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Appunti

ENDURING REVISION, 1/9/2009

La polemica sul cosiddetto “revisionismo” non accenna a diminuire. Di recente, molti se la sono presa con Galli della Loggia il quale, su “Sette” (il settimanale del “Corriere della sera”) ha avuto il coraggio di riparlare dell’ “orrore rimosso” dei civili tedeschi massacrati dagli Alleati negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale: per “demoralizzare il popolo tedesco” o per fornire ai sovietici - che li accusavano di tirare in lungo la guerra - una tragica prova di buona volontà. Cifre da incubo: 600.000 vittime civili dei bombardamenti, 10 milioni di tedeschi orientali espulsi dalle loro terre, di cui oltre 2 milioni morti durante un esodo segnato da violenze orrende. Badate che Galli della Loggia non si stava ispirando affatto al libro dedicato alla distruzione di Dresda del 14 febbraio del 1945 dall’inglese David Irving, storico noto per le sue simpatie di estrema destra (ma tuttavia apprezzato per le sue qualità di ricercatore). Niente affatto: ci si rifaceva semmai a Gunther Grass, scrittore notoriamente di sinistra, che nel suo romanzo Il cammino del gambero ha raccontato l’episodio di 8.000 tedeschi profughi dalla Polonia annegati nella primavera del ’45 in seguito al siluramento da parte sovietica della nave sulla quale si trovavano. Qualcuno ha parlato di revisionismo anche a proposito dello sceneggiato televisivo dedicato a Giorgio Perlasca.

Davanti a tale ottusa protervia, non resta che richiamare pacatamente a una grande verità tanto metodologica quanto morale: la storia, o è revisione continua del passato o non è nulla. Il revisionismo è appunto un’ideologia, un “ismo” nato nell’ambito della diplomazia e della storia dei trattati da una parte, del linguaggio della terza Internazionale dall’altra: e maldestramente adattato alla storia.

La necessità di revisione continua di un passato la ricostruzione del quale non si può mai considerare conclusa e definitiva nasce dal tessuto metodologico del lavoro storico. Il progresso tecnologico pone a disposizione degli studiosi forme e strumenti sempre nuovi d’interrogazione della fonti: e le nuove informazioni ch’esse ci forniscono scompigliano di continuo il quadro storico, obbligano a ricomporlo e a riscriverlo. Nulla v’e in storia di definitivo, di scritto una volta per tutte. Questo rende disperante, ma anche straordinariamente ricco di fascino, il nostro lavoro. La storia come sperimentazione continua, scoperta incessante di “verità” dinamiche, destinate a venir superate e quindi negate. La storia come “opera aperta”, irrimediabilmente avversa a qualunque dogmatismo e a qualunque cristallizzazione. La storia che non puo dire, per sua natura, ne “sempre”, ne “mai”.

Franco Cardini