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Appunti

RILEGGERE SPENGLER, 1.9.2008

La riedizioni longanesiana del Tramonto dell’Occidente, per quanto non si annunzi come una novita (la traduzione e sempre quella di Julius Evola, non mi pare rivista: eppure ne aveva bisogno; e non ho controllato se Stefano Zecchi ha in qualche modo modificato e aggiornato la sua Introduzione, a sua volta ormai stagioanta) costituisce comunque un evento importante: proprio perche ai primi delo XX secolo si poteva certo parlare del tramonto di un Occidente, quello che coincideva con l’Europa; mentre oggi, quasi un secolo dopo, il tramonto di questo Occidente, l’Occidente-Modernita egemonizzato dagli Stati Uniti d’America, pone nuovi problemi che Spengler non poteva evidentemente immaginare, ma alla luce dei quali una rilettura di quel vecchio “classico” della “storiografia della crisi” e del “pensiero negativo” e tutt’altro che inopportuna.

I libri invecchiano presto. Alcuni, piu di altri. Oggi, quasi nessuno cita piu il saggio di Samuel P. Huntington, The clash of civilizations, che oltre una decina di anni fa fece scalpore con la sua teoria del “necessario” scontro fra civilta – diverse e opposte fra loro, e ciascuna delle quali sarebbe invece del tutto compatta e coerente al suo interno – che qualcuno prese per un libro “profetico” quando fummo costretti, l’11 settembre del 2001, ad assistere al tragico ed epocale crollo delle Twin Towers. Non fu notato con sufficiente energia, in quei giorni (ma molti se n’erano accorti: e l’avevano denunziato), che il best seller di Huntington seguiva, aggiungendogli quel bel po’ di condimento neo-conservative che allora andava di moda, una traccia illustre ma “negata” e per certi versi perfino “maledetta”, che evidentemente lo studioso americano si augurava che noialtri vecchi europei avessimo dimenticato quel tanto che bastava per non accorgersi del suo semi-plagio concettuale.

Ma il pesante “saggio a tesi” di Huntington, se poteva somigliare al suo vecchio e venerabile modello per l’assetto tipologico-fisiologico della sua storicamente poco difendibile presentazione delle diverse civilta destinate a scontrarsi nel mondo contemporaneo, nulla possedeva del fascino barocco e romantico del suo splendido e teribile modello: il Der Untergang des Abendlandes (“Il Tramonto dell’Occidente”) di Oswald Spengler. Con questa, tra le troppe altre differenze: che mentre Spengler aveva trattato con disperata lucidita, una novantina d’anni or sono, di quello che gli appariva come il tramonto della sua civilta, l’Europa, che allora si poteva identificare con l’Occidente, Huntington non si era nemmeno accorto, nel suo libro per molti versi apologetico del suo Occidente, quello maturato appunto tra prima e seconda guerra mondiale e incentrato sugli Stati Uniti d’America, di star scrivendo l’epitaffio del “secolo americano”. Spengler aveva composto una solenne marcia funebre d’una civilta che ormai gli apparive morente; Huntington aveva redatto l’elogio trionfale d’una civilta sul serio al tramonto senza nemmeno supporre di starne componendo l’estremo elogio, quello che si pronunzia dinanzi a una bara chiusa.

In effetti, Der Untergang des Abendlandes usciva tra 1918 e 1922, otenendo un travolgente successo: l’ormai quarantenne “filosofo della morfologia storica” nato a Blankenburg in Turingia nel 1880 aveva assistito al naufragio della sua Germania e compreso perfettamente che la prima guerra mondiale era in realta la fine non solo dell’imperialismo del “secondo Reich”, bensi di tutto un mondo. Si sentiva ormai vecchio, Spengler, per quanto gli restassero ancora alcuni anni da vivere (sarebbe morto a Monaco nel 1936): ma, al pari del principe di Metternich, avrebbe ben potuto dire: “Muoio con l’Europa: sono in buona compagnia”. Esattamente nello stesso torno di tempo, nel 1919, veniva inaugurata nella Colombia University di New York una cattedra di Western culture and civilization il programma della quale veniva trionfalmente annunziato: si sarebbe trattato di studiare il nuovo frutto della storia contemporanea, quella Western culture della liberta, del progresso, della ricerca della felicita che era nata e si era affermata nel corso dell’Ottocento negli States e che ormai stava prendendo il suo posto nel mondo scalzandone la vecchia cultura dell’autoritarismo e delle tradizioni ormai esaurite: e quella cultura non era un generico “Oriente”, bensi proprio l’Europa. L’idea novecentesca di Occidente, affermatasi dopo il 1945 come quella del “Mondo Libero”, nasceva sotto il segno della dichiarazione di avvenuto decesso della “vecchia” Europa.

Ma proprio la coincidenza dell’uscita del capolavoro spengleriano e dell’inaugurazione della cattedra newyorkese, che sembravano confermarsi a vicenda, ci aiuta oggi a confrontare la miopia di Huntington con la visionaria lungimiranza di Spengler. Mentre la “civilta occidentale” per un verso sembra divenuta in effetti il basic English, la koine dialektos di tutto il mondo, ma essere stata al tempo stesso “catturata” dai nuovi popoli e dalle nuove culture che si affacciano all’orizzonte del terzo millennio – la Cina, l’India, il Brasile -, se ci volgiamo alla nostra storia passata si ha l’impressione che la tesi “ciclica” dell’avvicendarsi delle civilta di cui Spengler si era fatto portatore ispirandosi a Goethe, a Dilthey e a Nietzsche abbia oggi recuperato – con tutto il suo Kulturpessimismus e contro l’ottimismo storicistico di marca hegeliana delle ideologie otto-novecentesche ormai morte – una sua tragica plausibilita.

Goethianamente affascinato – al apri di uno dei piu illustri fra i suoi estimatori, il grande scrittore ma anche entomologo Ernst Junger – dalla fisiologia delle specie viventi, Spengler aveva concepito una “storia naturalistica universale” carettarizzata dalla sequenza di otto civilta-monadi che, come piante, nascevano, fiorivano, davano frutti, avvizzivano e morivano: una grandiosa visione deterministica, da scienziato dell’Ottocento quale in fondo era, al servizio della quale egli poneva un’immensa, sconcertante erudizione capace di elaborare un tessuto fittissimo di analogie tra culture diverse, mettendo a frutto le risorse d’un metodo comparativista che avrebbe avuto una sua importanza nello studio delle scienze umane. In particolare, si rileggono oggi con disagio ma anche con stupore e ammirazione le pagine che Spengler dedica al confronto tra il “declino” della civilta europea e quello della civilta ellenistico-romana. Per Spengler – che in cio torna a una visione “tradizionale” e premoderna della storia – le vicende umane sono segnate non gia da un continuo progresso, bensi da un processo di decadimento. Mundus senescit.

I due pilastri di questa rilettura della storia sono da una parte la teoria greca e nietzscheana dell’ “Eterno Ritorno”, profondamente opposta al finalismo biblico ed hegeliano, dall’altra la cultura della Decadenza. Dinanzi alla rovina del vecchio equilibrio mondiale avvenuta con l’anergia demonica della guerra che aveva utilizzato indirizzandole alla distruzione tutte le risorse tecniche, scientifiche e sociali della Modernita, Spengler diveniva un profeta del nuovo mondo come Tabula Rasa, civilta della forza, delle masse e delle macchine. In cio il suo messaggio conservatore finiva con il confinare con l’energia nihilistica e rivoluzionaria delle nuove avanguardie, con la “Nuova Obiettivita” di Dix e di Grosz che denunziavano la crudelta e l’ingiustizia del nuovo mondo, con il nihilismo sovversivo di futuristi, surrealisti e dadaisti. Se il capitalismo borghese aveva condotto la civilta europea alla rovina per impadronirsi della sua eredita, non restava che compierne paradossalmente l’opera rivolgendola contro di esso. In tal modo, il conservatore Spengler diveniva a sua volta un araldo della rivoluzione: e il suo concetto di “Rivoluzione conservatrice” finiva con l’andare il tale senso. Il che spiega l’equivoco che fece scorgere in lui, sostenitore di una convergenza tra prussianita e socialismo e nemico giurato della democrazia, un profeta del nazionalsocialismo, mentre dal canto loro i nazisti ne diffidarono e finirono col considerarlo un nemico: anche a causa del suo ostinato rifiuto a collaborare con loro.

Al di la dell’equivoco che lo volle ispiratore ai alcune posizioni hitleriane (egli era semmai vicino alla “sinistra” nazista dei fratelli Strasser), Spengler fu considerato, dopo il ’45, un “cattivo Maestro” bollato come “irrazionalista” e “antiscientifico”, ch’era tacitamente vietato leggere e peggio ancora citare. Oggi, sulle rovine delle beate e ottimistiche certezze storicistiche e dinanzi a un domani caratterizzato dall’esaurirsi di quelle ideologie che egli aveva avversato e combattuto, mentre nuove sintesi tra la cosiddetta “civilta occidentale” e altre forme di cultura stanno sorgendo all’orizzonte, lo sky line di Shanghai ci appare ben piu nuovo di quello di Manhattan e la capitale della tecnologia informatica si sposta a Bangalore in India, una rimeditazione delle vecchie pagine di Spengler s’impone come insospettabilmente attuale e fruttuosa.

Franco Cardini