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Appunti

- OMAGGIO A FEDERICO I DI HOHENSTAUFEN, IL “BARBAROSSA”, 5/10/2009 -

Amaro prologo teratologico-cinematografico. Venerdi 2 ottobre 2009, al castello Sforzesco di Milano, una si fa per dire eletta platea si fa per dire onorata dalla presenza del gotha della Dittatura del Berluskariato ha funto da si fa per dire splendida cornice al kolossal diretto dal regista Renzo Martinelli e coprodotto con la RAI (quindi anche col danaro pubblico), Barbarossa. Si è tuttavia segnalata l’assenza, buon per loro, degli indignatissimi Barbapapà, Barbarella e Barbarzò; brillava per assenza anche il celebre “Barbarossa” principe corsaro del Cinquecento, il kapudan pasha Khair ed-Din, contro il quale però il Martinelli ha lanciato una terribile fatwa cinematografica minacciandolo di punirlo girando in odio all’Islam un nuovo film, dedicato all’assedio ottomano di Vienna del 1683. Al peggio, com’è purtroppo noto, non c’è mai fondo.

Intendiamoci: non posso parlare del film in sé, perché non sono un critico cinematografico e perché non l’ho visto. Posso dire qualcosa attraverso quello che ho letto e sentito dai mass media e dai testimoni oculari. Né posso toccare il tema del suo valore artistico, che non sarei comunque in grado di giudicare. Vorrei limitarmi a qualche considerazione storica.

E’ ovvio che a un film non si richiede mai una scrupolosa fedeltà alla storia: Un film non é né un seminario universitario, né un documentario didattico. Dovrebbero tuttavia, in un film che si predenta come storico, essere evitati i fraintendimenti gravi, le truffe interpretative. Alla Prima di Gala, erano presenti Bossi e Berlusconi. Sono o dovrebbero essere esponenti di due modi differenti di leggere quei lontani avvenimenti del XII secolo: ma a quanto pare sono entrambi profondamente ancorati a una visione e a una ricostruzione di essi fornita durante il Risorgimento italiano, in chiave patriottica e, allora, antitedesca; e riadattata in senso leghista. Una ricostruzione che resta vecchia e maldestra, alla Berchet e alla Carducci: alla quale si sottrasse appena in tempo Massimo D’Azeglio, più onesto intellettualmente di loro. Del resto, il lussuoso Placard del film ne qualifica a una prima occhiata la qualità storica: le effigi del Barbarossa-Hauer e l’Alberto di Giussano sono separate da una pittoresca daga stile Tolkien-Conan sulla cui guardia si legge, in improbabili caratteri gotici, “Federicus imperator”. A chi avesse scritto il suo nome così anziché nella forma Fridericus, l’imperatore avrebbe fatto tagliare la mano destra. Il sovrano, poi, è barbuto, come si conviene a chi era stato in pellegrinaggio e in crociata: ma lo è anche Alberto da Giussano, e qui casca l’asino (appunto!), perché nel XII secolo in Occidente la barba non la portava quasi nessuno, come sapeva lo scultore Butti che effigiò la statua in bronzo di Alberto e come non sanno i cinematografari leghisti. Gli specialisti litigano ancora discutendo se davvero ce l’avesse Francesco d’Assisi, che non aveva nemmeno dieci anni quando il Barbarossa uscì dalla scena di questo mondo: figurarsi. Ma queste sono quisquilie. Il fatto è che la storia raccontata dal film è profondamente falsa. A parte il giuramento di Pontida che forse non ci fu mai e Alberto da Giussano che fu inventato nel Trecento, il mostrare il Barbarossa come una specie di “dittatore centralista”, per giunta “straniero”, che spietatamente impone il suo tallone di ferro e le sue ruberie fiscali a un popolo oppresso il quale alla fine giustamente si ribella, è semplicemente ridicolo.

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