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Appunti

IL RITORNO DI MACHIAVELLI
 
Non era granche fortunato, Il Segretario Fiorentino. Niccolo machiavelli amava la politica: ma certamente la politica non amava lui. Nato nel 1469, quando il medieovo stava tramontando ma non se n’era ancora accorto nessuno, entro quasi trentenne, nel 1498, al servizio del governo fiorentino: erano passati i Medici, era tramontata le fiammeggiante cometa del Savonarola, ma la repubblica che il giovane studioso cercava di corroborare con i suoi esempi tratti dalla storia antica, alla ricerca d’una cifra obiettiva che ne palesasse le regole occulte e immutabili e la trasformasse in scienza esatta (un po’ come Leon Battista Alberti aveva fatto per l’architettura e Luca Pacioli per la matematica) non era nata ne forte, ne lungimirante.
Aveva sulla schiena quattordici anni d’indefesso servizio burocratico e diplomatico reso agli oligarchi repubblicani di Firenze allorche i Medici, rientrati nel 1512 a Firenze, lo epurarono senza complimenti e dopo averlo imprigionato e torturato come sospetto d’aver preso parte alla congiura del Boscoli. Dal suo esilio di Sant’Andrea in Percussina egli aspettava, implorando che gli lasciassero almeno voltolare un sasso, di giorno ingaglioffendosi all’osteria a giocar coi boscaioli e i carbonari e di sera tornando nella sua modesta ma abbastanza confortevole dimora, dove vestiva panni curiali e sedeva a colloquio con gli antichi e poneva loro domande sulla storia e sul mondo e loro per lor umanita gli rispondevano. Solo dopo il 1520 rientro un pochino nelle grazie dei nuovi detentori del potere, scrisse per loro e dedico loro i suoi trattati. Nonostante quel che aveva scritto nel Principe, dal canto suo non era ne “gorpe” (volpe) , ne “lione” (leone). Splendido teorico della politica, si barcamenava male nelle quotidiane esigenze. Mori nel 1527, poco dopo aver assistito alla nuova cacciata da Firenze di coloro che aveva faticato tanto a convincere di accettarlo come suoi nuovi padroni.
Ebbe dopo morto la fortuna che invano da vivo aveva atteso. Tanto nomini, nullum par elogium, si legge sulla sua tomba nel nostro Pantheon, in Santa Croce. Ma fu una fortuna ambigua, caratterizzata da una continua tensione – e relativi malintesi – tra “machiavellici” che predenvano a prestito i suoi trattati e la sua autorevolezza per legittimare nel nome della Realpolitik e della raison d’etat ogni infamia e “antimachiavellici” che lo trattavano da nuovo Lucifero corruttore delle coscienze dei sovrani e dei popoli; o da “tacitisti” che ne approvavano quella che ritenevano essere la cinica lezione ma non osavano proporlo a modello dato l’odor di zolfo che si tirava dietro e preferivano nascondersi dietro la piu austera fama di Tacito. Perfino Federico II di Prussia se la prese con lui, eppure, Dio sa se alte Fritz andava per il sottile quando si trattava di esercitare il potere. Solo a partire dall’Encyclopedie e dal Rousseau si fece strada quell’interpretazione “disincantante” del Machiavelli “repubblicano” che temprando lo scettro a’ regnatori gli allor ne avrebbe sfrondati e alle genti avrebbe svelato di che lacrime grondasse e di che sangue. L’interpretazione, mutatis mutandis, di Foscolo, e poi ancora di Gramsci: laddove il Cuoco ne aveva invece rivendocato il valore politico, e Hegel ne aveva visto un precursore dello stato etico.
Con queste premesse, l’assistere oggi a una Machiavelli-Renaissance puo parere strano. Quel che da parte mia mi piacerebbe segnalare sarebbe l’uscita del III volume della raffinatissima edizione delle Opere del Machiavelli nella perestigiosa edizione einaudiana della “Biblioteca della Pleiade”, sotto la guida d’un sempre straordinario studioso come Corrado Vivanti. E divertirmi (divertirvi) magari con l’esposizione di qualche scrittarello machiavelliano “minore”, come i Capitoli per una compagnia di piacere o, all’estremo opposto, l’Esortazione alla penitenza. Ma non posso: che la rozzezza e la violenza dei tempi ad altro m’inducono.
Il 17 maggio 2005, uno dei piu noti teorici statunitensi del pensiero neoconservatore e consigliere del presidente Bush, Michael Ledeen, ha discettato a Firenze sul Machiavelli, del quale e cultore; a colloquio con lui c’era il sindaco Leonardo Domenici, che ha il privilegio di calcare ogni giorno con i suoi passi le stesse pietre che mezzo millennio fa sostennero, in Palazzo della Signoria, i passi del Segretario Fiorentino.
E’ stato un incontro interessante, nel quadro di quell’iniziativa dedicata al “Genio Fiorentino” tenacemente voluta dal Presidente della Provincia, il giovane e dinamico Matteo Rensi.
Forse non si e detto granche di nuovo, in quella sede, sul pensiero del Machiavelli. Ma si sono imparate molte cose sull’uso politico che di lui, del suo pensiero e di un’interpretazione che fa centro sulla Realpolitik si sta facendo negli Stati Uniti d’America da parte di alcuni ambienti neoconservatori vicini alla Presedenza.
Machiavelli come alibi? Non sarebbe certo la prima volta, per quanto ci si possa stupire d’un’interprtetazione che sembra rinviarci a livelli presettecenteschi. Basta comunque dar un’occhiata al numero di marzo del 2004 della rivista “Palomar”, dove alle pp. 97-103 Daniela Coli fa il quadro  d’una politica statunitense affascinata da Machiavelli e da Hobbes, per farci comprendere a che punto e la notte. Intanto il numero del 23 aprile 2005 de “Il Domenicale”, il giornale culturalforzista di Dell’Utri, fa il punto sullo status quaestionis pubblicando un brano di Hans J. Morgenthau su Politica, male necessario, estratto dal volume L’uomo scientifico versus la politica di potenza (edito a cura della rivista culturalforzista “Ideazione”) dove il grande politicolo ebreo-tedesco influenzato da Weber e da Nietzsche e naturalizzato americano lancia i suoi strali contro scientismo, pacifismo, moralismo politico, internazionalismo umanitario, politiche di pianificazione sociale e buonismi d’ogni tipo nel nome del realismo politico e della “tragicita della condizione umana” che vorrebbe che l’uomo sia sempre lupo per l’uomo e che, pascalianamente, quando l’uomo si vuol far angelo per il suo simile divanga comunque bestia.
Che a questo mondo vinca il piu forte, e che oggi ci si debba piegare alla politica delle multinazionali e delle superpoptenze che ne sono comitato d’affari, lo sappiamo bene e ce ne siamo accorti:  per quanto non e poi detto che finisca cosi. Ma che per tutto questo si debba anche sottostare alle dotte caricature di Machiavelli, di Hobbes e di Nietzsche – mentre credevamo che il volontarismo fascista ce ne avesse vaccinati – davvero all’inizio del III millennio non ce lo saremmo mai aspettato. Ma, come si usa dire, al peggio non c’e mai fondo.
 
Franco Cardini