 |
 |

Appunti
APPELLO NATALIZIO 2007
A TUTTI GLI INTERESSATI
Care Amiche, Cari Amici,
ho constatato con molta sorpresa che il mio sito e alquanto visitato: e spero lo sia, almeno in prevalenza, da persone che hanno una qualche simpatia e considerazione nei miei confronti.
Vi invio pertanto una segnalazione e Vi chiedo collaborazione e aiuto.
Nel 2007 e ripresa, sotto la mia direzione, la pubblicazione del quadrimestrale “La Porta d’Oriente”, che gia usciva per un editore barese e che ha adesso ripreso le pubblicazioni con l’editore romano Pagine, Via G. Serafino 8, 00136 – Roma, tel. 06-45468600, e-mail info@pagine.net
La rivista e nata alcuni anni fa come organo dell’Associazione Europe Near East Center (ENEC, un sodalizio senza scopo di lucro e creato per studiare il Vicino Oriente, attuarvi iniziative umanitarie e organizzare viaggi di studio. Ad essa si e poi aggiunto il Centro Dia-Leghein di Firenze, un sodalizio che liberamente lavora per il dialogo interreligioso e interculturale accogliendo collaboratori di qualunque fede religiosa (o di nessuna fede) e credo politico. La rivista e assolutamente libera e indipendente, vuole restarlo e per questo non ha finanziamenti.
Vorrei invitare tutti gli interessati a prenderne visione, a leggerla e, se interessati e dotati di una qualche competenza, a collaborarvi. E’ molto importante altresi, per mantenerla in vita e salvaguardarne la liberta, che essa raggiunga un livello adeguato di abbonamenti, unico mezzo sicuro di autofinanziamento. Posso chiederVi un appoggio personale al riguardo?
La rivista parla di Oriente; e di Orienti. In tutti i sensi: letterario, culturale, antropologico, storico, artistico, economico, sociale, religioso, politico. E’ una RIVISTA D’INCONTRO: il che vuol dire che non ci sono censure e che ognuno e libero di scriverci quel che vuole (unici limiti: le leggi vigenti, l’equilibrio, la qualita di scrittura, la competenza). Quando una tesi presentata non piace a qualcuno ed egli vuole ribattere proponendone un’altra, cio avviene immediatamente, appena lo spazio sulla rivista lo consente. Su questo avete la mia parola d’onore: specie se la pensate in modo opposto a me. Le contestazioni alle mie tesi sono le benvenute. Il tutto in pieno spirito di serenita e di lealta reciproca.
Gli articoli dovrebbero avere una lunghezza media di 5000-1000 spazi, piu o meno, con poche e brevi note se necessarie e un’eventuale breve bibliografia. Per le schede librarie, e preferibile la lunghezza di 1000-2000. spazi. Potete liberamente contattarmi per approfondire il discorso o inviare materiale al mio indirizzo e-mail: franco.cardini@sumitalia.it
Cordiali saluti e auguri di un felicissimo 2008.
CELEBRARE IL NATALE?
Poiche, fiorentino di nascita, sono attualmente cittadino pratese (e a Prato che sono riuscito a comprare una casetta: a Firenze i prezzi erano e restano per me troppo alti), e poiche amo Curzio Malaparte, sarei tentato di parlare in termini stupiti ed altamente elogiativi del suo breve scritto del 1954, La commedia del Santo Natale, e soprattutto di elogiarne la freschissima e bruciante attualita. Vorrei tuttavia poter prendere cristianamente le distanze dalla durezza, dalla violenza, diciamo pure dalla ferocia di quelle parole, nelle quali tuttavia ritrovo appunto il Malaparte che piu amo, quello implacabile e paradossale.
Invece, purtroppo, non posso. Non posso parlare di attualita di quello scritto di oltre mezzo secolo fa, perche oggi le cose sono incommensurabilmente peggiorate e perche il mio Malaparte si e rivelato, in esse e non solo in esse, pessimo profeta: pessimo perche ottimista. E non riesco, anche se come cristiano cattolico me ne vergogno e ne chiedo perdono ai lettori, a dissociarmi da quella violenza.
Qualche settimana fa ho scritto su questo giornale un articolo sul recente volume di Sergio Luzzatto dedicato a Padre Pio. Alcuni miei fratelli in Cristo d’un gruppo di preghiera devoto al santo di Pietrelcina hanno protestato, definendo quell’articolo “ignobile”. Ritengo che ne abbiano gravemente frainteso il tono, ma ne chiedo ugualmente scusa: quando si fa l’insegnante e si scrive sui giornali da oltre quarant’anni, se si viene fraintesi la colpa risiede senza dubbio in gran parte nella nostra incapacita di comunicare correttamente e di farsi chiaramente intendere. Non oso tuttavia pensare, a questo punto, quel che penseranno di me quei buoni cattolici grossetani e altri bravi e virtuosi come loro. Debbo essere davvero diventato un pessimo cristiano, se nel dolce tempo natalizio la rilettura del “maledetto toscano” Malaparte mi ha suscitato i pensieri che sto per esporre.
Curzio Malaparte aveva la fortuna di vivere ancora, quando scriveva, in un’Italia umile e pulita: un’Italia ancora largamente cristiana, nonostante avesse passato la tragedia della guerra e molti milioni d’italiani – senza dubbio rimasti nella stragrande maggioranza profondamente cristiani nel loro intimo – aderissero a un partito ufficialmente ateo e per questo scomunicato dalla Chiesa. Poveri ma bell era il film che di li a due anni avrebbe furoreggiato nelle sale cinematografiche italiane: e i giornali cattolici lo avrebbero accolto molto severamente, per via di quella Marisa Allasio le curve della quale straripavano dappertutto. L’ho rivisto di recente, alla TV, in una di quelle notti in cui noi anziani non riusciamo a dormire: e ci ho ritrovato intatto il sapore dei miei sedici anni di allora. Eravamo anche Poveri ma Buoni.
Malaparte aveva tuttavia visto giusto: solo che stava saltando le fasi intermedie e arrivando alle conseguenze estreme, che egli presentava come gia in atto e inevitabili. “Le processioni dei falsi devoti servono soltanto a nascondere questa terribile verita: che gli uomini non sono piu cristiani, che Cristo e morto nell’anima dei suoi figli, che l’ipocrisia e discesa nella politica, fin nella vita sociale, familiare, individuale...”. Ohime, mio caro Curzio, magari fossimo ancora a questo punto; magari si trattasse soltanto d’ipocrisia. “Non facciamo nulla per impedire la sofferenza, la miseria, il male, il delitto, la violenza, la strage. Stiamo cheti e zitti...”: certo, era cosi a meta degli Anni Cinquanta. Ma c’era la “guerra fredda” in atto, molte cose non si sapevano, eravamo usciti da meno d’un decennio da un conflitto terribile e da una irrimediabile, umiliante sconfitta. In parte ci ritenevamo innocenti del male del mondo, ed entro certi limiti avevamo ragione; in parte ne ignoravamo l’intensita, la profondita, l’indicibile portata. Eravamo poveri, deboli, disinformati, ancora politicamente molto ingenui. Eppure c’impegnavamo: nella ricostruzione, nel lavoro, nella passione che per molti di noi era anche politica. Ricordo il fervore dell’Azione Cattolica di quegli anni; rammento le discussioni animatissime, in Piazza della Repubblica, dove tutte le sere, di fronte al “Chiosco degli Sportivi”, si parlava non di sport ma di politica, e dove magari volava anche qualche cazzotto. Ma erano cazzotti puliti, tra gente povera che lavorava ma che sinceramente era democristiana, socialista, comunista, liberale, fascista: che s’impegnava, che voleva sul serio un mondo migliore.
Inguaribile ottimista, il vecchio Curzio. S’immaginava che “i nostri bambini di allora” (quindi quelli che nel ’54 avevano piu o meno dagli zero ai dieci anni: quelli che ormai viaggiano tra i cinquanta e i sessant’anni), se non si fossero corretti, sarebbero divenuti un giorno “poveri corpi straziati, abbandonati nel fango rosso d’un campo di battaglia”. Ma quella era l’immaginazione di uno che aveva fatto due guerre mondiali, ch’era stato un fascista sincero e anticonformista e che di li a poco avrebbe – ancora una volta: profeticamente? – “scoperto” la Cina rivoluzionaria, con la sua durezza e le sue infinite, straordinarie potenzialita delle quali allora era quasi scandaloso parlare all’interno dello stesso Partito Comunista. Era un uomo scomodo: e lo aveva gia provato con il libro e il film del ’51, Il Cristo proibito, una spietata denunzia delle vilta e delle ipocrisie che talvolta fanno pensare a tanti di noi che Gesu sia morto sulla croce invano, che il progetto cristiano sia – a guardarlo oggi, duemila anni dopo – totalmente fallito e che non sia possibile per il genere umano redimersi.
Ma Curzio non aveva ragione e non aveva azzeccato la sua profezia. Non c’e stata nessuna guerra che abbia distrutto i bambini degli Anni Cinquanta, anche se qualche volta ci siamo andati vocino. Al contrario: ci sono stati il boom economico, il benessere diffuso, e con esso prima quella che il sociologo Sabino Acquaviva defini L’eclisse del Sacro, quindi la forse resistibile, ma comunque vittoriosa avanzata in tutto l’Occidente d’un materialismo ben piu volgare e ottuso di quello dialettico gli effetti politici del quale (cioe il comunismo) si temevano a meta secolo. Anzi, con il crollo dell’Unione Sovietica e gli anni venuti immediatamente dopo ci siamo andati convincendo che il mondo fosse avviato verso nuove, luminose prospettive: da qui la vittoria della “liberta” individuale, destinata a non conoscere piu limiti; la cancellazione, appunto, di quella “cultura del limite” che costituiva la sostanza della convivenza tra persone e gruppi e che salvaguardava dall’egoismo, dall’arbitrarieta e dalla fame illimitata di beni di consumo e di visibilita mondana, di successo, che oggi ci divorano; l’arrogante convinzione che questo, il “nostro Occidente”, fosse il migliore e piu giusto dei mondi possibili, e con essa l’incapacita (o la non-volonta) di scorgere le sofferenze del mondo al di fuori di noi, la fame, l’ignoranza, al miseria e le malattie che dominano i quattro quinti del mondo. E ora che molti di questi nodi sono venuti al pettine, ci vediamo costretti ad assistere alle blasfema arroganza di chi sostiene di essersi riscoperto “cristiano” e pretende addirittura di definir “nuove guerre sante” le sue guerre d’aggressione tese a depredare ancora di piu il mondo o a difendere i nostri privilegi a costo di calpestare i diritti e le speranze altrui.
E’ questo mondo, nel quale l’ateismo pratico (magari autodefinito come “ateismo devoto”) trionfa in tutta la sua protervia, questo mondo di sprechi inutili nel quel i poveri non solo sono disprezzati, ma vengono addirittura perseguitati, che celebra con i suoi alberi di Natale rilucenti e i suoi centri commerciali (affollati, nonostante la “crisi”...), la nascita d’un Cristo che viene ancor piu vilipeso dal fatto che, ormai, lo si chiama in causa come pretesto per legittimare le infamie e giustificare le violenze. Ma il Bambino di Betlemme viene oltraggiato e ricrocifisso ogni giorno: e Lui che vive nel povero extracomunitario che si vorrebbe cacciare dalle opulente cittadine venete perche non ha un reddito sufficiente, e Lui che isoliamo nel ghetto dei campi Rom, e Lui che i migliori di noi (attenzione: i migliori) umiliano sulle porte delle chiese allungandogli pochi spiccioli con disprezzo, senza amore, senza nemmeno guardarlo in faccia, e con cio mettendosi magari in pace con la loro coscienza.
Il povero prete sognato da Curzio poteva dire: “Se il mondo soffre e anche per colpa vostra, che non osate difendere la giustizia e la bonta, e avete paura d’esser cristiani fino in fondo!”.
Io sogno oggi un altro prete: uno che ricordi che il Natale e la festa del Salvatore del Mondo, non dell’opulenza e quindi dell’ingiustizia; uno che proibisca a tutti i cattolici di celebrarla se non nell’intimita della liturgia della Chiesa, nell’affetto per la famiglia e gli amici, nella carita verso chi soffre; che imponga loro l’obbligo della vera carita e proibisca invece qualunque ostentazione di ricchezza, qualunque spreco che offende, anche nelle piu piccole cose, chi oggi al mondo sta morendo perche le multinazionali gli rubano l’acqua e gl’impediscono di curarsi l’AIDS; che ci obblighi tutti a uscire allo scoperto e a contarci, a renderci conto che i cristiani autentici nel mondo sono ormai un’infima minoranza e che il resto e riempito dalla retorica, dall’ipocrisia, dal conformismo e dall’arroganza. Il Cristo non sa che farsi delle dimostrazioni di rispetto e d’affetto degli atei; non e un agente di vendita; non abita nei centri Commerciali e nei Supermarkets nei quali si celebrano le tristi liturgie dell’ingiustizia e del profitto.
No, caro Malaparte. Sbagliavi. Tu hai scritto: “Questo Bambino, che e nato per salvare il mondo, ha schifo e pieta di voi”. L’umanita resta la prediletta da Chi e morto per essa: Egli non puo averne schifo; pieta si, certo, ma in un modo differente da come la concepivi tu, che implicava un forte disprezzo. Il Cristo ci ama tutti, ancora e nonostante tutto. Ma siamo noi che non possiamo piu continuar a offenderLo e a dileggiarLo con i riti macabri del disprezzo del Suo messaggio travestiti da amore e da rispetto; non possiamo piu continuar a festeggiare la Sua nascita profanando di fatto il Suo nome e il Suo messaggio. Smettiamo di bamboleggiare con quella che ormai abbiamo ridotto a una fiaba alla Walt Disney; piantiamola con i Santa Klaus vestiti con i colori della Coca Cola, i campanelli delle renne e tutte le altre cianfrusaglie dorate e colorate mentre i quattro quinti del mondo soffrono e muoiono. Gesu ha sofferto, nascendo, il freddo d’una povera dimora; noi Lo condanniamo a soffrire di nuovo ogni anno, nella pelle di tanti bambini africani, asiatici, americani. Essi sono il Gesu vivente dei nostri giorni: e se noi Lo trascuriamo o Lo torturiamo in loro, e blasfemo coccolarLo nei pupazzetti dei nostri presepi.
Il Bambino di Betlemme dovrebbe rinascere ogni anno, nei nostri cuori. Non ci riesce. Ma in realta, e gia nato una volta e una sola. Ricordiamoci, cristianucci, che dovra tornare. Tornera come Re e Giudice: in virga ferrea, come sta scritto. Quel Giorno, lo attornieranno tutti i bambini come lui, morti di fame e di AIDS mentre noi celebravamo i nostri Bianchi e Ricchi Natali, ci congratulavamo a vicenda per i nostri Bombardamenti Umanitari e la nostra Esportazione della democrazia e distruggevamo ogni anno tonnellate di derrate alimentari per sostenerne i prezzi e salvaguardare il mercato. Quel giorno, avremo quel che abbiamo meritato.
Franco Cardini
|
 |