatombe dell’agnello per il barbaro rito del pranzo pasquale a base d’agnello?

E allora, domandiamocelo: ha ancora un senso, oggi, celebrare la Pasqua? Per gli ebrei e i cristiani in genere, senza dubbio sì. Ma la nostra società laica e incamminata sia pur in mezzo a mille difficoltà e contraddizioni verso un futuro “multiculturale” (“cosmopolitico”, si diceva una volta), la nostra società atea e agnostica per quanto pervasa da mille fremiti di “ritorno selvaggio del Sacro” (l’ambiguo “Sacro” delle neoreligioni), può continuare a mantenerla come giorno festivo? O deve lasciar le cose così come sono solo in vista della loro brava valenza consumistica (l’arrosto d’agnello peraltro contestato dagli animalisti, le uova sode – ricche, attenzione!, di colesterolo -, quelle di cioccolato – che contiene comunque la benefica lecitina di soia -, le colombe – ma attenti agli zuccheri e ai carboidrati -, gli agnelli di zucchero – vedi supra -, le campane, i coniglietti e così via…)? O va derubricata a festa dei bambini, più o meno come il Natale, a parte poi il successivo “Lunedì di Pasqua” che in quanto festività nuoce alla produzione ma inaugura la stagione turistica e dà lavoro in quel settore, fondamentale perla nostra economia? Ed è comunque ragionevole in quel giorno continuar a tener chiusi negozi e Centri Commerciali, visto che si tratta di un giorno in cui i consumi lievitano e magari la gente ha più tempo per lo shopping? E poi in fondo, come si diceva, il Centro Commerciale ha sostituito la chiesa parrocchiale e la messa della domenica: e in fondo ognuno ha i templi e i riti che si merita.

Chi si chiede tutto questo non è un cinico utilitarista: al contrario, è un cattolico tradizionalista che ogni notte pasquale celebra seriamente l’accensione del Fuoco Nuovo – il Lumen Christi – secondo l’antico rito nato sembra nella chiesa della Resurrezione di Gerusalemme (se ne suppongono radici etiopiche), fa benedire le uova sode e a pranzo consuma devotamente, insieme con esse, il suo agnello arrostito in ricordo dell’esodo d’Israele dall’Egitto, nella memoria simbolica dell’Agnus Dei qui tollit peccata mundi e sfidando allegramente pressione sanguigna e colesterolo.

Per me e per chi la pensa come me, tutto ciò ha un senso profondo. E proprio per questo, dal momento che sono consapevole di non vivere più in una “Cristianità” - vale a dire in un mondo che accetti in modo integrale la fede del Cristo come modello di vita comunitaria, che ad essa si ispiri sul piano non soltanto religioso, bensì anche politico, civile, sociale, culturale, addirittura scientifico (perché solo a queste condizioni una società è una “Cristianità”) -, bensì in un mondo istituzionalmente agnostico nel quale esiste tuttavia una maggioranza di cittadini che personalmente e più o meno formalmente sono o si sentono o si dicono ancora cristiani, a dirla tutta mi dà perfino un po’ fastidio lo spettacolo del giorno della Resurrezione del Signore ridotto a occasione per abbuffate e scampagnate. Almeno il Natale ha ancora un senso come festa che si cerca di vivere in famiglia, con uno speciale riguardo per i bambini e con tutta la paramitologia parallela pagano-santoral-consumistica di san Nicola di Bari travestito da Papà Natale e abbigliato con i colori prestatigli dalla Coca Cola Co. e dell’Albero solstiziale rivisitato da Martin Lutero e promosso, da Iggdrasil-Axis Mundi, ad annunzio del glorioso Arbor Crucis. Bene quindi per il solstizio d’inverno ancora festa cristiana ben metabolizzata dalla società dei consumi: ma quanto all’equinozio di primavera, in fondo si è sempre detto “Natale coi tuoi e Pasqua dove vuoi”. E allora?

Il punto è forse che la Pasqua, per gli ebrei celebrazione del plenilunio del mese di Nisan, coincide per noialtri gente mediterranea con l’equinozio di primavera, momento anche per i vari culti pagani del nostro clima temperato sacro al risveglio della natura, alle prime floragioni, al parto delle femmine delle greggi, alla nascita dei piccoli. Un momento nel quale ci si lasciava alle spalle gli stenti e le febbri invernali e si ricominciava a vivere il ciclo produttivo dell’anno; e che non si poteva quindi lasciar passare senza un segno celebrativo. L’uomo, ch’è tale in quanto è anzitutto “animale simbolico” (la lingua parlata e scritta, il pensiero stesso, procedono per simboli), può anche fare a meno di Mosè e di Gesù, ma non di simboli: non può far a meno di ordinare qualitativamente la sua vita secondo ritmi e gesti materiali che lo rinviano all’universo dei valori immateriali dalla presenza dei quali si sente circondato. Chi crede il contrario incorre nell’errore della misera colomba immaginata da Immanuel Kant: che, faticando nel volo a vincere la resistenza, dell’aria sogna un mondo vuoto senza capire che, senz’atmosfera, non solo essa non potrebbe sostenersi in volo, ma nemmeno vivere.

Uno dei pericoli che più minacciano la Modernità è la “desacralizzazione”, la perdita della capacità simbolica di vedere “oltre” le cose fisiche e di ordinarle secondo princìpi metafisici attraverso la quale l’essere umano si sente parte del cosmo e della natura. Purtroppo Orwell era buon profeta, con la sua società-formicaio: ma sembriamo non accorgercene, o averlo dimenticato, o averlo scambiato semplicisticamente per un profeta del “passato pericolo” totalitario che era solo uno dei volti del Moloch moderno, mentre consumismo, primato dell’economico e materialismo non “scientifico” bensì esistenziale ne sono altri.

Avanti così, dunque. Seguiamo fino in fondo la ferrea logica della Modernità. Uccidiamo i miti, tutti i miti: e i simboli che ne sono la chiave. Abbracciamo coraggiosamente il razionalismo integrale del quale “noi occidentali, eredi del logos ellenico”, andiamo tanto fieri. Aboliamo le feste, sostituiamo fast food e piatti precotti al cibo festivo ritualmente preparato, chiudiamo chiese e sinagoghe e apriamo centri commerciali. Via le quaresime e gli agnelli sacrificali, via i kosher e gli halal che insidiano le mense delle scuole, degli ospedali e dei penitenziari: in fondo, da maiale al verme, son sempre e soltanto tutte proteine democratiche e bisogna essere razionali, che diàmine. Cancelliamo la differenza tra le festività e giorni feriali, così come stiamo cancellando quella tra uomini e donne e ci piacerebbe tanto, a colpi di Viagra e di Cialis, cancellare quella tra giovani e vecchi. Eliminiamo le differenze, che sono tanto antidemocratiche e magari perfino criptorazziste. Avanti verso la riduzione della persona a individuo. Avanti verso omologazione e livellamento. Continuiamo così. Continuiamo a farci del male, come dice Nanni Moretti. Non tarderemo, siatene certi, a raccogliere i frutti dei veleni che andiamo seminando.

Franco Cardini

P.S. – Sia detto tanto per amor di chiarezza: il logos enunziato da Platone e sistematizzato da Aristotele non è il Logos enunziato nel Prologo al Vangelo di Giovanni e spiegato da Paolo nella Lettera ai Colossesi, 1, 5-6. Si può bensì legittimamente parlare, sotto il profilo filosofico, d’”ispirazione neoplatonica” di Questo nel riferimento letterale a quello; ma il punto è che, tra il logos degli antichi greci e il Logos di Giovanni c’è il Cristo sulla Croce e la rivelazione trinitaria della Persona di Cristo come Sophia. Il Logos che si fa carne – et Verbum Caro factum est – e che scende realmente anziché simbolicamente nell’ostia consacrata scardina i princìpi di qualunque possibile logos platonico-aristotelico. E’ questo che i finissimi controversisti musulmani adepti della falsafa non comprendevano, quando irridevano le “pretese” cristiane di possedere il Logos (la croce è difatti “scandalo per i giudei, follìa per i pagani”); è questo che hanno dimenticato di recente perfino taluni alti prelati cattolici, pretendendo – in polemica contro la pretesa “illogicità”, quindi “irrazionalità”, di un Islam che rifiuta il principio della Potenza Ordinata di Dio - che il Logos sia integralmente riducibile al logos e che quindi il cristianesimo sia “logico” (cioè “razionale”) nel senso filosofico (e immanente?) del termine.


Minima Cardiniana, 17

Domenica 13 aprile 2014
Domenica degli Olivi (o "delle Palme")

L’EUROPA, LA PACE E ALTRO. QUALCOSA CAMBIA, QUALCOS’ALTRO DOVREBBE CAMBIARE

Nel giorno che ricorda l’ingresso in Gerusalemme del Principe della Pace vorrei proporre una semplice, breve memoria a proposito dell’Europa, che si prepara a rinnovare il discusso Parlamento dell’Unione mentre crescono le voci scontente dell’Eurolandia e diffidenti dell’Euroburocrazia e avanzano euroscettici e antieuropeisti.

Tutte le critiche mosse all’idea di Europa nata, si dice, dal “Manifesto di Ventotene”, ma più concretamente dall’insieme delle scelte maturate all’indomani della seconda guerra mondiale tra Francia, Germania, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Italia con scelte che si chiamarono CECA, CED, EURATOM, CEE, UE (…ma esiste in commercio un Dizionario delle Sigle? Ormai, sarebbe indispensabile…), trovano in ultima analisi fondamento nel fatto – paradossale – che un’idea nata dalla volontà dei popoli europei di vivere finalmente in pace dopo il massacro della “guerra dei Trent’Anni” 1914-1945, e che avrebbe quindi dovuto svilupparsi anzitutto nella direzione d’una crescita della consapevolezza delle ragioni storiche, morali, culturali e (ebbene, sì) spirituali per stare insieme, ha proceduto soltanto nella direzione economico-finanziaria. L’Europa non si sarebbe mai fatta, non avrebbe potuto farsi, senza partire dai singoli popoli, dalle nazioni, dalle stesse differenti lingue, in un irrinunziabile e pluribus unum che doveva non annullare o negare il passatoi, bensì conferirgli un senso nuovo da consegnare al futuro.

Si è finito invece con il dar vita a un’Europa dei governi e degli stati (quella espressa dalla Commissione Europea) che hanno accettato sì di cedere porzioni della loro rispettiva sovranità – il che sarebbe stato necessario, se volevamo unirci -, ma non già a un superiore organismo federale e confederale che fosse bensì, rispettivamente, quella monetaria a un’Anonima Banchieri nata in funzione del profitto dei loro Anonimi Azionisti (la Banca Centrale Europea, gestrice dell’euro) i quali hanno poi direttamente o indirettamente gestito le scelte di un organismo dotato di equivoci e parziali poteri come il parlamento europeo, e quella militare (e quindi diplomatica e, in ultima analisi, politica) e un organo, la NATO, le cui leve di comando sono saldamente nelle mani di una potenza magari “amica” finché volete però straniera, cioè extraeuropea, gli USA.

L’Europa vera avrebbe dovuto cominciare dalla sua identità, che esiste solo nella misura nella quale si ha coscienza che essa esista: il che vuol dire costruirla attraverso la rilettura del passato. Lascio a voi la scelta dello stabilire se ciò significhi “scoperta” o “invenzione”. Qualunque consapevolezza storico-politica e storico-culturale nasce in realtà non dalla constatazione di una realtà obiettiva, come avviene nelle scienze naturali: natura non facit saltus, forse, ma la storia ne fa eccome. E’ stato detto (Hobsbawm, Pomian ecc.) che anche la “tradizione”, anche le “nazioni”, sono state “inventate”: l’Europa è stata per millenni una pura espressione geografica, un’astrazione spaziale (come lo era la ripartizione dell’ecumène il continenti, una geniale invenzione greca). Come avrebbe mai potuto divenire un ideale, una patria, senza il contributo del pensiero, della volontà, perfino della sofferenza di generazioni intere di europei? L’Europa che vogliamo. Dante e Mozart. Il futuro riparte da loro, dichiarava Ulrich Beck ispirandosi soprattutto ad Alain Finkielkraut su “Repubblica” del 10 aprile scorso. Questo è il punto. Si sarebbe dovuto cominciare dal costruire ed evidenziare le ragioni intime della necessità di unirci oggi traendo dal passato la lezione che rende indispensabile l’unità di oggi, superando le vicende del passato nel nome di quel che ci unisce, ch’è più forte di quel che ci ha diviso.

Ma nulla di ciò è stato fatto. Al punto che l’Unione, che avrebbe dovuto dotarsi di una Costituzione, è scivolata alcuni mesi fa sulla falsa buccia di banana delle “radici cristiane”, che sarebbe bastato un po’ di cognizioni storiche di miglior qualità e di buon senso scevro da fanatismi per evitare (se si fosse voluto evitarla).

Un’autentica Unione Europea avrebbe dovuto cominciare dalla coscienza dei cittadini: e sarebbe bastato per questo elaborare, mezzo secolo fa o più, dei buoni manuali di storia europea da far studiare nelle scuole medie primarie e secondarie ai futuri cittadini europei, a quelli che negli Anni Cinquanta avevano tra i dieci e i vent’anni e che oggi hanno superato i settanta. Se ciò fosse avvenuto, oggi avremmo classi dirigenti e società civili incrollabilmente e irreversibilmente convinte che quella, l’Europa, era la patria comune. Ma per far tutto ciò avremmo dovuto superare l’infame trappola del mondo diviso in due, della Cortina di Ferro, della scelta tra liberalcapitalismo e socialismo sovietico rispetto alla quale si voleva convincerci che tertium datum non esset.

Oggi però tutto è cambiato. E, invece di azzerare quel che bene o male e più male che bene è stato fatto, bisogna ricominciare da capo. Non dal Parlamento o dalle istituzioni, non dal ritorno alle vecchie monete nazionali che forse ci trascinerebbe nel caos di un’inflazione della quale è impossibile calcolare le rovinose conseguenze, bensì dalla costruzione di quell’identità che avremmo già dovuto costruire oltre mezzo secolo fa.

Per questo, su “Avvenire” dell’8 aprile scorso, avviai una “provocazione”. Ci stiamo avvicinando alla commemorazione del centenario del fatale infausto e infame 1914. Ricordare i milioni di vittime innocenti di quell’inutile e odioso conflitto è doveroso; rinnovar la gratitudine per quanti s’immolarono convinti in un modo o nell’altro che ciò fosse necessario per la costruzione di un mondo migliore è sacrosante. Ma disincantare una passata memoria fatta di menzogne e di retorica è altrettanto necessario. L’Europa è piena di piazze, di strade, di ponti, dedicati alla “Vittoria”. Ma quale vittoria, in un conflitto che fu rovinoso per tutti, in una guerra che fummo tutti a perdere e che ci ha regalato tutti i problemi (compresi quelli vicino- e medioerientali) che ancor oggi non riusciamo a risolvere?

Proponevo una misura simbolica e soprattutto etico-pedagogica, rivolta alle giovani generazioni. Far sparire dalla toponomastica cittadina europea la menzione “Vittoria”, per sostituirla con quella “Concordia europea”. E proponevo l’esempio di Napoleone, che cancellò la Place de la Révolution, alla quale una parte dei francesi guardava con odio e orrore e un’altra con feroce orgoglio partigiano, per sostituirla con la Place de la Concorde.

La proposta ha sollevato un certo rumore, tanto che “Avvenire” ha dedicato due successivi paginoni, il 9 e il 10, alle reazioni di alcuni sindaci di altrettante città italiane e ai alcuni storici.

Consiglio gli interessati alla questione di ripercorrere quei due lunghi “pezzi”, dove rispettivamente Roberto I. Zanini e Umberto Folena raccolgono le opinioni di vari personaggi, tra cui qualcuno illustre. Cambiare la toponomastica è un errore perché piega la storia alle contingenze del momento”, ha dichiarato Piero Fassino. Di grazie, ma dove è mai vissuto fino ad oggi? Non si è accorto che la toponomastica si è cambiata regolarmente sulle basi delle contingenze del momento? Non è forse accaduto dopo il 1861 e dopo il 1945? Altri hanno obiettato che “il processo è lungo eccetera”: e allora, che cosa aspettiamo ad avviarlo? Francesco Perfetti ha drasticamente obiettato che “non si può condannare un avvenimento”. A parte il fatto che gli avvenimenti si possono condannare eccome (e fino ad oggi non si è fatto altro, parlando di storia contemporanea), resta il fatto che qui non si tratta di dimenticare o di rinnegare la storia, bensì di creare una sensibilità nuova, un modo diverso di guardare al passato in funzione del futuro. Francesco Bonini ha osservato che il cambiare il nome a vie e piazze sembra “un’operazione imposta dall’altro”. Ma il punto è che qui si tratta di cerare una sensibilità comunitaria nuova, cosa per conseguire la quale è necessario avviare un processo sia “dall’alto” in termini di proposte concrete, sia “dal basso” in termini di paziente costruzione di una nuova sensibilità e di un nuovo consenso. Alberto Monticone se l’è presa con l’esempio di napoleone, che non gli pare “calzante” in quanto l’imperatore non voleva certo propugnare una concordia europea. Stiamo scherzando? E’ evidente che Napoleone si rivolgeva ai francesi, e che il mio esempio era impostato in senso non paradigmatico bensì analogico: fare rivolti agli europei quel che Napoleone fece rivolto ai francesi. Dico. Se proprio volete obiettare qualcosa, almeno leggete bene prima di parlare. Quanto ai simboli del martirio, della sofferenza, della testimonianza, mai ho sostenuto che si debbano abolire o cancellare. Dio mi guardi dal proporre la rimozione di una lapide o di un monumento ai caduti in guerra o alle vittime civili. Un conto è la memoria e la gratitudine per un gesto eroico o per una morte dolorosa che restano oggetto di omaggio, un altro la celebrazione retorica e politicamente e storicamente tendenziosa di una “vittoria” in una guerra nata da un feroce scontro di potere internazionale che ci ha regalato un secolo di sofferenze e di tirannie e una lettura trionfalistica della quale non può che essere stata ed essere ancora effetto di una demagogica distorsione dei fatti.

Il cammino è lungo, dunque. Anche se qualcosa sta lentamente cambiando. Sempre su “Repubblica” del 10 aprile scorso, nientemeno che Barbara Spinelli è finalmente intervenuta su un tema spinoso, finora un tabù, con una chiara denunzia. Il suo articolo in prima pagina, intitolato I limiti della NATO. Se la Turchia è una potenza con l’immunità, denunzia senza mezzi termini e senza circonlocuzioni diplomatiche: “Istituita nel 1949 per unire Europa e America nella guerra fredda, la NATO sta diventando uno strumento spesso pernicioso, che sopravvive nel disorientamento, implicato in conflitti armati fallimentari. Alla sua guida una potenza USA poco disposta a immettersi in un mondo multipolare, impelagata costantemente in manovre torbide, abituata a suscitare spettri che poi non controlla”.

Finalmente! Più chiari di così… Mesi fa, per i tipi de Il Cerchio di Rimini, Alessandro Bedini ha scritto un libro molto ben documentato sulla presenza di basi militari statunitensi e della NATO in Italia: un’autentica occupazione militare. Una denunzia che avrebbe dovuto essere clamorosa: non ne ha parlato quasi nessuno. Il 1° aprile scorso nientemeno che il “Washington Post” ha rivelato il contenuto di un rapporto preparato dal Senate Intelligence Committee che denunzia i crimini perpetrati dalla CIA all’indomani del programma repressivo varato da Bush nel 2001 in conseguenza dell’attentato delle “Torri Gemelle”. Un documento che condanna irremissibilmente orrori e illegalità internazionali come il carcere di Guantanamo, che ormai dall’inizio del suo mandato il presidente Obama aveva promesso di chiudere senza mai mantenere la promessa. Di tutti questi crimini la NATO è stata complice: quella stessa NATO che ha le sue basi da Pisa a Vicenza sotto gli occhi di tutti. Quella NATO che ormai innerva il sistema militare “difensivo” europeo, costituendo un ostacolo a tutt’oggi insormontabile alla sovranità dei paesi che afferiscono all’UE. Per risolvere questi problemi, bisogna cominciare a parlarne: e i nostri politici debbono smetterla con la politica dello struzzo. Se su Bedini e sul “Washington Post” hanno taciuto, proviamo a vedere adesso se taceranno anche su Barbara Spinelli e su “Repubblica”. Se ciò – com’è probabile – avverrà, sarà necessario alzare il tiro. Il “Fuori dalla NATO” dovrà diventare il Delenda Chartago di tutti i buoni cittadini europei.


Minima Cardiniana, 16

Domenica 6 aprile 2014
Quinta Domenica di Quaresima - "Dominica in Passione Domini")

"So che risorgerà nella resurrezione dell'ultimo giorno" (Giovanni, 11, 24).

JACQUES LE GOFF. UN RICORDO

Vorrei ricordarlo così: con gli occhi di Giovanna. Era la primavera inoltrata del 1979: doveva essere giugno, là nella vecchia sede dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales, vicino ai Jardins du Luxembourg e alla sede del Senato. Gli alberi del cortile nel quale usavamo talvolta far lezione quando il tempo era bello erano già ricchi di fogliame. Avevo portato con me appunto Giovanna, la mia prima figlia: aveva dodici anni ed era venuta a passare qualche giorno con me a Parigi. Credo che lei si ricorderà per tutta la vita di quel signore alto e imponente, seduto familiarmente a un tavolo di giardino: com’era tradizione, l’ultimo incontro studentesco dell’anno coincideva con un piccolo rinfresco rustico. Il signore alto aveva davanti a sé, sul tavolino, un mucchietto di belle ciliege rosse da una parte (oh, le temps des cerises…) e una ben ordinata pila di fette rotonde di salame dall’altra: e attingeva alternativamente dall’uno e dall’altra. Se salame e ciliege vi paiono un’accoppiata scandalosa, provate per credere.

In quel ’79 avevo ottenuto un insegnamento di storia medievale all’Università di Parigi VIII – Vincennes, l’Ateneo di Foucault e della contestazione, scambiando il mio posto fiorentino con una carissima e compianta amica, Odile Redon: e approfittavo dell’occasione per frequentare il corso di Jacques Le Goff all’ École. Non fu soltanto una bella stagione. Avevo sulle spalle ottime esperienze: a Firenze con Sestan, e quindi Poitiers, Mosca, Gerusalemme, Gottinga, New York. Ma fu là, a Parigi, con lui, che finalmente mi parve di aver afferrato saldamente quel “medioevo” che inseguivo fin da ragazzo e che sempre mi era sfuggito.

Jacques Le Goff: ovvero la gioia. Gioia di vivere, d’insegnare, d’imparare, di parlar delle cose che lo appassionavano, di mangiare di bere e di fumare quel che gli piaceva, di capire che cosa gli altri si aspettassero da lui prima di porsi il problema di quanto sarebbe stato il tempo che a lui sarebbe costato il dedicarsi agli altri. Se e quando gli sembrava di star facendo un buon lavoro, di aver trovato un buon allievo, di poter costruire qualcosa di valido e di nuovo, era felice come un ragazzino. Ricordo ancora nitidamente come fosse ora l’allegria di una sua telefonata da Parigi, a un’ora impossibile – doveva essere notte tarda o, come dicono i francesi, au pétit matin – quando mi annunziò a nome di una prestigiosa “cordata” di editori di dieci paesi diversi che si era pensato a me per scrivere un libro sui rapporti fra Europa e Islam da inserire nella nuova collana Faire l’Europe ch’era destinata (com’è accaduto) a fare il giro del mondo. “Non so, non sono all’altezza, non faccio l’islamologo…”, azzardai; “Tu sei il solo che può scrivere un libro così, come lo voglio io!”, mi replicò. Non era vero e lui lo sapeva benissimo: eppure al momento riuscì a convincermi e le sue parole, in seguito, mi furono di sprone costante per battere la mia mediocrità.

Era un innamorato dell’Europa: soprattutto dell’Italia e della Polonia. A quest’ultimo paese era legato in quanto il suo destino di medievista lo aveva condotto molto giovane nei paesi di quella che allora si chiamava l’Oltrecortina, prima a Praga, quindi a Varsavia. Socialista convinto, e di osservanza anticomunista, non era un osservatore “neutrale”, anzi: seppe tuttavia apprezzare (e sarebbe obiettivamente stato difficile non farlo) la serietà dei paesi socialisti nel campo accademico, la dedizione allo studio che professori e scolari manifestavano, l’austera intensità della vita universitaria ceca prima e polacca poi. A Varsavia, studente nel ’59 per un breve periodo – aveva allora trentacinque anni – conobbe davvero l’aristocrazia, la crema, il top degli storici del tempo, da Gieysztor a Manteuffel a Geremek a Pomian: e da allora una certa vena “mitteleuropea” non abbandonò mai né i suoi studi, né la sua personalità, né il suo stile. Ma soprattutto a Varsavia nel 1961 conobbe il suo grande e credo unico amore, Anna – Hanka, secondo il vezzeggiativo polacco -, una ragazza esile dieci anni più giovane di lui, laureata in medicina, che avrebbe sposato e che sarebbe stata la compagna della sua vita fino al 2004, quando nel dicembre essa venne a mancare. Una volta Le Goff, durante un freddo ma confortevole dopocena parigino, mi aveva parlato di un suo cruccio: lui così robusto e pesante, lui che beveva e fumava, se ne sarebbe andato senza dubbio molto prima di lei, sottile e morigeratissima, dieci anni più giovane di lui. Che pena doverla lasciare sola, mi ripeté due o tre volte. Quando andavo a trovarlo più tardi, nella sua casa vicina al bacino della Villette, dopo quel 2004, tornava invece spesso sul tema della sua inattesa solitudine, della prova che mai si sarebbe aspettato di dover sopportare dalla vita. Quello è stato davvero il tormento dei suoi ultimi anni, senza dubbio superiore al fatto che ormai gli era impossibile muoversi di casa (dove peraltro era sostanzialmente autosufficiente e dove, con la moderazione dettata dall’età, continuava a concedersi ogni sera una fumata di pipa e un bicchierino di cognac o di calvados).

Alla memoria della moglie Le Goff ha dedicato un libro che, con il titolo Con Hanka, è stato edito anche in italiano dalla Laterza: non è famoso come gli altri, dalle belle biografie dedicate a Francesco d’Assisi o a Luigi IX al fondamentale, discusso ma indispensabile L’invenzione del Purgatorio fino agli studi illuminanti sull’iconografia, sull’immaginario, su Il meraviglioso e il quotidiano nell’Occidente medievale. E’ tuttavia un libro prezioso in quanto magistralmente intreccia la storia intellettuale di un grande studioso al suo vissuto quotidiano e al suo universo affettivo: un modello straordinario, forse, proprio di quella “storia totale” cui la scuola di Fernand Braudel, della quale egli è stato un rappresentante fra i più illustri, tendeva.

Ma vorrei indugiare un istante su quel miracolo ch’è Con Hanka: la chiave più autentica, forse, per entrare nel suo mondo.

“…Non avevo voglia, colpito com’ero, di prendere un autobus notturno per tornare in albergo… Feci a piedi, con la testa e il cuore che mi giravano, il percorso abbastanza lungo…”.

Capita che un Dio pietoso, o il destino ironico e clemente, abbiano fatto provare a molti di noi momenti come questo. Non succede solo nelle fiabe o nelle fantasie degli adolescenti o nei fims d’una volta. Chi ha provato un momento così non lo dimentica mai: e se lo porta sempre dentro, nascosto e gelosamente custodito, come il più prezioso dei tesori. Chi non l’ha mai trovato, è da compiangere: ma per fortuna, appunto perché ne è stato privato non saprà mai fino a che punto la sua vita sia stata vuota e inutile.

Coup de foudre. Proprio così. E’ così che Jacques Le Goff lo chiama: e non potrebbe chiamarlo altrimenti. Metti una sera a cena, magari una cena modesta e quasi insignificante, in una città bellissima eppure triste. Che so, la Varsavia di fine autunno del 1961, immersa nel gelo polacco e nelle austere strettezze del socialismo reale. E una finestra che ti s’apre violenta nel cuore, e una folata di vento fresco che vi penetra dentro e spazza tutto. La felicità, la paura che tutto finisca in un soffio, la sensazione profonda e inconfessabile che invece no, che gli dèi ti hanno davvero sfiorato, che sarà per sempre. Lei. L’amore.

Così comincia la storia di Jacques, trentasettenne medievista spedito in Polonia dal suo Maestro Fernand Braudel; e di Hanka, dieci anni meno di lui. Una storia durata quarantadue anni e che durerà ancora, per tutta la durata dell’esistenza di Jacques Le Goff e per sempre.

Lui medievista che a Varsavia aveva trovato la sua seconda patria (la terza sarebbe stata l’Italia); lei, Hanka Dunin-Waşowicz, una ragazza, un giovane medico. E’ capitato a tanti francesi, almeno dal Cinque-Seicento in poi, l’innamorarsi in Polonia o di una polacca. Il francese più famoso della storia, italiano d’origine, aveva trovato anche lui in Polonia, guarda caso, il grande amore. Destini incrociati: e non insisterò su questo perché Jacques non ha mai amato granché quel piccolo artigliere diventato imperatore. Eppure, quando queste cose succedono proprio a uno storico (e coincidenza vuole che Hanka discendesse da un attendente polacco di Napoleone), la domanda s’impone: quanto ha pesato il lungo feeling tra Francia e Polonia sulla storia d’amore, di matrimonio e di lunga vita comune di Jacques e di colei che tutti chiamavamo e chiameremo per sempre col suo nome al vezzeggiativo, Hanka, “Annetta”, “Annina”?

Dico “chiamavamo”: ed è un’inesattezza, almeno per quanto mi riguarda. Non ho mai avuto con casa Le Goff un’intimità e una frequentazione tali da permettermi di chiamare per nome colei che, per me e per tanti comuni amici e colleghi, era sempre e soltanto “Madame”. Eppure la profondità, l’intensità e la tenerezza di quel rapporto tra due sposi che io ho conosciuto entrambi già maturi, a Parigi, alla fine degli Anni Settanta, si coglieva e s’indovinava anche nella sobrietà e nel riserbo dei loro gesti e delle loro parole. Poi, negli anni successivi, qualche cenno, una frase buttata là, un ricordo svagato, rivelavano spesso la profondità e la costanza d’un rapporto reciproco. Non ho mai invidiato la superiorità di Jacques Le Goff nel campo degli studi. L’invidia non è nelle mie corde. Ma gli ho spesso invidiato l’umanità, la capacità quasi infinita di esser generoso con tutti e di amare la vita. E forse gli ho invidiato quell’amore così totale e così totalmente reciproco. Davvero più forte di qualunque altra cosa. Anche della morte. Jacques lo ha sempre saputo.

Ma attenzione: Con Hanka non è una “storia d’amore”; e tanto meno una histoire d’une âme. Leggere questo libro in tale prospettiva equivarrebbe non solo a fraintenderlo, ma soprattutto a tradirlo: oserei dire a profanarlo. Al di là del calore e della commozione che filtra da ogni pagina e da ogni parola, questo è un libro sobrio, asciutto: a tratti – come avrebbe detto Eugenio Montale – “scabro ed essenziale”. La storia di un grande amore e di una lunga vita matrimoniale è la filigrana del racconto di una vita di studioso interamente vissuta a Parigi, sia pur tra frequenti e spesso lunghi viaggi, e animata dalla presenza continua di un fil rouge polacco e anche italiano che lo rende quel che veramente è: il récit delle vicende e dei sentimenti di un grande studioso ch’è anche un grande europeo e un europeista convinto. La stessa storia di Hanka prima del loro incontro, le vicende di questa ragazza d’origine piccolo-nobiliare (la szlachta, la “cavalleria”) nata ai tempi della dittatura militare e che aveva attraversato la guerra, l’occupazione e quindi il regime comunista, è rigorosamente trattata come materia di “grande” storia, alla ricerca del senso profondo delle cose e degli avvenimenti. Un altro argomento fondamentale di questo libro sono i molti viaggi insieme, dall’Europa all’Asia all’America: anche lì, cronache sobrie, pochi ricordi selezionati, la ricerca costante del significato di scelte e di avvenimenti.

Avvincono e meravigliano, poi, i coprotagonisti. Tanti. Attraverso la loro presenza è tutta la storia dell’Europa del Novecento (e la storia della sua storiografia, della sua intellighentzija migliore) che ti viene incontro, ti coinvolge, quasi ti trascina. Per chi poi, come me, è stato piccolissima e marginale parte di certi eventi e ha a sua volta conosciuto certi personaggi, l’esperienza della lettura di queste pagine diviene a sua volta una parte della vita. Apri il libro e ti viene subito incontro Fernand Braudel, tale e quale com’era lui: diretto, cordiale, poche parole, subito al centro di qualunque argomento ti proponesse. E Tadeusz Manteuffel, e Alain Touraine, e Pierre Nora, e il mio caro indimenticabile amico Bronislaw Geremek, e Aleksander Gieysztor con la sua celebre, rumorosa, festosa risata da boiaro lituano… Personaggi straordinari, che non si dimentica mai d’inquadrare nel loro esatto valore scientifico e intellettuale ma che ci si presentano così, nella luce calda della loro vita quotidiana, dei loro affetti, del loro métier d’historiens ch’era anche il loro modo più bello di vivere e d’amare la vita.

“Come continuare a vivere senza Hanka?”. E’ la domanda sulla quale il libro si chiude. Angosciosa; eppure forse, al tempo stesso, liberatoria. Così, Jacques. Ricordandola. E scrivendone. Con la certezza che non ti lascerà mai. E la memoria della compagna perduta non avrebbe mai abbandonato Jacques le Goff, nei dieci anni successivi alla scomparsa e prima che lui la raggiungesse. Fu il suo grande dolore e al tempo stesso forse, misteriosamente, la grande consolazione d’una solitudine che tuttavia i libri, gli studi, gli amici, la consapevolezza del successo raggiunto e dell’ammirazione di tante persone che lo seguivano, non sarebbero mai bastati a colmare.

Ma ora che se n’è andato, a parte il vuoto che lascia, una domanda forse s’impone anche se occorrerà ancora qualche anno per rispondere in maniera adeguata. Che cosa ci lascia, quanto alla sua visione del medioevo? Per dirla alla maniera dei vecchi accademici: che cosa resterà vivo e che cosa morrà della sua opera? Credo che non sarà facile aggirare la sua idea di “lungo medioevo”, che è molto più rivoluzionaria di quanto qualcuno non abbia creduto. Non si tratta di modificare una periodizzazione tradizionale. Il punto è ch’egli ha dimostrato che molto di quel che noi abbiamo ritenuto frutto della “rivoluzione rinascimentale” – dalle cognizioni cartografiche a quelle astronomiche, dalle esplorazioni oceaniche alle sperimentazioni meccaniche – era già stato anticipato per molti versi fra IX e XIII secolo, soprattutto in quel momento straordinario della nostra storia culturale e scientifica che va dalla metà del XII a quella del XIII secolo. E che le sue ricerche, che spesso si sono appoggiate anche alle scienze umane – soprattutto all’antropologia culturale -, senza dimenticare la stessa psicanalisi (una scienza fiondata sull’interpretazione dei sogni è quanto mai adatta a spiegare il medioevo) – sono approdate a mostrarci quanto l’”Altrove” medievale ci sia in realtà vicino, si nasconda ancora dentro di noi.

La sua concezione del medioevo, in rapporto soprattutto a quel che per noi italiani è il Rinascimento e soprattutto al problema della periodizzazione della storia, è un altro punto delle idee legoffiane su cui vale la pena spendere qualche parola in più. Nel suo ultimo successo editoriale, Faut-il vraiment découper l’histoire en tranche? (Paris, Seuil, 2014), Le Goff torna a ripresentarci una sua tesi forte che non è ancora stata recepita come dovrebbe, soprattutto da noi: quella di un ”lungo medioevo” teso tra XII-XIII e XVIII secolo e segnato, nel mutamento continuo, da una sostanziale continuità.

Lo strumento dialettico di cui egli si serve è il “disincanto” weberiano. Che cosa sono difatti l’”Antichità”, il “Medioevo”, il “Rinascimento”, se non concetti convenzionali che c’illudono di controllare quel vivo flusso di eventi, di istituzioni, di strutture ch’è la storia?

Facciamo qualche esempio. Alla parola “Antichità” fu solo Montaigne, nel 1580, ad attribuire il senso che gli diamo noi: prima di lui, non si era fatto che polemizzare su ciò che fosse meglio, se quel ch’era “antico” o quel ch’era “moderno”; e si continuò anche dopo. Il “medioevo”, poi, se lo inventarono alcuni intellettuali tre-quattrocenteschi a cominciare dal Petrarca, convinti che dopo la grande e perfetta stagione grecoromana culminata con l’era augustea il mondo fosse precipitato in una “età di mezzo” fatta di barbarie e di superstizione dalla quale si era emersi solo ai loro giorni. Tre-quattro secoli dopo, alcuni illuministi ripresero e aggravarono la mistificazione umanistica: ed ecco il “buio medioevo” di Voltaire e dell’Encyclopédie.

Ma, dopo la rivalutazione di quello stesso periodo in età romantica, furono gli intellettuali dell’Ottocento come Michelet e Burckhardt a riproporci un’Europa liberata dalle tenebre inventando il nome stesso di un’età felice tra Quattro e Cinquecento nella quale la bellezza, l’armonia e la ragione antiche sarebbero prodigiosamente rinate: appunto la Renaissance, il “Rinascimento”. Quel concetto attecchì soprattutto in Italia sia perché essa ne era indicata come la culla, sia perché gli italiani, che non avevano conosciuto alcun Grand Siècle, alcun Siglo de Oro, dopo il Cinquecento scorgevano solo il trionfo dell’ignoranza, della repressione inquisitoriale, del barocco crocianamente inteso come “brutto”, dell’oppressione straniera. Per questo sono soprattutto gli italiani a doversi liberare dal pregiudizio di un Rinascimento come breve e intensa stagione dei miracoli.

Ed ecco l’implacabile rullo compressore del disincanto legoffiano. Il Rinascimento sarebbe stato l’età della scoperta dell’individualismo, della liberazione della vita dalle pastoie dell’ipoteca religiosa, del razionalismo, dell’individuazione del bello nelle arti e nella musica, del razionalismo filosofico, dell’ampliamento del mondo con le scoperte geografiche e del perfezionamento delle risorse umane con le invenzioni? Vediamo. Nessun dubbio sul prodigioso rinnovamento soprattutto artistico e intellettuale verificatosi in Italia e soprattutto in città come Firenze (ma non solo) durante il Quattrocento. Il fatto è che esso era stato già anticipato e preceduto da una lunga serie di fasi innovative (a loro volta definibili come “Rinascimenti”) in età carolingia, poi ottoniana, quindi e soprattutto fra XII e XIII secolo: la grande età del ritorno in Occidente della filosofia greca attraverso le traduzioni dall’arabo, insieme con la matematica, la medicina, l’astronomia-astrologia; della riscoperta della natura con la scuola di Chartres e l’arte gotica; dell’affermarsi di un robusto senso estetico, come ha dimostrato Umberto Eco; il momento nel quale si cominciarono anche ad affinare quegli strumenti creditizi che avrebbero preparato l’avvento dell’economia capitalistica; e in cui invenzioni come la bussola, la velatura mobile e il timone assiale, insieme con gli sviluppi cartografici, gli avvii dell’uso delle armi da fuoco e le prime esplorazioni oceaniche, aprirono la strada alla grande stagione di Colombo e di Vasco de Gama, mentre in politica dalle monarchie ancora “feudali” si sviluppavano, a cominciare dalla Francia del Due-Trecento, i precedenti dello stato assoluto.

Quella dinamica, avviata prima del “Rinascimento”, si concluse solo molto più tardi. Individualismo e secolarizzazione dovettero combattere a lungo, in pieno Cinquecento, con un duro ritorno dell’autoritarismo religioso in area tanto cattolica quanto protestante: e solo fra Sei e Settecento si affermarono sperimentalismo, sensismo e perfino libertinismo. Allo stesso modo, è vero che le scoperte geografiche cambiarono il volto dell’Europa: ma per questo ci vollero almeno due secoli di lenta penetrazione delle novità. Ne sono simboli le nuove culture come il pomodoro e la patata, importate ai primi del Cinquecento, che solo dal secolo successivo intervennero a mutare costumi alimentari e convinzioni dietetiche: nello stesso periodo nel quale si avviava il declino dei generi di vita tradizionali, con i loro ritmi e i loro costumi. E il tutto avvenne non senza fasi di ristagno e d’inversione di tendenza. La grande tradizione magica sapienziale, che avrebbe condotto a Bruno e a Campanella, è frutto del medioevo: mentre il “luminoso” Rinascimento fu tale anche perché di continuo rischiarato dai roghi degli eretici e delle streghe. Sarebbe un escamotage troppo comodo attribuire tutto il male al medioevo e tutto il bene al Rinascimento, appropriandosi come di “anticipazioni della Modernità” tutti gli aspetti del primo che ci sembrano positivi e ricacciando nelle nuove “tenebre del medioevo” tutti i fenomeni regressivi dei quali la Modernità è punteggiata.

La gestazione della Modernità fu lunga e complessa: durò oltre mezzo millennio, dal XII secolo che avviò il processo della “ragione naturale” abelardiana fino alla prima rivoluzione industriale e quindi alle due rivoluzioni politiche del Settecento. Il “lungo medioevo” di Le Goff è, appunto, il tempo di questa dinamica che condusse l’Europa a rendersi padrona del mondo. Tale grande stagione fu tuttavia sigillata da quella che già negli Anni Trenta del secolo scorso Paul Hazard denunziava come la “crisi di coscienza” settecentesca; e di recente sembra giunta alla sua eclisse. Ma il fatto che il medioevo si portasse dentro la modernità non escludeva tuttavia la profonda differenza tra quelle due dimensioni temporali e concettuali. Le Goff non era certo né un reazionario né un antimoderno: quando parlava dell’Europa di oggi – ed era un europeista convinto - non impostava mai la questione in termini di “identità”, di “eredità”, di “radici”; era al domani che guardava. Al tema dell’Europa egli dedicò un libro agile, discorsivo, L’Europa raccontata da Jacques Le Goff che, senza mai venir meno alle caratteristiche di scientificità che non possono non stare alla base di quel che un grande studioso dichiara perfino facendo divulgazione, si presenta sostanzialmente come una convinta, appassionata perorazione europeistica. E quanto ne Il medioevo. Alle origini dell’identità europea egli si pone appunto il problema di quale “identità” il nostro continente possa quindi avere, la sua risposta è tutto sommato molto decisa: il tempo delle cattedrali, delle università, della lingua unica di fede, di diritto e di cultura è quello nel quale affonda le sue radici il nostro senso di unità continentale, al di là delle differenze che senza dubbio esistono e che sono peraltro a loro volta una ricchezza.

Credo che la “politicità”, nel senso migliore del termine, del lavoro scientifico di Le Goff non sia stata finora adeguatamente sottolineata. Ma è bene rendersi conto che essa è costantemente accompagnata dal senso della profondità del permanere delle strutture mentali, culturali e anche sociali del mondo medievale in quello moderno: in altri termini, al di là della passione civica che in lui fu costante e fortissima fin da quando giovanissimo studente visitava, con occhio attento e critico, le “democrazie popolari” ceca e polacca, quel che in lui e per lui era e restava fondamentale era la prospettiva scientifica. Era affascinato dal tema della continuità, ma al tempo stesso ben consapevole che la dinamica storica conosce sempre una continuità tessuta di infinite piccole o grandi rotture. Nel mondo contemporaneo, il medievista Le Goff cercava certo anche i brandelli di un medioevo perduto: ma al tempo stesso trovava le tracce forti e persistenti del vivo permanere delle strutture tanto sociali e civili quanto mentali e culturali di un’età che aveva profondamente segnato le istituzioni, le credenze, gli atteggiamenti mentali, le scelte morali, la fantasia condivisa.

Il fatto è che amava il medioevo. Non si limitava a studiarlo, questo è il punto. « C’est vers le Moyen Âge, enorme et délicat, - fu’il faudrait que mon coeur en panne naviguât… » : aveva sul serio fatto suoi questi due versi celeberrimi di Verlaine, nei quali pur senz’ombra di residuo romantico si riconosceva. Passione e comprensione in lui convergevano, s’incrociavano, si rafforzavano e si arricchivano a vicenda. Come ha magistralmente scritto Umberto Eco su “Repubblica” del 2 aprile: “Nel 1964 il suo La civiltà dell’Occidente medievale ci aveva rivelato un medioevo a tutto tondo, dalla coltivazione dei fagioli ai miracoli dell’architettura, dai modi di vita ai modi di pensiero. Voglio dire che se dovessi indicare a qualcuno il modo migliore per comprendere quella grande epoca ch’è stato il medioevo, non potrei che consigliare ancora questo grande libro, anche se ha ormai cinquant’anni. La Goff ha esplorato il medioevo nei suoi aspetti più trascurati, la vita degli intellettuali e dei mercanti, o il meraviglioso e il quotidiano”.

A condurre Le Goff a interpretare così bene il connotato di fondo della braudeliana Nouvelle Histoire, il rapporto tra storia e antropologia, era l’interesse permeato di passione per come la gente del “suo” medioevo (che, per “lungo” ch’egli lo abbia teorizzato, fin quasi a lambire l’Ottocento e magari in qualche caso ad arrivar oltre, era per lui quello “pieno”, sostanzialmente tra la fine del X e la metà del XIV secolo) concepisse il tempo e la vita, come potesse al tempo stesso vivere in un universo così concretamente e tangibilmente pieno di realtà metafisiche e immateriali - invisibilia, in tutte le possibili accezioni del termine – e al tempo stesso così fortemente, robustamente attaccato alla terra e ai valori più sanguigni e materiali. Lo affascinava, e lo induceva alla sfida di comprendere, quella capacità di vivere contemporaneamente e integralmente – per dirla con le parole del titolo di uno dei suoi libri più noti – il Tempo della Chiesa e il Tempo del Mercante, di credere non solo in Dio e nelle corti divina e diabolica ma anche nell’intermondo meraviglioso delle fate e dei draghi, d’immergersi nell’immaginario mistico e cavalleresco e al tempo stesso di affrontare e vincere le foreste, le paludi, le brughiere e le distese marine, di guadagnare e d’idolatrare la ricchezza, il corpo fisico, perfino il ridere. Alla domanda di come questo equilibrio fosse possibile cercò di rispondere sin dalla fine degli Anni Cinquanta, pubblicando il suo “classico” saggio sugli intellettuali nel medioevo; continuò poi dirigendo in due occasioni altrettante équipes di suoi allievi e/o colleghi prima con L’uomo nel medioevo, quindi con Uomini e donne del medioevo; infine affrontando quello ch’era sempre stato forse il tema secondo lui nodale, il rapporto tra il tempo e la vita, tra Anno Liturgico e Calendario, nel suo studio su Giacomo da Varazze e la Legenda Aurea.

Ecco il suo effettivo sentire storico-antropologico, che mi sembra sia sfuggito a molti. La coscienza profonda, verificata attraverso lunghe e severe ricerche, dell’evidente prossimità e al tempo stesso dell’astrale lontananza tra il medioevo e quella che usiamo definire la “Modernità”. La lontananza e l’inconciliabilità – a dispetto dei tantissimi elementi continuistici delle numerose eccezioni, delle forti contraddizioni - fra un’età integralmente per quanto sotto alcuni aspetti contraddittoriamente (e “barbaramente”) cristiana e una di dubbio, d’incredulità e di disincanto; fra un tempo nel quale la persona non s’intende se non attraverso la comunità nella quale è inserita e uno nel quale si finisce con l’idolatrare individuo e individualismo; fra un’era che vive a proprio agio, come un pesce nell’acqua, tra visibilia e invisibilia e un’altra lacerata dall’opposizione tra un materialismo sempre più volgare e impietoso da una parte, la tentazione continua dell’irrazionalità e dell’irrealtà più sfrenate dall’altra. Per noi moderni e/o “postmoderni” il medioevo, al contatto del quale e per molti versi nel quale (fonti, documenti, monumenti, istituzioni, memorie, credenza, fantasie…) continuiamo a vivere, è presente fino all’ossessione, magari in tante forme di revival; eppure al tempo stesso è un insondabile, incomprensibile Altrove. In questo senso, forse, il saggio-chiave di tutta l’opera legoffiana resta il grande studio su L’invenzione del Purgatorio. Quel ponte gettato tra i vivi e i morti, tra la vetta irraggiungibile della santità e la dannazione evitata per un soffio, fu una “invenzione” che permise di dominare e di controllare l’angoscia dell’esistere di una potenza rispetto alla quale le invenzioni scientifiche e tecnologiche che hanno consentito all’uomo moderno e contemporaneo di governare e di gestire la realtà - vincendo magari il bisogno, appagando la volontà di potenza, ma senza riuscire a salvarlo dall’angoscia di vivere un tempo finito, una corsa irreversibile verso il Nulla – rischiano per certi versi d’impallidire. E’ forse per questo che ci sorprendiamo talvolta a navigare verso il medioevo enorme e delicato. E allora possiamo affidarci a Jacques Le Goff, nato nella marinara solare Tolone da una famiglia di vecchi marinai bretoni. E’ un buon timoniere.

Intendiamoci. Parlando e pensando da cattolico, non intendo minimamente “cattolicizzare” Jacques Le Goff: gli farei torto, gli renderei un cattivo e sleale servizio, dal momento che egli – pur avendo ricevuto un’educazione cattolica, rispettando profondamente il cattolicesimo e amando l’esperienza cristiana – credente non si professava. Tuttavia, è obiettivamente necessario ripercorrere, a meglio comprendere la sua personalità e la sua opera, proprio quel libro che peraltro è uno dei suoi più famosi e più “classici”, e che pure è stato fra i suoi quello che gli ha guadagnato più attacchi dagli ambienti cattolici, L’invenzione del Purgatorio, uno studio che dal titolo può apparire polemico e provocatorio: e che magari lo è. Sia pure: ma proprio lì, studiando la genesi che tra antichità cristiane e medioevo ha condotto all’elaborazione prima dell’idea dello “stato spirituale” delle anime sospese, quindi a quella degli effettivi loca purgatoria, emerge con forza una tesi convinta, commossa, commovente: quella della possibilità di un legame fatto d’amore e di solidarietà che collega i viventi ai defunti, l’idea di un sostegno e di un aiuto reciproco, un filo sottile e fortissimo fatto di preghiere e di speranza. Certo: comunione dei santi, la chiamiamo noialtri credenti. E il “Simbolo di Nicea”, il Credo, c’impegna a credervi. Le Goff non si sente legato a questo impegno. Ma, da storico, guarda all’uomo, alle sue debolezze, ai suoi errori e alla sua aspirazione al cielo. Forse, sul piano della fede, non condivide tutto ciò. Ma lo “sente”: e ce lo fa sentire. Anche lo studio, quando è serio e profondo, diventa preghiera.

Come interprete del medioevo e più in generale come storico, Le Goff è stato una grande presenza nella cultura del XX secolo e ha segnato di sé anche il successivo. Eppure, non ha avuto una “carriera” di quelle tipiche del grande accademico francese. Anzi, vero e proprio accademico non è mai stato. Je ne serai jamais mandarin (“Non sarò mai barone”), disse una volta con una frase divenuta proverbiale. A dispetto della sua straordinaria notorietà (“Il più grande medievista del XX secolo”…: che vuol mai dire “il più grande?”) non ha mai percorso una vera e propria “alta” carriera universitaria nel mondo francese che continua ad amare uniformi ricamate e decorazioni, non ha mai avuto una cattedra né pubblicato una solenne, ponderosa grande thèse. Diciamo la verità: non che disprezzasse tutte queste cose, magari in fondo la mancanza di certi riconoscimenti gli pesava. Solo che non era roba per lui; non erano cose che lo interessassero.

Quel robusto francese dalle spalle larghe uscito dritto dalla scuola braudeliana della Nouvelle Histoire ci stupì, noialtri allora giovani aspiranti a un posticino nell’Università – eravamo un bel gruppetto, a Spoleto nel 1968, per l’annuale “rito” dei convegni primaverili del Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo -, con la sua molte smisurata, il suo pantagruelico appetito, il fumo della sue eterna pipa e i grandi occhi vivissimi sempre spalancati. L’anno dopo, Braudel lo avrebbe voluto alla direzione della rivista “Annales”. La sua produzione, allora, era molto contenuta e nulla poteva lasciar prevedere la stupefacente torrenzialità degli anni successivi.

Aveva scritto da circa un decennio un libretto sugli intellettuali e la vita universitaria uscito con un certo ritardo in italiano col titolo Genio del medioevo, che per molti anni fu una lettura obbligatoria che noi imponevamo agli esami. Resisteva ancora, attardata nelle pieghe della semicultura diffusa e nel conformismo scolastico, l’idea di un medioevo “oscuro”: quello povero, ignorante, barbaro e superstizioso di cui aveva parlato il Voltaire. Noialtri, che ad esempio a Firenze avevamo studiato con Sestan allievo di Salvemini e di Volpe e con Garin allievo di Gentile non condividevamo certo quel genere di pregiudizi: eppure, la franchezza con cui Le Goff ci mise davanti a un medioevo certo ricco di ombre eppure luminoso, razionale, felice, libero, stupì e quasi scandalizzò perfino noi.

Imparammo più tardi a seguirlo nella sua torrenziale produzione senza lasciarcene più stupire, ma ammirandola sempre di più. Conoscevamo il suo “laicismo” intransigente, che pure non cedeva mai alla volgarità dell’anticlericalismo o dell’intolleranza: tuttavia ci sorpresero la delicatezza e la profondità con le quali riuscì a parlare di Francesco d’Assisi e la dottrina anche teologica con la quale esaminò il tema del rapporto tra santità e regalità nella figura di Luigi IX. Da quell’innamorato della vita che era, apprezzandola gioiosamente anche nei suoi aspetti fisici, riuscì a fornirci un quadro straordinario del ridere e dell’umorismo medievale come a parlarci con spregiudicato realismo del rapporto tra la gente del medioevo e il proprio corpo; ma al tempo stesso seppe mostrare nel bellissimo saggio Il cielo sceso in terra. Le radici medievali dell’Europa come la fede cristiana fosse profondamente intrinseca a una società che sapeva parlare di Dio sempre e comunque e dovunque, anche quando trattava di guerra, di usura, di mercatura.

Va infine ricordata la sua grandezza di autentico Maestro, che si manifestava non solo in termini di generosità e di dedizione, ma anche di vera e propria capacità di promozione e di direzione di ricerche ch’egli animava senza mai prevaricare, sempre rispettando il parere e la personalità dei colleghi e degli allievi che con lui collaboravano. Ne uscivano lavori di grande sintesi dietro ciascuno dei quali si avvertiva un lungo, intenso, faticoso lavoro analitico; lavori serenamente espositivi, nei quali pulsava una forte coscienza problematica e critica; lavori “divulgativi” magari, ma dove la divulgazione era sul serio quel che sempre dovrebbe essere, non affrettata orecchiatura o miserabile plagio, bensì un filo rosso teso tra la migliore specialistica e il grande pubblico. Un solo esempio: il più recente, anzi purtroppo l’ultimo che ci abbia regalato. Nel 2013, Laterza ha tradotto un libro a più mani uscito l’anno precedente da Flammarion e da Le Goff ideato, curato e coordinato insieme con alcune tra le migliori firme della medievistica europea: un vero e proprio Gotha della specialistica del settore. Uomini e donne del medioevo è un grosso e bel libro, molto ben illustrato: una specie di galleria enciclopedica di brevi biografie di personaggi del resto quasi tutti famosi. Niente di veramente nuovo, niente di originale a tutti i costi. Al contrario. Basta leggerlo: semplice, lineare, piacevole. E grande storia.

Franco Cardini


Minima Cardiniana, 15

Domenica 30 marzo 2014
Quarta Domenica di Quaresima - "Dominica caeci-nati" (cfr. Io., 9, 1-41) - San Secondo

L’EUROPA E’ MORTA. VIVA L’’EUROPA!

“…ma se da noi il sogno d’un’Europa / non ha ancora trovato il suo poeta / un ragazzo di Praga ha acceso una luce / che non si spegnerà: / Jan Palach – Jan Palach! / Torneranno i giorni d’ottobre, / saran rosse le strade d’Europa, / marceremo coi morti di Buda/ avran fiori le tombe di Pest…” (Leo Valeriano, forse)

“…tu, ragazzo dell’Europa, / tu col cuore fuoristrada… / tu, ragazzo dell’Europa, / tu non pianti mai bandiera…” (Gianna Nannini, senza dubbio)

Finis Europae. In Francia, un centrodestra largamente venato se non costituito di euroscettici e di antieuropesti mette alle corde lo stolido partito socialista del non meno stolido presidente Hollande il cui “chiaro” e “fermo” europeismo – quello alla Bernard-Henri Lévi, per intenderci - è stato, per l’Europa tutta, peggio della grandine; e ben tredici comuni cadono nelle mani del partito di Marine Le Pen, della quale molti cominciano a dire al di là delle Alpi occidentali quel che molti al di qua dicono da qualche settimana di Matteo Renzi: “Comunque vada, peggio di quelli di prima non potrà fare…”. E non è certo un caso se, con accenti e argomenti molto diversi, la Le Pen “da destra”(!) e Renzi “da sinistra”(?) convergono nel dire alcune cose che s’inseguono e s’intrecciano tra loro: basta con i diktat assurdi e incomprensibili, riprendiamoci il diritto di decidere dinanzi alle nostre responsabilità e alle nostre necessità.

Finis Europae. Ma di quale Europa stiamo mai parlando? Di quella “di Carlomagno”, che esisteva soltanto nei sogni di De Gasperi, di Schuman e di Adenauer? Di quella degli imperatori sassoni del X secolo, che piaceva a Novalis ma che secondo lui costituiva un tutt’uno con la Cristianità ormai morta (Christenheit oder Europa) e ardua a restaurarsi per quanto il cristianesimo, che ne costituiva una delle premesse e delle radici, non sia forse ancora morto e magari non morirà, o comunque siamo in molti ad augurarci che no muoia? Dell’Europa nata dal sogno di Napoleone e seminata nei solchi lasciati dalle ruote di ferro dei suoi cannoni? Dell’Europa nata invece dal Congresso di Vienna e che secondo il principe di Metternich moriva con lui, per cui egli si sentiva in buona compagnia? O di quella nata invece sulle rovine ancora fumanti e non ancora completamente atterrate della Cristianità, quella nata con i patti di Westfalia alla fine della guerra fratricida riduttivamente detta “dei Trent’Anni”, dal 1618 al 1648, mentre durava invece almeno da un secolo prima, dalle “Novantacinque Tesi” secondo l’uso universitario affisse il 31 ottobre del 1517 al portale della cattedrale di Wittenberg da un corpulento agostiniano trentaquattrenne figlio di un minatore sassone? Certo non già dell’Europa prospettata nel ’46 dal “discorso di Zurigo” del sinistro mister Churchill e con incertezza disegnata quindi attraverso l’OECE del ’48, il Consiglio d’Europa del ’49, i trattati di Parigi del 1954, quelli di Roma del ’57, il Parlamento europeo del ’58 e così via, in un caleidoscopio di istituzioni, di palazzi, di sigle, di uffici, di funzioni, di stipendi… Ma quell’Europa lì non era mai nata, aveva avuto molte sedi e troppe poltrone ma non un’anima…

Finis Europae. Ebbene, sì. O almeno forse. La invocavano settimane fa nella piazza Majdan di Kiev (che cosa succedesse nelle altre piazze della capitale ucraina non lo abbiamo mai né saputo, né capito; quanto in altre piazze di altre capitali, invocavano esattamente il contrario): ma le elezioni francesi l’hanno quasi definitivamente sancita anche se magari sopravviverà a se stessa – non è poi detto che gli zombies siano una leggenda: non, almeno, in politica -, mentre con le amministrative turche, nonostante la crisi di Twitter e di YouTube e i manifesti degli scrittori, la gente della repubblica laica, nazionalista e progressista fondata una novantina di anni fa da Mustafà Kemal Ataturk ci ha avvertito di essere stufa di bussare umilmente alle susssiegose porte di Bruxelles e di Strasburgo e che, se noi esitiamo a volerla con noi, ora è lei che non vuol più venirci.

Finis Europae. Ma non sarà anche la fine dell’Occidente e della Modernità? Ma sono davvero sinonimi, l’Europa, l’Occidente e la modernità? O sono solo conviventi e complementari? O non sono più nemmeno quello?

Verrebbe da parafrasare il Pier Paolo Pasolini de Le ceneri di Gramsci, che diceva: “E’ questa l’Italia – e non è questa l’Italia”. Proprio così per l’Europa, che con l’ingresso della Croazia nel 2013 è diventata una “Unione di ventotto stati”, solo che nessuno sa che cosa in realtà sia, che cosa rappresenti, in che cosa consista. Non è né una federazione, né una confederazione. Ha organi di governo e di controllo direzionale, come la Commissione Europea e il Consiglio d’Europa, che non governano, non controllano, non dirigono. Ha un parlamento dotato di pareri più o meno consultivi salvo su alcune, ristretta materie. Ha una Banca Centrale, che però è privata, e che emette una moneta forte e universalmente apprezzata ma che costa molto ai popoli che dovrebbero comunitariamente esserne i titolari. Ha una bella bandiera onnipresente e ignorata da tutti e un bellissimo inno con musica di Beethoven ma privo di un testo che i popoli possano cantare tutti insieme ciascuno nella sua lingua e nel quale possano riconoscer il loro comune intento. Non ha una Costituzione perché non ha saputo darsela, pare scivolando sul disaccordo relativo alla componente cristiana nelle sue “radici”. Non ha partiti sovranazionali che possano vivere concretamente e capillarmente la politica europea, al contrario dei repubblicani e dei democratici d’Oltreoceano che vivono sia pur problematicamente quella statunitense (partito socialista europeo e partito popolare europeo fanno ridere, sono larve).

Questo è quel che l’Europa possiede e sa di possedere. Superfluo, anzi perfino inutile e sotto alcuni aspetti dannoso. Costoso, macchinoso, lontano dalla gente, zeppo di privilegi ma povero di autentico potere. Poi ci sarebbe quello che ha senza saper di possedere: il nostro patrimonio storico e culturale comune, che non essendo curato né approfondito vegeta nell’incerta penombra delle cose dimenticate. E passiamo a quel che viceversa non ha. Non ha un’autentica unità né istituzionale, né politica, né giuridica e giudiziaria. Come tradizionalmente ben sanno tutti quelli che hanno qualche nozione di storia istituzionale, per costituire un reale soggetto pubblico occorrono quattro “oggetti” simbolici: la bandiera, vale a dire l’identità istituzionale; la toga, vale a dire le istituzioni giuridiche e giudiziarie sicure e indipendenti; la spada, vale a dire una forza armata di difesa; la moneta, vale a dire gli strumenti economico-finanziari garanti della sua sovranità. Siamo provvisti di bandiera solo formalmente, abbiamo una toga lisa e spiegazzata, la nostra spada è impugnata dallo straniero che gestisce gli alti comandi NATO; la moneta invece l’abbiamo fatta subito, e si è imposta molto presto, ma risulta gestita dalle lobbies private - in parte i soliti ignoti, in parte i soliti noti – che tengono ben strette nelle loro manacce magari ben curate le redini della Banca Centrale Europea la quale dovrebb’essere strumento pubblico pena la schiavitù economica.

Lasciatemi sottolineare in modo particolare la gravità costituita dal fatto che l’Europa non disponga di una forza armata comunitaria, mentre quasi tutti gli stati suoi membri aderiscono a un’organizzazione nata in funzione della difesa nordatlantica, la NATO, gli alti comandi della quale sono strettamente legati all’esercito e quindi al governo di una superpotenza amica finché si vuole, ma extraeuropea. I suoi organi rappresentativi e dirigenziali ci costano moltissimo e hanno poteri notevoli nell’area economico-finanziaria, però non hanno voce in termini né politici né diplomatici. E’ stato detto che l’Europa è un gigante economico e un nanerottolo politico. A livello diplomatico e militare, non arriva nemmeno a essere un criceto. Ma se l’Europa non ha né una linea politica unitaria indipendente, né una rappresentanza diplomatica coerente ed efficiente, né una difesa militare autonoma, allora significa una cosa sola. Tanto chiara quanto amara. Che non ha sovranità. E allora, le porzioni di sovranità che noi abbiamo ceduto – non solo quella monetaria -, domandiamoci, chi ce le ha prese? Chi se n’è appropriato? Chi le detiene? Alcune lobbies di finanzieri e di tecnocrati dei quali i politici – “delegati” dalle segreterie dei vari partiti dei singoli stati della UE - sono “comitati d’affari”, assistenti e/o dipendenti dei chief executive officiers incaricati di legittimare attraverso i meccanismi parlamentar-burocratici le scelte dell’oligarchia europea, dei loro colleghi statunitensi e in qualche misura dello stesso governo di Washington dotato forse a sua volta di un potere sempre più residuale, dal momento che – un po’ com’è accaduto nell’Europa di un migliaio di anni fa – la polverizzazione dei pubblici poteri sta conducendo a una progressiva e forse irreversibile “allodizzazione” di essi?

Molti paesi, in un passato recente e recentissimo, hanno fatto fuoco e fiamme per venir ammessi nell’UE, l’Unione Europea: ricorderete l’Ungheria, la Romania, la Polonia. Oggi, le istanze antieuropeistiche in esse sono fortissime; e il vento dell’Antieuropa soffia un po’ dappertutto, dall’Irlanda alla Spagna alla Grecia per non parlar dell’Italia.

Le elezioni in Francia e in Turchia sono state, al riguardo, un test importante. Sia da parigi, sia da Ankara (e da Istanbul), sono arrivati dei “No” forti e chiari, per quanto non ancor assoluti e intransigenti, all’Europa che ospita sul suo territorio i missili a testata nucleare americani ma legifera sulla quantità di surrogato alla nocciola legittimamente tollerabile nel cioccolato e della lunghezza della coda dei merluzzi.

Hanno detto quasi di no, da due parti quasi alle opposte estremità del continente: dal nordovest e dal sudest. Da una parte uno dei paesi che per primo, con la Germania, il Belgio, l’Olanda, il Lussemburgo e l’Italia, aderì fino dal 1949 al Consiglio d’Europa e quindi agli altri organi comunitari nella prospettiva di un’integrazione che avrebbe dovuto essere politica, militare ed economica. Era il sogno di Schuman, di De Gasperi, di Adenauer; a modo suo e con molte remore e parecchi distinguo lo era anche di De Gaulle. E ora la Francia minaccia di essere la prima “nazione fondatrice” a volger le spalle all’Unione. Dall’altra un paese che fino dagli Anni venti del secolo scorso aveva fatto una coraggiosa scelta rivoluzionaria in senso europeo ed occidentale, e che per anni ha pregato di essere accolto da un’Unione Europea che gli opponeva mille ostacoli e gli moveva mille critiche: finché esso ha dato l’impressione di esser lui ora a voltarci le spalle e a torna a guardare a un modello islamico antieuropeo da un lato, a una rinascita neo-ottomana o panturca dall’altro.

Che cos’è successo? Che cosa non ha funzionato? Molte cose e molto complesse. Ma sono credo in grado di rispondere con un solo esempio desunto dal caso personale che meglio conosco: il mio.

Mezzo secolo fa, giovanissimo professore di liceo con aspirazioni universitarie ed europeista convinto, guardavo all’Europa del Parlamento Europeo e del Mercato Comune e mi andavo ripetendo che tutto quel castello di sigle e d’istituzioni in fondo poteva anche andare, ma che c’erano tre handicap: il sospetto che la nuova Europa, se davvero fosse decollata, sarebbe stata troppo condizionata dalla Guerra Fredda ancor imperante che la voleva parte unilaterale dell’Occidente, del “Mondo libero”; la paura ch’essa rischiasse di crescere con un corpo fatto tutto di soldi, d’interessi, di tecnologia, ma senz’anima né storica, né morale, né culturale. L’Europa era (quasi) fatta: ma bisognava fare gli europei. E per questo bisognava cominciare dalla nostra cultura, dal nostro spirito comune pur nelle molte e tutte sacrosante diversità, dalla scuola. Ci sono il Consiglio, la Commissione, il Parlamento, mi chiedevo: ma che cosa si aspetta a fondare la Cittadinanza, cioè la coscienza civile, il senso identitario? L’Europa stava diventando una Unione, anche se non si capiva se federale o confederale; ma quando, e come, sarebbe diventata un’autentica “Patria comune”, un Grossvetarland per popoli diversi per lingua e per tradizione eppure geoculturalmente connessi tra loro, i singoli Vaterländer dei quali si erano magari odiati per secoli ed erano stati tra fine Settecento e metà Novecento profondamente inquinati dalla peste nazionalista, mentre era necessario per ciascuno degli abitanti dei quali e per tutti nel loro complesso recuperare il rispettivo senso della Heimat, della piccola patria regionale, o subregionale, o cittadina, o addirittura microlocale.

Ma per quest’immensa opera di ridefinizione storica e culturale, ci sarebbero volute anzitutto la cultura e la scuola: cominciando magari dal “grado zero”, un manuale di storia europea – anzi, di antropologia storica - comune che tutti i ragazzi di tutti i paesi associati avrebbero dovuto studiare ciascuno nella sua lingua e magari riproporre nei loro singoli dialetti, senza nulla prendere della sacrosanta e benedetta diversità che ci distingue, perché noi europei (pur con le nostre basi unitarie: le radici cristiane e la koiné grecolatina di fondo) altro non potremo mai costituire se non qualcosa che risulti e pluribus unum. I trattati di Parigi per la creazione dell’Unione Europea Occidentale (che prima o poi dovrà includere anche quella Centrale e Orientale) sono stati firmati nel 1954: abbiamo perduto dieci anni, mi dicevo nel 1964. Che cos’aspettiamo?

2014. Di anni ne abbiamo perduti cinquanta. Mezzo secolo. Siamo ancora al grado zero, con l’aggravante che siamo invecchiati e abbiamo perduto credito. Ormai, in Europa (e nella NATO) vogliono entrarci solo gli ucraini occidentali. Che fra qualche anno a loro volta si ricrederanno, come i greci e gli ungheresi.

Eppure, l’Europa perdinci esiste. L’Europa delle cattedrali, delle università, della circolazione delle opere d’arte e degli ingegni, di una patria comune che a differenza degli Stati Uniti d’America (che hanno potuto definire se stessi “nazione americana”) non ha avuto bisogno di una guerra civile combattuta all’indomani del suo patto d’unione perché di guerre civili ne avevamo già fatte abbastanza, e tutte regolarmente concluse con cattivi o pessimi trattati di pace, da Westfalia a Utrecht a Versailles per tacer di quelli ispirati nel ’45 dall’infausto incontro di Yalta che, almeno nelle intenzioni di Roosevelt e di Stalin,m avrebbe dovuto segnare l’impossibilità eterna, per i secoli a venire, di giungere a un’unità politica europea.

Di altre guerre civili non abbiamo bisogno: abbiamo già dato. Di unità forzose, garantite dall’egemonia di una superpotenza interna, non possiamo più sentir parlare dopo i fallimenti napoleonico e hilteriano. Di unità burocratica e fittizia garantita dalle basi NATO e dal controllo statunitense, ne abbiamo abbastanza. O ci rassegniamo a restare ricchi, deboli e divisi – mentre già stiamo impoverendoci: tra poco saremo deboli, divisi e anche poveri – o riprendiamo da capo, con al pazienza di penelope e dei certosini, il lavoro di Sisifo della costruzione della nostra unità. Che sia, stavolta, unità di persone e di popoli, dal basso e dal profondo; non più unità di stati e di governi a loro volta inquinati dalla loro sudditanza allo straniero e schiavi dell’assenza di scopi morali e culturali e dal dogma del primato dell’individualismo e dell’economia. Su “Repubblica” di sabato 29 marzo Zygmunt Bauman notava che la vecchia autorità degli stati-nazione è ormai completamente evaporata, che la separazione tra politica e potere è definitiva e irreversibile (alludendo evidentemente a un “potere pubblico”, e senza capire che proprio esso è da ricostruire, e che ciò è per definizione il còmpito supremo di qualunque società civile) e concludeva affidandosi al parere del manifesto Per l’Europa! di Daniel Cohn-Bendit e di Guy Verhofstadt che indica nell’”identità europea” la forza adatta a superare gli stati-nazione (ma con quali strumenti? Lo chiedo perché al concetto di “identità europea” lavoro umilmente da anni), mentre Alain Finkielkraut insiste sulle “identità nazionali”. Insomma, siamo fermi con un apio di secoli in ritardo alla “complementarità” dei due rami del parlamento statunitense, con un Senatyo che rappresneta paritariamente gli Stati e un Congresso che rappresenta proporzionalmente tutti gli abitanti dell’Unione. E mica sarebbe poco. Ma, con serena ignoranza delle forze storiche in campo e dei modelli da adottare e/o da adattare, Cohn-Bendit e Verhofstadt citano Habermas e Arendt, il secondo Kundera: indugiamo insomma ancora nella galleria degli Spiriti Magni, ma non si ricorda nemmeno che le identità sono per loro natura tutte imperfette e soggette alla dinamica della storia. Alla fine rispunta Edmund Husserl, che già un’ottantina di anni fa avvertiva: “Il pericolo più grave che minaccia l’Europa è la stanchezza”. Appunto.

Anzi, invece no. Più sopra ho citato parafrasandolo un poeta. Mi verrebbe voglia di concludere parafrasandone un altro, il più grande del Novecento, l’Ezra Pound dei Canti Pisani. “Credo nell’Italia – e nella sua impossibile rinascita”, diceva lui. Anch’io, europeista invecchiato e deluso, continuo con rabbia disperata a credere nell’Europa e nella sua impossibile autentica nascita. Del suo divenire infine, civicamente, quel che culturalmente e storicamente è già da secoli.

FC


Minima Cardiniana, 14

Domenica 23 marzo 2014
Terza

Domenica 23 marzo 2014
Terza Domenica di Quaresima (Dominica de Samaritana) (Evangelium Chananeae) (Domenica di Abramo secondo il Rito Ambrosiano)

Cari e affezionati Venticinque Lettori (ammesso e non so quanto concesso che raggiungiate quel numero che Alessandro Manzoni ha reso fatidico),

Oggi Vi ammannisco una lunga, triplice razione di considerazioni, in quanto questo è un giorno molto speciale a livello sia obiettivo (vale a dire liturgico-calendariale), sia soggettivo (cioè strettamente personale: ma vorrei farVene parte). Anzitutto questa è, dopo il 21 di marzo, Equinozio di Primavera e festa di San Benedetto, appunto la prima domenica primaverile; e, insieme, la domenica di Metà Quaresima, quella nella quale si usava nella Chiesa di un tempo e nell’”Italia umìle” di una volta, celebrare qualche piccola festicciola perché si era a mezza strada sul cammino penitenziale con il quale si accompagnava l’Anno liturgico. Tra le feste che segnavano questo giorno c’era la ripresa della tradizioni che segnavano, con la primavera, l’anno nuovo: ad esempio la rottura simbolica di qualche vecchia e ormai inservibile suppellettile domestica. Ad esempio una vecchia pentola di coccio, che diventava la Pentolaccia che, riempita di semplici dolciumi e appesa poi a una corda, veniva colpita da gareggianti dagli occhi bendati. Vinceva ovviamente chi riusciva col suo bastone a romperla: ma della pioggia di caramelle, biscottini e frutta secca che usciva dal suo ventre – le semplici leccornie da fiera paesana del Tempo della Miseria, quando il consumismo era di là da venire – beneficiavano tutti, secondo quella mentalità e quella tradizione comunitaria che la Modernità capitalista ha combattuto per molto tempo con successo, giungendo quasi a sradicarla (con le conseguenze che conosciamo).

Questa domenica è poi davvero speciale per la Liturgia della Parola. Il Vangelo che vi si legge durante la messa, Giovanni 4, 5-42, è davvero una delle pagine più belle e commoventi di tutto il Nuovo Testamento: l’incontro fra il Signore e la Samaritana al “Pozzo di Giacobbe” e la proposta dalla parola di Dio, la vera Acqua della Vita. Una pagina da rileggere e da dedicare a chiunque – dalla Crimea a Lampedusa, passando per l’Afghanistan, per l’Africa e per l’America latina – ha fame e sete di giustizia. E senza dimenticare che, se l’Acqua della Vita è il significato profondo di quella pagina, il significante di essa – il simbolo: l’acqua, appunto – resta essa stessa a fondamento indispensabile della vita fisica. Un dono di Dio davvero prezioso, di cui nessuno può appropriarsi e che nessuno può privatizzare. Nessuno: a cominciare dalle multinazionali che vorrebbero chiuderla in gabbie tecnologiche e giuridiche per venderla agli africani, agli asiatici e ai latino-americani (e anche agli europei) derubando Dio che ne è il padrone e sfruttando gli esseri umani cui essa spetta liberamente.

Domenica a parte, la prima grande festa cristiana dopo l’Equinozio di Primavera è l’Annunciazione della Madonna, il 25 marzo, giorno al tempo stesso dell’ Incarnazione, vale a dire del virginale concepimento di Maria, esattamente nove mesi prima della festa regale e solstiziale del 25 dicembre che la Chiesa di Roma aveva stabilito di celebrare ritualmente nel medesimo giorno nel quale il Caput Mundi celebrava il culmine delle Libertates Decembris e al tempo stesso il Dies Natalis Solis Comitis Invicti. In molte città dell’Italia premoderna non si seguiva più la tradizione romana che, fino dal 153 a.C., aveva fissato alle Calendae Ianuariae, al 1° gennaio, l’inizio dell’anno civile. Ma lo “stile della Circoncisione” non venne usato abitualmente né dalla Curia pontificia né da molte città della penisola (che gli preferivano quello “della Natività” o “dell’Incarnazione” o quello “veneto” che partiva dal 1° marzo o quello “bizantino” dal 1° settembre). Alla tradizione romana si tornò fatalmente nel corso del XVIII secolo, quando il processo di “ri-romanizzazione” e di “classicizzazione” della cultura europea giunse a maturazione. Nel granducato di Toscana ci vollero i granduchi asburgo-lorenesi per ricondurre nel 1749 all’anno iniziante il 1° gennaio le città che, con parecchie variabili, almeno dal X secolo ca. usavano lo “stile dell’Incarnazione” e facevano cominciar quindi l’anno il 25 marzo. Ma da qualche anno si è cercato di rivalutare quella tradizione dimenticata, il “Capodanno dell’Incarnazione”. Quindi, chi vorrà potrà celebrare un Capodanno 2014 secondo quello “stile” (a Pisa, dove lo “stile” seguiva però un còmputo anticipato, come a Piombino e talora anche a Siena e perfino in qualche caso attestato a Lucca, si potrà volendo celebrare addirittura il Capodanno 2015).

A livello strettamente personale, il 23 marzo è per me dies albo signanda lapillo: non già – come senza dubbio qualcuno dei miei numerosissimi detrattori malignamente e calunniosamente sogghignando non mancherà di suggerire – in quanto sia il XCV della Fondazione dei Fasci di Combattimento (la “Giornata di Piazza San Sepolcro”, sulla quale Filippo Tommaso Marinetti scrisse peraltro una memorabile pagina futurista), ma più semplicemente e privatamente perché è l’anniversario (quest’anno il quarantottesimo) della mia giornata di tesi di laurea, che discussi a Firenze vestito della mia cara uniforme grigiazzurra di allievo ufficiale di complemento dell’Accademia Aeronautica di Pozzuoli appunto il 23 marzo del 1966, con il mio indimenticabile Maestro Ernesto Sestan: una discussione che si concluse con un trionfale quanto immeritato 110 e Lode.

Ecco le ragioni, di fiorentino e di vecchio studente, per le quali questo giorno mi è particolarmente caro. E ho deciso di farne parte chi segue questa rubrica dedicandogli addirittura tre diversi tipi di riflessione, tutte primaverili e toscane, ma con aspetti che, mi auguro, riusciranno in qualche modo interessanti anche per chi toscano non sia. Parleremo di una “cittadella della cultura internazionale” (e di gente interessata sul serio alla Pace); di una serie di feste e d’iniziative fiorentine; di un caso, sempre fiorentino, che potremmo definire di “malapubblicità”.

1. …MA QUELLA RONDINE FA PRIMAVERA

San Benedetto da Norcia, grande abate e archimandrita, patrono d’Europa: la sua festa si celebra il primo giorno di primavera, ma, come si usa dire, “una rondine non fa primavera”. I simpatici e graziosi pennuti possono in realtà anticipare o ritardare il loro ritorno dalle aree latitudinarie più meridionali, quindi più calde, a seconda delle circostanze climatiche stagionali.

Eppure, una Rondine che fa sempre e comunque sul serio primavera esiste. E chi, sulla direttissima ferroviaria Firenze-Roma, faccia caso al paesaggio dell’Arno che gli si spalanca dinanzi non lontano da Arezzo, la vedrà alta su un grande sperone roccioso che domina il fiume. E’ un paese bellissimo, dominato da una possente torre medievale.

Si tratta appunto del paese di Rondine, presso i centri un po’ più grandi di Laterina e di Castiglion Fibocchi, in quel paesaggio segnato dallo splendido ponte medievale di Buriano che – si dice – fu immortalato da Leonardo come sfondo alla sua Gioconda.

Oggi, ormai da alcuni anni, il paese di Rondine è pacificamente occupato da una folta, allegra ed esemplare comunità di studenti guidati e organizzati da una personalità dal carisma simile per certi versi a quello di un Danilo Dolci o di un Aldo Capitini, ma armato di prospettive molto più concrete rispetto a quei pur venerabili “modelli”. Si tratta dell’amico professor Franco Vaccari, che con pochissimi mezzi ha saputo in pochi anni far rivivere un paese agricolo praticamente abbandonato e trasformarlo in un Centro Studi e Campus universitario che coadiuvato da alcuni autentici volontari organizza stages, convegni, giornate di studio, viaggi, e soprattutto ospita come borsisti decine di studenti provenienti da tutti i paesi del mondo, con una caratteristica specifica: facendo programmaticamente incontrare giovani appartenenti a gruppi nazionali e/o etnici tradizionalmente tra loro ostili oppure contingentemente in guerra fra loro. A Rondine sono passati e continuano a passare israeliani e palestinesi, israeliani e iraniani, russi e ceceni, russi e ucraini, georgiani e osseti e insomma ragazze e ragazzi abituati a considerare se stessi e la gente cui appartengono come “naturali” avversari di altre genti, di altri gruppi, degli appartenenti a fede religiosa diversa, di portatori di pigmenti cutanei e di abitudini differenti dai loro.

A Rondine s’impara una verità tanto sacrosanta quanto difficile a impararsi e ardua a praticarsi: che cioè la diversità, a qualunque livello, è una ricchezza comune e che dovrebb’essere condivisa da tutti; che “avversari naturali” non esistono, mentre esistono rivalità ideologiche, culturali, storiche e geopolitiche a loro volta importanti, ma che vanno decrittate e demistificate, “disincantate”. Qui s’impara a rispettare concretamente e fattivamente il “Diverso-da-Noi”, ad apprezzare la sua musica e il suo modo di cucinare i cibi, a comprendere le sue abitudini e magari i suoi pregiudizi, a confrontare le proprie idee e i propri stili di vita con quelli altrui, a discutere e magari perfino a litigare senza tuttavia perdere mai il senso dell’amicizia acquisita e la volontà di conquistarla quando non ci sia ancora, di rafforzarla e di confermarla quando sia già nata; e qualche volta, com’è logico e naturale se e quando i ragazzi stanno vicini, ci scappa anche la storia d’amore, che è la garanzia più naturale e più forte quando si voglia fondare un rapporto comunitario. La vita in comune, lo studiare e il ridere e lo scherzare e il mangiare e il bere assieme, la volontà di affrontare e di risolvere in comune i grandi problemi dell’esistenza come i piccoli della convivenza, la franchezza reciproca e la lealtà comunitaria: questo è il miracolo di Franco Vaccari e dei suoi amici e collaboratori; questa è la Rondine che fa Primavera e che annunzia al mondo che una nuova primavera umana è possibile e che a impedirla ci sono soltanto l’ignoranza e il pregiudizio spesso indotti e sostenuti da forze che – quelle sì – sono davvero le Nemiche.

Sto trasferendo a Rondine una parte della mia biblioteca e ho cominciato a mia volta con Franco e con i suoi ragazzi un’esperienza di volontariato: parziale per ora, più intenso se non addirittura residenziale e definitivo, come vorrei, tra qualche tempo, a Dio piacendo e se le mie condizioni professionali, fisiche e familiari me lo consentiranno.

Collaborate con Rondine. Ci sono infiniti modi per farlo. E’ una rarissima occasione d’incidere sul serio nel mondo, per cambiarlo. Sta diventando una cosa grossa: e crescerà sempre di più. Potete scrivere alla comunità utilizzando la casella postale 46 – 52100 Arezzo e l’indirizzo info@rondine.org Hanno bisogno di Voi: ma siete soprattutto Voi ad aver bisogno di loro. Non resterete delusi.

2. IL CAPODANNO FIORENTINO, LA MADONNA E I MAGI

Ci si sta finalmente accorgendo, in questa Firenze dissestata e in un’Italia dissestata, che la “ripresa” non comincia se non da noi e dall’interno di noi: il che vuol dire dalla nostra ricostruzione interiore, sia personale sia comunitaria. Si fa molta retorica sulla cultura e sulla “bellezza che salverà il mondo”, ma in realtà non si sa bene da che parte cominciare. Eppure la risposta è qui, davanti a noi: in quello che siamo, nel nostro modo di vivere e di concepire il mondo. Il che significa appunto – due parole che qualcuno ha cercato di criminalizzare - “identità” e “tradizione”. E’ necessario non solo riconquistarle, ma gestirle in modo aperto, che guardi al futuro. Non sono valori fermi e chiusi, al contrario: sono dinamici, si rinnovano di continuo. Dante lamentava che la Firenze del suo tempo fosse piena di “gente nova”, che magari veniva dal Mugello o dalla Valdelsa, luoghi posti a un giorno di cammino a dorso di mulo. Ma oggi con un giorno di viaggio in aereo si può arrivare a Firenze da qualunque parte del mondo. Tra vent’anni, la classe dirigente cittadina e la città stessa sarà piena di giovani figli di maghrebini o di cinesi: e se noi avremo lavorato bene da ora in poi saranno dei fiorentini eccellenti, come lo furono nel Quattrocento i Medici che pochi decenni prima erano venuti in città da Cafaggiolo nel Mugello.

Continua...

3. WHAT AN AWFOOL BRAND! A PROPOSITO DI UN “CASO” ALLARMANTE DI PERDITA DEL LINGUAGGIO SIMBOLICO E DEL SENSO DELLA TRADIZIONE

Cominciamo col dire che l’italiano “sede” è molto più incisivo e preciso dell’inglese location per indicare il luogo nel quale si svolge o si vuole che si svolga un evento: ma i media, i politici e gli organizzatori prediligono entusiasticamente la parola britannica al punto di farne un uso anche smodato e ridicolo. In tempi nei quali sono in molti, a partire dal Presidente del Consiglio, a riparlare della necessità di un qualificante rilancio della cultura italiana, sarebbe forse bene cominciare dalla lingua evitandone la macdonaldizzazione.

Il termine brand, che nell’idioma di Shakespeare indica il “segno”, il “marchio”, il “simbolo”, il logo, è una gran bella parola: deriva da un’espressione germanica che ha dato luogo sia all’inglese to burn, sia al tedesco brennen, e che ha dato origine fra l’altro alla parola brandy che indica appunto il risultato dell’esposizione di un liquido zuccherino a una fonte di calore fino a provocarne la distillazione. Difatti, l’atto del distillare s’indica in francese con il verbo brûler, ben espresso dall’italiano “ardere”. Erano pertanto politicamente alquanto goffi ma etimologicamente corretti i linguisti di regime che negli Anni Trenta, al tempo dell’autarchia che implicava anche la lotta per la purezza linguistica, avevano ribattezzato il cognac francese usando l’imaginifica parola dannunziana “arzente”.

Certo quelli là esageravano, con il “ristoratore” al posto del Restaurant e ohimè perfino la “Coda-di-Gallo” al posto del Cocktail. Il Duce ci andava giù peso, ammettiamolo. Ma, insomma, c’è proprio tutto questo bisogno di chiamare brand – che appunto indica qualcosa di bruciato: è il marchio a fuoco che s’imprimeva sugli animali delle mandrie e che ancor oggi serve a sigillare i prodotti in pelle e in cuoio – quel che potremmo benissimo definire “segno”, o appunto “marchio”, o addirittura “sigillo”? Non ci si accontenta più nemmeno del termine griffe, un tempo ritenuto sufficiente, visto che l’espressione trade mark può sembrar troppo volgarmente commerciale?

Che quest’ennesima umiliazione dell’italiano sia mediaticamente opportuna debbono averlo pensato in Palazzo Vecchio gli amministratori e i loro, diciamo così, “consiglieri culturali”. Ma non è questo il punto. Chiamiamolo pure così il rettangolo rosso nel quale è inscritto un altro rettangolo bianco che reca in modo da costruire nel suo complesso un quadrato e una scritta in maiuscole capitali latine riproducente, su quattro righe, la parola “Firenze” espressa in quattro-cinque lingue: latino (Florentia), inglese che potrebb’essere anche francese (Florence), tedesco (Florenz), spagnolo (Florencia). Una soluzione grafica abbastanza semplice evidenzia in rosso, tra le 33 lettere disposte in quattro righe (26 delle quali in nero), le 7 necessarie – evidenziate in rosso - affinché se ne possa trarre l’acronimo FIRENZE.

Autore del marchio – che non intendo né discutere né contestare in senso propriamente mediatico e pubblicitario - è Fabio Chimenti: e il comune avverte che la scelta di esso è dipesa dal giudizio di “specialisti nel settore” (quale? Quello pubblicitario, viene da pensare), “docenti universitari” e “giornalisti”. Si tratta della giuria che ha scelto fra 5000 proposte presentate da 2451 progettisti di ogni parte del mondo. Insomma, un concorso. Magari lungo e costoso. Non conosco i nomi dei membri della giuria: tuttavia la cosa mi ricorda qualcosa di analogo promosso alcuni anni or sono da un giovanissimo Presidente della Provincia di Firenze, tal Matteo Renzi che pare abbia fatto carriera. Egli si era posto il problema di svecchiare il vecchio emblema della Provincia stessa, lo scudo caricato del nostro glorioso giglio partito di bianco e di rosso (o d’argento e di vermiglio, come araldicamente si dovrebbe dire). Si bandì un concorso e si nominò una commissione giudicatrice della quale facevano parte varie persone tra le quali, ad esempio, la professoressa Cristina Acidini (sulle competenze della quale non si può certo né eccepire né dubitare). Tra esse c’era anche l’autore di queste poche righe. Lavorammo con serietà e discutemmo a lungo: il nostro unanime responso, alla fine, fu che tanto storicamente quanto esteticamente il vecchio scudo era assolutamente superiore a tutte le nuove proposte. Ed esso rimase; e noi riteniamo ancora di aver fatto bene.

Qui si trattava di far qualcosa di nuovo, che dovrebbe rappresentare Firenze in occasioni presumibilmente economiche o magari anche culturali, insomma “d’apparato”, come si usa dire. Obbligata la scelta cromatica, il bianco-rosso del nostro gonfalone: ovvia, ma comunque di buon risultato estetico. Invece, quella delle lingue? Certo, era necessario nella logica grafica del disegno vincitore usare idiomi espressi in lettere latine per rendere il risultato comprensibile. Ma proprio questo costituisce, al tempo stesso, un forte limite di un marchio destinato a girare il mondo nel XXI secolo. Il futuro sarà, a quel che sembra, dominato dai quattro paesi l’acronimo dei quali costituisce la sigla BRIC: Brasile, Russia, India, Cina. Ebbene, solo uno degli idiomi usati in questi quattro paesi si esprime per iscritto in caratteri latini, il portoghese dei brasiliani. Una maggior astuzia commerciale avrebbe allora forse consigliato di inserire in terza fila, tra il nome latino e quello anglo-francese di Firenze, anche il portoghese Florença: evitando di arrossare le prima E di Florence e cedendo tale onore alla parola lusitana, si sarebbe ottenuto comunque un acronimo perfetto, mentre le cinque righe del blocco di lettere così risultante sarebbero state più adatte anziché quello disposto su quattro a “ripetere” la forma rettangolare dei due campi colorati. Ma resta il fatto che gli abitanti degli altri tre paesi del BRIC, attuali e soprattutto futuri preziosi turisti a Firenze e acquirenti di prodotti fiorentini, si sentiranno così esclusi da un marchio passatista che continua a privilegiare i paesi e le lingue dell’Occidente. Esclusi, e magari offesi per tale esclusione. Non è un buon inizio; ed è un cattivo auspicio.

Sembra che un’inchiesta condotta attraverso Facebook abbia dato, a proposito del gradimento dei fiorentini, risultati rovinosi: con l’80% contrari. A Palazzo Vecchio potranno naturalmente fregarsene, adottando ancora una volta il principio del “cosa fatta capo ha”, secondo un assioma che Dante e Malaparte hanno fatto diventare una specie di motto nazionale. Ma sarà prudente? E soprattutto, sarà prudente l’aver tralasciato, nel brand, la citazione del nostro caro bel giglio fiorentino, così carico di gloria e così elegante nelle vecchie forme che i nostri padri gli abbiamo conferito, come si ammira ad esempio sul “dritto” del fiorino d’oro coniato per la prima volta nel 1252 (sul rovescio c’era Giovanni Battista).

Il brand, insomma, c’era già eccome: era lì, pronto. Proprio lei, la nostra splendida moneta medievale. Non sarebbe stato il marchio migliore e più opportuno? Se questa proposta fosse messa ai voti su Facebook, ci scommettete che il responso sarebbe plebiscitario? Provare per credere.

Ma così, davvero no. Per dirla nell’idioma che politici e pubblicitari prediligono, dear friends, this brand is shit!

Franco Cardini

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Il 14 gennaio in libreria: La scintilla (con Sergio Valzania)

Da Tripoli a Sarajevo. Come l'Italia provocò la prima guerra mondiale


Mentre l'Europa si prepara a celebrare i cento anni trascorsi dallo scoppio della prima guerra mondiale, Franco Cardini e Sergio Valzania ricostruiscono la catena di eventi che condusse alla tragedia, evidenziando il ruolo chiave svolto dalla guerra di Libia.
Spetta all'Italia l'avere «dato il la» alla finis Europae e al «tramonto dell'Occidente»? «Se è così» scrivono Cardini e Valzania «non vanno comunque dimenticati i molti e gravi problemi ai quali, nel '14, si cercò di rispondere con le armi: quello sociale anzitutto, insieme con quello rappresentato dallo sfruttamento colonialistico al quale la scienza positivistica porgeva l'alibi della superiore civiltà occidentale e del "fardello dell'Uomo Bianco", tanto simile al fagotto del ladro.».

In libreria: Quell'antica festa crudele

Guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese

Questo libro approfondisce il vasto tema della guerra non solo dal punto di vista dell’evoluzione tecnica e strategica ma anche e soprattutto da quello dell’ideologia e della mentalità: insomma della sua «cultura». Com’era, quale posto aveva nella vita delle società, come la vivevano gli uomini che la facevano e la subivano. Spaziando in un lunghissimo arco di tempo che va dall’Alto Medioevo alle soglie dell’età contemporanea, attraverso la lettura di una ricca e pittoresca galleria di testimonianze, letterarie e no, Cardini racconta di un mondo in cui la guerra era una presenza consueta eppure, in fondo, molto meno devastante di quanto saranno le guerre di un’epoca più «umanitaria» e pacifista qual è la nostra.

 


In libreria: Il Turco a Vienna

La capitale dell'impero, l'esercito cristiano contro l'esercito turco, due mesi di assedio, una splendida domenica di gloria.

«Cominciò così la grande battaglia attorno alle mura di Vienna. Era il 12, nel giorno di domenica benaugurante per i cristiani. Alle quattro del mattino, re Giovanni insieme con il figlio Jakub servì personalmente e con devozione la messa celebrata da frate Marco nella cappella camaldolese. Lo scontro si protrasse fino a sera per concludersi trionfalmente in Vienna liberata; all'alba del giorno dopo, sotto il ricco padiglione del gran visir conquistato dalle sue truppe che stavano saccheggiando il campo ottomano, Giovanni III poteva scrivere una trionfante lettera alla sua regale consorte. Terminava così, dopo due lunghi mesi, l'incubo dell'assedio alla prima città del Sacro Romano Impero e capitale della compagine territoriale ereditaria asburgica. Con esso, l'ultima Grande Paura provocata da un assalto ottomano a una Cristianità peraltro tutto meno che unita».