www.francocardini.net


Appunti

A tutti gli interessati.

Mi sono stati richiesti parecchi articoli su Michele Piccirillo, venuto a mancare a Livorno nella notte tra il 24 e il 25 ottobre 2008. Per il momento, ne sono usciti tre articoli, l’ultimo dei quali mi serve come “canovaccio” per ulteriori interventi. Ho buttato giu tutto “a caldo”, con errori (non solo di battitura) e inesattezze. Mi riservo di tornarci con maggior calma. Per il momento, non ho difficolta a mettere in rete questo materiale e a inviarlo a chiunque me lo richieda: ma non potra essere stampato che dietro mia specifica autorizzazione. FC

 

- RICORDO DI MICHELE PICCIRILLO – (“Il Tempo”, 27.10.2008).

Non c’e dubbio che invecchiare, e riuscire a invecchiar bene, sia un grande dono di Dio. Ma non c’e rosa senza spine. E’ triste, quando invecchi e te la cavi decorosamente, il vederti pian piano abbandonato dagli amici; e spesso da quelli migliori. Domenica 26 scorso stavo concludendo per una rivista storica un piccolo saggio in ricordo di un collega illustre ch’era soprattutto un amico fraterno, il medievista pisano Marco Tangheroni, venuto a mancare circa quattro anni fa; quando al telefono mi ha raggiunto la notizia della scomparsa d’un altro collega amatissimo e amico tra i piu cari: Michele Piccirillo, francescano di Gerusalemme e archeologo ammirato in tutto il mondo.

Coincidenza che mi ha commosso. Piccirillo, colpito inaspettatamente da una grave malattia, era venuto qualche settimana fa a curarsi a Pisa, nei dintorni della quale era quindi rimasto per la convalescenza: alcuni suoi aprenti risideono difatti nella vicina Livorno.

Invece, contro le nostre speranza che non parevano prive di fondamento, ci ha lasciato. Li, a pochi chilometri da un piccolo paese del Pisano, Perignano, dov’era nato all’inizio del secolo un altro grande archeologo che sarebbe stato a sua volta francescano a Gerusalemme, e maestro di Piccirillo stesso. Alludo a padre Bellarmino Bagatti, che si puo dire sia stato l’iniziatore dell’archeologia cristiana in Terrasanta e il cui lavoro Piccirillo aveva ripreso e completato. Mi e sembrato un segno divino che il discepolo sia venuto da Gerusalemme a morire proprio a pochi chilometri dal luogo di nascita del maestro, in una parabola cronologica ampia piu di un secolo.

Mi riesce difficile abituarmi all’idea che Michele non sia piu tra noi. Da ormai oltre un trentennio frequento assiduamente e per periodo spesso abbastanza lunghi Gerusalemme e la Terrasanta, dove mi conduce il mio lavoro di studioso dei pellegrinaggi e delle crociate. Piccirillo stava umilmente in una piccola cella dell’Institutum Biblicum Franciscanum, a sua volta ospitato nel convento francescano della Flagellazione, sulla Via Dolorosa, entro le mura della citta vecchia di Gerusalemme. Amavo restare la, ospite dei frati, piuttosto che scendere in un albergo. Una volta, qualche anno fa, arrivai di sorpresa e mi presentai alla porta della sua cella-studio: erano molti mesi che non ci vedevamo, ne egli sospettava del mio arrivo. Mi sorprese, mi diverti e mi commosse la sua accoglienza. Stava lavorando al computer. Alzo appena gli occhi, m’indico un angolo della stanza che del resto mi era ben noto e dov’era installato un piccolo fornello elettrico e mi disse. “C’e del caffe sul fuoco”. Cosi, come se ci fossimo lasciati il giorno prima.

Era nato nel 1944 a Carinola, presso Caserta: e quando tornava a casa per qualche breve visita, non mancava mai di rientrare a Gerusalemme carico delle mozzarelle freschissime della sua terra. Come facessero ad arrivare fresche e a passare attraverso i controlli israeliani, non l’ha mai capito nessuno. Ma il fatto e che Michele girava tranquillamente tra Gerusalemme, Tel Aviv, Damasco e Amman: e lo faceva di continuo, per i suoi studi, salvo i momenti di vera e propria guerra guerreggiata. Conosceva guardie, gendarmi, doganieri di tutti i paesi. E non solo loro, del resto. Era amico di ministri e di governanti; trattava con grande amicizia la famiglia reale giordana ed era amico di molti eminenti uomini politici israeliani. Quando papa Giovanni Paolo II visito la Terrasanta e si arrampico fino al Monte Nebo, l’altura giordana da dove la leggenda vuole che Mose ammirasse la Terra Promessa prima di chiudere gli occhi, Piccirillo gli fece da guida. Una foto dei due dinanzi al panorama del deserto fece il giro del mondo, accompagnata da una battuta: “Ma chi e quell’anziano signore vestito di bianco accanto a padre Piccirillo?”. Michele ne sorrideva, ma ne era compiaciuto: sapeva molto bene di essere famoso.

Aveva scoperto, in oltre quarant’anni d’attivita archeologica, decine di chiese protocristiane erette fra V e VII secolo nei territori siriano, libanese, giordano e israeliano. I mosaici da lui riportati alla luce corrispondono a centinaia di metri quadrati d’opere d’arte di valore inestimabile.

I giorni passati con Michele sotto il sole del deserto e sotto il cielo di Gerusalemme sono stati tra i piu belli della mia vita. Lo ricordero per sempre cosi, come una volta nel deserto giordano, presso una fonte d’acqua freschissima alla quale eravamo arrivati in Land Rover per rifornirci: attorniato da una torma di bambini beduini, mentre distribuisce grappoli d’uva e gioca con loro. Alla scomparsa di uomini come lui non ci si rassegna. Gente come lui non puo sparire. Arrivederci, Michele: tu sei una delle prove che deve esistere la Vita Eterna.

Franco Cardini

- MICHELE PICCIRILLO – (“Quotidiano Nazionale”, 26.10.2008)

Ho qui dinanzi a me, sulla mia scrivania, un libro splendido, edito lo scorso anno in collaborazione tra la Custodia di Terrasanta, il Centro di Ricerca Atlas e la Regione Piemonte. Lo considero con malinconia e con una punta di rimorso. Giaceva da mesi sul mio scrittoio e avrei dovuto recensirlo da tempo. Ma rimandavo. Il tempo turanno, ohime: lo sanno tutti.

Si tratta de La nuova Gerusalemme. Artigianato palestinese al servizio dei Luoghi Santi, di Michele Piccirillo. Un libro affascinente almeno quanto strano: se non altro a chi non conosce certi luoghi e certe genti.

Da secoli gli artigiani palestinesi, anche musulmani ma soprattutto cristiani, usano i materiali della loro terra – il legno d’olivo delle loro colline, la madreperla delle loro coste – per costruire dei modellini della basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Si tratta di oggetti raffinatissimi, qualcuno un vero e proprio capolavoro: e per lunghi anni sono stati tra i principali cespiti d’entrata dei palestinesi della giudea, soprattutto di Betlemme, insieme con i presepi e i rosari anch’essi di legno d’olivo. Ma negli ultimi tempi i posti di blocco e il “muro” hanno strangolato quella fragile, delicata economia.

Michele Piccirillo, francescano di Gerusalemme, storico e archeologo noto in tutto il mondo, studiava da molti decenni le vicende dei monumenti che costituiscono i Luoghi Santi di Terrasanta: e aveva al suo attivo gia molte decine di pubblicazioni. Ma non c’e lavoro di studioso, per appartato che sia, che non finisce prima o poi per venir almeno sfiorato dall’ala del suo tempo. Turismo e artigianato palestinese per ovvi e noti motivi in questi mesi languono, e molte famiglie di artigiani da tempo legate alle vicende della Custodia Francescana di Terrasanta versano in pesanti difficolta. Padre Piccirillo non aveva esitato un istante a raccogliere le forze, sintetizzare in questo libro la storia dei monumenti di Terrasanta e accompagnarla a una generosa e documentatissima immagine su una realta artigianale che non deve sparire, su tanta gente che ha il bisogno e il diritto di essere aiutata.

Questo bel libro e stato l’ultima fatica scientifica di Michele Piccirillo: frate francescano di Gerusalemme, archeologo, storico, docente universitario di archeologia biblica, studioso amato e ammirato in tutto il mondo. Era nato a Carinola presso Caserta nel 1944; entrato giovanisimo nell’Ordine e trasferito in Terrasanta, divenne uno degli allievi prediletti di colui che a buon motivo puo essere considerato il fondatore e il decano degli studi archeologici e filologici della Terrasanta cristiana, il francescano Bellarmino Bagatti, nativo di Perignano presso Pisa. Piccirillo riprese e continuo con rigore filologico e allegro entusiasmo l’opera del padre Bellarmino, che venne a mancare ultraottantenne non pochi anni or sono. A suo agio con le autorita israeliane come con quelle siriane e giordane (era ottimo amico della famiglia reale ashemita di Giordania), Michele Piccirillo ha studiato instancabilmente una vastissima area del Vicino Oriente, dalle “citta carovaniere” di Gerash e di Umm ar-Razas al Sinai, scoprendo e restaurando decine di chiese cristiane soprattutto dei secoli VI-VIII e salvando dall’oblio e dalla distruzione centinaia di metri quadrati di tappeti musivi. Sua e stata la creazione, sul Monte Nebo in Giordania (l’altura dalla quale tradizionalmente Mose contemplo la Terra Promessa prima di passare da questa vita), di un autentico santuario-museo, che al tempo stesso ha rivitalizzato la basilica costantiniana a Mose appunto dedicata nel IV sec. d.C. e vi ha cerato attorno un deposito museale di mosaici di stupefacente bellezza.

Venuto alcune settimane fa a Pisa, per curare una grave malattia repentinamente insorta, Piccirillo e venuto invece a mancare nella notte tra il 25 e il 26 scorsi. Martedi 28, a Livorno, avrebbe dovuto intervenire a una serata dedicata alla storia dell’Ordine templare, insieme con il vescovo di quella citta; tra pochi giorni, il 6 novembre, avrebbe dovuto inaugurare a Firenze, nel Salone dei cinquecento, un convegno internazionale dedicato all’archeologia crociata. Due appuntamenti che avrebbero dovuto vederlo protagonista e che, invece, saranno alla sua memoria dedicati.

Franco Cardini

- RICORDO DI MICHELE PICCIRILLO –

(preparato, con alcune varianti, per molte testate che mi hanno chiesto una “memoria” al riguardo)

La cultura europea, la Chiesa cattolica e il mondo vicino-orientale hanno subito purtroppo nei giorni scorsi una grave perdita. Michele Piccirillo, storico e archeologo dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, e venuto a mancare a Livorno il 25 settembre 2008. Era venuto in Italia alcune settimane fa, epr curare una grave malattia repentinamente insorta. Le prospettive cliniche non erano sfavorevoli; ma purtroppo il decorso operatorio ha deluso crudelmente le nostre speranze.

Michele Piccirillo se n’e andato a sessantaquattr’anni, e le necrologie dei giornali hanno sostenuto concordi che la sua e stata una scomparsa “immatura”. La vita si e senza dubbio allungata di parecchio, negli ultimi tempi: e tuttavia, si puo davvero sostenere che un ultrasessantenne sia poi cosi giovane per morire?

Stando alle statistiche, si. Ma qui le statistiche non c’entrano. Il fatto e che Michele ha riempito la sua vita di tante cose, di tanti tesori, di tanta luce, che tutto sembra esser passato in un attimo. E non ci si rassegna all’idea che sia morto. E pensando a quel che ha realizzato, a quel che ha scritto, a quel che ha scoperto, a quel che ha vissuto, si ha la sensazione che sia ancora tra noi, che non posssa andarsene, che non sia morto. Che non morira mai. Che sia immortale.

Era nato a Carinola di Caserta, nel 1944. Era legatissimo al suo bel paese natale, alla sua numerosa e rumorosa, cordialissima famiglia: e, quando tornava da Carinola a Gerusalemme, al suo convento della Flagellazione dove aveva sede lo Studium Biblicum Franciscanum, non mancava mai di portarsi dietro una bella valigiata di mozzarelle fresche del suo paese. Ma non dimenticava mai di essere uno studioso: e, per meglio onorare Carinola, le dedico la preziosa edizione del diario di viaggio che alla fine del Trecento era stato scritto da un suo concittadino, il notaio Nicola Martoni, che aveva peregrinato fino a Gerusalemme.

L’interesse per la storia del pellegrinaggio alla Citta Santa e per gli edifici sacri di essa, a cominciare dalla basilica gerosolimitana della Resurrezione e per l’edicola del Santo Seplocro ch’essa custodisce, era una parte cospicua del suo lavoro di storico, di filologo e di archeologo; aveva mutuato tale interesse dal suo Maestro, padre Bellarmino Bagatti, attento editore di testi trecenteschi di pellegrinaggio come quello del suo confratello francescano, Nicolo da Poggibonsi. E allo studio della storia della basilica affiancava anche quello della devozione dei Luoghi Santi in Occidente, dove la grande chiesa detta “del Santo Sepolcro” era stata piu volte riprodotta, specie in eta medievale, in piu modi e fatta oggetto di un culto sostitutivo del pellegrinaggio. Questo specifico aspetto della spiritualita cristiana occidentale lo aveva molto attratto specie negli ultimi tempi: e in tale studio lo aveva affiancato una sua brillante allieva italiana, Renata Salvarani. L’ultimo libro di Michele Piccirillo parla proprio di questo, ed e un libro curioso oltre che prezioso: il suo principale argomento, difatti, e costituito dai modellini in legno d’olivo e madreperla della chiesa e dell’edicola del Sepolcro, da sempre gloria dell’umile e raffinatissimo artigianato dei palestinesi soprattutto di Betlemme. Ora che le circostanze politiche hanno reso tutto piu duro, e che il turismo langue, quell’artigianato rischia di eprdersi e con esso rischia di svanire la prosperita di tante famiglie, al maggior parte cristiane, ma anche musulmane. Il libro di Michele era destinato a far conoscere questo problema, a sostener quegli artigiani, a far sopravvivere quella tradizione.

E’ solo un esempio, tra i molti che si potrebbero fare, di una passione scientifica e intellettuale che non era mai andata disgiunta dall’impegno sacerdotale, dall’apostolato francescanamente inteso anzitutto come testimonianza, da un coraggio civico che talvolta gli aveva procurato anche qualche problema nella difficile situazione della Gerusalemme dei tempi d’oggi. Piccirillo era uomo di carita, ma odiava il compromesso e amava la verita: non era dunque raro che entrasse in polemica con chiunque cercasse di adulterarla.

Eppure, non aveva nemici: al contrario. Lavorava in un ambito geografico amplissimo, tra Israele, Libano, Siria, Giordania e anche Egitto. Circolava sempre liberamente, anche nei tempi di tensione: conosceva tutti ai passi di confine e ai posti di blocco; era amico di uomini politici arabi e di uomini di governo israeliani e li trattava da pari a pari, era di casa alla corte del re di Giordania, era stato amicissimo dell’indimenticabile re Hussein e molti membri della casa reale avevano imparato da lui gli elementi di base della storia e dell’archeologia.

Ma insomma, chi era Michele Piccirillo?

Per rispondere adeguatamente, sarebbe necessario fare la storia della prestigiosa Custodia Francescana di Terrasanta, che dalla meta del Trecento opera nel Vicino Oriente facendo opera di testimonianza cristiana e di carita, studiando, assistendo i cristiani locali, i pellegrini, gli ammalati, e mantenendo al tempo stesso relazioni strette e cordiali con le comunita cristiane locali, con gli ebrei, con i musulmani.

A partire dai primi del secolo scorso, il lavoro scientifico in seno alla Custodia e andato precisandosi e facendosi piu rigoroso. Merito precipuo di cio e stato di una splendida pattuglia di frati studiosi e avventurieri, veri e propri pionieri dell’archeologia cristiana di Terrasanta. Loro guida un francescano nato presso Pisa, Bellarmino Bagatti, vissuto tra 1905 e 1990. studioso straordinario dell’archeologia del Nuovo Testamento, delle comunita giudeo-cristiane, del cristianesimo vicino-orientale dell’eta patristica. Accanto a lui, si dovrebbe fare una lunga serie di nomi: i padri Corbo, Alliata, De Sandoli e tanti altri, che hanno gestito nei molti e non sempre facili decenni del secolo scorso, e continuano a farlo, una quantita incredibile di scoperte in campo archeologico e storico.

Michele Piccirillo, arrivato giovanissimo in Terrasanta, fu l’allievo prediletto di padre Bagatti. A Piccirillo si deve la scoperta di una quantita di chiese protocristiane soprattutto dei secoli V-VIII in tutto il Vicino Oriente e addirittura di un’intera, favolosa citta carovaniera “perduta”, Castrum Mefa’a, quella che per gli arabi era Umm ar-Razas. L’aspetto piu affascinante e per cosi dire scenografico delle scoperte di Piccirillo e costituito da centinaia di metri quadrati di prezioso tappeti musivi, la pubblicazione dei quali lo ha reso famoso in tutto il mondo. Un bellissimo libro di Michele pubblicato nel 2002, L’Arabia cristiana. Dalla provincia imperiale al primo epriodo islamico (Jaca Book), testimonia questo ciclopico lavoro.

Nel 2000, grazie alla volonta incrollabile di un altro splendido e compianto amico, Marzio Tremaglia ch’era allora assessore alla cultura della Regione Lombardia (il migliore che ci sia mai stato, per unanime parere di tutti), organizzammo con Michele una grande mostra sulla Terrasanta a Palazzo Reale, a Milano. Fu uno straordinario, autentico successo.

Ma il suo capolavoro e stato il cantiere del Monte Nebo, l’imponente sperone roccioso che domina il deserto giordano, le “steppe di Moab”, e dal quale si domina il meraviglioso oasi creato dal Giordano che si getta nel Mar Morto. Da li, nelle sere limpide, si scorgono da lontano le luci di Gerusalemme.

Fu dal Nebo (il “Monte del Profeta”, in arabo al-Jabal an-Nabi) che secondo la tradizione il profeta Mose contemplo prima di chiudere gli occhi la Terra Promessa. Li, in eta costantiniana, sorse una grande basilica a lui dedicata. Padre Piccirillo stava lavorando da molti decenni a far rinascere quella basilica: ne aveva fatto uno splendido santuario-museo, attorno a cui aveva raccolto decine e decine di mosaici restaurati e accanto al quale aveva organizzato un convento-ospizio-laboratorio-biblioteca sotto la vigna adiacente al quale, nelle sere d’estate, ricordo di aver consumato con Michele molte lunghe, semplici, bellissime cene spesso allietate dalle mozzarelle di Carinola, dal pecorino e dal vino che ci eravamo portati dalla Toscana (coincidenza: un grande amico di Michele e mio, padre Rodolfo Cetoloni, e diventato vescovo di Pienza e di Montepulciano, capitali appunto del cacio e del vino rosso...). Ricordo estati bellissime di molti anni fa al Monte Nebo, insieme con tanti amici come Guido e Anna Vannini, Francesco Bandini, Luigi Marino, Massimo Papi e altri che sarebbero tutti degni d’esssere ricordati ma che sarebbe qui lungo richiamare uno per uno; una volta, venne con noi anche mia figlia Chiara, allora diciannovenne. Con Chiara tornai piu tardi una volta a Gerusalemme, insieme con suo figlio ( e mio nipote) Dario, che di Michele divento grande amico. E con Michele incontravo i miei due fraterni amici ebrei di Gerusalemme, Simonetta della Seta (oggi diretttrice dell’istituto di Cultura di Tel Aviv) e suo marito Massimo Torrefranca, ai quali debbo una cena di seder ch’e e restera per sempre fra i piu bei ricordi della mia vita.

Fu proprio al Nebo che una sera d’inizio settembre di non pochi anni or sono, tardi, davanti all’ultimo goccio di vino prima di andar a dormire (al mattino, verso le sei, ci svegliava il rombo di due caccia israeliani ai quali avevamo ormai fatto l’abitudine), dissi a Michele che se mi sarebbe stata concessa una vita abbastanza lunga e avessi potuto scegliere un posto dove trascorrere gli ultimi anni della mia vecchiaia, quello sarebbe stato proprio li, sulla montagna di Mose, vicino alla sua uva e ai suoi mosaici. Gli chiesi: “Mi aiuterai a venir qui? Guarda che dico sul serio”. Mi guardo, sorrise e rispose: “Bisogna andare dove Dio ci manda”.

Dio ha disposto che lasciasse questa vita qui, nella mia Toscana, a pochi chilometri dal paese di Perignano dove, piu di un secolo fa, era nato il suo Maestro Bellarmino Bagatti. Che gran tessitore di trame esistenziali, che gran romanziere, e il Signore! Ma le spoglie di Michele torneranno la, a Gerusalemme.

A Natale, se Dio vorra, andro a trovarlo nel piccolo cimitero francescano del convento di San Salvatore, nella cerchia delle antiche mura di Gerusalemme, a un tiro di sasso dalla basilica del Santo Sepolcro. Preghero per lui, e preghero lui che preghi per me. Saranno con me i miei due nipoti, Dario di diciassette anni che l’ha conosciuto e Lorenzo di tredici che non ha fatto in tempo ad aver quel privilegio. Parlero loro di Michele: spieghero loro chi era. Un uomo, un sacerdote, un vero figlio di Francesco d’Assisi. Un cristiano.

Franco Cardini