In libreria...

SINDONE/POLEMICHE. Dopo il dibattito a “Porta a porta” con sindonisti e scienziati lo storico Franco Cardini controattacca e lancia il guanto di sfida agli scienziati che vorrebbero dimostrare l’autenticità della Sindone con argomenti insostenibili e aberranti ipotesi. Un dibattito pubblico alla Biblioteca Sormani di Milano, 22 maggio, ore 18 con Cardini, Marina Montesano e il filosofo Giulio Giorello.

Franco Cardini e Marina Montesano hanno appena pubblicato da Medusa il loro ultimo saggio storico. Ha per tema la Sindone, la sua storia, il dibattito che dura da un secolo. Come coautore di La Sindone di Torino oltre il pregiudizio Cardini è stato invitato da Bruno Vespa giovedì 7 maggio 2015 in tivù a Porta a Porta. Il dibattito – cui partecipavano un religioso, mons. Giuseppe Ghiberti, e altri quattro fra studiosi e giornalisti invitati come esperti in materia – ha avuto un esito scientificamente aberrante, secondo il grande medievista. «La responsabilità di ciò – commenta Cardini – è individuabile nell’atteggiamento dogmatico e sostanzialmente antiscientifico di quanti, detentori di un qualunque tipo di sapere, dimostrano di non essere ancora pervenuti alla maturità epistemologica che consentirebbe loro di prender coscienza dei limiti obiettivi della loro disciplina. Qualunque studio serio oggi impone una stretta collaborazione tra specialisti di campi diversi e una reciproca integrazione di metodi e di risultati».

Sindonisti e scienziati che si battono sull’autenticità della Sindone sono entrambi convinti, secondo lo storico, che la vera scienza sia quella, “certa” e “obiettiva”, che essi esercitano principalmente e professionalmente. «È un atteggiamento deleterio – commenta lo storico –, che rischia di generare errori e distorsioni mentali. Sembra proprio che sia arrivato il momento di porre un limite alla hybris dello scientismo, da qualunque parte venga, che si sente infallibile e onnipotente. Anche quando difende l’autenticità del sacro lino. L’eccesso di fiducia nella scienza provoca una specie di sonno della ragione critica: e il sonno della ragione, si sa, genera mostri. Se ne è vista una prova nella trasmissione televisiva Porta a Porta».

La Sindone è una reliquia (o un’immagine) attorno alla quale è andata creandosi un’autentica foresta di ricerche scientifiche dagli opposti risultati, con tutte le relative polemiche. Probabilmente, tali ricerche e polemiche non finiranno mai. «Sono chiare tre cose» spiega Cardini: «Primo, la scienza non potrà mai dirci con certezza assoluta se quel telo di lino ha mai davvero avvolto il corpo non già di un morto di duemila anni fa, ma proprio di Lui, Gesù Cristo. Secondo: l’oggetto in questione, usurato, fragilissimo, è circondato da un’aura di sacralità e di devozione che impedisce di poterlo ridurre a una cavia da laboratorio e pone un drastico limite a indagini invasive. Terzo: se vogliamo considerarlo – e obiettivamente lo è – come un “corpo di reato”, appunto le manipolazioni ch’esso ha subìto nei secoli lo hanno trasformato in una “prova inquinata” che molto difficilmente può fornire risposte attendibili alle sollecitazioni scientifiche». Però c’è chi è convinto di avere prove che confermerebbero che la Sindone, quella che vediamo a Torino, era conosciuta già nel VII secolo, mentre la prima testimonianza certa sul lenzuolo risale solo al XIV secolo. «Idee come questa – dice Cardini – fanno sì che partendo da alcune presunte somiglianze formali tra l’immagine del volto del Cristo su una moneta bizantina del VII secolo e la fisionomia dell’uomo della Sindone di Torino, se ne deduca arbitrariamente che il monetiere altomedievale senz’ombra di dubbio conoscesse la reliquia. Eppure basterebbe una migliore cognizione, a non dir altro, della problematica iconologica e numismatica, per accedere alla conoscenza del prototipo del volto del Cristo nell’arte sacra medievale, il “Santo Mandylion di Edessa”, e non incorrere così in un ridicolo errore di valutazione».

E a proposito delle presunte tumefazioni che renderebbero simile il volto della moneta a quello della Sindone: «Sarebbe stata sufficiente – ribadisce lo storico – la conoscenza di come veniva concepita e prodotta una moneta del tempo (artigianalmente e manualmente, attraverso il colpo di martello su un dischetto di metallo posato su una piccola incudine) per capire che l’immagine così riprodotta, anche ammesso – e non concesso – che l’incisore avesse avuto l’attenzione di attenersi fedelissimamente a un dato modello, non poteva venir assunta a punto di sicuro e realistico riferimento, tanto da poterne ad esempio distinguere le tumefazioni del volto riprodotte a somiglianza dell’originale, cioè la Sindone».

Fino a che punto è lecito sostenere queste ipotesi? «Direi – conclude Cardini – che si tratta di ipotesi aberranti, tanto più che mai e poi mai su una moneta aurea dell’impero romano d’Occidente si sarebbe apposta l’immagine di un defunto ritratta con puntiglioso realismo. Tanto più che l’immagine di un Cristo non solo patiens ma addirittura morto sarebbe stata scelta nel contesto della simbolica imperiale che puntava sistematicamente a quella del Cristo triumphans, anzi del Pantokrator secondo una tipologia iconica ben nota, tradotta anche in termini monumentali, e prototipo della quale era appunto l’immagine, ritenuta “autentica” e ovviamente “acheropita” del Mandylion di Edessa».

Fino a che punto si può discutere apertamente di queste interpretazioni a dir poco arrischiate? Non si corre il rischio che da certi livelli di semplificazione e disinformazione derivino effetti molto dannosi per chi ascolta? «Proprio per questo lanciamo il guanto di sfida a questi sedicenti specialisti - replica Cardini - per essere fedeli alla verità (almeno quella scientifica), io e Marina Montesano, sfidiamo gli studiosi che vorranno a partecipare alla presentazione del libro La Sindone di Torino oltre il pregiudizio (Medusa) che faremo a Milano il 22 maggio, alla Biblioteca Sormani, dove siamo pronti a dimostrare quanto siano fragili certe ipotesi. E il primo che ha raccolto la sfida è Giulio Giorello, che parteciperà alla presentazione col compito di fare l’avvocato del diavolo». Si fa per dire.


In libreria...

Ne L'ipocrisia dell'Occidente, Franco Cardini, con gli strumenti dello storico, racconta le varie fasi dell’attacco musulmano all’Occidente con una personale chiave interpretativa. Dietro lo scontro di civiltà, usato strumentalmente da minoranze sparute, si nascondono interessi precisi. Al servizio di questo mito cooperano più o meno consapevolmente una diplomazia internazionale traballante e voltagabbana e un universo mediatico allarmista e ricercatore di consensi legittimanti. Leggi...


Minima cardiniana, 77

Domenica 24 maggio, Pentecoste

PALMIRA

Probabilmente quelli dello “Stato islamico” di al-Baghdadi ci sopravvalutano, hanno un troppo alto concetto di noi. Nella loro barbara ma lucidissima logica e nell’intento di provocarci e d’indignarci fino al punto di farci reagire alla cieca per dimostrare al resto dell’Islam sunnita che i “crociati occidentali” li odiano, dal momento che le decapitazioni non bastano adeso provano con le distruzioni di splendide, insostituibili opere d’arte. Non riusciranno nemmeno in tale intento. Ma, in attesa che ci privino di una delle Meraviglie del Mondo, riflettiamo: che cos’è Palmira, che molti italiani conoscerebbero se non le avessero preferito le Seychelles o le Mauritius?

Semplicemente una gloria del genere umano, un città ellenistica di assoluta bellezza e molto ben conservata. In Siria, tra Eufrate e Mar di Levante, s’incrociavano fino dall’antichità remota le vie commerciali che collegavano la Cina con il Mar di Levante (la “Via della Seta”) e quelle che dai porti meridionali della penisola arabica, dove approdavano le flottiglie provenienti dalla Indie, risalivano fino a Damasco per proseguire verso l’Anatolia (la “Via delle Spezie”, o “degli Aromi”). I romani conoscevano poco del subcontinente indiano, che fino dal tempo di Alessandro Magno i geografi avevano fasciato di fantastiche leggende, mentre i Seres, i cinesi, erano per loro poco più di un puro nome. Eppure le sete, i bronzi, le gemme, gli aromi pregiati per farne profumi e unguenti arrivavano in quantità sino al Caput mundi.

E tutto passava da quei fasci di piste carovaniere che convergevano in un’area ristretta fra gli odierni Libano, Siria e Giordania. Fungevano da collettori di essi alcune città-mercato, le “città carovaniere” ch’erano altrettanti città-stato retti da un’aristocrazia di mercanti-predoni di stirpe araba, come gli idumei, i sabei, i nabatei. Queste città carovaniere, che l’opulenza dei loro padroni aveva fatto diventare degli autentici capolavori dell’eclettica arte ellenistica, si chiamavano Baalbek, Jerash, Petra: e ancor oggi le loro rovine incantano, ci lasciano senza parole.

Ma Palmira, al centro di uno sterminato oasi dal quale prendeva il nome (Tadmur, “la città dei datteri”) era senza dubbio la più splendida. Il piccolo prospero regno che essa si era costruito attorno, “cuscinetto” tra l’impero romano e quello parto-persiani, assurse nel corso del III secolo d.C. a una tale fama e a una tale potenza che i romani, suoi confinanti occidentali, si resero conto di non poter fare a meno di conquistare se volevano dominare le vie carovaniere e assicurarsi la frontiera che guardava la loro grande avversaria, la Persia.

Era allora sovrano di Palmira l’abile e colto Odenato, che morì lasciando il regno nelle mani del figlio. Ma la vera padrona del potere era una donna, la terribile e affascinante Zenobia: una di quelle inquietanti figure femminili che hanno dominato il mito e la storia orientale antica – da Hautshepet alla leggendaria regina di Saba, a Semiramide, a Pentesilea, a Sofonisba, a Tomiri, a Cleopatra, fino alla stessa Giulia Domna moglie di Settimio Severo - tutte memoria, forse, di fasi arcaiche segnate dal matriarcato regale.

Contro l’autocratica signora che trattava da pari a pari i Cesari di Roma e i Gran Re di Persepoli dovette scendere in guerra l’imperatore Aureliano, il culto monoteistico-solare promosso dal quel trionfa anche negli stessi splendidi monumenti dell’arte palmirena. Zenobia, sconfitta nel 272, venne condotta a Roma dove rifulse come la preda più splendida del trionfo imperiale.

Da allora, Palmira si avviò lentamente sul viale del tramonto: che fu tuttavia lungo, perché ancora nel XII secolo il sultano Saladino l’arricchì di una formidabile fortezza. Più tardi dimenticata e ridotta a cava di pietre come altre sue consorelle, fu riscoperta nel secolo XIX grazie a scavi soprattutto inglesi e tedeschi. Fino a ieri, costituiva uno dei siti archeologici più noti e visitati del mondo. Il governo siriano manteneva in perfetto stato la sua area archeologica e aveva dotato il territorio circostante di ottimi alberghi e di eccellenti strutture turistiche. Ma nel 2011 il presidente francese Sarkozy e il premier britannico Cameron decisero che Bashar Assad era un dittatore da abbattere e appoggiarono a tale scopo i suoi oppositori armati, tra i quali forti erano gli jihadisti. Hollande seguì la linea di Sarkozy. Adesso abbiamo dinanzi agli occhi, a Palmira, gli esiti di tale dissennata politica: che naturalmente molti media occidentali cercano di attribuire al solo fondamentalismo islamico.

Palmira è stata difesa dalle milizie irakene sciita non governative di Muktada al-Sadr, capo del Hashd al-Shaabi, affiancato dai miliziani sciiti addestarti dall’Iran guidati dai generali Hadi al-Amiri e Falih al-Fayyadh nonché da Qassem Suleimani, leader delle forze sciite filoiraniane del cosiddetto “Asse della resistenza”, mentre l’esercito regolare siriano è ormai alle corde. Partita da Dair as Zur in Siria, l’armata del califfo al Baghdadi punta a sudovest verso Damasco, sulla via della quale si è ormai impadronita di Palmira, e a sudovest verso Baghdad, sulla via della quale si è impadronita di Ramadi a poco più di un centinaio di chilometri dalla capitale.

A Tadmur c’era un famoso carcere aperto da Hafez Assad, padre di Bashar: vi erano accadute cose orribili e Bashar l’aveva chiuso per riaprirlo però di nuovo. Ora, i miliziani dell’IS hanno liberato tutti i detenuti di quel luogo da incubo e stanno cercando i veri o presunti partigiani di Assad casa per casa.

E l’incubo avanza. Pare proprio che i finanziatori e sostenitori “occulti” (?!) del califfo al-Baghdadi siano ben decisi a consentirgli di prendere Damasco e Baghdad, nonostante si continui a blaterare che egli sia il nemico pubblico n.1 da battere. Perché a Damasco c’è ancora Assad, che almeno i francesi si ostinano a voler rovesciare in quanto filoiraniano, e a Baghdad c’è un governo sciita che senza dubbio guarda a sua volta a Teheran. Al vertice europeo di Riga si è parlato della necessità di reagire e si è rimandato il tutto al prossimo vertice di Parigi che sarà presieduto dal ministro degli esteri francese Fabius e dal segretario si stato statunitense Kerry. Si dice che perfino il presidente Hollande abbia cominciato a intuire quanto dissennata fosse la sua politica di appoggio indiscriminato ai ribelli nemici di Assad e intenda adesso favorire un colloquio tra le parti contendenti in Siria in vista del nuovo più terribile nemico. Intanto, pare che l’IS abbia cominciato a colpire i centri di culto sciiti nella stessa Arabia saudita. Ma Hollande, che continua a individuare un pericolo in quell’Iran con il quale il presidente Obama ha avviato trattative proficue, continua a mostrarsi orientato all’appoggio del fronte sunnita costituito da Arabia saudita, Qatar ed Egitto: il che significa in ultima analisi che egli preferisce appoggiare la fitna antisciita piuttosto che qualunque seria iniziativa volta contro l’IS. La voce di Obama è ragionevole ma debole, l’Inghilterra latita. Se il re dell’Arabia saudita, che ha sempre condotto nel suo paese una politica repressiva nei confronti della minoranza sciita, lascia ora che al-Baghdadi bombardi quei suoi già bistrattati sudditi senza reagire, che cosa si deve pensare? E quale potrebb’essere il quadro di un futuro Vicino Oriente caratterizzato da un IS che avesse occupato per intero Siria e Iraq? Chi sta colpendo il califfo con la sua avanzata, se non l’Iran e la potenze statunitense che su un accordo con l’Iran stava contando nel quadro di una pacificazione del Vicino Oriente? E quali conclusioni potremmo trarre da tutto ciò se non che è in atto una grave offensiva condotta dai paesi arabi sunniti che vogliono la fitna antisciita in funzione antiraniana, con il benevolo appoggio di Francia e Inghilterra e magari di Turchia e Israele, nonché ovviamente del congresso degli Stati Uniti egemonizzato dai repubblicani neobushisti?

Alla fine di questo tunnel, c’è una prospettiva agghiacciante. Si sta preparando, nonostante Obama, un’offensiva contro l’Iran. Lo jihadismo è un falso nemico del cosiddetto Occidente; anzi, ne è un alleato. A questo punto non c’è che da sperare in una mossa di Putin. O da temerla, se egli ne sbaglierà intensità e carattere.

A PROPOSITO DEL TRICOLORE. LETTERA APERTA AI SUDTIROLESI

“Evviva il Tirolo – potenza del mondo Francesco II – vogliamo seguire; per mare e per terra – faremo la guerra la nostra bandiera – l’è gialla l’è nera; il vostro reuccio – alto un metro e trentotto lo giocheremo al lotto – farem terno secco” (canzone popolare dei tirolesi italofoni durante le guerre antinapoleoniche)

Non me ne vogliano i miei carissimi amici altoatesini d’origine austrotedesca - che io preferisco chiamare, com’essi stessi si definiscono, sudtirolesi - se nell’attuale Fahnenstreit a proposito della bandiera dello stato cui essi stessi a torto o a ragione appartengono (e che non è la loro bandiera nazionale) io mi schiero, com’è mio dovere di cittadino italiano e di funzionario statale fedele al mio giuramento, a fianco delle autorità della repubblica italiana.

Che non lo faccia volentieri, è un fatto che chi mi segue ben conosce e che non ho mai nascosto. Ritengo la stolida filastrocca “E la bandiera dei tre colori – l’è sempre stata la più bella - noi vogliamo sempre quella” con quel che segue esteticamente parlando bugiarda, storicamente parlando ingiusta e sbagliata, concettualmente parlando antipatica. Da buon toscano autentico, sono e resto un fedele suddito asburgo-lorenese: nel mio cuore sventolano i vessilli bianco-rosso e nero-oro. Non amo d’altronde le bandiere d’origine giacobina, quale appunto è quella verde-bianco-rossa; ed è noto che da parte mia avrei preferito che quella delicata questione storica che è il Risorgimento italiano si fosse risolta a metà Ottocento grazie a un più oculato e sistematico uso dei fucilieri di Boemia, con relativo differente esito delle battaglie di Solferino e di San Martino e infine la vittoria di un’Italia unita sì, ma secondo il modello federale suggerito dal grande Cattaneo ch’era certo meno comodo per gli interessi francesi prima e inglesi poi al servizio dei quali si pose la compagine savoiardo-garibaldina, ma ben più fedele alla storia policentristica della penisola. Quanto alla prima guerra mondiale, la ritengo una sciagura per il mondo in generale, per l’Europa in particolare: ma sono convinto che, una volta purtroppo scoppiata, il giusto posto dell’Italia sarebbe stato l’allinearsi a fianco degli imperi centrali, nel fedele rispetto del patto della Triplice Alleanza. E so benissimo che all’atto della cattiva pace di Versailles vi è stato fatto un torto per compiacere al senso di rivalsa di “vincitori” – gli italiani – a loro volta poco stimati e considerati, ai quali si negavano terre davvero italiane in Istria e in Dalmazia per remunerare i serbi, meritevoli di aver sia pure indirettamente provocato il conflitto. Così, contro il “principio di nazionalità” pur affermato dal presidente Wilson, vi vendettero a un paese che non vi voleva e che non vi apprezzava. Si può ammettere che il Tirolo meridionale sia “Italia” dal punto di vista orografico e idrografico: non lo è da quello geostorico-etnografico. A ciò va aggiunto che quell’angolo di mondo tra Bolzano e Salisburgo è uno di quelli ai quali io sono più affezionato al mondo; che Innsbruck è una delle mie città preferite dove, se potessi, abiterei tanto volentieri; e che mi piace l’indole tirolese, riservata e allegra, austera e gentile, “germanica” con quel tanto di mediterranea Schlamperei che i viennesi magari non apprezzano, ma che a me pare adorabile.

Hanno inoltre molta ragione, a mio avviso, quanti hanno osservato che sarebbe ora di farla finita con al lettura conformistica e patriottarda del Ventiquattro Maggio: che non fu per nulla un giorno da ricordare festosamente. L’Italia entrò, calpestando le alleanze che si era scelta –e che ne avesse qualche formale motivo cambia poco -, in una guerra tragica e scellerata, la vera tomba d’Europa. In un giorno come quello, ci si dovrebbe limitare all’austero ricordo di tutti i caduti. E aggiungo che personalmente abolirei qualunque celebrazione della “Vittoria”, sostituendola semmai con quella per la pace faticosamente riconquistata nel 1918 dopo quattro anni d’infame massacro. Le guerre le perdono tutti: salvo i profittatori.

Ciò premesso, cari amici, a proposito dell’esposizione della bandiera il 24 maggio c’è una disposizione dello stato. E, in quanto cittadini dello stato italiano, la bandiera tricolore è il mio come il vostro emblema: quello che rappresenta la nostra identità istituzionale e i nostri diritti civili. Potete anche non amarlo, potete anche giudicarne inopportuna l’esposizione in determinate circostanze : ma qui non si tratta né di radici storiche, né di opzioni etico-culturali e tanto meno sentimentali.

E’ vero: lo stato al quale appartenete è collegato a una nazione che non è la vostra. Il progetto di ricondurre tutti gli stati allo stato-nazione, per quanto in teoria sia trionfato nel 1918, è immediatamente fallito: e non c’è stato attuale che non abbia “minoranze allogene”. Si sono fatti molti tentativi, sempre ingiusti e sbagliati, per correggere questa realtà obiettiva perseguendo progetti forzosi di “assimilazione” o di “integrazione”: e sono sempre falliti. Voi conoscete meglio di me gli esiti dell’arroganza fascista, che obbligava da voi gli Schneider a scegliere tra il cognome “Sarti” e il cognome “Snaidero”, e che negava perfino il diritto d’incidere in tedesco le lapidi funerarie: il risultato fu che molti dei vostri padri e nonni preferirono finire in bocca a Hitler.

Eppure, cari amici, oggi questo stato si è dimostrato vostro amico. Il vostro statuto di regione autonoma è obiettivamente il più avanzato e generoso d’Europa: ed è anche grazie ad esso se voi abitate in una felice, prospera regione; se disponete di un contributo perfino per i gerani rossi ai vostri bei balconi di legno che piacciono tanto anche a me. La Spagna è stata molto meno generosa con baschi e catalani; l’Inghilterra ben più dura con scozzesi, irlandesi e gallesi; per non parlare della Francia, la peggiore di tutti con provenzali, bretoni e còrsi. O della Turchia rispetto ad armeni e curdi.

E allora, cari amici, custodite pure fedelmente nel cuore la vostra aquila nera, il vostro vessillo bianco-rosso, le insegne gloriose del libero Tirolo, la memoria di Andreas Hofer e i ritratti del Kaiser Franz Josef (ne ho uno anch’io, sulla mia scrivania). In passato, al tempo delle insorgenze antigiacobine, c’erano anche italiani che lottavano con voi e che in italiano accompagnavano le note dell’Inno imperiale, le belle note di Haydn (“Serbi Dio l’austriaco regno…”: per noi italiani fedeli all’impero, Serbidiola è restata a lungo una parola magica, un nome carissimo che impartivamo alle case, alle ville, alle barche e talvolta anche alle figlie). E magari lottate pure, con i mezzi democratici dei quali disponete, per l’indipendenza: per far sì che un giorno nel quadro dell’Europa unita voi possiate riunirvi alla madrepatria. Quel giorno, vi prometto che verrò a festeggiare con voi e con la mia cara amica Eva Klotz.

Ma fino ad allora, voi siete cittadini dello stato italiano: che non è un ente né nazionale né culturale, bensì politico, istituzionale, amministrativo. Il presidente della vostra regione è un funzionario dello stato italiano e ne ha tutti i doveri: incluso quello del leale rispetto dovuto alle insegne dello stato. I vostri splendidi atleti, quando trionfano sui campi innevati, lo fanno nel nome del tricolore che rappresenta lo stato del quale sono cittadini. La vostra bellissima regione è così prospera anche grazie al trattamento privilegiato che lo stato italiano le riserva: e, se ne accettate i privilegi economici e amministrativi, non potete poi voltar la schiena ai relativi doveri.

E’ uno stato, il nostro, che non mi soddisfa: ma che, dopo molte lotte e molti errori (e al tempo degli attentati ai tralicci io, giovane dirigente del MSI, litigavo ferocemente con chiunque definisse “terroristi” i vostri patrioti combattenti e invitavo i loro detrattori a spiegarmi la differenza tra loro e i partigiani del ’43-’45 che essi osannavano), da decenni riconosce pienamente i vostri diritti, la vostra cultura, la vostra autonomia. Voi non amate l’Arco della Vittoria di Bolzano, e sta bene: ma quello è un segno della storia, e la storia non si cancella (per la stessa ragione noi toscani abbiamo conservato i monumenti dei nostri granduchi asburgo-lorenesi). La fedeltà al vostro stato, che è quello italiano del quale il tricolore è simbolo, è un vostro dovere.

Voi non siete miei compatrioti, carissimi: ma siete miei concittadini e temo per voi che continuerete ad esserlo vi piaccia o no a lungo. Siatelo lealmente.

Del resto un comune Grossvaterland ce l’avremmo: l’Europa. Peccato che per il momento essa sia solo l’Eurolandia, questa miserabile caricatura che non è degna dei nostri sogni e dei nostri ideali (e l’ha dimostrato anche recentissimamente, palesandosi impotente a fornire una soluzione decorosa al problema dei migranti e lasciando praticamente sola l’Italia). Comunque, per quanto vi riguarda, che la vostra Heimat sia il Tirolo e il vostro Vaterland l’Austria, è vero: ma siete con noi, nostri concittadini, all’interno del Grossvaterland europeo. Ne condividete i doveri, ne avete largamente goduto i vantaggi. Questo, noi non vogliamo e voi non potete dimenticarlo.

Franco Cardini


Minima cardiniana, 76

Domenica 17 maggio, Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo

LETTERA DI UN CRISTIANO PRIVILEGIATO AI FRATELLI CHE DIO METTE ALLA PROVA

Alla memoria di padre Stanley Rother, sacerdote cattolico dell’Oklahoma e missionario, martirizzato il 28 luglio 1981 a Santiago de Atitlán (Guatemala) dagli sgherri di un dittatore al servizio della United Fruits Company e della CIA; e del vescovo Juan José Gerardi, ucciso nel medesimo paese nel 1998 per aver pubblicato un rapporto sulle violazioni dei diritti umani commesse dall’esercito.

Cari Fratelli e Sorelle,

chi Vi scrive è un vecchio professore di storia, un cristiano cattolico italiano che ha viaggiato molto, ma che tuttavia è nato e ha vissuto gran parte della sua vita in un paese e in una condizione privilegiati entrambi. Un vecchio professore cattolico che stima di aver fatto ben poco, in vita sua, per mettere in pratica quel Vangelo nel quale ha sempre detto di credere e al quale ha sempre ritenuto d’ispirare la sua esistenza. Certo, quando mi confronto con molti miei compatrioti e correligionari, spesso mi sento – lo confesso – migliore di loro: più cosciente, più onesto, più generoso. Ho sempre stimato che sia cosa non facile affermare con coraggio la propria fede e la propria identità religiosa in un contesto socioculturale in gran parte dominato da agnostici e da atei: e a volte mi è capitato di mettere un po’ in sottotono la mia fede per non passare da “clericale”, da “integralista”, da “fanatico”. Che cosa avrei rischiato, in questi casi? Quasi nulla: qualche discussione magari antipatica, qualche piccolo dispetto professionale, qualche trascurabile forma di ostracismo mediatico. Eppure, queste mie piccole quotidiane viltà mi sono sembrate logiche, naturali, quasi legittime; peccati veniali, nella più sfavorevole delle ipotesi. Ecco perché mi vergogno, rivolgendomi a Voi.

Ecco perché mi sento a disagio nel paragonare il mio cattolicesimo comodo e tiepido, che mi costa al massimo un po’ di beneficenza, con le prove che Voi siete costretti ad affrontare in tanti paesi soprattutto tra Africa ed Asia: dove si bruciano le chiese, dove si uccidono i fedeli solo perché sono tali, dove si segnano con la vernice colorata le case dei cristiani esattamente come nella Germania nazionalsocialista s’imbrattavano i muri delle abitazioni e le vetrine dei negozi degli ebrei. Difatti Voi non siete perseguitati e talora uccisi per qualcosa che abbiate fatto, ma solo per quel che siete; venite condannati e talora martirizzati solo perché avete la colpa di esistere. Non vi si nega il diritto di professare la vostra fede: vi si nega, a causa di essa, il diritto di vivere.

E noialtri, cristiani “occidentali”, abbiamo pesanti colpe in quello che Vi sta accadendo. I nostri comodi cedimenti, le nostre viltà travestite da tolleranza, hanno contribuito a creare un clima generale all’interno del quale sono stati possibili, sia pure indirettamente, anche i delitti commessi contro di Voi. Troppo a lungo abbiamo accettato che quello anticristiano fosse, anche da noi, “l’unico pregiudizio accettabile”. Se è vero che molti, troppi musulmani reagiscono in modo eccessivo e magari perfino criminale a quelle che loro sembrano – e forse nemmeno sempre sono – offese al Profeta o al Corano, è non meno vero che per esempio i cristiani cattolici hanno lasciato ormai radicarsi la convinzione che ogni tipo di offesa e di contumelia contro Gesù Cristo, la Vergine, i santi, la Chiesa e la fede sia legittimo e al limite spesso perfino segno, in chi se ne rende responsabile, di libertà e di vigile senso critico e, in chi lo subisce senza reagire, di tolleranza se non addirittura di più o meno fine humour. Se avessimo avuto la dignità di reagire con fermezza a quegli insulti, senza paura di passare per “intolleranti”, oggi forse l’apprezzamento nei confronti del cattolicesimo sarebbe nel mondo differente e magari anche nei vostri paesi si esiterebbe un po’ di più prima di attaccarVi.

Può darsi tuttavia che qualcosa si muova. E’ recentissima la notizia che la “punk band” vicentina The Sun, il leader della quale è il cantautore Francesco Lorenzi, ha messo in circolazione un album pop/rock in italiano dal titolo Le case di Mosul dedicato a un professore iracheno di diritto, il professore Mahmoud el-‘Asadi, ucciso nell’estate scorsa dai jihadisti dell’IS per aver avuto l’onestà e il coraggio di difendere, da musulmano, i diritti dei cristiani secondo la legge islamica. E pensiamo anche ad Ahmed, il poliziotto parigino musulmano caduto il 7 gennaio scorso sotto i colpi di terroristi sedicenti suoi correligionari per aver difeso la sede di “Charlie Hebdo”. Ma per un musulmano martirizzato in seguito alla sua coraggiosa difesa dei cristiani, quanti cristiani che invece non corrono pericolo alcuno – e che di solito condannano l’Islam in blocco, facendo di ogni erba un fascio – adottano la politica dello struzzo dinanzi alle sempre più frequenti notizie di stragi dei loro fratelli?

E c’è di più. Qualcosa di più profondamente disgustoso per un verso, tragico per un altro. A perseguitarVi e ad ucciderVi, cari fratelli, di solito non sono dei fanatici miliziani venuti da chissaddove, stranieri che non Vi conoscono e che non capiscono la Vostra lingua. Sovente sono i Vostri vicini di casa, i musulmani o gli indù della porta accanto, quelli con i quali fino a qualche mese o qualche anno fa avete condiviso il peso e le difficoltà della vita di tutti i giorni. Un tempo non era affatto così. Per secoli, comunità cristiane e comunità musulmane, e talora spesso anche ebraiche, sono vissute in molti paesi a contatto di gomito, facendo la stessa vita, spesso condividendo le gioie, i disagi, i dolori. Così come i Buddha di Bamian e il complesso archeologico di Nimrod sono stati tramandati per molti secoli in terra musulmana senza che nessuno pensasse a deturparli o a distruggerli. L’odio manifestato dai fanatici jihadisti è un fenomeno recente e dovuto a una tanto cinica quanto ben calcolata propaganda.

In sintesi, cari fratelli, siete perseguitati in quanto su di voi pende l’assurda, ridicola accusa di essere degli “alleati obiettivi” dell’Occidente che i jihadisti definiscono “cristiano” quando non addirittura tout court “crociato”. Nell’Islam è diffuso il pregiudizio, che dilaga specie nei ceti meno abbienti e meno corretti ma che riceve spesso conferma casuale e malintesa, che l’Occidente sia una “Cristianità” come più o meno poteva essere fino a circa tre secoli fa. E poiché l’Occidente è stato colonialista e oppressore, ecco giunta per molti l’ora della rivalsa, della vendetta. La persecuzione contro di Voi è presentata dai Vostri aguzzini come il più recente capitolo di una millenaria contesa, il “conflitto di civiltà” tra Cristianità e Islam. Peccato solo che tale conflitto non esista e non sia mai esistito: ma il crederci fa comodo perché fornisce le masse di manovra a poteri statali o lobbistici che stanno conducendo una lotta, quella sì fin troppo vera, tesa al controllo sul mondo e all’egemonia intercontinentale.

Ma allora a che cosa si mira in concreto, perseguitandoVi? Non è che si voglia soltanto la Vostra sparizione. Siamo in realtà dinanzi a un orribile e ripugnante piano strategico, a un vile crimine: si sta sistematicamente fomentando, da parte dei ricchi, la guerra tra poveri; alla quale alcuni poveri musulmani o indù si prestano, incitati a ripulire il loro paese dalla "peste“ dei poveri cristiani accusati di essere la Quinta Colonna dei “cristiani” occidentali che li guiderebbero e gli interessi dei quali in Oriente essi si sforzerebbero di appoggiare. Dall’altra sponda, tra noi occidentali che individualmente possiamo anche essere dei cristiani ma che viviamo in una società scristianizzata, esistono complici in affari di quelli che pianificano gli attacchi contro di voi, i quali dal canto loro spiegano ai nostri poveri – perché anche noi ne abbiamo che se non hanno lavoro ciò dipende dall’afflusso dei migranti extracomunitari, longa manus degli jihadisti musulmani che si stanno preparando a invaderci. Chi si presta a questo gioco, chi cade in questa trappola, fa esattamente come i poveri indù e musulmani che attaccano le chiese e gli ospedali cristiani: danza su una musica scritta dai padroni del mondo, da coloro che stanno gestendo un’economia globalizzata che permette a più o meno il 10% della popolazione mondiale di detenere e di gestire il 90% delle ricchezze e delle risorse del pianeta lasciando gli altri, la stragrande maggioranza, nella miseria e nell’abiezione. Chi Vi uccide, chi incendia le Vostre chiese e i Vostri ospedali, è un povero come Voi al quale dei predicatori-missionari largamente foraggiati da opulenti personaggi che manovrano sharia, capitali e petrolio hanno raccontato che ad affamarlo sono i “crociati” occidentali e che Voi siete i loro alleati. Quelli che da noi esigono che non si soccorrano più i profughi e che non si offra più asilo ai migranti e indica nell’Islam globalmente inteso il grande pericolo che minaccia la pace nel mondo, sono dei poveri appena un po’ meno di Voi e dei Vostri carnefici; e sono inconsapevolmente al servizio di gente che combina grassi affari con gli opulenti personaggi che armano la mano dei Vostri assassini. Voi poveri siete tutti divisi e disorientati: ma i Vostri sfruttatori sono uniti e concordi fra loro. Vedete d’altronde dalla dedica che ho apposto a queste pagine che vi sono altri nostri fratelli cristiani, addirittura vescovi e sacerdoti (ricordatevi di Oscar Romero), che vengono uccisi in un contesto molto diverso dal Vostro: e non da musulmani o da indù, ma da gente che magari si proclama cristiana e che pure è al servizio, lo sappia o no, delle medesime forze al servizio delle quali stanno i Vostri carnefici.

Dio Vi dia la forza di perdonare coloro che Vi perseguitano perché, come i persecutori di Gesù, non sanno quello che fanno; e conceda a Voi e a loro di aprire finalmente e del tutto gli occhi sulla realtà e d’individuare senza odio ma con chiarezza chi è il nemico comune.

Franco Cardini


Minima cardiniana, 75

Domenica 10 maggio, VI domenica di Pasqua

RICERCA SCIENTIFICA, INTERDISCIPLINARITA’, LIMITI DELLA SCIENZA

Nei vecchi manuali di metodologia storica s’insisteva sul concetto di “discipline ausiliari della storia”: ch’erano materie quali la paleografia, la diplomatica, la numismatica eccetera. Oggi si è decisamente affermato un modo d’intendere la storia che da un lato la considera una scienza à part entière, quasi non tanto una disciplina quanto una sintesi di tutte le discipline possibili e la coscienza stessa delle loro reciproche complementarità, dall’altro ritiene che qualunque forma di sapere possa essere, sul piano concreto e soggettivo e dal punto di vista del singolo specialista, “ausiliare” rispetto a qualunque altra.

D’altronde, tutto ciò presuppone la consapevolezza da parte dei ricercatori e la coscienza che il progresso scientifico ci ha posti dinanzi a una tale complessità di metodi e di strumenti che rende indispensabile il massimo spirito di reciproca collaborazione: quindi il massimo senso del limite individuale, la massima onestà intellettuale, oserei aggiungere la massima umiltà personale.

Tuttavia la Modernità, nello stadio attuale del suo processo dinamico, ha sviluppato e imposto dei “primati”: ad esempio quello dell’economia, delle scienze “esatte” (e sedicenti obiettive) e della tecnologia a detrimento di discipline considerate ormai meno “utili” e scarsamente attendibili, quali tutte quelle “umanistiche” (storia, filologia, filosofia in primis).

Se quindi da un lato storici, archeologi e filologi accettano volentieri di vestire idealmente a loro volta il camice bianco e di affidarsi per il progresso delle loro ricerche ai fisici, ai fisiologi, ai climatologi e perfino agli esperti di medicina nucleare, di solito non si verifica il reciproco. E’ comunissimo, intendiamoci, il caso, ad esempi di “medici-umanisti”, innamorati della letteratura o cultori di storia o collezionisti ed esperti d’arte, ma nella maggioranza di questi casi essi considerano il lato “umanistico” della loro preparazione scientifica come un hobby, un “riposo del guerriero”, convinti che la vera scienza sia quella, “certa” e “obiettiva”, ch’essi esercitano principalmente e professionalmente.

E’ un atteggiamento deleterio, che rischia di generare errori e distorsioni mentali. Sembra proprio che sia arrivato il momento di porre un limite alla hybris dello scientismo che si sente infallibile e onnipotente; che legge soltanto al libro dei suoi metodi e delle sue ricerche, ritenendosi autoreferenziale e autosufficiente.

Non c’è dubbio che il rapporto interdisciplinare con le scienze fisiche, mediche, matematiche, astronomiche, architettonico-ingegneristiche, informatico-telematiche e così via, abbiano fatto fare passi da gigante anche a quelle archeologico-filologico-storiche. Tuttavia esiste in ciò un pericolo: che tale rapporto sia cioè “asimmetrico” e che, mentre lo spirito critico connaturato a filologi e storici determini una loro apertura verso ogni forma di novità e di cambiamento d’interpretazione, i ricercatori degli àmbiti scientifici discutano e polemizzino sì tra loro, ma appaiano impermeabili all’apporto recato appunto da storia e filologia. Inoltre, dal momento che la falsa coscienza d’onnipotenza cancella per sua natura il senso del limite, càpita altresì che molti scienziati finiscano con il ritenere i loro personali metodi e le loro personali scoperte o ritenute tali come i soli veicoli dell’obiettiva certezza scientifica, i soli coincidenti con l’effettiva realtà delle cose. L’eccesso di fiducia nella scienza provoca una specie di sonno della ragione critica: e il sonno della ragione, si sa, genera mostri.

Se ne è vista una prova giovedì sera, 7 maggio 2015, assistendo alla puntata della rubrica televisiva Porta a Porta. Ne era oggetto la Sindone di Torino, una reliquia (o un’immagine) attorno alla quale è andata creandosi un’autentica foresta di ricerche scientifiche dagli opposti risultati, con tutte le relative polemiche. Probabilmente, tali ricerche e tali polemiche non finiranno mai: e sono d’altronde chiare tre cose. Primo, la scienza non potrà mai dirci se davvero quel telo di lino ha mai davvero avvolto il corpo non già di un morto di duemila anni fa, ma proprio di Lui, di Nostro Signor Gesù Cristo. Secondo, l’oggetto in questione – usurato, fragilissimo: e circondato d’altronde da un’aura di sacralità e di devozione che impediscono di poterlo ridurre a una cavia da laboratorio e pongono un drastico limite a indagini invasive – non può per sua natura prestarsi a divenire un ostaggio eternamente e totalmente in balìa di manipolazioni. Terzo, se vogliamo considerarlo – e obiettivamente lo è – come un “corpo di reato”, appunto le manipolazioni ch’esso ha subìto nei secoli lo ha trasformato in una “prova inquinata” che molto difficilmente può fornire risposte attendibili alle sollecitazioni scientifiche.

Ma giovedì scorso, a parte tre testimoni diciamo così marginali – un buon sacerdote e teologo, un docente di storia che avrebbe dovuto testimoniare le vicende conosciute dell’oggetto (e che nella fattispecie era l’autore di queste righe) e Piergiorgio Oddifreddi, convocati a far la parte dell’advocatus diaboli, era evidente che tanto i due specialisti quanto un giornalista chiamato a testimoniare in quanto autore appunto di un’indagine giornalistica della questione erano paladini dell’autenticità della Sindone: ed esponevano i risultati delle loro ricerche personali o di gruppo – ecco l’errore obiettivo, fosse o no risultato di soggettiva disonestà intellettuale – come l’esito di analisi dotate di attendibilità e obiettività assolute, a evidente scapito e discredito di altre tesi e di altre ricerche, le quali sul medesimo oggetto hanno fornito risultati in gran parte diversi o del tutto opposti. E, siccome dalle loro esposizioni apparivano evidenti sia la presenza di gravi lacune sul piano dell’informazione relativa ad alcuni aspetti della realtà – quelli relativi alla storia e alla filologia, ad esempio - sia la mancanza da parte loro di consapevolezza della gravità di tali lacune, il risultato della serata è stato al tempo stesso grottesco e allarmante. Grottesco per le sciocchezze che si sono dovute ascoltare (come l’affermazione, piena di ridicola sicumera, di ciò che “scientificamente” parlando accadrebbe all’atto della resurrezione: una sorta di esplosione di energia nucleare), allarmante in quanto i milioni di spettatori di tale sciagurata emissione televisiva, nella stragrandissima maggioranza dei casi del tutto ignoranti di quel che si stava dibattendo, hanno ricevuto l’impressione di essere stati edotti in termini, appunto, sicuramente scientifici.

Cito un solo esempio. Uno studioso di statistica ha ritenuto di rilevare alcune somiglianze formali tra l’immagine del volto del Cristo in una moneta bizantina del VII secolo e la fisionomia dell’uomo della Sindone di Torino; e ne ha dedotto immediatamente e arbitrariamente che il monetiere altomedievale senz’ombra di dubbio conoscesse una reliquia della quale non c’è traccia sicura prima del XIII secolo e ne avesse riprodotto i caratteri somatici con assoluta esattezza. Eppure gli sarebbe bastata una migliore cognizione, a non dir altro, della problematica iconologica e numismatica, per accedere alla conoscenza del prototipo del volto del Cristo nell’arte sacra medievale, il “Santo Mandylion di Edessa”, per non incorrere in un risibile errore di valutazione. Gli sarebbe stata sufficiente la conoscenza di come veniva concepita e prodotta una moneta del tempo (artigianalmente e manualmente, attraverso il colpo di martello su un dischetto di metallo posato su una piccola incudine: martello e incudine che recavano ovviamente incisi al negativo i “sigilli” delle due facce, dritto e del rovescio della moneta che si voleva ottenere) per capire che l’immagine così riprodotta, anche ammesso - e non concesso – che l’incisore avesse avuto l’attenzione di attenersi fedelissimamente a un dato modello, non poteva venir assunta a punto di sicuro e realistico riferimento, tanto da poterne ad esempio distinguere le tumefazioni del volto riprodotte a somiglianza dell’originale. Gli sarebbe stata necessaria, infine, a dissuaderlo del tutto dal proseguire nella sua aberrante ipotesi, la conoscenza che mai e poi mai su una moneta aurea dell’impero romano d’Occidente si sarebbe apposta l’immagine di un defunto ritratta con puntiglioso realismo: primo perché tale puntiglioso realismo (che esisteva ad esempio nei ritratti scultorei d’età romana) è assente dalla logica delle immagini caricate sulle monete soprattutto (ma non solo) altomedievali, secondo perché mai e poi mai l’immagine di un Cristo non solo patiens ma addirittura morto sarebbe stata scelta nel contesto della simbolica imperiale che puntava sistematicamente a quella del Cristo triumphans, anzi del Pantokrator secondo una tipologia iconica ben nota, tradotta anche in termini monumentali, e prototipo della quale era appunto l’immagine, ritenuta “autentica” e ovviamente “acheropita” del Mandylion di Edessa, collegato a un apocrifo evangelico, trasferito nel 944 a Costantinopoli e scomparso nel saccheggio crociato nel 1204. E’ vero che alcuni studiosi – mi limito a citare i lavori di Barbara Frale, editi dal Mulino; ma invito anche a vedere, contra, quelli di Andrea Nicolotti editi dalla Salerno e dalla Einaudi – hanno identificato Mandylion e Sindone: ma quello è un altro problema. Peraltro, lo studioso di statistica il quale citava come dati sicuri e obiettivi i risultati soggettivi della sua indagine (dandoli sicuri al 1000 per 1000, ma senza chiarire il metodo di elaborazione dei parametri numerici addotti), a domanda rispondeva di aver ad esempio letto il libro del Nicolotti – mentre io, con onesta umiltà, ammettevo di non aver letto il suo, anche perché molto recente -: ma il proseguimento della trasmissione, dalla quale dal canto mio mi ero dovuto assentare per raggiungere la biblioteca del senato nella quale un altro evento richiedeva la mia presenza, rivelava se non altro che il Mandylion era un tema scarsamente noto se non ignoto agli scienziati che stavano animando il dibattito sindonico.

Quanto a me, quel che so e che ritengo a proposito della Sindone è presente nel libretto La Sindone di Torino che ho scritto insieme con Marina Montesano e che è edito dalla Medusa. E’ una semplice e umile, ma onesta sintesi.

Franco Cardini


Minima cardiniana, 74

Domenica 3 maggio, V domenica di Pasqua

IL CENTENARIO DELL’INGRESSO DELL’ITALIA IN GUERRA. E SE CI FOSSIMO SCHIERATI CON IL KAISER?

Non è mia intenzione proporre un esercizio di ucronia o di “storia controfattuale”. Il problema è ad ogni buon conto quello già affrontato più volte dagli storici, in contraddizione con quanto si afferma secondo il logoro e conformistico dogma espresso da slogans del tipo “la storia non si scrive al condizionale” o “la storia non si fa con i se e con i ma”. E’, al contrario, solo ponendosi il problema relativo alle infinite possibilità che si sarebbero aperte dinanzi al passato quand’esso era ancora futuro se alcune cose accadute non fossero accadute, che si comprende e si apprezza sul serio - o, quanto meno, ci si dispone a farlo: perché in realtà è una fatica insondabile e infinita…- quel che davvero è successo. Non sono io a dirlo: sono grandi studiosi, come David S. Landes. Le cose accadute divengono perentorie e irreversibile solo dopo che, appunto, sono accadute: ma prima di allora nulla è scritto e tutto è possibile.

E ciò, sempre tuttavia ammesso (e mai concesso) che si possa davvero riuscire a ricostruire il passato: vale a dire individuare “verità” storiche in grado di coincidere sul serio con la Verità obiettiva; e che quest’ultima non sia invece, per lo storico, un’Athalanta fugiens che si ha il dovere d’inseguire con tutte le forze mantenendo tuttavia ben chiara la consapevolezza che il raggiungerla è per definizione un adynaton e che, se anche fosse possibile, sarebbe comunque indimostrabile. Serenamente armati di questa certezza e irrobustiti dal disincanto a proposito dell’inesistenza, nel processo (che non è “progresso”) storico di un fine e di una ragione immanente intrinseci, possiamo quindi abbandonarci al gioco del se e del ma: che cosa mai sarebbe accaduto se l’Italietta del 1914 avesse agito in coerenza con quanto si era sostanzialmente per quanto non senza alcune riserve impegnata a fare sino dal 1882, allorché il seguito all’occupazione francese di Tunisi dell’anno prima – che le sottraeva un’area d’espansione coloniale sulla quale essa vantava una prelazione - essa si accostò all’alleanza tedesco-austrungarica, che grazie alla sua adesione divenne quindi la Triplice Alleanza, non solo in quanto la mossa del governo francese aveva offeso e irritato quello italiano, ma anche perché il progressivo avvicinarsi della diplomazia di Parigi e di quella di Londra stavano configurando una sempre più stretta e rigorosa egemonia francobritannica sul Mediterraneo. Se Gibilterra e Suez erano dominate dalla Gran Bretagna che possedeva anche Malta e nella sostanza ormai lo stesso Egitto, mentre il Canale di Sicilia poteva nella migliore delle ipotesi venir gestito da un non facile partenariato francoitaliano, era ovvio che il giovane regno venisse venirgli mano qualunque robusta prospettiva di sviluppo in termini di potenza marinara sia militare sia mercantile: e allora tanto valeva mettere da parte almeno entro certi limiti gli attriti storici con Vienna e avvicinarsi anche a quest’ultima, a sua volta sicura alleata di quella Germania che fino dal ’66 mostrava all’Italia un volto amichevole e disponibile.

Ma – eccoci al punto – da che momento e da che “avvenimento” in poi, per rispondere alla domanda relativa a quel che sarebbe successo se le cose fossero andate altrimenti, è opportuno, o consigliabile, o necessario, abbandonare la strada dell’effettivamente accaduto (nella sempre parziale e imperfetta misura in cui è stato correttamente ricostruito) e imboccare l’arduo, arbitrario, pericoloso e affascinante sentiero di quel che avrebbe invece potuto accadere, e dei possibili risultati di ciò? Poiché dev’esser chiaro cha a un’unicità del veramente successo corrisponde una vertiginosa pluralità di quel che viceversa, pur avendo potuto essere, non è stato.

L’adesione dell’Italia a quella che con lei sarebbe divenuta la “Triplice” si fondava sul risentimento nei confronti della Francia e su una massiccia dose di Realpolitik ma era inficiata dall’ambiguità del perdurante reciproco rapporto di antipatia e di sfiducia tra Roma e Vienna. Tutto dipendeva e avrebbe dovuto continuare a dipendere dall’abilità e dalla discrezione della cancelleria di Berlino, autentico ago della bilancia e fulcro dell’ Alleanza. E il governo tedesco capiva quanto fosse importante che il cavallo italiano si sentisse lenta la briglia sul collo: per questo motivo guardò con indulgenza ai trattati del 1902 (in teoria segreti), mediante i quali l’Italia si faceva riconoscere da francesi e inglesi – a rispettivo differente titolo padroni di Tunisia e di Egitto – il diritto d’interessarsi alle regioni situate in mezzo a quei due loro possessi, cioè la Cirenaica e la Tripolitania.

D’altra parte nella penisola una parte cospicua del ceto dirigente e dell’opinione pubblica più colta e attenta guardava con ammirazione e simpatia alla spregiudicata politica di potenza della Germania guglielmina, tanto diversa dalla solida cautela del Bismarck. Quando nel 1904 si pose fine alle conseguenze dell’incidente di Fascioda, che per un attimo aveva dato l’impressione di compromettere irreversibilmente la concordia anglofrancese a proposito dell’Africa settentrionale, e si varò l’Entente cordiale, il Kaiser rispose con il plateale sbarco di Tangeri dell’anno dopo affermando di voler difendere a ogni costo l’indipendenza del Marocco, appoggiato con determinazione del cancelliere Bernhard von Bülow il quale riuscì a isolare Parigi e a far convocare, nonostante l’opposizione francese, la conferenza internazionale che si tenne dal gennaio all’aprile del 1906 ad Algeciras, nel Sud della Spagna. Il successo della diplomazia tedesca e l’efficacia della minaccia esercitata dalla sua potenza militare gettarono la Francia nello sconcerto. Ciò provocò fra l’altro la caduta del governo presieduto da Théophile Delcassé, che si era opposto fino all’ultimo alle pressioni esercitate da Berlino sostenendo che rispetto al Marocco esistessero “obiettivi” e “naturali” interessi francesi prioritari rispetto a quelli tedeschi o di altre potenze. A ben vedere si trattava di una tesi diametralmente opposta a quella adottata dalla Francia nei confronti dell’Italia in occasione dello «schiaffo di Tunisi»: ma si sa che sono i più deboli a cercare di far valere i principi della ragione e della giustizia, per quanto possa essere sensato riferirsi ad essi in tema di acquisizioni coloniali.

Tuttavia l’eccellente mossa del Bülow, premiata dal Kaiser con la sua nomina a principe del Reich, non ebbe alcun effetto pratico: anzi, senza guadagnare alcun vantaggio per la Germania si risolse in un accentuarsi del suo isolamento diplomatico, già anticipato dal riavvicinamento anglo-francese di qualche anno prima. L’esito della conferenza di Algeciras fu infatti nella sostanza favorevole alla Francia: che si trovò a contare sul sostegno inglese, sulla benevolenza statunitense e russa nonché sull’inattesa neutralità dell’Italia, che il Kaiser non senza motivo contava di avere dalla propria parte in forza della sua partecipazione alla Triplice Alleanza. Si manifestava in tale occasione un altro episodio di quella che appunto il Bülow aveva benevolmente battezzato – gli italiani gli erano simpatici e sua moglie era napoletana – come diplomazia dei «giri di valzer»: ossia la disponibilità italiana a svolgere in politica estera un’attività non sempre perfettamente allineata con quella degli altri membri della Triplice.

Ciò nonostante, l’energica e potente Germania del Kaiser andava riscotendo sempre più consensi in Italia, dove nel 1910 Enrico Corradini fondava l’Associazione Nazionalista Italiana alla quale aderì quasi subito lo stesso Gabriele D’Annunzio. Si trattava, per Corradini e per i suoi, di uscire dai limiti dell’Italietta imbelle che aveva perduto al guerra di Etiopia, digerito lo “schiaffo di Tunisi” e mantenuto i suoi connotati di paese agricolo e arretrato. I nazionalisti puntavano all’appoggio dell’imprenditoria e soprattutto dell’industria pesante e a un rinnovamento morale collettivo fondato sulla nicciana Volontà di Potenza. Con tale spirito si affrontò l’avventura di Tripolitania e Cirenaica del 1911, che in parte era un’orgogliosa e puntigliosa replica alla politica estera austriaca che nel 1908 si era incamerata Bosnia ed Erzegovina senza sentir il parere dell’alleata. Avversaria di qualunque progetto di espansione austriaca, l’Italia aveva già risposto firmando con la Russia il trattato segreto di Racconigi del 1910. Del resto lo scopo di quel trattato. Il mantenimento dello status quo nei Balcani, era un servizio obiettivamente reso al sultano e perciò gradito alla cancelleria del Reich, che a questo fine interpose i suoi buoni uffici presso la Sublime Porta anche per appianare la nuova crisi scoppiata in seguito all’avventura libica italiana.

Sappiamo come andarono i fatti: dopo il rinnovarsi della crisi balcanica che condusse all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando e alla guerra, l’Italia mantenne in un primo tempo una riservata, prudente politica di attesa che la lettera del trattato della Triplice gli consentiva. In tale lasso di tempo la spregiudicata propaganda bellicista sostenuta dal “Corriere della Sera” e dal suo direttore Albertini (decorosamente contrastata dalla neutralista e giolittiana “Stampa” torinese diretta dal Frassati), l’equivoco interventismo dei socialisti moderati bissolatiani, il cinico appoggio di Mussolini e del suo “Popolo d’Italia” alla “quarta guerra d’Indipendenza” che si sarebbe a suo avviso fatalmente trasformata in guerra rivoluzionaria proletaria, la lirica infiammata e strapagata di Gabriele d’Annunzio ebbero la meglio sul neutralismo giolittiano, socialista e cattolico, sul papa e sull’ingenuo pacifismo delle masse cui si promise alla fine del conflitto il premio dell’agognata riforma agraria. Sappiamo che l’immane carneficina e l’illusione gattopardesca del voler tutto cambiare affinché tutto restasse come prima condussero alla vittoria e al duro risveglio dalle illusioni che le tenne dietro.

Eppure, se l’Italia fosse restata fedele alla Triplice Alleanza avrebbe forse potuto conseguire più facilmente, e con molto risparmio di capitali e di vite umane, ben più del “parecchio” giolittiano che si limitava a quello che l’Austria aveva obtorto collo promesso e che consisteva nel Trentino, in Gorizia, in Gradisca e nella trasformazione di Trieste in “città libera”. Non è vero che Francia e Inghilterra avevano risposto a tali offerte rincarando la dose e promettendo l’Alto Adige fino al Brennero, l’Istria e buona parte della Dalmazia. Tali promesse furono formulate solo nell’aprile del ’15, col trattato di Londra. Ma se l’Italia di Salandra avesse mercanteggiato meglio e in più direzioni, e se alla corte di Vienna il pregiudizio antitaliano della cerchia di Franz Conrad von Hötzendorf non avesse prevalso, le mire irredentistiche della demagogia interventista italiana avrebbero potuto svilupparsi in altre direzioni (in effetti, i nazionalisti corradiniani erano originariamente filogermanici). Vero è che al riguardo esistevano tradizioni solide, anche letterarie: ma è non meno vero ch’esse erano state sostenute e talora sopravvalutate “dall’alto” mediante un tambureggiare mediatico che aveva ipertrofizzato ad esempio l’irredentismo trentino e giuliano-dalmata mettendo in ombra o non valorizzando affatto – anche dati i rapporti del Piemonte sabaudo e poi con il regno d’Italia con Francia e Inghilterra – le voci di rivendicazione d’italianità che provenivano ad esempio dalla riviera ligure di Ponente (ch’era pur la patria di Garibaldi…), dalla Corsica, da Malta. Le cancellerie tedesca ed austriaca avevano pur provato a suscitare questi interessi, come suggerire all’Italia la possibilità di rimettere in discussione, dopo la vittoria della Triplice, di estendere il suo dominio coloniale – ereditando l’intesa con il sultano – alla Tunisia allora francese e all’Egitto allora britannico. Il re d’Italia era pretendente formale per via di eredità dinastica alle corone di Cipro e di Gerusalemme: rivendicando quel ruolo, e una volta ottenuta dalla Sublime Porta la delega di governo egiziana, l’Italia avrebbe potuto succedere a Sua Maestà Britannica come padrona del controllo sul Canale di Suez. Piena egemonia sul Mediterraneo centrale da Nizza a Taranto e su tutto il litorale nordafricano da Tunisi a Gaza, compresi Canale di Sicilia, Malta e Suez: non era forse una posta ben più appetibile del controllo sull’Adriatico attraverso il possesso di Trieste, come da Parigi e da Londra si prometteva a Roma, tanto più che una certa egemonia della potente flotta militare e mercantile italiana non solo sull’Adriatico stesso, bensì anche sull’Egeo, sarebbe stata assicurata dalla parnertship dell’Italia con le alleate Austrungheria e Turchia? Il nazionalismo italiano aveva già dimostrato, in occasione della campagna di Tripolitania e Cirenaica, di saper ben gestire le armi retoriche e propagandistiche di un esotismo italiano, fatto di Drang nach Osten in direzione del Vicino Oriente, di gloriose memorie romane (teneo te Africa), di sfruttamento dell’universo culturale levantino fatto in gran parte di tradizioni italiche e di orgoglio per le gesta delle nostre repubbliche marinare. L’astio reciproco nei confronti dell’Austria-Ungheria avrebbe saputo ben bilanciarsi con le inveterate simpatìe per la Germania guerriera e progressista e con il mai del tutto sopito rancore nei confronti sia della Francia dello “schiaffo di Tunisi”, sia dell’”Anglia avara” dei foscoliani Sepolcri, antenata diretta della “perfida Albione”: e tale strada propagandistica avrebbe potuto ben esser percorsa mobilitando con opportune scelte giornalistiche e territoriali le faconde mosche cocchiere come Gabriele D’Annunzio o Paolo Orano. In fondo colui che restava pur sempre il Gran Vecchio della politica italiana, Giovanni Giolitti, era già un neutralista convinto e non sarebbe forse stato impossibile spostarlo un poco verso posizioni interventiste “nell’altra direzione” se ciò gli fosse apparso conveniente; dal canto loro molti cattolici, per quanto non osassero dirlo, avrebbero preferito veder scendere in campo le armi italiane accanto a quelle della cattolicissima Austrungheria (sia pur con le sue modeste enclaves ortodosse, luterane e calviniste) che non a quelle della Francia e della Gran Bretagna massoniche; per tacer del detestato autocrate russo. Sarebbe bastato da parte dei diplomatici e dei servizi del Reich e del governo K.u.K. sollecitare opportunamente i perplessi, unger di marchi e di corone le rotative degli editori e dei giornali un po’ di più di quanto non facessero francesi e inglesi con franchi e sterline. E non c’era poi, infine, il modello dei socialisti tedeschi i quali avevano deciso che nel momento dell’emergenza la patria veniva prima della lotta sociale, a confortare e a spronare i socialisti interventisti di tutti i generi, da Bissolati a Salvemini a Mussolini?

Lo stesso andamento delle operazioni militari, tra ’14 e ’15, non si persentava affatto sfavorevole a un intervento di comodo a fianco degli Imperi centrali: l’offensiva francese nella Champagne tra febbraio e marzo del ’15 era fallita, alla guida dello stato maggiore austriaco il generale Conrad, odiato dagli italiani, era stato sostituito dal von Falkenhayn e i tedeschi avevano stravinto la titanica battaglia dei Laghi Masuri restando padroni definitivi nel febbraio del ’15 della Prussia orientale e facendo 100.000 russi prigionieri. Nel marzo successivo, gli austrungarici avevano conquistato Galizia e Bucovina. Che cosa si stava aspettando?

Se in quella primavera, o magari anche prima - all’indomani del trionfo dei Laghi Masuri, ad esempio -, l’esercito italiano avesse mobilitato al fianco dei paesi da trentatré anni alleati dell’Italia, turchi e arabi avrebbero potuto fare per noi dalla Siria e dalla Libia appoggiati dalla nostra flotta un buon lavoro a tenaglia contro francesi e inglesi: e forse la “rivolta nel deserto” di Lawrence d’Arabia non si sarebbe mai verificata, e ben diverso da ora sarebbe stato il destino del Vicino Oriente; poco gli italiani avrebbero dovuto impegnarsi contro serbi, rumeni e russi sul fronte sudorientale europeo in quanto le forze austrungariche, turche e bulgare, con un eventuale sostegno tedesco, sarebbero bastate. E la Grecia, offesa e preoccupata a causa dell’assenso francobritannico alle pretese russe di dominio degli Stretti e d’Istanbul all’indomani della guerra, non solo avrebbe potuto con il soccorso dei nostri rifornimenti e della nostra flotta sostenere bene il blocco mediante il quale l’Intesa nel 1916 volle piegarla a uscire dalla neutralità, ma addirittura sarebbe magari scesa in campo al nostro fianco: sarebbe bastato, da parte della Triplice, obbligare i bulgari a un passo indietro a proposito delle loro pretese territoriali sulla Tessaglia. Intanto, su un fronte occidentale nel quale gli austrungarici non avrebbero dovuto né contrastare gli italiani (e sarebbero perciò rimasti liberi di meglio lavorare sul fronte balcanodanubiano) né immobilizzare ingenti forze tedesche come quelle che dovettero invece intervenire sull’Isonzo nell’agosto del ’16 dopo lo sfacelo del fronte russo. Liberi dall’impiccio italiano, i soldati del Reich avrebbero potuto convergere sul fronte occidentale, la battaglia di Verdun sarebbe stata vinta e quella della Somme non ci sarebbe forse mai stata.

E allora, chissà. Magari ci sarebbe stata davvero, quella “pace senza vittoria” (di nessuno dei contendenti) che all’inizio del ’17 erano in tanti ad auspicare e perfino disposti a determinare: in tal modo magari gli Stati Uniti d’America avrebbero preferito la via della mediazione a quella delle armi e la loro egemonia mondiale sarebbe stata ritardata e attutita; e sarebbero stati risparmiati all’Europa due anni di guerra, agli italiani la vergogna e la mattanza di Caporetto, al mondo intero l’infamia e la tragedia dei trattati di Versailles, autentica “pace per porre fine a qualunque prospettiva di pace” e fonte di tutti i nostri mali per i successivi cento anni (…e oltre?), dai totalitarismi alla Shoah alla fondazione dei petroemirati arabi alla lunga crisi israelopalestinese. Perché, tanto per dirne una, Hitler non l’hanno inventato né i miti wagneriani né le fumose birrerie di Monaco: l’hanno sinistramente evocato i demiurghi di Versailles, che dopo aver vinto pretesero di stravincere suscitando un vasto fronte europeo di scontenti e di revisionisti e riducendo i tedeschi a quella disperazione che li avrebbe indotti, di lì a poco, a salutare nel piccolo caporale bavarese il loro nuovo Redentore.

Franco Cardini


Minima cardiniana, 73

Domenica 26 aprile, IV domenica di Pasqua

LIBERAZIONE

Le due parole Resistenza e Liberazione, entrambe scritte con la maiuscola che nella lingua italiana si conviene ai nomi propri, si collegano senza dubbio ai significati che in essa vengono assunti dai corrispondenti nomi comuni “resistenza” e “liberazione”, ma da essi vanno distinte in quanto indicano due complessi fenomeni molto specifici e centrali nella storia del XX secolo. La Resistenza è la serie di atti sociali, politici e militari che, tra 1939 e 1945, scandì il drammatico processo di opposizione all’egemonia del nazionalsocialismo sull’Europa e alla conquista, all’occupazione e al controllo da quello su questa imposti attraverso le forze armate germaniche e quelle dei paesi alleati del Terzo Reich nonché attraverso l’azione dei reparti militari e paramilitari organizzati dalle forze politiche impegnate invece a sostenere la compagine hitleriana o a collaborare con essa. La Liberazione indica, insieme, l’esito della seconda guerra mondiale e il culmine del processo resistenziale.

E’ evidente che quelle due parole, che sono in sé anche definizioni, non possono venir correttamente intese che nei loro rispettivi contesti: che non sono generici, bensì specifici. La storia è piena di episodi di resistenza, da parte di gruppi umani o di popoli, nei confronti di altri popoli o di eserciti che si sono configurati come invasori dei territori altrui; e anche di episodi di liberazione, sia da regimi politici interni considerati ingiusti o tirannici, sia da forze armate straniere. I concetti di libertà, d’indipendenza e di sovranità sono pertanto comuni e connaturati a qualunque movimento di “resistenza” e a qualunque evento inteso e vissuto come “liberazione”. Di solito, e per evidenti motivi, si tratta di termini e di significati per loro natura soggettivi e relativi.

Fra ’39 e ’45, quindi, in tutta Europa si resisté al nazifascismo e si finì con il liberarsene. Non furono né una battaglia né una vittoria soltanto militari, dal momento che quella guerra era combattuta non tanto fra nazioni – e in questo senso essa rappresentava la prosecuzione della prima guerra mondiale, conclusa con la falsa e ingiusta pace di Versailles – quanto fra contrapposte ideologie, inconciliabili visioni del mondo. Il nazismo, che presentava rispetto al fascismo forti analogie sul piano dell’antidemocrazia e dell’antindividualismo, riuscì ad attrarre quel movimento che pur gli era stato modello nella sfera di una nuova dimensione ad esso originariamente estranea: quella del razzismo e dell’antisemitismo. Se Hitler fosse riuscito vincitore dal conflitto scatenato nel ’39, quanto meno in Europa sarebbe stato imposto ai popoli un modello sociobiologico ispirato a una gerarchia di valori fondata sul primato assoluto dello stato sull’individuo e sul primato delle razze “superiori” (un concetto pseudoscientifico che tuttavia fin dall’Ottocento aveva fatto molti progressi e si era affermato anche nel mondo dell’accademia e della ricerca).

E’ stato contro il totalitarismo politico e il materialismo biologico che la Resistenza è stata condotta e che la Liberazione si è affermata. Ciò va detto in quanto necessario, ma non è tuttavia sufficiente: in quanto la lotta tra nazifascismo e varie forme di antifascismo (almeno due: quella liberale e quella socialista, ciascuna di esse con varie diversità e articolazioni) si è andata intrecciando in alcuni paesi alla lotta di liberazione nazionale dall’occupazione straniera, mentre in altri essa ha assunto il carattere drammatico dell’obbligo, spesso lacerante, a una scelta tra il lealismo nei confronti del governo del proprio paese e l’adesione alla propria coscienza che imponeva di lottare contro i princìpi da esso propugnati. Molti italiani e molti tedeschi dovettero sostenere un dissidio durissimo tra la loro coscienza cristiana, o liberale, o socialista, o semplicemente umanitaria, e quello che l’opinione pubblica del loro pese e l’educazione ricevuta indicava loro come il “dovere” verso la “patria”, il “servizio” alla “nazione”. Fu molto amaro dover accettare che la via verso la libertà individuale e collettiva coincidesse con quello che si presentava - agli occhi altrui, ma spesso anche ai propri – come un “tradimento”, e che liberarsi volesse dire combattere dei concittadini, veder soccombere la propria patria e addirittura accettarne e auspicarne la sconfitta. Anche in paesi differenti da Italia e Germania, del resto, esistevano forze politiche e intellettuali che avevano accettato il fascismo e il nazismo e che si trovarono per questo nel ruolo dei “collaboratori” – un termine che divenne presto sinonimo di “traditori” -, a loro volta lacerati tra fedeltà alle proprie idee e fedeltà al proprio popolo in quella che fu anche una vera e propria guerra civile.

Assunte come valori fondanti della società uscita dalla seconda guerra mondiale, Resistenza e Liberazione hanno pertanto configurato una società che respinge senza possibilità di appello la visione fascista e soprattutto nazista del mondo. Il che peraltro introduce molti problemi e non è scevro di contraddizioni: premesso che l’ideologia fascista era liberticida, può un regime antifascista vietarne la professione senza entrare in contraddizione con i suoi stessi princìpi? E può ammetterne, sia pure ipoteticamente, un’evoluzione compatibile con la democrazia? Ma, ancora, di quale democrazia si parla? Di quella rappresentativa liberale, rispettosa di tutte le idee e fondata sulla pur e semplice uguaglianza degli individui dinanzi alla legge? O di quella socialista, che respinge le forme di democrazia istituzionale che non implichino anche una democrazia sociale ed economica? Ma tutto ciò non riconduce forse alla drammatica inconciliabilità tra libertà e giustizia, quando entrambe vengono portate al loro estremo limite? E non dovrà quindi comportare per forza di cose nuove lotte, nuove Resistenze, nuove Liberazioni?

Infatti, Resistenza e Liberazione non furono sufficienti a pacificare il mondo. Nacque immediatamente la “guerra fredda”, espressione di blocchi geopolitici contrapposti ma anche di classi sociali fra loro nemiche. Si sono intanto fatti avanti, fino a salire al proscenio, nuovi popoli e nuove società, portatori di nuove esigenze e di nuove istanze alla luce delle quali noialtri occidentali ci siamo resi conto della contraddizione insita nella Modernità e nel sistema colonialistico che ne costituiva il supporto in quanto fornitore di materie prime e di forza-lavoro. Pur pretendendo e magari credendo in buona fede di seminare fuori dell’Occidente le buone sementi della libertà e dell’uguaglianza, noi vi abbiamo impiantato sistemi ispirati allo sfruttamento e alla tirannia; e li abbiamo sostenuti in quanto ciò corrispondeva ai nostri interessi. Sotto questo profilo, è amaro dover ammettere che l’odio contro il totalitarismo è tra noi generalizzato e diffuso in quanto esso ha introiettato nell’Occidente metodi di governo e di repressione ch’erano già stati sperimentati nel resto del mondo da potenze che pur si dicevano liberali o socialiste.

E allora, La Resistenza e la Liberazione non finiscono mai. Sono ancora in atto, contro soggetti diversi da quelli che ne furono obiettivo settanta-ottant’anni or sono. La battaglia per la libertà e la dignità di tutto il genere umano stava alla base i quegli ideali secondo i quali ci si oppose allora a una tirannia che aveva pur prodotto risultati non sempre negativi sul piano civico, culturale e sociale. Queste contraddizioni sono ancora vive. Il nemico è ancora là, con altri vesti e sotto differenti bandiere. La lotta non è finita.

Franco Cardini


Minima cardiniana, 72

Domenica 19 aprile, III domenica di Pasqua

A PROPOSITO DEL "GENOCIDIO ARMENO", E NON SOLO...

Il termine “genocidio”, usato da papa Francesco durante l’Angelus della domenica in Albis  (12 aprile 2015) per indicare la tragedia del popolo armeno nella penisola anatolica dell’inizio della quale quest’anno ricorre il formale centenario, ha scatenato involontariamente un vero e proprio uragano diplomatico. La repubblica turca ha sempre rifiutato che una tale responsabilità... Continua


Minima cardiniana, 71

Domenica 12 aprile, Domenica in albis

AGIRE!

Parigi, 7 aprile 2015

Proviamo a fare il punto su quanto sta accadendo nel Vicino Oriente e in Africa. Dal Kenia alla Somalia alla Tanzania alla Nigeria la società multireligiosa e multiculturale africana sembra aver del tutto perduto il suo annoso, sincretistico equilibrio ed essere ormai scoppiata: e i cristiani sembrano essere le prime vittime di questo ormai sconvolto e scomparso equilibrio, come già è accaduto e sta ancora accadendo magari non più in Libano, ma un po’ dovunque in Asia dall’Iraq al Pakistan. I capi dei movimenti jihadisti sembrano avere abbracciato la tattica demagogica consistente nel far credere a masse sempre più larghe di musulmani poveri che i cristiani – in quanto presentati come correligionari degli occidentali – siano obiettivamente una “quinta colonna” dell’Occidente, quindi dei collaborazionisti delle lobbies che ormai da decenni – da quando il sistema colonialistico tradizionale è volato in pezzi - si associano ai malgoverni locali per drenare le ricchezze asiatiche e africane e arricchirsi sottraendo ai popoli i mezzi non solo di sviluppo, ma perfino di sussistenza.

Il malessere, in quelle aree del mondo, è vecchio: per quanto non si possa sostenere che sia proprio antico. In questi anni però una malattia acuta, la violenza, si va sovrapponendo alla vecchia affezione cronica, la miseria. E tutti sanno che quando un ammalato cronico viene assalito da un male repentino e letale è contro quest’ultimo che si deve immediatamente agire con una terapia d’urto, lasciando magari da parte le cure ordinarie.

E’ quel ch’è stato recentissimamente proposto. Tutti abbiamo sentito il papa pronunziare il suo energico “Basta!”, il suo convinto e accorato “Bisogna fermarli!”. E abbiamo sentito anche il ministro Gentiloni, che non è certo incline alle parole forti e alle dichiarazioni pesanti, uscirsene con una condanna che parrebbe inappellabile contro “l’ignavia” dell’Occidente.

Ignavia. Parola forte, appunto: anzi, “parola grossa”. Cominciamo da qui. “Ignavo” è l’indolente, l’indeciso, l’amorale sino alla viltà. Una condanna che sa quasi d’altri tempi data la tensione morale che non può non animarla: non una dichiarazione diplomatica, ma una denunzia senza mezzi termini. Era ora, si dirà. Il punto è: contro chi è stata diretta? Chi e che cos’è, in concreto, “l’Occidente”? La presidenza degli Stati Uniti, che sembra aver rinunziato al suo ruolo “imperiale” di cane da guardia del mondo e voler passare la mano alle potenze regionali delle varie parti del mondo, che se la cavino loro? Il Congresso statunitense, notoriamente avverso a Obama che ormai è “un’anatra zoppa” ma incline semmai ad ascoltare l’attuale governo israeliano che addossa tutte le colpe dell’attuale crisi vicino-orientale all’Iran, mentre nei confronti di esso è in atto una svolta diplomatico-politica che potrebbe davvero cambiare il volto della politica mondiale? Ed è “vile” l’America che cerca un accordo con l’Iran, mentre nello Yemen gli stati arabi tradizionalmente più vicini all’Occidente assalgono gli sciiti, vale a dire i primi avversari di al-Qaeda che in quel paese ha appunto i suoi santuari? Assalire gli sciiti yemeniti può significare voler indirettamente colpire l’Iran, d’accordo, ma allora come la mettiamo con il vantaggio che altrettanto indirettamente si offre al jihadismo salafita di al-Qaeda, peraltro a sua volta avversario dell’IS di al-Baghdadi? E se Gentiloni non ce l’ha con gli americani, a chi rivolge l’accusa d’ignavia? Alla NATO, all’interno della quale c’è anche l’Italia, che anzi deve proprio a quell’alleanza l’essere di fatto un paese occupato da basi militari straniere che di fatto ha da decenni perduto la sovranità militare? E se un paese non dispone di sovranità militare, può sostenere sul serio di averne una diplomatica? E se noi tale sovranità non ce l’abbiamo, siamo degli “ignavi” o siamo, semplicemente, dei subalterni?

Il papa appare più concreto, per quanto non stia a lui indicare le strade non dico militari, ma nemmeno quelle diplomatiche o politiche da percorrere. Il suo “Bisogna fermarli” non vuol certo equivalere a un invito a operazioni militari di rappresaglia indiscriminata, che oltretutto sarebbero molto difficili contro gruppi di guerriglieri che agiscono dislocati, in ordine sparso, con la tecnica del “mordi-e-fuggi”. Ma, sembra suggerire il papa, ci sono pure i governi locali dei paesi nei quali avvengono le violenze: quei governi corrotti, che hanno interessi anche da noi – e che quindi potrebbero facilmente essere indotti a ragionare, con opportune misure persuasive di tipo economico-finanziario -, che favoriscono la deregulation dei territori condizione prima dello sfruttamento selvaggio e sono di solito in combutta con potenti lobbies internazionali. Salvo i casi nei quali invece le lobbies preferiscono appoggiare se non addirittura creare movimenti di guerriglia per premere sui governi locali non abbastanza docili e ricattarli e condizionarli quando non addirittura rovesciarli. La casistica è in materia ricca di variabili. Ma i mezzi per premere sui responsabili, se si volessero attivare, ci sarebbero: eccome.

Se le Nazioni Unite funzionassero come dovrebbero, disporrebbero bene degli strumenti - o sarebbero in grado di provvedersene – atti ad individuare il nodo d’interessi che collega quei governi e quelle lobbies e ad agire colpendolo con efficacia. In questo momento, dai massacri dei cristiani in Africa fino alla tragedia che ormai da anni ordinariamente si consuma sul nostro mare, davanti alle nostre coste, stiamo assistendo a uno degli spettacoli più immondi e vergognosi che la storia possa offrirci: alla guerra tra poveri, a quella dove poveri musulmani ammazzano poveri cristiani e poveri europei si preoccupano dell’arrivo di masse di poveri musulmani in grado di aggravare la loro miseria mentre – come rivelano i dati dell’UNESCO – il trend della concentrazione di risorse e ricchezze a livello mondiale si appesantisce: vale a dire che una sempre maggior quantità di profitti finiscono nelle tasche di un numero sempre più limitato di famiglie e di corporations mentre in tutto il pianeta si assottigliano fino a scomparire i cosiddetti “ceti medi” e si allarga e approfondisce la proletarizzazione delle masse, cioè la miseria.

I miserabili assassini musulmani dei cristiani e i nostri italiani impoveriti che auspicano di poter “ricacciar in mare” i migranti dal Nordafrica sono – a un incommensurabilmente diverso livello – vittime del medesimo abbaglio: fanno come il cane che morde il bastone che lo colpisce, salvo poi lambire la mano del padrone che lo manovra. Quel che va insegnato ad entrambi è che oggi il solo nemico pubblico, il solo responsabile della povertà e della violenza che sta inghiottendo il genere umano, è la mafia internazionale che sfrutta fino alla polpa il genere umano: e contro la quale in Occidente poco possiamo (eccola, l’”ignavia”!), dal momento che da noi i “poteri forti” finanziari, economici e imprenditoriali hanno ridotto i politici a loro “comitato d’affari” e dominano i media imbavagliandoli. Questo è il vero problema: altro che la barbarie assassina di quattro fanatici jihadisti, a loro volta manovalanza del crimine internazionale! E se parte di quest’infamia che passa attraverso la sperequazione economica e le manovre dello sfruttamento finanziario riguarda o ha riguardato fino a pochi mesi fa da vicino (ma siamo sicuri che ora è tutto a posto?) perfino Santa Romana Chiesa, eccolo allora il mysterium iniquitatis o, come diceva il cardinale Ratzinger molti anni fa citando Ticonio, il “maestro” donatista di Agostino, ecco il mysterium facinoris! E funziona davvero ancora, il katechon che ne tiene a bada le estreme conseguenze apocalittiche, sia o no esso identificabile secondo la proposta di Carl Schmitt? E c’è davvero da augurarsi che funzioni davvero ancora, questo katechon, o dobbiamo sperare che la storia della nostra fine, ch’è per sua natura tutta la storia del genere umano, stia in realtà ormai per concludersi con la fine della storia, con il decisivo eskathon? E all’arrivo di esso, lo sapremo identificare, quell’Anticristo preconizzato dall’epistola di Giovanni e cui indirettamente allude anche la celebre II epistola ai tessalonicesi di Paolo? Attenzione: l’Anticristo non sarà un Controcristo, un Cristo rovesciato: in greco, antì significa non solo e non tanto “contro”, quanto “di fronte a”. L’Anticristo non sarà una caricatura del Cristo: ne sarà l’immagine rovesciata e simmetrica, sicut in speculo…Siamo sicuri, cristianucci, di saperlo riconoscere quando arriverà, se non è già arrivato e magari sta lavorando fra noi da anni, perfino da qualche secolo?

Ma torniamo all’oggi, al “già” che potrebbe restare magari a lungo un “non ancora”. Si parla molto – ben a ragione – della barbarie jihadista: ma perché si parla poco o nulla invece di altri aspetti, meno noti, della società musulmana, anche di quella parte di essa che (e non al invidiamo…) è governata dal califfo al-Baghdadi? Perché ad esempio, noi che siamo perseguitati e strangolati dalle banche, non parliamo mai del sistema creditizio islamico, delle banche musulmane che non sono istituzioni pensare per investire il danaro dei loro clienti a vantaggio prevalente per non dir totale dei loro azionisti e relativi dividendi, ma che sono fondamentalmente delle associazioni di mutuo soccorso all’interno delle quali si praticano ampie forme di prestito sociale e l’usura è sul serio combattuta? Perché non c’interroghiamo sulla radici anche strutturali del consenso che lo jihadismo sta ricevendo?

Già: perché non c’è bisogno di esser marxisti (come non lo è il papa) per rendersi conto che il disagio nel quale si dibatte il mondo e quindi molte delle causa della nostra stessa insicurezza hanno un’origine socioeconomica. Il giorno in cui, a non dir altro, le genti d’Asia, d’Africa e della stessa America latina rientrassero in possesso delle risorse che vengono loro oggi spietatamente sottratte e fossero sostenuti nella diretta gestione di esse, il fanatismo politico e religioso si spegnerebbe per mancanza di manodopera. Ma ciò significherebbe la fine di ricchissimi profitti, di grassissimi proventi. Chiedete un po’ ai signori della Total (petrolio in Africa centrosettentrionale), della Areva (uranio in Niger), della De Beers (diamanti in Sierra Leone), della Monsanto (gli OGM obbligatori, i biocarburanti), se e quando, e in che modo, saranno disposti a sacrificarne una parte in cambio dell’alleggerimento della sperequazione che soffoca la terra. Franco Cardini

SI MIGLIORA DAVVERO LA SCUOLA ELIMINANDO GRECO E LATINO?

Parigi, 10 aprile 2015

Il tema è, o almeno sembra, di scottante attualità anche da noi. A Torino si sono recentemente misurati, in un “processo contro il liceo classico”, l’economista Andrea Ichino come accusatore e il semiologo Umberto Eco nei panni del difensore. Il liceo classico è risultato assolto, ma con formula dubitativa: dev’essere riformato. E il problema sta tutto lì: come lo riformiamo?

In Francia, il ministro Najat Vallaud Belkacem, con il collège (la scuola media inferiore) sembra andarci giù per le spicce. Nelle sue prospettive di riforma, peraltro subito impugnate e contestate, il latino e a fortiori il greco quasi spariscono sostituiti da “corsi alternativi” à la carte, che dovrebbero essere gli studenti (e/o le loro famiglie?) a scegliere. Il tutto è francamente un po’ fumoso: si parla di una scuola media inferiore “unica” (e unificata”), ma al tempo stesso si moltiplica un’offerta formativa che secondo alcuni dovrebb’essere meno “umanistica”, più “tecnica” e “scientifica”, ma che non appare in realtà sostenuta da alcun progetto didattico chiaro. Si parla come di un toccasana degli EPI (“Enseignements Pratiques Indisciplinaires”: oh, l’amore per le sigle!...) e di transversalité compétentielle, che più che un programma sembra un obiettivo: favorire nei ragazzi l’interesse per gruppi di problemi presentati come concreti anziché per singole discipline, dichiarate pregiudizialmente “astratte”. Quindi niente grammatica e sintassi greca o latina, roba ovviamente “inutile” (ma inutile rispetto a quale prospettiva), e sì invece, appunto, ad EPI che propongono scopi “caratterizzati da concrete competenze”, quali – udite, udite! – come si fa un giornale, come si organizza un dibattito eccetera. E ciò all’insegna del minore sforzo possibile nell’apprendimento e della massima adesione almeno intenzionale rispetto ai problemi e alle prospettive di natura “pratica”: di quelli che per esempio consentirebbero di trovar prima e meglio lavoro se non addirittura di far più soldi. Stessa fumosità per le lingue straniere: si parla dell’introduzione almeno di una seconda lingua dalla metà circa dell’intero corso di studi di sei anni, ma si resta sul generico per quanto attiene ai due problemi fondamentali, le risorse e la selezione nonché l’aggiornamento dei docenti. Anche per il tema, molto sentito sembra dalle famiglie, dell’horaire d’accompagnement, cioè dei corsi di sostegno per gli studenti la resa didattica dei quali è più debole (e questo è un problema davvero drammatico, e in costante crescita al pari del bullismo), si va sulle tre ore settimanali (poche): ma pare che i professori disponibili facciano difetto. E allora?

Naturalmente, si è levato un coro di proteste. Per la verità stamattina a Parigi nulla sembrava diverso dal solito, ma giornali e TV ci hanno informati su una “grande riunione di docenti e studenti alla Sorbonne” (un centinaio di persone…), cui avrebbero preso parte vecchie glorie quali – senti, senti! – Régis Debrey il quale avrebba da par suo tuonato contro la “miopia della classe dirigente” e l’abisso di oblìo della memoria e della cultura che si sta spalancando davanti alle giovani generazioni.

Morale? Potete giurarci: nulla di fatto. Belkacem – progressista, come tutto il suo governo – andrà avanti, nella prospettiva pratica di una “scuola a due velocità”: pagante e quindi “élitista” per chi potrà permettersi gli istituti privati, gratuita e indifferenziata per gli altri. E’ il progetto dominato dalla vecchia formula liberal-liberista che ben conosciamo: tagliare i fondi a tutto quel ch’è pubblico, poi dichiarare che così non va e lasciare che chi può passi al privato; quindi i proventi della manovra privatizzatrice si risolveranno in dividendi per gli azionisti, l’eventuale deficit sarà accollato, al solito, ai pubblici contribuenti. Perché il punto non è che non va la scuola: è che non va la società civile. Non è la scuola a non rispondere alla domanda di formazione culturale con un’offerta adeguata: è la società, nei suoi centri direzionali e nel suo tessuto sociale, che non formula più tale domanda. Per cui, a che diavolo serve il latino? A nulla, per una società che ha deciso di correre compatta - e i media lo dimostrano - verso il semianalfabetismo di massa. Franco Cardini


Minima cardiniana, 70

IL CORANO: TRADUZIONI E MISTIFICAZIONI

Cari Amici, l’edizione del Corano patrocinata da “Il Giornale” con il commento di Magdi Cristiano Allam costituisce di per sé un evento molto significativo e meritevole di attenzione. Ad essa ho dedicato come qualcuno di voi ricorderà un lungo articolo in Minima Cardiniana 69 del 29.3.u.s. Ma in quella sede non avevo purtroppo sottomano una copia del libro Tradurre, tràdere, tradire, e dovetti limitarmi a ricostruire a memoria la vicenda. Ne derivarono alcuni errori: principalmente la dimenticanza del fatto che invitato a discutere da noi il 23 aprile 2005 a Firenze insieme con Magdi Cristiano Allam non fosse Battista, bensì Vittorio Feltri, che su “Il Giornale” aveva patrocinato un’edizione del Corano in fascicoli; Battista entrò solo successivamente nella discussione, con due scritti sul “Corriere della Sera”. Mi scuso sia con Battista, sia con Feltri, dell’equivoco generato da un mio errore: e rimedio ripubblicando il mio testo già uscito alcuni giorni fa.

Il quotidiano “Il Giornale” ha riproposto di recente la traduzione del Corano di Cherubino Mario Guzzetti presentandola come “il Corano spiegato da Magdi Cristiano Allam” e sottolineando che si tratta di un libro la conoscenza del quale è indispensabile. Il che è del tutto vero: salvo che può preoccupare il fatto che il Libro Santo finisca nelle mani di gente che poco o nulla conosce della Bibbia e del Vangelo ma che intende avvicinare il Corano per ricevere conferma dei suoi pregiudizi sull’Islam. Leggi...


Minima cardiniana, 69

Domenica 5 aprile. Pasqua di Resurrezione

“Perché cercate tra i morti il Vivente? Non è qui, è resuscitato” (Luca, 24, 5-6).

Sommario: Auguri e informazioni / Bagatelle per molti massacri, ovvero massacri come bagatelle / I diritti degli iraniani, le ragioni degli israeliani / La buona scuola

AUGURI E INFORMAZIONI

Vi dedico un augurio strettamente personale. Il ricordo di qualcosa che ha cambiato la mia vita e il mio modo di concepire il mondo e la storia. Non che me ne accorgessi sul momento: allora, mi limitai a commuovermi e a rendermi conto che c’era qualcosa nelle vicende antiche e recenti che mi era sfuggito, che non avevo capito. Qualcosa che da allora, e per molto tempo, mi capitò di sottovalutare e quasi di dimenticare. Perché molte come accaddero da allora, nel mondo e nella mia vita: qualcuna di esse mi assorbì, qualcun’altra mi travolse.

Ricordo quindi l’impressione profonda che ricevetti quella mattina di domenica, a Mosca, quasi mezzo secolo anni fa. L’avevo già letto nei romanzieri russi: ma vederlo, e vederlo nella Russia sovietica, e scoprirne la sincerità intensa e la profondità intatta, fu un’altra cosa. Uscendo dalla residenza universitaria, una ragazzina del Komsomol con tanto di fazzoletto rosso al collo mi abbracciò pronunziando a voce alta, commossa, la santa formula augurale: “Cristo è risorto!”. “E’ veramente risorto!”, le risposi: come in un racconto di Turgenev. Fuori, per strada, la gente si abbracciava. Era la Grande Pasqua Russa, come nella musica di Rimskij-Korsakov: la neve si scioglieva ai bordi delle strade e gocciolava dalle grondaie, le campane suonavano a distesa (quante campane, nella Mosca di Brežnev!...), la gente si scambiava semplici uova sode colorate di rosso. Pensai al mio paese nel libero e felice Occidente, alle uova di cioccolato con sorpresa, alle colombe Motta, al boom economico che stava svanendo, alla colta e intelligente ironia di quanti irridevano alle residuali superstizioni di chi ancora riceveva in casa il parroco per la benedizione pasquale o si portava dalla chiesa, la Domenica degli Olivi, il rametto di olivo o di palma benedetti; pensai al disagio degli Anni di Piombo che non potevo immaginare ma di cui già serpeggiavano, con i primi attentati, le avvisaglie; alle grandi chiese sempre più deserte cha magari si riempivano sì per Pasqua e per la feste comandate, ma solo allora; pensai alle incertezze del Concilio, alla guerra in Vietnam, alla cultura del permissivismo diffuso e del “vietato vietare” che, insieme con il consumismo, si stava affermando; pensai alla follìa di Krushev, il quale aveva affermato che il socialismo avrebbe battuto l’Occidente anche misurandosi con esso sul piano dei consumi (e già in giro per l’Unione Sovietica si scorgevano i primi devastanti effetti di quell’illusione, la fame di beni di consumo che pervadeva soprattutto i giovani…). Mi resi conto che la fine del cristianesimo, se mai fosse venuta, non sarebbe arrivata dall’ateismo di stato ancora ufficialmente imperante nel paese dove esistevano cattedre universitarie di “Filosofia e Ateismo”, ma da quelli nei quali sempre più grandeggiava troneggiante e indiscusso il Moloch del danaro, quella Mammona a cui si può servire solo rinnegando il Dio di Abramo, d’Isacco, di Giacobbe, di Gesù e di Muhammad. Mi resi conto che la vera Morte di Dio, se mai gli uomini si sarebbero davvero mai illusi di averla provocata, non sarebbe venuta dall’eresia pur sempre cristiana dell’uguaglianza, dall’utopia della Fine della Storia raggiunta attraverso la Società senza Classi, bensì dall’apostasia dell’individualismo assoluto e del materialismo non storico bensì pratico, volgare, onnipresente, distruttore. L’abominazione della desolazione.

Mezzo secolo circa è trascorso da allora: l’Occidente turbocapitalistico ha vinto, i progetti ad esso antagonisti – tutti – hanno finora fallito. Anche le mie personali speranze, i miei personali impegni, hanno finora fallito: e a 74 anni non posso se non specchiarmi umilmente nell’esempio del Maestro, Il Grande Fallito morto quasi duemila anni fa su una modesta altura fuori Gerusalemme, inchiodato al patibolo degli schiavi e dei criminali. Ma oggi si celebra ancora due millenni dopo, la gloria della Sua Resurrezione: unica vera speranza di tutti coloro che in Lui hanno fallito e con Lui sperano di trionfare, se e quando Lui vorrà.

Intanto, sulle rovine della civiltà cristiana, strilla forte il gallo rosso dell’Occidente liberista e consumista, quello che blatera sempre di Pace, di Libertà e di Progresso. Come sta scritto al Piazzale Michelangelo della mia Firenze, dove si allude al lavoro dell’architetto ottocentesco Giuseppe Poggi, “Guardatevi attorno: questo è il suo monumento”. Nella spaventosa sperequazione tra gli straricchi e chi muore di fame e di sete, nell’inquinamento della terra e dei mari, nella corsa folle allo sfruttamento e alle armi nucleari, in quella che papa Francesco ha chiamato la “cultura dell’indifferenza”. In una società che mantiene certo le sue radici cristiane (le radici non gelano…) ma nella quale si è fatto di tutto per reciderle e per renderle sterili attraverso un’inedita forma di persecuzione soft, apparentemente inodore, incolore e soprattutto indolore, una scristianizzazione che ha i tratti dell’Anticristo soprattutto perché si presenta ammantata delle buone intenzioni e dei valori falsificati della Libertà e dei Diritti mentre persegue di fatto gli obiettivi del profitto, dell’ingiustizia, del disprezzo per gli Ultimi.

Ma il Cristo è risorto: sì, è veramente risorto! Il Santo Sepolcro è vuoto perché Egli ha eletto quale Sua autentica sede il cuore di chiunque creda in Lui.

Per questo è necessario continuare la Buona Battaglia: non perché si speri di vincerla (questo è affare di Dio, non nostro), ma solo perché dobbiamo; perché, come sta scritto nel libro di Giobbe, militia est vita homimis super terram.

A questo fine, ognuno deve dare il suo modesto contributo. Quello mio si è riassunto in questi giorni nel piccolo libro L’ipocrisia dell’Occidente (Laterza), un tentativo di capire in werden qualcosa su quel che sta accadendo in questi mesi nel Vicino Oriente, tra disegni di destabilizzazione e nascita di nuovi califfati.

Segnalo altresì che martedì 21 aprile p.v., a Roma, si terrà alle ore 11 in Santa Maria in Aquiro, Piazza Capranica 22, la conferenza stampa del gruppo No alla guerra, no alla NATO durante la quale si presenterà alla stampa il documento elaborato da un gruppo di uomini liberi di varia e diversa posizione politica, che tuttavia ritiene primario e necessario per il nostro paese e per l’Europa uscire dall’equivoco dell’alleanza politico-militare stipulata il 4 aprile del 1949 e ormai profondamente distorta nei suoi connotati e nei suoi scopi. Tale documento reca anche la mia firma. Dal canto mio sarò forse presente in ritardo, in quanto reduce da un precedente viaggio: ma farò di tutto per assistere all’evento, riguardo al quale mi assumo evidentemente, e coerentemente, la mia parte di responsabilità.

BAGATELLE PER MOLTI MASSACRI, OVVERO MASSACRI COME BAGATELLE

Ormai siamo alla pratica quotidiana. E’ questa la vera Via Crucis dei cristiani nel mondo: e papa Francesco lo ha ricordato appunto, a Roma, nella consueta solenne cerimonia che ogni Venerdì Santo commemora il viaggio di Gesù verso il Calvario. Ha parlato alto e forte, il papa, mostrando come il Calvario dei cristiani sia simbolo e figura di tutte le sofferenze e le ingiustizie del mondo; e denunziando l’indifferenza, il silenzio dell’Occidente.

Ma perché stanno verificandosi con tanta frequenza e intensità , con tanto accanimento e tanta sistematicità, le violenze contro i cristiani? Cominciamo col notare che, a parte casi infrequenti e isolati, non è mai accaduto – nemmeno quando la guerra tra cristiani e musulmani era endemica (non però continua; e tanto meno esclusiva) – che i cristiani locali in terre a prevalente popolazione musulmana fossero soggetti a persecuzioni e a massacri. Teniamo presente che la shari’a, sancendo la superiorità dell’Islam come culmine delle fedi rivelate, stabilisce altresì che ebrei e cristiani, in quanto ahl al-Kitab (“gente del Libro”, titolari cioè di una Scrittura rivelata), sono dhimmi, “soggetti” ma anche e perciò stesso “protetti”, tenuti a corrispondere certe tasse e sottoposti ad alcune restrizioni ma liberi di attendere alla loro fede in quanto culto privato; ed è illegittimo sia costringerli a convertirsi con intimidazioni o ricatti di sorta. Questo concetto di “libertà limitata” non è certo compatibile con quello di libertà assoluta del nostro moderno Occidente: ma per lunghi secoli è stato senza dubbio superiore alla totale illegittimità del culto musulmano all’interno del mondo cristiano.

Ora si è però dinanzi a un Islam “modernista”, mutante: che sostiene di voler tornare alle origini ma calpesta la sua stessa antica Legge. Nei territori siroirakeni soggetti all’IS di al-Baghdadi, nei quali esistono chiese e monasteri tra i più antichi del mondo, abbiamo visto uccidere i cristiani, sottoporli a tassazioni che in pratica sono puri e semplici espropri, cacciarli dalla loro terra. Tutto ciò - a parte lo ripeto, alcuni rarissimi e sporadici casi – è del tutto inaudito. Non era mai successo finora: non con questa sistematicità, con questa ferocia. Per quale logica perversa popoli fino ad ora abituati alla serene e pacifica convivenza si scoprono adesso tanto implacabilmente nemici?

La risposta non sta nella differenza di credo religioso, che sussisteva anche prima e non dava adito a nulla di tutto questo. Essa risiede in un mutamento profondo degli equilibri politici nel mondo intero, che vede nell’attuale momento politico all’avanguardia proprio i paesi abitati dai musulmani. La globalizzazione in atto sta creando un inedito fenomeno di concentrazione della ricchezza e quindi d’impoverimento di massa a livello mondiale; al tempo stesso, la diffusione dei media ha consentito a larghissime masse di subalterni in tutto il mondo – ma specie in Asia, in Africa e nell’America latina – di rendersi conto delle abissali sperequazioni sociali presenti nel mondo. Molti stanno reagendo a questo intollerabile stato di fatto con l’unica arma culturale di cui dispongono, la fede in un Dio di giustizia: ed esistono purtroppo centri politici in grado di sfruttare propagandisticamente queste spinte dirigendole nel senso dei loro obiettivi. L’odio artificialmente suscitato e diretto contro le comunità cristiane è parte integrante di un progetto demagogico alla luce livida del quale si vuol far credere ai poveri dell’Asia e dell’Africa che l’Occidente e il cristianesimo siano tutt’uno e che lottare contro i cristiani, anche contro i poveri cristiani di casa propria, sia una tappa della lotta contro l’ingiustizia globalizzata i gestori della quale sono alcuni governi occidentali e le lobbies multinazionali finanziarie e imprenditoriali che sfruttano il mondo.

In molte aree asiatiche e africane, nelle quali è diffusa e radicata l’idea popolare - profondamente errata, come noi ben sappiamo – che tutti gli occidentali siano cristiani, anzi che l’Occidente sia nel suo complesso una società cristiana, chiunque segua la fede di Gesù – che pure l’Islam considera un grande profeta – è visto perciò stesso come un “collaborazionista” degli occidentali; e lo stesso vale per i missionari, le suore, i medici e i volontari degli ospedali cristiani nonostante ne siano ben note, e da tempo, le benemerenze. I capi dei movimenti terroristici, che freddamente sfruttano questo stato di disagio e d’ignoranza, sono ben decisi ad aggravarlo in quanto sanno bene – sono sovente, per cultura e per genere di vita, “occidentali” quanto noi – che i massacri generano sgomento e indignazione da noi: e sperano in una reazione occidentale violenta e indiscriminata che aggravi il malinteso tra mondo occidentale e mondo musulmano e si sommi alla fitna, la guerra civile tra islamici che attualmente è in corso come gli avvenimenti odierni – dalla Libia all’Egitto alla Siria allo Yemen all’Iraq – dimostrano. Non va difatti dimenticato che ai massacri di cui sono vittime i cristiani vanno aggiunti quelli che si consumano tra i musulmani stessi. In pratica, il tipo umano più vicino a chi in Asia e in Africa assassina i cristiani e incendia le chiese è quello di chi, da noi in Italia, vorrebbe colare a picco i barconi dei profughi nel Canale di Sicilia. I rappresentanti di entrambi questi tipi umani somigliano al cane che, percosso, morde il bastone ma lambisce poi la mano del padrone senza rendersi conto che è lui ad averlo bastonato. Perché sia i poveri che fuggono dall’Africa dove la globalizzazione ha seminato la miseria a vantaggio di pochi centri di sfruttamento, sia i poveri che vengono uccisi a causa della loro fede sulla base di un tragico malinteso sono entrambi vittime di uno stesso carnefice: l’élite degli happy fews che dai suoi grattacieli di Manhattan, di Shanghai o di Dubai sta “normalizzando” il mondo secondo i suoi interessi e massacrando senza pietà chiunque sia, nei confronti di essi, inutile o superfluo o nocivo.

Come reagire? Come arrestare il fiume di sangue cristiano innocente? Evitando di cadere nel tranello e di rispondere “sparando nel mucchio”; individuando le cellule propagandistiche e premendo sui governi locali in cui esse agiscono in modo da tutelare i diritti dei cristiani nei loro confronti; agendo sulle Nazioni Unite affinché nei confronti di chi consente o, peggio, facilita le violenze siano prese tutte le misure punitive del caso, dalle sanzioni all’intervento militare; mettendo sul serio in moto – e le Chiesa cristiane, a cominciare dalla cattolica, sono in grado di farlo – una vera e possente catena della solidarietà; esigendo dalle comunità islamiche, a partire dall’autorevole università coranica di al-Azhar, una ferma e alta condanna delle violenze; mettendo in moto i servizi internazionali per smascherare chi finanzia e incoraggia i gruppi terroristici. I mezzi ci sono: ma è necessario agire con tempestività e al tempo stesso con cautela. Tenendo sempre presente che il destino dei cristiani d’Oriente è parte integrante di quello di tutti i poveri e di tutti gli sfruttati della terra. Che si perderanno tutti insieme, o tutti insieme saranno redenti.

I DIRITTI DEGLI IRANIANI, LE RAGIONI DEGLI ISRAELIANI

Teniamo anzitutto conto di un fatto importante: le guerre – e oggi siamo tutti quasi in guerra – non scoppiano quando tra due contendenti uno ha ragione e l’altro torto, ma quando hanno ragioni (e magari molte ragioni) entrambi. In questi giorni si sta finalmente, a quel che sembra, concludendo un lungo contenzioso che per troppo tempo aveva avuto come esito uno stato d’ingiustizia internazionale gravissimo, intollerante e tanto più odioso in quanto circondato da una quasi unanime cortina di omertà: si sta accertando che l’Iran, paese che da sempre ha aderito al trattato di non proliferazione delle armi nucleari, ha diritto come ogni altro che intenda farlo allo sviluppo di infrastrutture in grado di consentirgli la produzione di energia nucleare a scopi civili. E si va aprendo una crisi morale, psicologica e politica che non abbiamo né il diritto né l’interesse di sottovalutare, quella dell’ansia se non addirittura della paura di larga parte del popolo israeliano – che poi essa sia ingigantita dai mass media che appoggiano i partiti della maggioranza conservatrice è ovvio: ma è un altro discorso – dinanzi allo spettro di un abuso da parte iraniana del diritto testé conseguito, che potrebbe tradursi in una minaccia senza precedenti nei confronti dello stato ebraico.

Due considerazioni vanno fatte al riguardo.

Primo. Il trattato internazionale di non proliferazione. Esso, stipulato nel 1970 e ribadito a tempo indeterminato dal 1995, è insensato e iniquo sul piano giuridico internazionale. Sarebbe come se in Italia si emanasse una legge secondo la quale chiunque abbia in casa alla mezzanotte di oggi almeno una pistola può armarsi finché vuole mentre chi non ha niente si vede privato del diritto di possedere perfino un’arma di difesa. Ma sul piano politico, dal momento che tutti i progetti di messa al bando totale degli arsenali nucleari sono falliti in quanto chi ce li ha non vuole rinunziarvi, esso costituisce quanto meno una misura di “male minore”, peraltro gravissima in quanto si traduce in una continua minaccia dei paesi nuclearmente armati su quelli nuclearmente inermi. In tutto il mondo, solo quattro paesi – Israele, India, Pakistan, Corea del Nord – si sono ufficialmente rifiutati di aderire al trattato e possono pertanto, a loro rischio e su loro diretta responsabilità, sviluppare i loro arsenali. Gli altri hanno diritto a loro volta a sviluppare se vogliono i programmi di sviluppo della produzione di energia nucleare a scopi civili. E’ teoricamente possibile che qualcuno di questi paesi in realtà sviluppi segretamente anche il nucleare militare: in passato, sono stati sospettati di ciò Iraq e Siria, ma le prove definitive al riguardo non sono mai state conseguite. L’Iran ha sempre sostenuto di essere disinteressata al nucleare militare ma non ha accettato di subire al riguardo tutti i controlli internazionali necessari, alcuni dei quali erano considerati – non a torto – lesivi della dignità e della sovranità nazionale. Ora, questi ostacoli sono in via di rimozione.

Secondo. I dubbi sull’efficacia dei mezzi di controllo. In linea teorica è sempre possibile che un paese qualunque sviluppi segretamente un programma di armamento nucleare, ma la cosa – sia chiaro – non è affatto né facile, né probabile. D’altronde è sempre possibile che un paese denuclearizzato ospiti sul suo territorio ordigni nucleari: è il caso della stessa Italia, in alcune basi USA e NATO. Potrebbe accadere anche nel caso iraniano? Il governo di Teheran potrebbe ad esempio ospitare basi russe dotate di ordigni nucleari? Potrebbe accadere: e non ci sarebbe nulla da fare. In altri termini, siamo seduti su una polveriera.

E Israele? E’ noto che si tratta di un paese, che, per quanto mai lo abbia ufficialmente riconosciuto, è dotato di un uno dei più potenti arsenali nucleari del mondo: tutti gli israeliani - e anche gli altri – lo sanno benissimo (si consulti al riguardo l’autorevole Le dessous des cartes, Paris, Tallandier – Arte, 2012, pp. 125-27: una pubblicazione che si rinnova e si aggiorna ogni anno). Il fatto che non abbia aderto al programma di non proliferazione può essere considerato politicamente e moralmente grave: ma era un suo diritto internazionale il rifiutarsi. Le paure degli israeliani vertono su due punti: primo, che il nuovo assetto giuridico permetta agli iraniani di dotarsi della bomba; secondo, che in ogni caso si sviluppi in Iran un sistema di difesa strategica e d’intercettazione nucleare (tipo “scudo spaziale”) che renda quel paese immune da eventuali attacchi.

Sono comprensibili tali apprensioni? Senza dubbio sì. Sono plausibili? Obiettivamente no, ma gli israeliani stanno vivendo da anni immersi in quello che, già a proposito dell’Unione Sovietica di alcuni decenni fa, è stato definito il “complesso di Damocle”: l’impressione dell’accerchiamento e della continua minaccia. In parte vanificata da misure tecnologiche come il cosiddetto Iron dome, essa tuttavia sopravvive ben radicata nell’opinione pubblica israeliana, tenuta alta dai media, e si somma con la mai del tutto sopita paura degli attentati terroristici, quindi con la diffidenza nei confronti dei palestinesi e con l’ostilità verso qualunque progetto di loro indipendenza (il che comporta un diffuso appoggio popolare degli israeliani nei confronti del “Muro” che li separa da parte dei “territori occupati”): e, se non è certo lodevole, è tuttavia politicamente comprensibile che i partiti conservatori sfruttino questa paura trasformandola in un elemento di coesione nazionale. Nethanyahu, che in questi anni si è dimostrato un politico scarsamente in grado di gestire la crisi economica e sociale interna e che è anche sospetto di scorrettezza sul piano della malversazione, ha saputo tuttavia in questi mesi vestire abilmente la corazza dell’intemerato difensore della patria: lo ha fatto a Parigi nel suo discorso dell’11 gennaio nella Synagogue de la Victoire, ha con successo ripetuto il suo show dinanzi al Congresso degli Stati Uniti.

Ma la situazione internazionale è complessa. Nei confronti del Vicino Oriente, dir che la politica statunitense è incerta e ambigua è dir poco: essa è ormai schizofrenica, con un presidente che tende al disimpegno a favore delle forze locali (pur sapendo bene quanto divise e rissose esse siano) e un partito repubblicano che sembra viceversa sfiorare i riprovevoli livelli di un interventismo neo-bushista; mentre Arabia saudita ed Emirati della penisola arabica sembrano ormai puntare con decisione sulla fitna, la guerra civile intermusulmana tra sunniti e sciiti, ultimo obiettivo della quale – dopo Yemen e Siria – potrebbe addirittura essere lo stesso Iran. Ma che ruolo gioca in tutto ciò il califfato dell’ISIS, che sembra appoggiato da alcuni emiri (si fa il nome di quello del Qatar), continua ad autofinanziarsi vendendo al nero il petrolio che estrae e mostra di avere per esempio gli stessi nemici (Assad e i curdi) del turco Erdoğan? Chi si mostra oggi sul serio interessato a combattere il califfo al-Baghdadi, fino a pochi giorni fa additato da tutti come il Nemico Pubblico Numero Uno? E a che gioco gioca il generale al-Sisi, che ha di recente rimesso in libertà tutti i militari egiziani accusati del massacro di piazza Tahrir del 2011 ed ha tutta l’aria di restaurare l’equilibrio sociale del tempo di Mubarak? La “primavera araba” è ormai un ricordo, la fitna sunnito-sciita prevale e dilaga, ma al tempo stesso tra Siria, Irak e Iran sembra delinearsi un possibile nuovo equilibrio, asse del quale potrebbero essere i curdi che aspirano all’indipendenza: un asse che al presidente Obama – il deus ex machina dell’accordo con l’Iran – non dispiacerebbe affatto, mentre darebbe molto fastidio al governo conservatore israeliano, agli emiri della penisola arabica e alla Turchia. Davvero un bel nodo di problemi. E un quadro internazionale interessantissimo. Come dicono i cinesi, Dio ci salvi dai momenti storicamente interessanti.

LA BUONA SCUOLA

Siamo quindi arrivati al momento di fare i conti. Da molti anni, in tutto l’Occidente ma forse in particolar modo da noi in Italia, la società sta attraversando una crisi etica e identitaria il centro della quale sta nel rapporto tra l’individuo e la comunità, cioè nell’equilibrio tra diritti e doveri senza il quale un consorzio umano è incapace di reggersi.

Tra Anni Sessanta e Anni Settanta imboccammo con qualche esitazione ma con una scelta irreversibile la strada del “vietato vietare”: la via nella quale – con un singolare paradosso - era strettamente proibito qualunque atteggiamento di quelli che allora si definivano “repressivi”; al contrario, era necessario adottare la più larga e generalizzata permissività. I concetti di autorità e di autorevolezza vennero allora fatto oggetto di una critica demolitrice che lo confondeva con quello di autoritarismo; e più o meno tutti ci piegammo a quella nuova forma di tirannia. Molti lo fecero in quanto intimamente convinti, parecchi per conformismo o per pigrizia, qualcuno in malafede politica in quanto convinti che ciò avrebbe minato alle basi la “società borghese” e favorito la “rivoluzione”. Furono proprio la scuola e la famiglia gli àmbiti privilegiati per quell’esperimento.

Le condizioni particolari in cui si era sviluppata quella bislacca e socialmente autolesionistica cultura svanirono abbastanza presto, ma la tendenza rimase anche perché si sposava bene con le tendenze consumistiche e con la fuga dalle responsabilità. Da allora, venne progressivamente meno l’autorità generazionale specie all’interno dei nuclei familiari e nella scuola. I risultati di ciò, specie in termini di convivenza sociale, non tardarono a mostrarsi: basti pensare alle nostre strade, ai giardini pubblici, alle cabine telefoniche divelte, ai treni e agli autobus dove viaggiare senza biglietto, sporcare i sedili e riempire le pareti di “graffiti” divenne la norma. Anche il rimproverare i giovani, i giovanissimi e addirittura i bambini per comportamenti ritenuti scorretti divenne qualcosa di contrario alla political correcnness.

La crescita esponenziale del bullismo nelle nostre scuole è, in particolare, un fenomeno sociale ormai dilagante e che trova la sua origine profonda nell’impunità, anzi nell’incontrollabilità, della quale troppi dei nostri ragazzi godono in famiglia. Si assiste anzi al fenomeno di genitori che, per un malinteso senso protettivo o per una profonda consapevolezza d’incapacità a farsi valere, appoggiano i loro figli nel caso la scuola contesti loro comportamenti scorretti se non addirittura violenti. La fine della sistematica solidarietà tra famiglie e istituzioni scolastiche, uno dei drammi strutturali più gravi della nostra società, è approdata a una quasi sistematica solidarietà tra genitori e figli contro gli educatori.

Come sempre accade nel caso delle malattie croniche trascurate, la situazione è ormai arrivata a un livello insostenibile. Se davvero si vuol rifondare una “buona scuola”, bisogna partire da qui. La lotta contro questa crisi d’autorità ormai giunta a livelli pericolosi per la stessa sopravvivenza della società. La lotta per la fondazione di un nuovo vero patto sociale tra i cittadini italiani, che coinvolga e responsabilizzi tutti, a cominciare dai giovanissimi. La stessa difesa della famiglia comincia da qui: altrimenti, qualunque provvedimento sociale o economico o fiscale in favore die nuclei familiari sarà vano.

Ma il punto è che le ordinarie misure disciplinari, e nei casi più gravi addirittura giudiziarie, si stanno ormai rivelando non solo insufficienti, bensì addirittura inefficaci. Per ottenere di nuovo la collaborazione delle famiglie all’istituzione scolastica e la responsabilizzazione dei giovani più refrattari all’educazione, è opportuno colpire l’unico residuo punto debole delle une e degli altri: l’unica realtà alla quale essi – cadute quelle civiche e morali – siano sensibili. L’elemento economico, la sanzione pecuniaria.

I docenti scolastici sono e restano pubblici funzionari: ebbene, s’introducano con rigore nelle scuole (e magari nelle università) gli stessi princìpi che valgono in autobus o in treno per costringere gli inadempienti a pagare il biglietto e per evitare o combattere efficacemente qualunque forma di resistenza a pubblico ufficiale. Ammende pecuniarie serie, pesanti, concretamente ed efficacemente riscosse, nei confronti delle quali si sappia che i ricorsi sono inutili (non cosucce eliminabili dalle decisioni di qualche TAR). S’introduca nella scuola il principio che le censure per comportamento scorretto (un tempo si diceva “cattiva condotta”), traducendosi in un danno immediato anche per l’efficienza di un pubblico servizio, possano comportare multe e forte aumento delle tasse scolastiche. In questo modo, forse, le famiglie saranno indotte a collaborare e i figli indisciplinati invitati drasticamente ad adottare comportamenti migliori nel loro stesso interesse. Toccando le une e gli altri su quanto ormai hanno di più sacro al mondo. Sull’unica cosa che ormai sembra rimasta sacra. Il portafogli.


Minima cardiniana, 68

Domenica 29 marzo. Domenica degli olivi

- IL CORANO: TRADUZIONI E MISTIFICAZIONI –

Il quotidiano “Il Giornale” ha proposto di recente la traduzione del Corano di Cherubino Mario Guzzetti presentandolo come “spiegato da Magdi Cristiano Allam” e sottolineando che si tratta di un libro la conoscenza del quale è indispensabile. Il che è del tutto vero: salvo che può preoccupare il fatto che il Libro Santo dell’Islam finisca nelle mani di gente che poco o nulla conosce della Bibbia e del Vangelo ma che intende avvicinare il Corano per ricevere conferma dei suoi pregiudizi sull’Islam. In effetti, la citazione che con rilievo viene stampata sulla copertina (“Getterò il terrore nel cuore dei miscredenti: colpiteli tra capo e collo (…) Non siete certo voi che li avete uccisi: è Allah che li ha uccisi”: sura 8, at-Tawba/al Barà’a, “La conversione/L’immunità”, 12-17), e soprattutto la frase che si legge a suggello dell’edizione, sulla quarta di copertina (“Perché l’Islam minaccia l’Occidente”) rendono perfettamente chiare sia le intenzioni di “curatore” e editore, sia il livello di onestà intellettuale che ha presieduto all’iniziativa editoriale. Ancora più evidenti poi, le une e l’altro, quando si leggano queste parole conclusive della Prefazione:

“…se è vero che Allah per i musulmani è dio, non è affatto vero che il dio dei musulmani coincida con il Dio dei cristiani. Anzi è vero l’opposto, considerando che l’islam accusa il cristianesimo di idolatria per la fede nella Trinità”.

Se una differente interpretazione teologica conduce alla conclusione – indebita – secondo la quale saremmo in presenza di due differenti sostanze divine, ne conseguirebbe analoga differenza tra il Dio veterotestamentario e quello cristiano? Ma le intenzioni dei responsabili di questa iniziativa risultano più chiaramente in un passo successivo:

“Solo leggendo il Corano potremo capire le radici di un’ideologia che legittima l’odio, la violenza e la morte, che ispira il terrorismo islamico ma anche la dissimulazione praticata dai ‘musulmani moderati’, perseguendo il comune obiettivo di sottomettere l’intera umanità all’islam, che è fisiologicamente incompatibile con la nostra civiltà laica e liberale poiché nega la sacralità della vita di tutti, la pari dignità tra uomo e donna, la libertà di scelta”.

Si tratta di una visione perversamente menzognera ed etnocentrica che si traduce in slogans propagandistici e in banalità denigratorie oltretutto da tempo destituite di qualunque fondamento: come dimostrano studi che aiutano a correttamente impostare la complessità del problema, quali Il Corano di Paolo Branca (Il Mulino 2001), Il Corano e la sua interpretazione di Massimo Campanini (Laterza 2004), Non nominare il nome di Allah invano. ll Corano libro di pace di Massimo Jevolella (Boroli 2004), Il Corano. Una lettura di Biancamaria Scarcia Amoretti (Carocci 2009), mentre a proposito dei rapporti testuali si deve consultare Bibbia e Corano. I testi sacri confrontati di Ugo Bonanate (Bollati Boringhieri 1995. Né può essere dimenticato Gesù Cristo nascosto nel Corano di Giulio Basetti Sani (Gabrielli 1994).

Due parole merita altresì il diffuso, disonesto, sleale malvezzo dell’estrapolazione: citando magari anche con esattezza passi isolati di un qualunque documento ed evitandone sia la corretta contestualizzazione sia la lettura filologicamente critica per affidarsi viceversa al loro puro valore letterale (aggravato per giunta dagli equivoci della traduzione) si può far dirgli quel che si vuole in spregio alla logica e alla verità. Basti pensare che fine ha fatto troppo spesso il famoso passo evangelico di Matteo, 10, 34 (“Non sono venuto a portare la pace, ma la spada”); o riferirsi all’agghiacciante finale del dolcissimo, struggente “salmo dell’esilio” (Salmi, 137/136, 8-9: “Figlia di Babilonia, votata alla distruzione: - beato chi ti ricambierà quanto hai fatto a noi! – Beato chi prenderà i tuoi pargoli - e li sbatterà contro la roccia!). E’ noto che molti, fondandosi soprattutto sui libri “storici”, hanno accusato la Bibbia di essere un “libro di guerra” dimenticando del tutto sia il magistero della Torah, sia l’altissimo messaggio dei profeti. Si tenga presente che sarebbe facilissimo, affidandosi al metodo estrapolatorio, dimostrare che la Bibbia è un libro guerrafondaio e il Mein Kampf un saggio ispirato al pacifismo radicale.

Cito comunque qui di seguito, a proposito della pubblicazione de “Il Giornale”, due preziose e illuminanti schede di Paolo Branca la competenza del quale al riguardo è universalmente riconosciuta:

1. “DIO PERDONA, DARWIN NO

Corano: Magdi Allam lo denigra, non potendo metterlo al bando

(…) Sabato 14 marzo “Il Giornale” ha offerto ai suoi lettori Il Corano "spiegato" da Magdi Cristiano Allam come allegato di una collana di perle definita pomposamente "Biblioteca delle libertà".

Ognun sa quanto 'libera' sia la stampa, specie in Italia e in questi tempi di crisi... Una spiegazione del Corano potrebbe certamente ambire tuttavia a liberare questo grande codice dell'umanità non soltanto dall'abuso scriteriato che di alcuni suoi versetti fanno i tagliagole di turno, ma soprattutto dalla cappa d'intoccabilità che lo sterilizza anche a svantaggio dei suoi stessi seguaci e dal baratro di supponente ignoranza con cui viene tirato in ballo ormai praticamente da chiunque.

Ma nulla di ciò troviamo nella quarantina di striminzite e abborracciate pagine della "spiegazione", seguite dalle 400 della dignitosa traduzione annotata del compianto padre salesiano Cherubino Mario Guzzetti.

Il "gran comento" si apre facendoci rilevare che nelle 5 preghiere giornaliere, i musulmani ripetono per ben 17 volte il primo breve capitolo del Corano il cui contenuto essenziale sarebbe la condanna verso ebrei e cristiani.

Peccato che questa antica sura risalga al primo periodo della predicazione del Profeta, tutto teso a presentare l'Islam in continuità coi precedenti monoteismi abramitici in funzione anti-pagana. Approfittare dell'occasione per sconfessarne tale errata e tendenziosa interpretazione naturalmente non è stato affatto preso in considerazione dal sagace prefatore che da subito ha cominciato ad allinearsi, per restarvi coerentemente, al "verbo" dei fondamentalisti.

Del resto, a suo stesso dire, l'Islam "moderato"(qualunque cosa possa intendersi con questa infelice espressione) non esiste, quindi chi non la pensa come lui e i suoi qualificati referenti tagliagole non solo non è moderato, non è nemmeno musulmano, ma soprattutto neppure esiste.

Ne consegue che l'Egitto "laico" di cui ha nostalgia è stato tale per merito di Bonaparte, del Canale di Suez e - bontà sua - anche del presidente Nasser, ma solo in qualità di repressore dei Fratelli Musulmani. Sul fatto che questi ultimi ci siano ancora, mente; sul nasserismo (che aspirava all'unità, all'indipendenza e allo sviluppo del mondo arabo) sia morto e sepolto naturalmente neppure una parola, salvo la deprecazione della bizzarra ostilità del Rais nei confronti d'Israele.

La stessa mamma dell'autore, pur donna "straordinaria", musulmana "osservante e assai zelante", avrebbe avuto il solo merito di mandarlo con grande sacrificio alle scuole cristiane dove però trovava "valori condivisibili", dimostrando una moderazione impossibile tanto ai suoi tempi, quanto ai nostri in cui tali scuole ancora operano in Egitto, frequentate soprattutto da musulmani che come lei vengono così derubricati quali capricci del caso ed eccezioni che confermano la regola, similmente al padre definito con un ossimoro "musulmano laico"!

Ma torniamo al Corano: in una recente trasmissione televisiva cui ho partecipato Magdi Cristiano Allam ha candidamente affermato che dovrebbe essere "messo al bando" (?), ma non potendolo ovviamente neppur immaginare se non tramite una riedizione elevata all'ennesima potenza del nazionalsocialismo, in queste poche paginette ci si limita a denigrarlo "in modo pacato e assolutamente oggettivo".

Madamine, il catalogo è questo:

1. Allah non l'ha inventato Maometto, ma era il supremo Dio degli arabi anche prima di lui (come se le nostre chiese non riportassero sulla facciata il classico e pagano D.O.M. che usualmente indicava Giove). 2.

Dice tutto e il contrario di tutto (anche in questo caso contrariamente ad altri testi sacri che seguirebbero sempre logiche ferree e adamantine).

3. Il suo messaggio sarebbe unicamente la guerra agli infedeli (26 versetti de-contestualizzati su oltre 6mila)

4. e l'annientamento di ebrei e cristiani (16 versetti decontestualizzati su oltre 6mila)

5. coi quali sarebbero possibili solo temporanee tregue, ma mai la pace (versetti fuori tema che parlano solo dei pagani)

6. in un conflitto nel quale Allah stesso e Maometto sono i supremi capi e combattenti (quanti santi Patriarchi della Bibbia han combattuto al fianco di Dio e degli angeli?)

7. tanto che i due sarebbero 'quasi sullo stesso piano' (islamicamente, una bestemmia).

8. Dopo tanta violenza, un po' di sesso non guasta... e si passa così alle 9 mogli del Profeta, mente gli altri devono accontentarsi di 4 (che alcuni paesi islamici proibiscano da decenni la poligamia e che altrove sia quasi scomparsa ovviamente è irrilevante)

9. abbinata ai soprusi di genere invece notoriamente assenti in tutte le altre tradizioni religiose e soprattutto nella nostra idilliaca società moderna e superiore

10. per finire con la presa in giro di alcune immagini "materialiste" del Paradiso che invece tutti gli altri avrebbero sempre e solo considerato pura beatitudine spirituale

11. così come la legittimazione della schiavitù parrebbe esclusiva coranica.

12. Sul divieto di rappresentare Maometto gli tocca tuttavia riconoscere che dai tempi antichi e fino a oggi le cose son spesso andate diversamente , ma che si debba comunque finire a stragi come quella di Parigi resta un dogma "in modo pacato e assolutamente oggettivo" indimostrato

13. soprattutto a danno dei giornalisti (Cicero pro domo sua)

14. in un indecente complotto basato soprattutto sulla corruzione.

Mi par giusto fermarmi qui, anche perché i commenti (come le sentenze) non si commentano, ma soprattutto poiché questo referto autoptico di come può ridursi il pensiero si commenta da sé.”

2. “QUANDO IL CORANO E' ASSAI DURO... COI FALSI CREDENTI!

I versetti meno noti al grande pubblico che ne testimoniano l'enorme valore spirituale ed etico

(…) ci siam dovuti occupare di una presentazione molto discutibile del Testo sacro dell'Islam. Soggiungiamo che, se davvero fosse solamente un insieme di incitazioni alla violenza e alla sopraffazione, non si spiegherebbe come mai ne sia sorta una delle maggiori tradizioni religiose al mondo, all'ombra della cui civiltà anche ebrei e cristiani hanno potuto contribuire a eccezionali sviluppi in ogni campo del sapere e delle arti. Soprattutto resterebbe in ombra, non si capisce a vantaggio di chi, l'enorme ruolo spirituale ed etico che questo Testo ha avuto e mantiene presso una numerosissima comunità di credenti. Eccone alcuni passi, forse meno noti al grande pubblico rispetto ad altri, che illustrano bene aspetti essenziali del suo messaggio.

"I servi del Misericordioso son coloro che camminano sulla terra modestamente, e quando i pagani rivolgon loro la parola rispondono: "Pace!" / Coloro che passan la notte avanti il Signore prostrati e ritti in piedi. / Coloro che dicono: "Signore! Allontana da noi il castigo della gehenna, ché il castigo della gehenna è disgrazia lunga, / e la gehenna è orrendo soggiorno e dimora". / Coloro che, quando danno del loro bene non si mostrano prodighi né avari, ma tengono il giusto mezzo fra i due. / Coloro che non invocano assieme a Dio un altro dio, e che non uccidono chi Iddio ha proibito di uccidere altro che per una giusta causa, che non commettono adulterio. Or colui che tali cose commette troverà punizione; / sarà raddoppiato a lui il castigo il dì della Resurrezione e vi resterà umiliato in eterno./ Eccetto chi si pente e crede, e compie opere buone; a questi Iddio tramuterà le loro opere male in buone, e Dio è indulgente clemente; / e chi si pente e opera il bene, a Dio si rivolge davvero. / Coloro che non fanno falsa testimonianza, e che, quando passano accanto a discorsi vani, lo fanno con dignità, / e che quando vengan predicati loro i Segni dei Signore non s'abbattono sordi e ciechi avanti ad essi / e che dicono: "Signore! Concedici nelle nostre spose e nella nostra progenie una frescura per gli occhi e facci modelli pei timorati di Dio!" / Questi saran ricompensati con le Sale Eccelse del Paradiso per la loro paziente costanza e saranno colà accolti con parole di saluto e di pace / e vi staranno in eterno: quale sublime soggiorno, sublime dimora! / Di: "Il mio Signore non si occuperà di voi se voi non Lo pregate. Voi avete tacciato di menzogna Iddio: verrà presto, e inevitabile, il Castigo!" (25, 63-77). "Il tuo Signore ha decretato che non adoriate altri che Lui, e che trattiate bene i vostri genitori. Se uno di essi, o ambedue, raggiungon presso di te la vecchiaia non dir loro: "Uff!", non li rimproverare, ma dì loro parole di dolcezza. / Inclina davanti a loro mansueto l'ala della sottomissione e dì: "Signore, abbi pietà di loro, come essi han fatto con me, allevandomi quando ero piccino!" (6, 32) "In verità i dati a Dio e le date a Dio, i credenti e le credenti, i devoti e le devote, i sinceri e le sincere, i pazienti e le pazienti, gli umili e le umili, i donatori d'elemosine e le donatrici, i digiunanti e le digiunanti, i casti e le caste, gli oranti spesso e le oranti, a tutti Iddio ha preparato perdono e mercede immensa (33, 35). "O voi che credete! Non ridano alcuni di voi, di altri: può darsi che sian migliori di loro; e non ridano donne di altre donne: può darsi che siano quelle migliori di loro; e non vi diffamate gli uni con gli altri; e non vi scagliate appellativi ingiuriosi: brutto è il nome d'empietà dopo quello di fede. E coloro che non si pentono, quelli sono gli iniqui! / O voi che credete! Evitate molte congetture, ché alcune sono peccato, e non spiate gli altri, non occupatevi degli affari altrui, e non mormorate degli altri quando non sono presenti. Piacerebbe forse a qualcuno di voi di mangiar la carne del vostro fratello morto? No, ché certo la schifereste! Temete dunque Iddio, ché Iddio è benigno clemente (49, 11-12).

"O voi che credete! Quando v' ingaggiate nella via di Dio, state bene attenti, e non dite a chi vi porge il saluto di "Pace!", "Tu non sei credente!" per desiderio dei beni effimeri del mondo. Anzi, presso Dio c'è bottino abbondante. Così voi facevate prima, ma ora Dio v'ha colmato dei suoi favori. State dunque bene attenti, ché Dio ha buona notizia di quel che voi fate. / Non sono uguali agli occhi di Dio quelli fra i credenti che se ne restano a casa ( eccettuati i malati ) e quelli che combattono sulla via di Dio dando i beni e la vita, poiché Dio ha esaltato d'un grado coloro che combattono sulla via di Dio dando i beni e la vita, sopra quelli che se ne restano a casa. A tutti Iddio ha promesso il Bene Supremo, ma ha preferito i combattenti ai non combattenti per una ricompensa immensa, / gradi sublimi da lui concessi e perdono e misericordia, perché Dio è il perdonatore misericorde. / Quanto a coloro che gli angeli richiameranno mentre facevan torto a sé stessi, chiederanno loro: "Qual fu la condizione vostra?" ed essi risponderanno: "Fummo deboli sulla terra", ma verrà loro risposto: "Non era la terra di Dio vasta abbastanza perché voi emigraste?" E il loro asilo sarà l' Inferno: qual tristo andare! / Eccettuati saranno i deboli, uomini, donne, fanciulli che non avran potuto usare espedienti e non saran stati guidati sulla retta via, / quelli può darsi che Dio li perdoni, perché Egli è il clemente, il pietoso. / Chiunque s'allontani dai suoi sulla via di Dio troverà sulla terra numerosi luoghi d'asilo e spazio ampio, e chi esce dalla sua casa andando verso Dio e il Suo Messaggero e lo coglie la morte, Dio s'impegna a ricompensarlo, ché Dio è pietoso clemente" (4, 94-100).

"E a te abbiam rivelato il Libro secondo Verità, a conferma delle Scritture rivelate prima, e a loro protezione. Giudica dunque fra loro secondo quel che Dio ha rivelato e non seguire i loro desideri a preferenza di quella Verità che t'è giunta. A ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via, mentre, se Iddio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una Comunità Unica, ma ciò non ha fatto per provarvi in quel che vi ha dato. Gareggiate dunque nelle opere buone, ché a Dio tutti tornerete, e allora Egli vi informerà di quelle cose per le quali ora siete in discordia" (5, 48).

A complemento di quanto fin qui detto, e sia per completezza d’informazione sia per sottolineare come differenti livelli di onestà intellettuale conducano a differenti risultati, va ricordato un complesso e qualificante episodio accaduto alcuni anni or sono e che Magdi Cristiano Allam senza dubbio ricorda molto bene.

Nel 2003 uscì l’edizione del Corano pubblicata dalla Newton Compton a cura di Roberto Hamza Piccardo. Si trattava dell’edizione ufficialmente diffusa dall’Unione delle Comunità Musulmane d’Italia (UCOII): e mi chiese di scriverne una Prefazione. Risposi che nel corso di essa io non avrei potuto rinunziare a ribadire la mia fede cattolica, e mi fu replicato che era proprio questo che interessava i promotori dell’iniziativa. Bisogna al riguardo tener presente che l’UCOII era considerata simpatizzante “fondamentalista”: giudicai pertanto uno straordinario segnale di amicizia e di disposizione al dialogo il fatto che proprio essa sollecitasse la Prefazione di un cattolico osservane (mi chiedo quali e quante edizioni del Vangelo dispongano di un prefatore musulmano).

L’edizione di Piccardo fu immediatamente fatta oggetto di critiche e di contestazioni: tra le voci che in questo senso si levarono apparvero significative quelle di Magdi Allam e del giornalista Pier Luigi Battista. “Il Corrriere della Sera” se ne fece portatore. Interessammo alla questione l’allora presidente del Consiglio regionale della Toscana Riccardo Nencini, da sempre sensibile – da laico rigoroso – alla questione del dialogo tra le fedi: con lui stabilimmo di organizzare un pubblico dibattito a proposito del problema delle traduzioni del Libro santo musulmano e invitammo al confronto sia Allam che Battista; insieme con loro avrebbero dovuto discutere specialisti di obiettiva competenza quali Mario Scialoja, Massimo Campanini e appunto Paolo Branca. Cercammo in tutti i modi di ottenere la presenza di Allam e di Battista: ma non fu possibile. L’evento si tenne poi il 23 aprile del 2005 nel palazzo del Consiglio regionale della Toscana a Firenze, sotto la presidenza dello stesso Nencini – oggi viceministro alle Opere Pubbliche - e con il contributo di altri studiosi musulmani quali Khaled Fouad Allam e Mahmoud Salem Elsheikh ma in assenza dei due illustri inviati i quali non ritennero opportuno farci pervenire a proposito della loro assenza alcuna spiegazione (che, del resto, non erano tenuti a doverci).

Gli Atti di quella giornata furono pubblicati nel volume Tradurre, tràdere, tradire. Discutendo una traduzione del Corano, a cura di F. Cardini, Firenze, Consiglio Regionale della Toscana, 2006, la menzione del quale figura anche in Il Franco Tiratore. Bibliografia degli scritti di Franco Cardini 1957-2011, a cura di A. Musarra, Rimini, Il Cerchio, 2012, p. 361, n. 0602C, e che è ancor oggi a disposizione degli interessati. Non risulta che né Allam né Battista, ai quali va pur il merito di aver avviato con i loro rilievi questo ampio dibattito, abbiano mai ritenuto opportuno il commentare quella giornata di studio e i relativi Atti. Non commento la loro scelta né avanzo a spiegazione di essa alcuna ipotesi. Mi limito a registrare l’accaduto ribadendo dal canto mio la fiducia nell’opportunità nel confronto tra opinioni diversi e la convinzione che essa costituisca un insostituibile valore civico.

GLI JIHADISTI OCCIDENTALI, IL COPILOTA SUICIDA-OMICIDA E IL FALLIMENTO DELLA MODERNITA’

In uno splendido libro sbagliato di parecchi anni or sono, dedicato all’eclisse del Sacro nella società contemporanea, Sabino Acquaviva ci aveva avvertito del fatto che la Modernità avrebbe definitivamente ucciso Dio, questo fantasma creato dalle cose che appunto essa avrebbe eliminato: l’ignoranza, il fanatismo, la superstizione, il bisogno, la miseria, la paura. Peraltro, il laico Acquaviva non era affatto del parere che una società “liberata” dal Sacro sarebbe stata migliore e più felice: e ribadiva che, al pari dei complessi nella psiche individuale, il rapporto con il Divino costituiva una difesa efficace.

Non sappiamo se ateismo e agnosticismo siano “libertà dall’illusione superstiziosa”, “realistico disincanto” o a loro volta errore e illusione: nessuno di noi può saperlo. Quel che tuttavia sappiamo è che alcuni decenni fa molti che condividevano la Weltanschauung di Acquaviva ma a differenza di lui ne erano convinti e soddisfatti guardavano al “progresso” sociale, civile e culturale (e/o mentale) come a una logica ed automatica estensione di quello economico e tecnologico: essi, convinti con la Costituzione americana che tra i diritti dell’uomo ci fosse anche quello della ricerca della felicità e che il trinomio individualismo-democrazia-progresso (per quanto poi si discutesse sul senso e il significato di tali termini: specie il secondo) fosse la via dritta al conseguimento di essa, ritenevano che le magnifiche sorti e progressive del genere umano fossero ormai quasi a portata di mano, e il loro avvento irreversibile. Il celebre ma ormai anche famigerato saggio di Francis Fukuyama sulla “fine della storia” costituisce, come ormai tutti hanno capito, anche il capolinea di tale beata, ottimistica illusione. E il risveglio, nell’ultimo quarto di secolo, è stato duro, amarissimo. Il “sogno della ragione” aveva generato un ridicolo mostriciattolo.

Non che tuttavia, già da molto tempo, mancassero avvisaglie in questo senso. La crisi della protesta giovanile innescata dalla sciagurata esperienza vietnamita, il Flowers Power, le corse folli nel Magic Bus attraverso Istanbul e Kabul fino a Katmandu inseguendo l’ippogrifo del “Volo Magico” ci stavano impartendo una lezione a modo loro chiara e lucidissima, per quanto molti di noi si ostinassero a non comprenderne l’esatto significato. Per molti, anche la “sacrosanta evasione del prigioniero” dalla gabbia di una realtà intesa secondo quella che Erich Fromm aveva genialmente definito la “cultura dell’Avere”, il rifugio nella tolkieniana “Terra di Mezzo”, rivestiva identico valore di rifiuto di un materialismo plumbeo e disperato – quello del possesso dei beni materiali, del profitto, insomma della dittatura della “terza funzione” di duméziliana memoria e di una “Volontà di Potenza” ormi appiattita in quella esclusiva direzione - si trasformò in un progetto culturale ed esistenziale che d’altronde ebbe esiti differenti e contrastanti: ora il “ritorno selvaggio di Dio” o la ricerca di altri dèi, ora il Paradiso all’Ombra delle P 38 degli Anni di Piombo, ora il tentativo-tentazione di tirarsi indietro rifugiandosi in una versione intimistico-solipsista di quella che il gran Guicciardini avrebbe definito il proprio “particulare”.

Ma il punto è che già allora tutti quei differenti esiti sottolineavano il fallimento di uno degli scopi, il principale forse, tra quelli che la Modernità occidentale, con il suo primato dell’individualismo e della logica economico-finanziario-spettacolistica del consumo, del profitto e del successo, si proponeva: il raggiungimento della Felicità.

Agli scontenti che un tempo si davano al “viaggio” della droga o al terrorismo, più tardi al disinteresse e al disimpegno, si sono di recente aggiunti i foreign fighters che dall’Occidente appunto accorrono, non è chiaro in qualche misura, a combattere nelle fila dell’armata califfale dell’IS. Il copilota Andreas Lubitz, il 26 marzo scorso, ha fornito alla sua angoscia e alla sua disperazione una risposta diversa, con un suicidio-omicidio che gli ha forse – quanto meno nelle sue intenzioni – procurato la medesima fama che spettò a quel tal Erostrato il quale, per essere ricordato dai posteri, dette alle fiamme il tempio di Artemide in Efeso. La sua tragica disperazione non è certo esclusiva della fine della Modernità: è comunque di essa caratteristica. La Volontà individualistica di Potenza, il primato dell’economia, la corsa ai consumi e ai profitti, il “processo di secolarizzazione”, avebbero dovuto mettere la felicità alla nostra portata di mano. Così non è avvenuto. Non è stato un fallimento da poco.

L’AGGRESSIONE AGLI SCIITI DELLO YEMEN: QUEL CHE NON TORNA

Che sia attualmente in corso una manovra ad ampio raggio di ridefinizione degli equilibri nell’area vicino-orientale e che tanto i suoi tratti quanto i suoi registi siano almeno fino ad oggi poco chiaramente discernibili, è purtroppo poco, però sicuro. In tale contesto, un ruolo da ben valutare – ma sul quale purtroppo si possono avanzare solo alcune ipotesi non confortanti – va assegnato alla recente aggressione di potenze regionali arabo-sunnite diretta contro i progressi che in Yemen erano stati realizzati dalle forze sciite. Che l’obiettivo finale, per ora indiretto, della manovra che vede leader e protagonista l’Arabia saudita sia l’Iran, e che pertanto questo nuovo capitolo della fitna, la guerra civile sunnito-sciita (ma ormai purtroppo non solo…), possa riuscire non sgradito né alla politica dell’attuale governo israeliano, né a quella auspicata dalla maggioranza del Congresso degli Stati Unit né forse al governo turco, appare piuttosto ovvio e verosimile. Accanto all’Iran, sembra proprio che un altro obiettivo da colpire sia la politica estera del presidente Obama e il suo indirizzo di disimpegno dalle faccende vicino-orientali, che non risulta gradito a quanto sullo scudo diplomatico-militare statunitense hanno saputo di poter fino ad oggi contare per portar avanti la propria linea.

Due sole domande, per ora. Primo: che cosa ci fanno le forze egiziane di al-Sisi nell’alleanza? Hanno forse il ruolo di confermare la rinnovata politica di partnership diplomatica con l’Arabia saudita, dopo il messaggio inviato dal Cairo a Riad – estremamente chiaro anch’esso – consistente nell’aver assolto e rimesso in libertà i militari responsabili su ordine di Mubarak dell’eccidio di Piazza Tahrir nel 2011, all’inizio della cosiddetta “primavera araba”, che aveva avviato il processo che condusse al governo dell’Egitto i “Fratelli Musulmani”. L’eliminazione di tutti gli esiti, prossimi e lontani, di quei conati di rinnovamento che appunto la “primavera araba” aveva avviato ha condotto al ripristino, con qualche mutamento (la caduta di Mobarak tra essi), di uno status quo gradito nel Vicino Oriente tanto agli occidentali quanto ai governi arabi conservatori. Il contenimento delle pressioni sciite rientra appieno in tale strategia.

Fin qui, in fondo, niente da obiettare. Politique d’abord. Solo un rilievo: gli sciiti yemeniti stavano dando parecchio filo da torcere alle centrali di al-Qaeda in quel paese; l’aggressione saudito-egiziana non si sta risolvendo in un obiettivo sostegno ai guerriglieri jihadisti sunniti? E una domanda: in tutto questo complesso quadro di ridefinizione, che fine sta facendo la tanto conclamata lotta contro l’IS di al-Baghdadi, per il momento a quel che pare contrastata sostanzialmente solo da curdi, militari irakeni sciiti e iraniani? Che l’IS continui a far comodo a qualcuno? Se sì, a chi, e perché? Domande scomode, ma ben legittime.

FC


Minima cardiniana, 67

Domenica 22 marzo. V domenica di Quaresima.

- BIMILLENARIO AUGUSTEO –

Un confronto interessante. Due bimillenari augustei: quello che nel 1937 celebrò la nascita di Ottaviano, il 23 settembre del 63 a.C., nel segno dello spregiudicato “uso della storia” da parte di un Mussolini che da un anno era stato salutato come il Fondatore dell’Impero. Il Duce aveva modificato il suo originariamente pronunziato cesarismo accantonandone le componenti “democratico-rivoluzionarie” per accettare piuttosto quella visione gerarchica e conservatrice che la stessa intellighentzija accademica fascista gli suggeriva. La Mostra augustea della Romanità fu inaugurata il 23 settembre 1937 e il suo catalogo presentava scritti, fra gli altri, di Amedeo Maiuri, Arnaldo Momigliano ed Evaristo Breccia. Oggi, le celebrazioni del bimillenario della morte di Augusto nel 14 d.C. si sono concluse con la mostra Rivoluzione Augusto. L’imperatore che riscrisse il tempo e la città (catalogo Electa; mostra al Museo Nazionale Romano in Palazzo Massimo fino al 2 giugno prossimo). Da più parti si è avanzata la prospettiva di un confronto tra due tanto diversi modi d’intendere un uomo e un’epoca.

- CRISI DEI VALORI RELIGIOSI. O CRISI DI CHE COSA? –

State allegri. Il Bel Paese fa ancora notizia. La baruffa sull’acqua benedetta pasquale surrettiziamente erogata a scuola nella città di Bologna, subito contestata da alcuni docenti e familiari di allievi di fieri sentimenti laici e quindi riconfermata con una sorta di stratagemma ha fatto il giro del mondo ed è arrivata a lambire le pagine dei quotidiani statunitensi (“questa è la stampa, baby, e non puoi farci nulla…”) provocando una valanga di commenti: qualcuno anche involontariamente umoristico. A tal riguardo il Guinness va a un giornale di destra sulla prima pagina del quale un elzevirista teocon (teologo-liturgista nei giorni dispari, enogastronomo in quelli pari) ha sfiorato il sublime accusando i laicisti bolognesi, rei di lesa lustrazione quaresimale, di parteggiare nientemeno che per l’ISIS del califfo al-Baghdadi. Il sottile filo logico sarebbe che l’attacco ai riti cattolici spianerebbe coscientemente o meno la strada, attraverso l’agnosticismo, al fondamentalismo musulmano. Paradossale, arditissima tesi: come avrebbe detto il Cavalier Marino, è del teocon il fin la Maraviglia…

Accontentiamoci da parte nostra di più pedestri ragioni. Ma anche così restiamo in piena iperbole. In effetti, tra l’altro, questa dell’Islam tirato in ballo (a sproposito, tanto per cambiare) al fine di attaccare le tradizioni cattoliche, è tutt’altro che nuova. Da un po’ di anni, in ogni periodo di avvento ci vuole tutta la pazienza degli imam delle varie comunità musulmane per spiegare che, da parte loro, non c’è alcuna ragione per impedire che nelle scuola si faccia il presepio: eppure, tale peraltro ovvia precisazione si rende responsabile perché c’è regolarmente qualche famiglia o qualche insegnante laicista pronto a nascondersi dietro il supposto disagio di eventuali alunni musulmani dinanzi a bue, asinello e re magi (dei quali viceversa, guarda caso, il Corano parla con devozione e simpatìa).

Ma i paradossi non finiscono qui. Anzi, investono frontalmente il nostro tempo. Viviamo un periodo di violenti fondamentalismi contrapposti, nei quali si è giunti ad uccidere nel nome di Dio con molta maggior violenza di quanto forse non si sia mai fatto quando la fede religiosa era un fatto generale, quotidiano, comune e condiviso. Al tempo stesso trionfa ed è popolare tra credenti e non, nel mondo cristiano e fuori di esso, un papa che sembra sostenere una fede soft, fluida per non dire addirittura liquida, che più che alla conversione mira al consenso: il che induce molti, troppi forse, a pensare che il tempo dei dogmi e della disciplina sia finito e che per esser cristiani – anche senza bisogno delle messe e dei sacramenti – sia sufficiente un po’ di buon senso e tanto “volemose bene”.

Attenzione, cristianucci. Un papa gesuita fino a due anni fa era qualcosa d’impossibile e d’impensabile: oggi è inaudito, nel senso etimologico del termine. Tra Cinque e Seicento alcuni bizzarri membri della Compagnia tentarono di persuadere i cinesi che si potesse arrivare al cristianesimo anche senza rinunziare a Confucio, e il papa che si potesse celebrar messa con riti confuciani. Nell’Ottocento, quei neri ipocriti pretacci restarono quasi da soli a reggere la diga della Tradizione contro montante laicismo, invadente liberalismo cristiano e modernismo d’assalto. E se questo papa gesuita applicasse da par suo (“gesuiti euclidei vestiti da bonzi…”) alla Modernità l’aurea regola della lotta giapponese, sfruttare cioè la forza dell’avversario, per riportare la Chiesa di Roma al centro del dibattito postmoderno attraverso un’apertura d’un’audacia che la vecchia sinistra cattolica che si baloccava travestendo la fede da sociologia non si è nemmeno mai sognata?

Proviamo a riconsiderarlo da questa prospettiva, l’austero rito della benedizione pasquale che tanti preti delle varie confraternite San Pio V amerebbero celebrare con austero sfarzo di aspersioni lustrali e di formule esorcistiche. In fondo, siamo alle vecchie buone abitudini della primavera, un po' come le pulizie stagionali: che non a caso una volta si facevano in tutte le case aspettando appunto “l’acqua benedetta”. Si ha un bell’essere laici, sia ha un bel far buon viso – e ci mancherebbe altro… - a sinagoghe e moschee: le nostre radici sono là, le nostre città e le nostre campagne sono ancora dominate dall’ombra profonda dei campanili e dalle voci sonore della campane, se noialtri italiani vogliamo tanto bene alla mamma è perché resta ancora forte e sicuro l’archetipo di Maria Vergine e Madre, e non c’è dottor Freud che tenga. L’aveva ben capìto quell’austero un po’ tetro filosofo marxista sardo, per il quale era il cattolicesimo l’unica forza fondante della società italiana. L’aveva ben capìto quel tal agitatore romagnolo bestemmiatore e mangiapreti il quale si affrettò a far sì che il re al quale egli – repubblicano impenitente – aveva giurato fedeltà per meglio dominarlo si liberasse dalla scomunica, perché altrimenti l’Italia gli sarebbe scappata sempre di mano.

E’ questa profonda coscienza storica che manca agli anticlericali patetici che se la prendono con i presepi e l’acqua benedetta mostrando di non rendersi conto che in fondo si tratta di cerimonie propiziatorie e lustrali vecchie quanto il mondo; e che i miti e i riti sono sempre più forti delle pretesche giaculatorie laiciste. Il papa gaucho e gesuita, con la sua croce di metallo bianco e le sue scarpe vecchie, queste cose le sa bene: non scomunica nessuno, non diffida e non ammonisce nessuno, ostenta bonari metodi spicci e manica larga. I clericali che ancora tuonano contro l’”apostasia” del concilio vaticano II fanno solo ridere. Lui no: lui tiene aperte le porte della casa del Padre. E sa bene che quelle porte sono ampie, ma le pareti di quella casa sono più forti della morente Modernità. Questo è il suo segreto.

- …FUOCO! –

“Caricate! Puntate! Fuoco!”. Una scarica sincronica, micidiale: il condannato che si accascia mentre sulla sua camicia immancabilmente candida, all’altezza del cuore, una macchia purpurea si allarga. Ricordi romantici: il fossato di Belfiore, Castel Sant’Angelo e il cavalier Cavaradossi, Senso di Luchino Visconti, i rivoluzionari di Pancho Villa contro le milizie dei federales, “il-povero-soldato-è-condannato-a-morte-lontan-dalla consorte-vicino-al-colonnel”, freddi impettiti comandanti con la sciabola sguainata (“Maledetti-signori-ufficiali-che-la-guerra-l’avete-voluta”) e Uomini Contro che rifiutano la benda, e la famiglia dello czar innaffiata di proiettili alla rinfusa, e Ciano e De Bono a cavalcioni alla sedia fucilati alla schiena in segno di disonore, e anche i gerarchi repubblichini sulla piazza di Como, con Barracu che come medaglia d’oro pretende (invano) di venir colpito al petto e Pavolini che tenta un’ultima eroica fuga.

E frasi, frasi “storiche”, frasi “fatali”: l’ultima sigaretta e poi “Mirate al petto, risparmiate il volto!” e le ultime grida stentoree e disperate, i “Viva!” qualcosa riaffermati per l’ultima volta e una volta per tutte.

C’è tutto il Risorgimento, la Grande Guerra, la Resistenza, nella sequela di fucilazioni che comportano sempre un che di disperato eppure di romantico. Un modo spiccio, barbarico ma a modo suo più decoroso e forse meno penoso di tanti altri sistemi ideati più tardi per metter fine alla vita dei condannati alla pena capitale. Pensiamo alla tremenda sedia elettrica su cui i malcapitati “friggono” per lunghi, interminabili minuti; all’immonda garrota che spezza implacabile le vertebre del collo; all’impiccagione che soffoca brutale e che ha tanto impressionato François Villon e Fabrizio de André (“tutti morimmo a stento…tirando calci al vento”); alla camera a gas, “indolore” ed “eutanasiaca” solo per autocertificazione dei carnefici e divenuta simbolo dell’abietto massacro di massa per innocenti; alla decapitazione con i suoi in apparenza “asettici” succedanei quali la ghigliottina, che era parsa una giacobinata in fondo civile anche ai papi della Restaurazione e che il mantello rosso del celebre boia-filosofo Mastro Titta circonfondeva di una sua macabra e dignitosa, dura eppur dolente umanità (molto migliore del ritorno all’artigianato barbarico da parte dei carnefici del califfo); all’iniezione letale, propagandata come la più “civile” e forse invece la più infame di tutti, presentata in tutto il suo orribile splendore letale in un film interpretato mirabilmente da Sean Penn e Susan Sarandon.

Negli Stati Uniti d’America, gran parte dei quali permane fedele allo “spirito della frontiera” e seguace convinta del principio biblico dell’occhio-per-occhio, quanto a condanne capitali e relativi metodi ne hanno provate di tutte. Alla fine l’arcaico e ruvido stato dello Utah ritorna alla fucilazione, quindi al plotone di esecuzione. Un metodo, a modo suo, “civile”: i componenti del plotone sono tutti volontari, ma solo la metà è dotata di arma carica; nessuno sa se il suo fucile esploderà, ma tutti sono ben consci che se il condannato non muore subito saranno puniti; ciascuno prende accuratamente la mira, pregando in cuor suo di sparare a salve e ben sapendo che, per tutta la vita, si convincerà di averlo fatto; il sistema di puntamento laser, col suo freddo implacabile puntino rosso, rende sicura la mira e istantaneo (almeno si spera) il decesso, per quanto il triste privilegio del comandante, il colpo di grazia, sia un rito obbligatorio come un tempo lo era il sottile infallibile pugnale acuminato perciò stesso detto “Misericordia”. Ecco la Buona Morte, decorosa perché preceduta da un ultimo pasto che può essere succulento (beati i forti che sanno goderselo…), quindi il rituale di pacificazione (la confessione e l’assoluzione per i cattolici, l’abbraccio conciliatorio con il boia, il diritto all’ultima sigaretta e alle “ultime parole famose”. La morte addomesticata, come ci hanno insegnato Norbert Elias, Albereto Tenenti, Michel Vovelle. Anche questa è civiltà. O, almeno, così pensano nello Utah. Certo, una lunga serena vecchiaia e quindi un tranquillo trapasso nel sonno sarebbero preferibili. Ma fondo ci sono modi molto peggiori di compiere l’estremo passo. Si dice che Cesare, a chi gli chiedesse come avrebbe voluto che fosse la sua morte, rispondesse con un lapidario “Ràpida”. Gli toccarono ben ventitré pugnalate, l’ultima infertagli dal figlio adottivo prediletto. Un plotone di esecuzione sarebbe stato ben più decoroso e pietoso.


Minima cardiniana, 66

Domenica 15 marzo. IV domenica di Quaresima. "Domenica laetare Jerusalem"

“Rallégrati, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate, riunitevi. Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza; saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione” (Isaia, 66, 10-11).

“Se ti dimentico, Gerusalemme, si dimentichi di me la mia destra. Mi si attacchi la lingua al palato se lascio cadere il tuo ricordo, se non innalzo Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia”. (Salmo 136, 5-6-).

SE TI DIMENTICO, GERUSALEMME…

Gerusalemme è tutto per l’ebraismo; l’ebraismo non è nulla senza Gerusalemme. Il secondo libro dei Paralipomeni (o, come oggi si preferisce denominarlo, delle Cronache) racconta dell’apostasia del regno di Giuda dalla morte di re Giosia (609 a.C.) in poi, mentre vane risultarono le accorate ammonizioni del profeta Geremia. Nel 587 Nabocodonosor II, sovrano del regno neobabilonese, per punire Giuda alleata dell’Egitto, conquistò Gerusalemme, distrusse il Tempio e deportò nel suo regno i giudei (il regno ebraico settentrionale, quello detto “d’Israele”, era già stato distrutto nel 722 dagli Assiri di re Sargon e gli israeliti deportati tra Media e Mesopotamia, mentre i pochi rimasti tra Samaria e Galilea si mischiavano con i coloni assiri originando così i samaritani).

La “cattività babilonese” di quelli che ormai si possono denominare definitivamente “ebrei” (al di là della distinzione tra “israeliti” e “giudei”, nata nel 926 con la divisione del regno tra i due figli di Salomone, cioè Roboamo e Geroboamo) si protrasse fino al 539, quando il Gran Re di Persia Ciro II Anzan figlio di Cambise, conquistatore del regno di Media, rovesciò il regno neobabilonese, s’impadronì della sua capitale ed emise il celebre editto di liberazione del popolo ebraico che consentì il ritorno in Eretz Israel e l’edificazione del nuovo Tempio (Cronache, 36, 14-23). Testimone struggente dei 52 anni di duro esilio ci resta il Salmo 136, il bellissimo Super flumina Babilonis ispiratore di tanti canti d’esilio attraverso l’America degli schiavi fino a Verdi e a Quasimodo:

“Sulle rive dei fiumi di Bailonia / ci ponemmo a sadere e a piangere / nel ricordarci di Sion. Ai salici che là crescevano / appendemmo le nostre cetre / perché quelli che ci avevano condotti schiavi / ci chiedevano dei canti, / quelli che ci avevano portati via: / - Cantateci qualcuno dei canti di Sion -. / Come potevamo noi cantare il cantico del Signore / in terra straniera? / Se ti dimentico, Gerusalemme…”.

Per questo Ciro II di Persia è, per gli ebrei, il Liberatore, il modello dei “Giusti tra le Nazioni”. Un concetto bello e nobile, che merita forse qualche parola anche per quanto riguarda la storia contemporanea. E’ certo, per quanto non se ne possano ottenere le prove (o comunque esse non siano ancora emerse, né magari emergeranno mai), che i “Giusti tra le Nazioni”, i non-ebrei che durante il triste periodo di quella che ormai per convenzione universalmente accettata si definisce la Shoah si adoperarono per la difesa, la protezione, la salvezza degli ebrei (anche di uno solo fra di loro, dal momento che – come dichiara il Talmud – “chi salva una vita, salva il mondo intero”), sono stati molti di più di quanti a partire dal 1962 una commissione controllata dalla Corte Suprema d’Israele ha indicato i tsaddiqim (“giusti”, “caritatevoli”) tra i goym, i “gentili”, i membri delle “Nazioni” che non appartengono al Popolo d’Israele. Un tsaddiq “gentile”, per essere tale, deve aver rispettato quelle sette “leggi noachidi” che costituiscono le norme-chiave, i doveri dell’intera umanità, e che dunque, secondo la riflessione rabbinica, vincolano tutti i componenti del genere umano. Secondo la Tossefta (“complemento”) 13, 2, del Sanhédrin (nella Mishnah il quarto dei dieci trattati consacrati principalmente alle norme riguardanti i Neziqin, i “danni”), sono chasidé ummot ha-olam – “pii tra le nazioni del mondo” – coloro che si conformano ai sette semplici e rigorosi princìpi imposti a Noè e attraverso di lui all’umanità intera, e precedenti pertanto sia la Torah, la legge formalizzata nella Scrittura biblica, sia la Halakhah, la giurisprudenza rabbinica, che ovviamente riguardano entrambe solo il popolo ebraico. Le “leggi noachidi” sono i fondamenti della morale e della convivenza: dovere di stabilire delle leggi, divieto della bestemmia e della falsa testimonianza, rifiuto dell’idolatria, etica sessuale fondata sulla proibizione d’incesto, adulterio e bestialità, astensione dall’assassinio, dal furto e da qualunque forma di crudeltà sugli esseri viventi. In termini teologici cristiani, non si tratta – attenzione! – di leggi “naturali”, per quanto concernano appunto la natura umana e la definizione di essa: siamo già, all’indomani del Diluvio e pertanto all’atto della rifondazione del genere umano, nell’àmbito della Rivelazione. Ma al di là di teologia e di diritto, nel più ristretto e magari meno preciso cerchio della diffusa ricezione di questo concetto, i “Giusti fra le Nazioni” sono coloro che, a rischio della loro sicurezza personale e magari della stessa vita loro e dei loro cari, si sono generosamente e gratuitamente prodigati nel cercar di salvare anche un solo ebreo dall’odiosa persecuzione alla quale il popolo d’Israele fu sottoposto in Germania durante il Terzo Reich e quindi nell’Europa occupata dall’esercito di Hitler e soggetta alla sua volontà tra 1939 e 1945. La procedura di ricerca, di raccolta di prove e di sanzione degli appartenenti al nòvero ufficiale dei chasidé ummot ha-olam somiglia obiettivamente e formalmente alquanto al “processo di canonizzazione” in uso nella Chiesa cattolica: e si suppone che coloro destinati a restare sconosciuti e anonimi siano molti di più di coloro nei confronti dei quali si riescono a raccogliere le prove.

Anche il tema dei “Giusti fra le Nazioni” è dominato da Gerusalemme, dov’essi vengono pubblicamente onorati. Gerusalemme sempre e dappertutto. “L’anno prossimo a Gerusalemme!” è l’augurio che gli ebrei della diaspora ogni anno si scambiano. E l’amarezza dell’esilio dà luogo a un rancore inestinguibile, com’è registrato dagli sconvolgenti ultimi versetti del salmo 136:

“Infelice figlia di Babilonia, / beato colui che ti tratterà / come tu hai trattato noi. / Beato chi afferrerà i tuoi bambini / E li sbatterà contro le pietre”.

L’amore degli ebrei per Gerusalemme ha informato di sé la costante presenza di alcuni ebrei in Eretz Israel nei secoli fino dall’indomani della distruzione della Città Santa da parte di Adriano nel 135 d.C. e fino dalle sue origini anche il movimento sionista, la componente escatologica del quale è stata sottovalutata da molti i quali a torto lo ritengono esclusivamente “laico”.

Se peraltro lo stato d’Israele ha proclamato Gerusalemme, “eterna e indivisibile” capitale – e il tema è stato ribadito anche oggi durante la grande manifestazione che si è tenuta ieri alla vigilia delle elezioni di martedì prossimo -, dev’esser tenuto presente anche il significato di essa per le altre due religioni abramitiche. Per l’Islam, che la chiama al-Quds, “la Santa”, essa è la terza Città Santa dopo la Mecca e Medina e, secondo la tradizione, è da lì che ha preso avvìo l’ascesa al cielo del profeta Muhammad narrata nel Kitab al-Miraj. Quanto al cristianesimo in genere e a quello cattolico in particolare, Gerusalemme riempie letteralmente la teologia e la liturgia. Nel recente, fondamentale libro Come a Gerusalemme. Evocazioni, riproduzioni, imitazioni dei Luoghi Santi tra medioevo ed età moderna, a cura di Anna Benvenuti e di Pierantonio Piatti (Firenze, SISMEL – Edizioni del Galluzzo, 2013), si dà conto puntuale di come la presenza della Città Santa sia fondamentale nella riflessione teologica e nella vita liturgica.

Le aspirazioni cristiane e musulmane sono compatibili con la presa di posizione dello stato d’Israele. Concettualmente, senza dubbio sì: per quanto ci siano da temere reazioni fondamentaliste. Il modello della città di Roma, centro di una fede universale – il cattolicesimo - e al tempo stesso capitale di uno stato, la repubblica italiana, è in tal senso importante. Più problematica si annunzia la faccenda dell’intenzione della stessa Authority palestinese, di stabilire in Gerusalemme la sua stessa capitale una volta definitivamente stabilito quel suo stato che, peraltro, allo stato attuale delle cose appare alquanto remoto a meno che il governo israeliano non muti decisamente d’indirizzo.

LA SCUOLA DI RENZI

Il Consiglio dei Ministri ha varato il 12 marzo scorso il disegno di legge sulla scuola, mentre slitta invece la riforma RAI, a proposito della quale il premier Renzi ha espresso il suo ipotetico gradimento per un Consiglio di Amministrazione deciso dal parlamento in seduta congiunta: ipotetico, appunto, dal momento che la costituzione non prevede la possibilità di una seduta congiunta a tale scopo e appare improbabile una modifica del dettato costituzionale. D’altronde, affidare la nomina del CdA al parlamento significa non tanto cederla ai partiti, ormai praticamente inesistenti, quanto demandarla in pratica alle rispettive segreterie (a parte i soliti franchi tiratori). In un modo o nell’altro, saranno i politici ad esprimere i vertici RAI, al solito senza alcun riconoscimento per altre forze presenti nel paese: dato il livello di autonomia e di cultura del nostro ceto politico, la novità non è consolante. Nessuna voce rappresentativa istituzionale è riconosciuta agli istituti di ricerca scientifica, all’editoria, al giornalismo, alle componenti religiose, ai gestori del turismo, ai titolari di forme di produzione d’eccellenza, agli enti locali, nemmeno al mondo dello sport.

I connotati portanti della riforma scolastica sono in sintesi: 100.000 assunzioni di precari iscritti nelle graduatorie ad esaurimento (GAE) nel settembre prossimo (le successive assunzioni si verificheranno solo per concorso; gli insegnanti iscritti alle graduatorie d’istituto restano fuori, come i 23.000 insegnanti delle scuole materne); sgravi fiscali per le famiglie che iscrivano i figli alle scuola paritarie, con rette detraibili per materne ed elementari (perché invece nessuno sgravio alle famiglie degli studenti dimostratisi meritevoli e disciplinati nell’arco dell’anno scolastico? Non sarebbe stato più formativo? Non avrebbe costituito un incentivo per impegnare le famiglie a seguire di più i loro ragazzi?); voucher di 500 euro a testa per l’aggiornamento dei professori (riservato ad acquisto-libri, frequentazioni di concerti e attività culturali ecc.: ma di corsi di aggiornamento gratuiti e obbligatori, che sarebbero necessari per la riqualificazione del personale insegnante, non si parla); scatti di stipendio legati al merito a partire dal 2016 per un massimo previsto di 200.000.000, oltre ai normali scatti di anzianità previsti dal contratto nazionale di lavoro; possibilità da parte dei presidi di scegliere gli insegnanti; ripristino delle ore d’insegnamento di storia dell’arte e di musica; definitiva scomparsa dei “supplenti” e delle “classi-pollaio” (questo è un proposito che andrà chiarito); ampi poteri ai presidi, a proposito dei quali il presidente del consiglio insiste su un profilo “manageriale” che andrà a sua volta precisato con attenzione dal punto di vista giuridico e istituzionale (l’idea di farne l’arbritro delle assunzioni dei docenti appare problematica). Alla scuola potrà andare da ora in poi anche il 5 per 1000. Si dice che sarà rinforzato l’insegnamento dell’inglese alle primarie: ma con l’introduzione di quali criteri, di quali metodi, di quali strumenti (gli attuali sono inadeguati)?

Non si tratta di una riforma granché convincente. Chi deciderà, ad esempio, come ripartire il previsto premio in danaro ai docenti per ragioni di merito? E come si calcolerà tale merito?

Particolarmente negletti i problemi del merito degli studenti e della loro disciplina. In molti paesi esteri essi vengono impostati e risolti attraverso sgravi sul piano economico (abbattimento di tasse, libri gratis, viaggi-premio ecc.) ai meritevoli e aggravamento di tasse per i meno diligenti; nonché lavoro coatto nelle infrastrutture scolastiche per chi sia deficiente sul piano disciplinare o danneggi i locali: ciò al fine di cointeressare di più le famiglie al comportamento scolastico dei loro ragazzi. Un cointeresse che in Italia è molto basso.

Ora il DDL passa al parlamento. Sospendiamo il giudizio.

FC