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Appunti

“Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano;
 e sempre corsi, e mai non giunsi il fine…”
                         

Giosue Carducci, Traversando la Maremma toscana.
 
 

“Se ti dimentico, gerusalemme, si secchi la mia mano destra;
mi si attacchi la lingua al palato se non mi ricordo di te,
se non pongo Gerusalemme al di sopra di ogni mia delizia”
 Salmo 137, 5-6.
 
Franco Cardini e nato a Firenze nel 1940. Insegna Storia Medievale nell’Universita di Firenze. E’ Directeur d’Etudes presso l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales e Fellow della Harvard University. Attualmente e distaccato presso l’Istituto di Scienze Umane, un “centro d’eccellenza” dell’Universita di Firenze. Si occupa principalmente di storia delle crociate, dei pellegrinaggi e dei rapporti fra Europa cristiane e Islam tra XII e XIV secolo, ma ha fatto frequenti incursioni in altri campi di studio. Ha cercato di sintetizzare i risultati raccolti dalle sue principali ricerche in un volume, In Terrasanta, Bologna, Il Mulino, 2002: ma ha scritto molti libri – troppi, dice lui -, anche qualcuno di storia contemporanea (Astrea e i Titani, Roma-Bari, Laterza, 2003, dedicato alla crisi irakena) e qualche romanzo. Ritenendosi in linea di principio abbastanza dotato per far lo studioso, lo scrittore, il giornalista e l’uomo politico, e riuscito a far discretamente – ma a differenti livelli – un po’ di tutte queste cose, come dicono i suoi (pochi) benevoli estimatori; oppure le ha provate tutte senza riuscir mai sul serio in nessuna di queste strade, come dicono i suoi detrattori e come afferma egli stesso. E’ politicamente parlando un cattoanarchico di destra con idee sociali di estrema sinistra. Ama il vino rosso, i viaggi, la musica di Mozart e i gatti: non necessariamente in quest’ordine.
 
Signore,
mi dicono che dovrei iniziare questa lettera con un “caro Dio”. Ci ho provato, ma non ce l’ho fatta: non mi veniva. Anche perche “Dio” e una parola terribile, arcana, misteriosa: ma  generica. Ho sessantaquattr’anni, ho cominciato a chiedermi in che mondo stessi vivendo da quando ne avevo piu o meno tredici o quattordici. Ricordo uno dei miei primi libri, ch’era anche uno dei piu preziosi della casa abbastanza povera di mio padre, un artigiano fiorentino che pero aveva gusto, amava la musica classica, leggeva Cronin e Van Loon. Era un grosso trattato delle mitologie di tutti i tempi e di tutti i popoli della terra, con bellissime foto in bianco-e-nero. Mi chiedo che fine abbia fatto, nei miei troppi traslochi.
Fu un libro importante per me, insieme ai romanzi di Salgari e a un vecchio Atlante universale. A quattordici anni avevo visto gia qualcosa del mondo: molto, per la mia condizione economica di allora e per quei tempi: ero stato a Vienna, a Parigi, a Madrid, sempre in gita scolastica. E gia mi confrontavo con il mio cattolicesimo, quello che mia nonna mi aveva insegnato e che vivevo la domenica in parrocchia con gli amici del quartiere, e con i molti, i troppi volti della realta divina disseminata nei secoli e dispersa nel mondo.
Mi ricordo ancora di un vecchio film in technicolor, Il capitano di Castiglia, una storia sull’inquisizione e la conquista del Messico. Lo aveva girato nel ’47 Henry King, e piu tardi ho imparato che si tratta, fra i polpettoni storici che andavan di moda allora, uno dei migliori, con colori smaglianti, una splendida colonna sonora e un notevole trio di attori: un misurato Tirone Power, un fantastico Cesar Romero nei panni di Hernan Cortez e un’incantevole Jean Peters agli esordi. C’e una scena notturna, sulla grande piramide di Tenochtitlan, dove il protagonista – un avventuriero castigliano dalla tormentata coscienza – scambia qualche breve parola con un principe azteca, forse lo stesso Moctezuma alla vigilia del martirio. Il tema e la diversita dei rispettivi dei, la loro estraneita: “Forse e lo stesso Dio”, commenta l’azteca; “Si, forse e lo stesso”, ripete pensoso il castigliano. Allora non sapevo nulla delle analogie formali tra la vicenda evangelica del Cristo e qualle mitica di Quatzalcoatl: scorrevo sul mio librone di mitologia le foto di quegli antichi dei dimenticati e meditavo sulle immagini delle divinita dell’antico Messico, quelle terribili maschere ferine adorne di teschi. Amavo gia la storia: e sapevo che alla vista dei sacrifici umani che gli aztechi dedicavano a quei mostri divini, Cortez aveva gridato a Moctezuma: “I vostri dei sono demoni!”. Proprio cosi, come i fanno i martiri cristiani dei primi secoli al cospetto degli imperatori pagani. E mi chiedevo chi mai avesse avuto ragione, se il grande conquistador o il suo immaginario capitano del film. Mi sono sempre chiesto, Signore, perche ti sei sempre mostrato in tanti fascinosi e terribili travestimenti ai popoli della terra: perche hai voluto ingannarli e perderli, oppure perche hai preferito tanti volti e tante immagini prima di mostrarTi cosi come sei, o come desideri esser meglio conosciuto, a quattro pecorai sparsi nel deserto fra Sinai ed Eufrate; e prima di fornir a un pugno di contadini e di vignaioli un po’ piu a nord, fra le isole e le montagne greche, i mezzi intellettuali per avviarsi a comprender meglio la Tua sostanza.
Ho detto che preferisco non chiamarti “Dio”: una parola generica, abusata, che nelle nostre lingue indoeuropee rimanda alla luce e al cielo. Non mi piace definirti con la stessa parola che uso per alludere a Varuna, a Zeus, a Odhinn o ai misteriosi signori dei vulcani e degli atolli. In caso, forse, preferirei la vecchia radice semitica El, che rinvia all’idea della Forza primordiale: Elohim, Allah. Una parola piu adatta a indicare la possente immensa energia del cosmo o quella altrettanto possente ma infinitamente piccola, invisibile, nascosta, quella che anima le piu invisibili particelle e le scaturigini intime della vita, quella dei protozoi e degli spermatozoi scrutrando i quali la nostra scienza, oggi, cerca di cogliere il nucleo profondo della Tua essenza.
Per questo preferisco chiamarTi Signore e riaffermare che credo in Te, come ripeto ogni domenica alla messa. Senza troppa convinzione, Te lo confesso, Signore: e Tu lo sai, del resto. Per troppo lungo tempo mi sono chiesto, fra crisi, apostasie e ritorni alla fede, se davvero fosse possibile credere in Te, cioe credere che Tu sia o no (e parlo di essenza, appunto: non di esistenza). Troppe volte ho pensato che in fondo fose piu bello e sicuro e tranquillizzante lasciar perdere tutto quel che mi hanno insegnato nelle troppe universita frequentate e nei forse troppi libri letti, e rifugiarmi nella fede semplice e serena di mia nonna: seguire quanto meglio sapessi i Tuoi comandamenti come me li hanno insegnati e aspettarre la mia ora fiducioso che, dall’altra parte del ponte o del tunnel, avrei trovato la tua mano forte e paterna a sorreggermi e il Tuo volto a sorridermi. E troppo volte ho invece riflettuto a lungo, e seriamente, su quanto meglio sarebbe specchiarsi senza illusioni nel Nulla che ci circonda e ci fascia.. Mi ci sono voluti troppi anni, Signore, per rendermi conto che il conflitto tra Ragione e Speranza non ha senso perche la Speranza resta infinita, e il perderla e la peggiore delle condanne, mentre non e affatto vero che la Ragione tenda a spengerla. Il non credere in Te e solo razionalistico: non e affatto ne razionale, ne tanto meno ragionevole. Non esistono affatto prove che giustifichino l’una piuttosto che l’altra scelta: anzi, oggi sono molti gli scienziati (e penso a Paul Davis) che ritengono che i padri del concilio di Nicea fossero piu nel giusto delle molte schiere di professori atei che hanno aduggiato i secoli fra XVIII e XXI.
Ma e proprio ai Padri di Nicea, e al loro Symbolon, che penso: al “Credo”. Perche vorrei, appunto, credere in Te nel senso vero ed etimologico del termine, cioe affidarmi a Te. Ma arrivar in qualche modo a intuire la Tua essenza profonda, io che non sono ne un mistico ne un asceta: e, se penso a Nicea, non posso poi certo saltar a pie apri la teologia. Ed e qui, Signore, che inciampo.
I vecchi dei, Signore, erano comprensibili. O, se preferisci, agli altri, a quelli che non hai voluto (perche?) favorire e onorare – senza loro meriti – della Tua rivelazione, Tu parlavi un linguaggio talvolta rozzo e contraddittorio, ma chiaro. Erano l’espressione della forza del Cosmo, della Natura, delle sue leggi, magari dei suoi capricci tradotti in terremoti, in eruzioni, in inondazioni: la loro capricciosa volonta reggeva il mondo, comandava al sole di bruciare e al ghiaccio di gelare, e bisognava tenerla buona con quel che si poteva, i riti, le parole, le musiche, gli aromi, i doni, magari anche i sacrifici umani. Vivevano in un altro ordine temporale, quello del Mito, e raramente si occupavano di noi; e, quando lo facevano, bisognava chinar la testa. Non erano ne buoni ne cattivi, oppure erano o l’una o l’altra cosa e allora si trattava di ringraziarli nel primo caso e di ammansirli nel secondo.
Ma Tu, Signore, non ruggisci con testa di leone, non ci colpisci con artiglio di drago. Tu ti sei rivelato a noi pretendendo che tutti gli altri fossero azzerati: Tu il Solo, Tu il Vero, Tu l’Unico. Tu ci hai forniti di un codice etico cui attenerci, ma ad esso non Ti sei impegnato. Tu sei onnipotente, come nessun dio di quelli vecchi ha mai preteso di essere o potuto essere: ma quel che decidi e al tempo stesso espressione d’infinita Giustizia e d’infinita Bonta. Noi non sappiamo coniugarle, Signore, la giustizia e la bonta: da che mondo e mondo, la perfezione dell’una ha sempre finito col negar l’altra e viceversa. Tu invece sei giusto anche quando dai tutto a uno e nulla a un altro; sei misericordioso anche quando colpisci forte e duro. E’ il problema della teodicea, dicono filosofi e teologi: l’imperscrutabile Volonta divina.
Gli dei vivono  separati dagli uomini; a volte scendono fra noi, invece, ma e pura illusione. Tu, invece, Ti sei rivelato. Ma quelli che hanno ricevuto la Tua Rivelazione l’hanno accolta e compresa in modo diverso. E io appartengo al gruppo che, fra tutti, ha ingarbugliato di piu le cose. Oggi siamo in tanti a credere in Te, in un modo o nell’altro: circa due miliardi di cristiani o sedicenti tali a vari livelli; un miliardo e trecento milioni di musulmani; una ventina di milioni di ebrei. Insomma quasi i due terzi dell’umanita, piu o meno. E crediamo in Te secondo tre variabili di un’originaria  fede che pare abbia avuto il suo primo avvio un po’ meno di quattromila anni fa, sulle piste carovaniere tra lo Swhatt al-Arab e il Giordano (ma la Sacra Scrittura ebraica, sulla quale ci fondiamo, sembra non risalga a prima del 700 a.C., cioe a un tempo ben piu recente). Ci crediamo in vario modo, con varia intensita, ma insomma e a Te che ci riferiamo: a Te che sei il Creatore, che hai parlato ad Abramo, a Mose e a quelli che sono venuti dopo. Tu non sopporti colleghi in divinita, e hai duramente punito chiunque cercasse un acccordo, una convivenza. Tu sei il Dio di un popolo, come tanti altri, all’origine: ma attraverso i Tuoi profeti hai lanciato un messaggio valido per tutta l’umanita e hai suggerito ai tuoi fedeli che in un modo o nell’altro era giusto e doveroso proporlo (imporlo?) anche a tutti gli altri. Tu non Ti accontenti di riti che dovrebbero indurTi a mantener stabile l’ordine del cosmo: Tu chiedi l’amore, chiedi le anime e le coscienze. Tu non vivi nel sovrammondo del Mito: hai fatto irruzione nella Storia e ci hai promesso un Tuo regno futuro impegnandoci a realizzarlo.  Tu conosci la Tua onnipotenza e la nostra debolezza, eppure nella Storia nella quale sei entrato – Fuoco nell’Oreb, Colonna di Fumo attraverso il Sinai, Messia e Figlio dell’Uomo -  Ti tieni nascosto e lasci a noi, alla nostra impotenza, il compito di prepararTi la via. Basterebbe un tuo cenno, il chinar della Tua testa come faceva il sommo e falso Giove: ma Tu vuoi che a giungere al medesimo risultato che Ti sarebbe cosi facile ottenere siano invece i nostri poveri sforzi, il nostro immenso miserabile sudore. Eppure dici di amarci infinitamente e che il nostro amore non eguagliera mai il Tuo. Se appartenessi ai due gruppi che di Te si son fatti un’idea piu comprensibile, ai miei fratelli in Abramo ebrei e musulmani che in Te vedono solo lo Spirito (Ruach, Rukh), direi forse che credo in Te (nel senso che a Te m’affido), ma che non ti capisco: e Tu mi risponderesti forse che non sono il primo, che legioni di cabbalisti e di sufi hanno consumato gli occhi sulla Tua Parola e le menti pensando a Te senza comprenderTi.
Ma io, Signore, sono in una condizione ancor peggiore della loro. Perche credo anche che in Te, nella Tua sostanza divina, vi sia anche un aspetto umano: che Tu sia vero Dio e vero Uomo; che Tu abbia davvero amato tanto l’umanita non solo al punto di trovar il modo di perdonarle i suoi peccati, ma anche di accettar di pagar di persona l’immenso debito ch’essa aveva accumulato nei Tuoi confronti e che mai con le sue sole forze sarebbe riuscita a saldare. Tu hai scelto fin dalla notte incommensurabile dell’Eternita un momento e un luogo sperduto del globo per nascere come una delle Tue tante povere creature che, pure, sembra Tu abbia privilegiato concedendo loro anima immortale “a Tua immagine” (e questo gia mi sconcerta). E Tu, nella Tua divina sostanza ma anche nella “persona” (quindi nell’aspetto) del Tuo stesso Figlio che e Te,  hai accettato di scender su questa terra: e sei vissuto vegliando e dormendo, mangiando e bevendo, parlando e ridendo e perfino piangendo e soffrendo. E hai accettato di sopportar la fame per quaranta giorni di seguito, e poi di affrontar l’angoscia della paura e del tradimento, e infine di sentire il morso della frusta e dei chiodi e di morire d’una morte della quale il piu infame e miserabile di noi avrebbe orrore. Ancora una volta: perche, Signore? Ti sarebbe bastato alzar un sopracciglio, come faceva Giove quando eravamo al Ginnasio, e ne tremava tutto il vasto Olimpo. Volevi farti Uomo? Allora una Tua sola lacrima di bambino, una goccia di sangue versata per esserTi punto un piede, sarebbero stati sufficienti a redimere il mondo: ma la croce, scandalo per i giudei, follia per i pagani… Io, cattolico e quindi un po’ ateo come quasi tutti i cattolici del XXI  secolo, Ti chiedo: perche questo scandalo, perche questa follia?
Tu hai sentito il morso dei chiodi sulla carne, Tu hai provato l’angoscia del buio che scende. Tu sai: non solo perche, come Dio, sei onnisciente; ma anche perche, come Uomo, hai provato, hai sperimentato. D’accordo, per Te magari non vuol dir niente. Ma Tu ci hai creato, e sai che per noi fa differenza. Specie per noialtri “occidentali” (che aggettivo idiota!), che da un buon mezzo millennio abbiamo progressivamente abbandonato le speranze che riponevamo nella beatitudine eterna e ci siamo progressivamente orientati verso il possesso della potenza su questo mondo e dei beni di questo mondo: e che quindi, ogni giorno che passa e che ci avvicina al momento in cui ciascuno di noi dovra abbandonare questi beni, ci sentiamo sempre piu affondare nell’angoscia e nella disperazione; per non parlar degli altri, di quelli ai quali pochgi o nessun bene terreno ai riservato, e che vivono non solo nell’afflizione, ma anche nell’invidia e nella rabbia; o di quelli – e siamo quasi tutti, noi “occidentali” – che pur avendo avuto molti doni dalla vita si struggono per quelli che non hanno avuto o che sono stati dati agli altri.
Se penso ai sessantaquattr’anni passati su questa terra, Signore, sono tentato di pensare che tu mi abbia voluto particolarmente bene. Una vita piena d’interessi e di cose da fare, qualche buona soddisfazione, quattro figlie e tre nipoti tutti buoni e in salute, un pacchetto di sofferenze da sopportare le piu dure delle quali, a tutt’oggi, sono state una colonscopia senza conseguenze e l’estrazione di un molare. Ma penso agli altri, ai tanti che ho conosciuto e amato e che non sono piu., e che se ne sono andati precocemente e dolorosamente. Penso a un mio vecchio compagno di liceo, morto ventenne d’un tumore addominale dopo mesi di sofferenze; penso al mio amico Gabriele Truci, ventitre anni, brillante studente di filosofia e ufficiale d’aeronautica, venuto giu nel ’60 col suo Starfighter; penso all’amico fraterno Marco Tangheroni, spentosi cinquantottenne nel febbraio del 2004 dopo oltre trent’anni di dialisi e una trentina di operazioni chirurgiche, e lui si che credeva in Te e che Ti amava. Faccio solo tre casi, dei molti che potrei ora menzionare e che ben ricordo.  E penso anche alle vittime dello tsunami del giorno dopo Natale del 2004 e del terremoto del Lunedi di Pasqua di sei mesi dopo: penso a quelle date festive, a te consacrate, e non oso pensare che Tu abbia anche dello humour. Penso ai milioni di  morti senza nome: per fame, per guerra, per malattia. Ai tanti, ai troppi che fra loro erano del tutto innocenti: se non altro perche erano bambini, e fra loro troppi non avevano mai nemmeno visto la luce. E mi ripeto che se tu fossi Dio Eterno e Onnipotente che da sempre siede sugli abissi, tutto cio mi sarebbe meno incomprensibile: ma Tu hai percorso le strade di Galilea, Tu hai avuto pieta dei ciechi e dei lebbrosi, Tu sai che cosa vuol dire aver fame, aver paura, provar dolore.
Ma forse la Verita l’aveva colta mia nonna, negli ultimi giorni della sua esistenza terrena, quando ripeteva a chi veniva a trovarla: “Il Signore mi ha fatto l’onore di associarmi alle Sue piaghe”. Io, Signore, sono molto da meno di lei: io non vorrei mai che Tu facessi quell’onore anche a me, io prego di non esser costretto a bere da quel calice, eppure so che anche Tu hai pregato Te stesso come il Figlio prega il Padre, e non Ti sei esaudito, come un Padre che non ascolta la preghiera del Figlio. Non Ti capisco, Signore. Ma quando diciamo che i piu sofferenti sono quelli che Ti sono piu cari, penso a Marco Tangheroni; e mi sembra giusto e ovvio che Tu lo abbia amato con tutte le Tue forze, lui che del Tuo amore era cosi degno. Per questo, io che non ho mai sofferto dovrei, appunto per questo, tanto piu temere la Tua giustizia. Ma mia nonna mi ripeteva: “Dall’altra parte,quando sara l’ora, vedrai: ci sara la Madonna ad aspettarti”. Ed e quel che davvero spero, con tutte le mie forze.
Nell’attesa che venga il Tuo regno, ma con la speranza che non arrivi troppo presto, Tuo Franco
 
 
Prato, 14 maggio 2005

 

Franco Cardini