ROM, ZINGARI, GITANI, SINDI, KALI. FATTI E MISFATTI, AVVENTURE E DISAVVENTURE DEI TUAREG D’EUROPA
24.5.2008
“...la dignitad del hombre es
mas alta que el pan,
mas alta que la gloria,
mas alta que la propia supervivencia”
(da un inno cubano in onore di Ho Chi Min)
Confessiamocelo: anzi, ammettiamolo; anzi, dichiariamolo; meglio, gridiamolo con tutto il fiato che abbiamo in corpo. Aver la scalogna di abitare vicino a un campo nomadi è una gran seccatura e può anche diventare un pericolo. Gli “zingari” magari non ruberanno sistematicamente i bambini, nè saranno sul serio degli esperti in magia e jettatura. Però è vero che sono sporchi, inopportuni, maleducati, spesso brutti e qualcuno anche cattivo; che sono dei ladruncoli e talvolta dei violenti. D’altronde, chi l’ha mai inventata questa storia che i poveri sono buoni? I poveri in genere sono cattivi o quanto meno incattiviti, perchè la povertà – quando non è quella volontaria di Francesco d’Assisi e di Teresa di Calcutta – è una peste, una maledizione. E poi, non è che loro siano poi così poveri come dicono. Il fatto è che non hanno granchè voglia di lavorare. E insomma, in quanto ospiti – e, dal momento che sono dei nomadi, per definizione ospiti provvisori -, dovrebbero imparare almeno alcune regole-base della convivenza civile, vale a dire “urbana”. Regole igieniche e comportamentali, norme elementari di convivenza. D’altronde pensate, questo è il punto, per la società occidentale moderna, che è sedentaria. Ora, però, la loro identità è quella di nomadi. Vecchio problema: forse uno dei piu antichi del mondo.
Per i sedentari, i nomadi sono sempre brutti, cattivi, superstiziosi, violenti. Per i nomadi, i sedentari sono ricchi, gretti, egoisti, vigliacchi e violenti anche loro. E’ l’antica opposizione tra pastore che deve muovere le greggi almeno per la transumanza stagionale e contadino che deve risiedere di continuo sulla sua terra: Abele versus Caino, Remo versus Romolo. L’antica questione dei valla romani e delle muraglie cinesi erette contro i barbari feroci e misteriosi che vengono dalle profonde lontananze dei deserti e delle steppe. E’ l’opposizione tra i campi aperti e le enclosures, tra gli avidi e bigotti agricoltori che pretendevano di recintare le “loro” terre e i cow boys che avevano bisogno di farci passare attraverso le loro mandrie, di pasturarle, di abbeverarle. Diciamo pure che, a livello mondiale, hanno ormai vinto i sedentari, gli eredi di Caino e di Romolo. Ci avete fatto caso al fatto che, secondo la Bibbia, sono quelli della stirpe di Caino gli inventori delle città e – con Tubalcain - di tutte le piu elaborate tecnologie, dall’arte dei fabbri alla musica. Ci avete mai pensato al fatto che la storia di Caino e Abele e quella di Romolo e Remo si somigliano dannatamente, e che la parte del feroce assassino la fa sempre l’onesto e industrioso agricoltore sedentario?
E qui la faccenda si fa seria e grave per i tempi nostri e per il processo storico dell’umanità presente e futura. Ho detto processo: non progresso. E’ in atto da secoli un sistematico processo di sedentarizzazione dei gruppi etnici nomadi: esso riguarda i kuchi irano-afghani non meno dei beduini tra Israele e Giordania e dei Tuareg del nordovest africano. In passato, c’è chi li ha sterminati senza troppi problemi: pensate a quale ch’è avvenuto con i native Americans nel continente americo-settentrionale e quel ch’è quasi avvenuto in Europa con gli zingari, che i nazisti perseguitavano non tanto come “razza inferiore” e “inquinante” (i loro antropologi sapevano bene che si trattava di gente “aria”, per quanto fingessero di dimenticarsene), quanto come “asociali”. In effetti, in una società come la nostra occidentale – che ormai ha proposto/imposto il suo modello di sviluppo e di convivenza urbana al mondo intero – il nomadismo può essere strutturalmente e “obiettivamente” antisociale, per evidenti ragioni di organizzazione e di attrezzatura del territorio, di convivenza, di educazione dei giovani, di infrastrutture sanitarie, di esigenze logistiche, amministrative, statistiche e fiscali. Ne consegue che, in linea generale, i piu aperti e moderati di noi – magari perfino un po’ “buonisti” – accettano come cosa ovvia che i nomadi, le consuetudini dei quali sono in contrasto obiettivo con la convivenza civile e con le elementari esigenze di sicurezza, “debbano” essere sedentarizzati. Nel loro stesso interesse, “per il loro bene”. Un lavoro, una vera casa, vaccinazione e istruzione obbligatoria per i figli, istruzione, igiene, sicurezza sociale, apprendimento degli “autentici” valori su cui “si fondano” le società e gli stati di diritto.
Il discorso parrebbe filare. Eppure c’e qualcosa che stride, che non torna del tutto. E’ una vecchia storia. Fino a che punto è lecito fare il bene degli altri anche senza o contro la loro volontà, specie quando in realtà è al nostro bene, al nostro interesse, alla nostra tranquillità che in realta noi puntiamo? E non credo esista nessuno, nemmeno il più rigoroso antirelativista, al quale non sia venuto almeno una volta il sospetto che la Verità vera, quella con la V maiuscola, non sia proprio del tutto quella che lui si sente in tasca: che un po’ di verità e di ragione potrebb’essere anche appannaggio degli altri.
Appunto, gli altri: o, come Tzvetan Todorov ci ha insegnato a dire, “l’Altro”. Dopo l’11 settembre 2001, per moltissimi di noi l’Altro – e nell’accezione peggiore del termine – era diventato soprattutto il musulmano. Ma negli ultimi mesi le cose si sono complicate, specie in Europa. E, se si puo discutere se e in che misura l’esser musulmano (cioè portatore di un’identità religiosa) possa esser compatibile con l’essere europeo (portatore quindi di un’identità geostoricoculturale), è un fatto che alcuni tipi di “Altro”, che di recente sono stati accusati di essere magari addirittura “peggiori dei musulmani” (nel medioevo l’esser “peggiore dei saraceni” era contumelia che si rivolgeva sovente agli eretici; e, in Italia, ai ghibellini), sono senza dubbio alcuno degli europei, sia pure provenienti da aree marginali del nostro continente. Per esempio gli albanesi o i rumeni. E magari i rom, che molti hanno l’aria di credere siano dei rumeni chiamati con una specie di nomignolo abbreviato: in fondo è vero che molti rom parlano rumeno e provengono dalla Romania. Omofonie, omonimie, assonanze, “falsi-amici” e via discorrendo. Prendetevi il bel manuale enciclopedico di Michel Malherbe, Les langages de l’humanité (Paris, Laffont, 1995), e fatevi una bella cavalcata lunga 1734 pagine per tutte le lingue del genere umano. Vedrete quante cose divertenti troverete. Una volta un mio buon amico ha fatto sbellicare dalle risate un austero convegno di studiosi castigliani, esordendo col dire di esser molto embarazado a dover parlare in quella solenne sede. Perchè quella parola in spagnolo esiste: ma non significa “imbarazzato”, bensì “incinto”. La parola araba salam, uno dei key-words delle chiavi della cultura musulmana, ci fa sempre un po’ ridere perche ricorda il nostro “salame”; al contrario, essa incute una sorta di arcano rispetto nei finlandesi, che chiamano salama il fulmine.
Con giochetti del genere si potrebbero riempire libri interi: l’essere umano riesce ad esprimere, mettendo in gioco labbra, denti, lingua, trachea, corde vocali e cavità nasale, una settantina di suoni circa: e con essi e stato in grado di costruire migliaia di sistemi linguistico-lessicali, idiomi, dialetti, argots. Numerose dunque omofonie, omonimie e coincidenze talora divertenti. Altre volte, gli equivoci possono essere tanto intricati quanto pericolosi. Ne abbiamo vissuto uno molto di recente.
Nel maggio 2008, abbiamo avuto la per alcuni piacevole, per altri raccapricciante sensazione che la società italiana avesse scovato un altro “Nemico metafisico”, di quelli ai quali in tempi di crisi si addossano tutte le responsabilità delle sciagure che ci capitano. Un altro capro espiatorio. I rom. Un efferato delitto romano, il tentato sequestro di un bambino o qualcosa ch’è stata ritenuta tale a Napoli, e alcune reazioni “spontanee” (?), “della gente”(!), hanno scatenato episodi di caccia all’uomo e di tentativi di linciaggio e d’incendio di campi-nomadi. Ma molti buoni cittadini, davvero tali – la definizione, qui, non è ironica -, non se la sono sentita di condannare del tutto gli episodi d’intolleranza: cittadini stanchi di venir importunati da accattoni, di venir derubati, di non poter tranquillamente uscir di casa o rientrarvi, di non poter parcheggiare senza l’incubo del finestrino sfondato o perfino delle ruote asportate. L’Unione Europea ha richiamato energicamente l’Italia ai suoi doveri d’ospitalità, il governo spagnolo – che non è molto tenero, in casa sua, nei casi di problemi analoghi – ha accusato la “xenofoba” Italia. Oltretutto, questo è un fenomeno intracontinentale, interno all’Unione: lo è anche, e fino a che punto, “intraculturale”? I rom non sono extracomunitari, sono cittadini europei. Ma a renderceli estranei, al di là della lingua, dell’aspetto e dell’abbigliamento, sono le consuetudini e le abitudini connesse con il nomadismo. L’Europa è un mondo di sedentari: può accettare e tollerare, nel suo tessuto sociale e civile, dei “beduini”, dei tuareg? E dovrebbe magari, addirittura, tutelare la loro “cultura”, la loro “diversità”, e giungere a sentirla come un patrimonio comune, una ricchezza? Nonostante la sporcizia, le minacce, le violenze, l’accattonaggio molesto? Oppure dovrebbe imporre ai nostri “zingari” una decorosa e magari pittoresca linfa vita di simpatici giocolieri, di onesti e raffinati forgiatori di lucidi utensili di rame, di magari linde e agghindate chiromanti, in deliziosi accampamenti di carri dipinti a fiori, con bei costumi all’ungherese o all’andalusa, come gli Zigeuner dei film dedicati a Sissi con la giovane Romi Schneider, o come quelli che si vedono nelle operette di Lehar e di Strauss? Sarebbe carino: peccato solo che quegli zingari li non siano mai esistiti; o che si vedano magari solo qua e là, durante la festa delle Saintes-Maries in Camargue, il 24 maggio, o al pellegrinaggio pentecostale del Rocio nella marisma di Huelga in Andalusia, o quando suonano il violino e danzano nei ristoranti di Budapest o eseguono il tablao in quelli di Granada. Ma questo è romanticismo di quint’ordine, e paccottiglia folkloristica per turisti dalla bocca buona.
E allora, siamo seri. Il problema c’è. Molti rom vengono dalla Romania: è un dato di fatto, per quanto tale etnia nomade sia diffusa un po’ dappertutto, soprattutto dalla Russia ai Balcani e anche altrove. Non è facile essere nomadi e portatori di una fiera e complessa cultura nomadica e tribale, in una società sempre più sedentaria e irta di confini e di regole, dove non si può certo sopravvivere allevando cavalli e lavorando il rame. Ormai da almeno tre secoli i rom, presenti in modesti nuclei familiari anche in Europa occidentale, nel Vicino oriente e in America, tengono circhi equestri – ricordate, una quarantina di anni fa, la bellissima Liana Orfei e la sua canzone, Ima sindha, “Sono zingara”? -, fanno i giostrai, vendono amuleti, leggono la mano, rubacchiano. Si spostano di continuo, non mandano i bambini a scuola; una radicata “leggenda urbana”, che in passato essi stessi hanno contribuito ad alimentare, li vuole rapitori e venditori abituali di bambini. E’ buffo che in un mondo nel quale l’ONU segnala la crescita inquietante dei bambini africani e sudamericani venduti con la complicita delle lobbies multinazionali per prelevare loro gli organi da utilizzare nel mercato dei trapianti, la gente non si curi di tale orribile e diffusa pratica e corra invece dietro alle leggende urbane: ma tant’è. Come l’inquietante protagonista de La patente di Pirandello, gli “zingari” sbarcano il lunario sfruttando non solo al loro abilità di borseggiatori e di ladruncoli, ma anche la superstiziosa paura che sanno d’incutere alla “gente per bene” alla quale impongono elemosine, acquisti di brutti portafortuna ed estemporanee sedute di chiromanzia minacciando in caso di rifiuto tremende maledizioni.
Il termine rom significa “semplicemente “essere umano”, o anche “marito”, in alcuni degli idiomi zingareschi: consiglio la consultazione del libro di Giulio Soravia e di Camillo Fochi, Vocabolario sinottico delle lingue zingare parlate in Italia (Roma 1995). La base di tali parlate è una vera e propria lingua del tutto ignorata nel manuale del Malherbe, il romanesh, che non significa nulla che abbia a che fare ne con il rumeno ne con il romanesco – e nemmeno con l’arabo rum, che indica Roma, ma anche la civiltà bizantina e i cristiani di rito orientale o in genere i cristiani d’Oriente (quelli d’Occidente sono faranj, “franchi” -, ma che vuol dire appunto, semplicemente, “lingua degli uomini”. Si tratta, all’origine, di un idioma del gruppo ario nordoccidentale, suddiviso in varie famiglie e privo di una letteratura scritta, per quanto sia ricchissimo di una cultura orale tradizionalmente tramandata. E' ormai piano di parole arabe, persiane, turche, russe e di varie lingue europee: corrispondenti insomma al mondo che questo curioso popolo nomade ha attraversato nei secoli. Provengono dall’India nordoccidentale, soprattutto dal Rajastan, da dove hanno tratto il loro nome di sindi (analogo a “indu”), italianizzato in “sinti” Il sindhi, o urdu, e oggi la lingua parlata in Pakistan; analoga allo hindi parlato nell’India settentrionale e gangetica. A disagio nel rigido e complesso sistema castale indù che li relegava in una bassa e disonorevole condizione, i rom si mossero dalle loro sedi originarie tra V e IX secolo, e procedendo verso ovest attraversarono la Persia, l’Armenia, l’Anatolia e i Balcani, giungendo nell’Europa occidentale ai primi del secolo XV. Avevano desunto il loro nome di “zingari” dal termine greco athinghanos, “eretico”, con il quale i bizantini – che cercarono subito di liberarsene – li designavano guardando con sospetto alla loro religione sincretistica. Ma il termine “tzigano”, corrispondente al francese gitan, al tedesco Zigeuner, al castigliano jitano a ll’inglese gipsy, derivano tutti dal latino egyptiacus in quanto si diffuse presto la notizia ch’essi provenissero dall’Egitto meridionale. Il fatto che essi comparissero proprio nell’Europa del Quattrocento, sconvolta dalle ricorrenti ondate di epidemia di peste, fece si che anche la loro presenza giungesse ad alimentare quella crisi collettiva del nostro continente che aprì la strada alla lunga stagione della “caccia alle streghe” (appunto tra Quattro e inizio del Settecento) e dell’antigiudaismo segnato da provvedimenti restrittivi (già avviati nel medioevo) e dall’istituzione dei ghetti. Lo zingaro si accompagnò alla strega e all’ebreo come figura di quel che Norman Cohn ha potuto definire l’inner enemy, il “nemico interno” dal quale la società occidentale si sentiva minacciata. Interessanti rilievi al riguardo sono verificabili anche nelle pagine con le quali si apre la Storia notturna di Carlo Ginzburg. Giova ricordare che l’età d’oro (si fa per dire) della persecuzione contro le streghe e gli ebrei non fu tanto il buio medioevo quanto il luminoso Rinascimento (un malizioso ha commentato una volta che esso era tale, cioè appunto luminoso, in quanto ben illuminato dalla luce dei frequenti roghi: i cattolici erano specializzati nel bruciare soprattutto gli eretici, mentre il primato dei roghi delle streghe spetta ai riformati, soprattutto calvinisti).
La politica dei vari governi, tendente a sedentarizzare gli zingari e di fatto quindi a deculturalizzarli, non ebbe mai pieno successo. In Spagna ci si riuscì piu o meno: e i jitanos (che non vanno comunque confusi con un altro gruppo, i kali, cosi chiamati dal persiano kpouli, “vagabondo”) si fissarono soprattutto in Andalusia (un povero kali fu insieme con alcuni padri claretiani vittima, nel 1936, d’un spaventoso eccidio perpetrato dalle milizie anarchiche nel 1936 a Barbastro in Aragona: ed è stato santificato insieme con i religiosi); nell’Ungheria del XVIII-XIX secolo la politica di sedentarizzazione non ebbe successo, così come altrove non ne avuta quella analogamente tentata nei confronti di kuchi, “beduini” o tuareg. Nelle terre valacche e moldave, dove sono presenti dal Trecento (e che corrispondono all’attuale Romania), essi furono addirittura ridotti in schiavitù. La loro origine, sicuramente aria, avrebbe dovuto se non altro farli amare – come s’è gia detto - dai nazisti. Macchè: considerati “antisociali”, sparirono a centinaia di migliaia nei Lager: quello di Birkenau era specializzato in tzigani. Ormai sono rimasti forse un paio di milioni di “zingari” in tutto il mondo. Le proporzioni del loro massacro collettivo sono quantitativamente ignote, e sembra che – in questo mondo di continuamente comnclamato “dovere della memoria” – ciò non interessi nessuno. Non meraviglia granchè il fatto che al giorno d’oggi alcuni contorti nipotini dell’antisemitismo nazista, ormai passati per ragioni di opportunismo politico al piu rigoroso filosionismo, riversino sui rom il loro razzismo latente e mai metabolizzato. Un transfert piuttosto lurido: ma interessante sotto il profilo della psicosociologia e dell’analisi delle strategie politiche di basso profilo delle quali il nostro paese in questo periodo abbonda. Del resto, di storie di perbenismo assassino sono pieghe le pieghe delle vicende europee: progetti e tentativi di sterilizzazione o di sottrazione legalizzata dei bambini (“per il loro bene”, naturalmente) sono stati ideati o anche parzialmente attuati in Svizzera, Ungheria, Cecoslovacchia, Bulgaria, Spagna. La ministoria delle infamie organizzate dalla NATO ai danni degli zingari balcanici durante l’aggressione (“umanitaria”) del 1999 alla Serbia, di cui si fece purtroppo complice anche l’Italia, resta in parte ancora da scrivere.
E i rumeni? Non c’entrano nulla: anzi, hanno sempre alquanto maltrattato i rom e si offendono quando vengono ad essi avvicinati a causa dell’omofonia. Il termine “Romania” venne adottato soltanto nel 1862, allorche con il favore delle potenze occidentali le genti di Valacchia, Moldavia, Transilvania, Bucovina e Bessarabia raggiunsero l’unita nazionale e si scelsero il nome del loro prevalente idioma, neolatino, chiamato cosi in omaggio a Roma. Quindi, i concittadini che amano lo sport del pregiudizio xenofobo imparino almeno a distinguer bene tra le varie specie umane che sono intenzionati a perseguitare.
Sul numero 2 del 2008 della rivista “Vita e Pensiero”, Herman Vahramian ha provato a tracciare il profilo de La vera storia degli zingari. Si tratta di sei utili paginette, da meditare. Su “La Repubblica” del 20 maggio 2008 un’interessante intervista ad Alain Touraine, Perche ci sentiamo sempre piu minacciati, traccia un interessante identikit del rapporto tra i tabù del “diverso-da-noi”, il disagio sociale d’un’età d’incipiente crisi come la nostra, il disorientamento d’una “identità” comunitaria della quale fino a pochi anni nessuno da noi si preoccupava (al contrario: si faceva di tutto per distruggerla) mentre oggi è divenuto perfino un luogo comune dichiarar minacciata (come se le identità si potessero veramente minacciare dal di fuori), la difficoltà di cogliere la complessità dei processi sociali di cambiamento. Fra l’altro Touraine, sollecitato dall’intervistatore Fabio Gambaro sul “buonismo” della sinistra e sulla sua costante disposizione a stare sempre “dalla parte dell’Altro”, reagisce in modo sacrosanto, ricordando come in passato, nel nome dei valori dell’illuminismo e del progresso, essa abbia “umanitariamente” giustificato quel colonialismo che la destra giustificava nel nome della volontà di potenza e delle esigenze economiche. Come si batte, quindi, la xenofobia? Discussione, riflessione e approfondimento, risponde Turaine: “consentono di evitare le reazioni irrazionali. Solo così si sfugge alla paura”. Ineccepibile e indispensabile. Ma non sufficiente. Perchè ci sono anche i problemi sociali da risolvere: e ci sono da smascherare i furbastri che da una parte lucrano sulla miseria, dall’altra incitano demagogicamente i poveri a far la guerra ai poveri. Come certi imprenditori italiani, che trasferiscono le loro aziende in Romania sfruttando il lavoro rumeno sottocosto e sottraendo lavoro alla potenziale manodopera italiana, approfittano (magari “al nero”) del lavoro degli immigrati da noi, ma al tempo stesso finanziano i gruppi e i partiti che cavalcano la xenofobia sostenendo che gli immigrati “ci rubano il lavoro”. Approfondiamo il tema degli interessi italiani in Romania, con oltre 25.000 imprese del nostro paese laggiù presenti (in territorio rumeno si stampa in italiano anche il quotidiano “Il gazzettino rumeno” e il settimanale “Sette giorni”): sono coerenti con quello che di solito si definisce o si dovrebbe definire “l’interesse nazionale”? Se sì, quanto e fino a che punto sono stati minacciati dai recenti scoppi di sentimento antirumeno in Italia? E, se no, quanto lavoro sottraggono ai ceti subalterni del nostro paese per aumentare i profitti degli imprenditori e degli azionisti in borsa? Riprendiamo il tema dei moti xenofobi “spontanei” del maggio 2008 in Campania: e chiediamoci che cosa ci fosse dietro alla strana coincidenza del fatto che alcuni campi-nomadi sorgevano su terreni in qualche modo sospetti di poter esser coinvolti in manovre di speculazione edilizia.
Sul piano storico e antropologico, la “questione zingara” e comunque importante e purtroppo non adeguatamente studiata. Chi volesse qualche informazione in più, senza bisogno di ricorrere a pubbblicazioni specialistiche (poche, peraltro), puo rivolgersi ad A. Colocci, Gli zingari. Storia di un popolo errante, Torino 1889 (ristampa anastatica, Bologna s.d.), a F. Cozannet, Gli zingari. Miti e usanze spiritose, tr.it., Milano 1975, a D. Kenrick – G. Puxon, Il destino degli zingari, tr.it, Milano 1975. Ma gli zingari continuano a sfuggirci: è stupefacente, e allarmante, com’essi riescano a non farsi scovare nemmeno dal vaglio implacabile della Storia del folklore in Europa di Giuseppe Cocchiara, un’opera ormai vecchia di oltre mezzo secolo ma dall’erudizione della quale non si può comunque prescindere. Eppure dobbiamo loro tanto: soprattutto nel mondo della musica, e non solo nelle forme del flamenco spagnolo. Senza la musica tzigana – o gitana – sarebbero impensabili un Liszt, un Ciajkowskji, un Rakhmaninov, un Bartok, uno Chopin, un De Falla. Si parla molto di genocidi, al giorno d’oggi: per quanto in realtà si preferisca glissare su alcuni di essi, come se il loro ricordo potesse in qualche modo offuscare la memoria di altri (mentre sarebbe semmai vero il contrario). Ma non si è mai abbastanza attenti alla categoria di etnocidio, cioe di distruzione non già fisica di uomini o di gruppi umani, bensì di culture. Siamo ancora poco attenti a quelli che definiamo i “patrimoni immateriali”: valori linguistici e dialettali, saperi legati alla vita quotidiana e ai modi di produzione superati dal progresso eppure profondamente connessi con l’identità dei popoli e via dicendo.
Ecco: queste considerazioni non spostano nemmeno di un millimetro il fatto che i campi-nomadi siano focolai d’innumerevoli forme di contagio, non meno medico che sociale; e che i rom siano un problema. Però la storia è sempre complessa, e a tutto c’ò sempre una risposta semplice: che è immancabilmente quella sbagliata. La prossima volta che scacciate a male parole il ragazzino rom che cerca di rifilarvi in pizzeria la solita rosa rossa semiavvizita, pensate anche a Liszt e a Nostra Signora del Rocio, insieme a tante altre grandi e piccole cose senza le quali la nostra Europa non sarebbe quella che è . Se così facendo vi accorgete di vergognarvi un pochino, vuol dire che godete moralmente e culturalmente di una discreta salute.
Auguri.
24.5.2008, Franco Cardini
LA FEDE, LA FILOLOGIA, LA LIBERTA’
Firenze, 3 Maggio 2008
A tutti gli interessati
Alcuni giorni fa, il quotidiano “Avvenire” mi ha chiesto di commentare un articolo di Luciano Canfora comparso qualche giorno prima su “Il Corriere”, e che in realtà corrisponde ad alcune pagine del suo ultimo libro. Ho redatto un pezzo piuttosto lungo, che naturalmente non ha potuto essere ospitato dal giornale della Conferenza Episcopale Italiana nella sua interezza e che è stato quindi pubblicato, ridotto a un elzeviro piuttosto breve, che mi sembra rispecchi nella sostanza il mio parere, ma che forse – come sempre capita in questi casi - ne espunge alcuni aspetti. D’altronde, molti Amici mi hanno chiesto di poter disporre del suo testo integrale. Ecco qua.
Il titolo dell’ultimo libro del mio vecchio e caro amico Luciano Canfora, Filologia e libertà (Mondadori) e atticamente scarno e laconicamente conciso. Più ellenico di così...
Ma la cosa splendida, affascinante e – per chi, come me, ha studiato con Giacomo Devoto e Gianfranco Contini – addirittura commovente sta nel tottotitolo: la dove si dichiara che la filologia è “la piu eversiva delle discipline”, attraverso cui passano “l’indipendenza di pensiero e il diritto alla verità”. Non si puo non esser colpiti da questa dichiarazione; e non si puo non concordare profondamente con essa. Del resto, Canfora lo dimostra lucidamente.
Il che non significa che si possa, e tantomeno si debba, essere in tutto d’accordo con lui. Prendiamo per esempio quanto egli ha pubblicato sotto forma di saggio, su “Il Corriere della Sera” del 24 aprile scorso, e che costituisce se non ho capito male il secondo capitolo del suo libro (che confesso di non aver ancora letto: quanto segue si fonda pertanto solo su questo articolo, con tutti i rischi di fraintendimento che ciò comporta).
Luciano Canfora è obiettivamente uno dei nostri migliori e piu lucidi intellettuali. E, a scanso d’equivoci, dichiaro esplicitamente di trovarmi quasi sempre in toto d’accordo con lui: anche sul piano delle valutazioni politiche. Non c’e tuttavia dubbio, e non ho alcuna difficoltà ad ammetterlo, che il mio articolo si configura come una specie di - dal mio punto di vista di cattolico militante - doverosa difesa d’ufficio di Santa Romana Chiesa.
Canfora dichiara dunque con molta convinzione che il cammino della storia della liberta di pensiero si snoda “attraverso il faticoso e contrastato dispiegarsi delle libertà di critica sui testi che l’autorità e la tradizione hanno preservato. Il campo in cui primamente in età moderna tale libertà provò a dispiegarsi fu quello delle ‘scritture’ dette appunto ‘sacre’ “; e prosegue poi con vari argomenti, come quello secondo il quale vi sarebbe detitio principii , da parte delle Chiesa cristiane storiche – e anzitutto di quella romana – il pretendere che i testi scritturali dichiarati “canonici” contengano la Verità (e siano pertanto, in quanto ispirati da Dio, sacri) prescindendo da una loro precisa ricostruzione, quale appunto si può conseguire solo attraverso il lavoro filologico: che “solo dopo aver ricostruito il testo si dovrebbe approdare (eventualmente) a scoprire quale verità esso contenga”. E’ evidente che Canfora non può far torto alla sua intelligenza e alla sua cultura – nè aspettarsi che cadiamo nel suo tranello – allorchè pretende di applicare un’argomentazione di carattere logico e razionale a qualcosa che per sua natura e, quanto meno iuxta Romanae Ecclesiae principia, metalogico e metarazionale (libero poi chi vuole di definirlo, invece, illogico e irrazionale o alogico e arazionale). Alludo evidentemente al principio della verità Rivelata e al dogma. Che i testi scritturali contengano (ed è ormai quasi bimillenaria la polemica circa i modi e i sensi secondo i quali ciò avvenga) la Verità – con la maiuscola: cioè, appunto, quella rivelata: ego sum Via, Veritas, Vita... – e materia di dogma, non d’induzione nè di deduzione. D’altronde, il dogma sta alla fede come il postulato alla matematica: una volta stabilito un fondamento che per sua natura non si può nè dimostrare, nè discutere, il resto dev’esserne dedotto secondo ragione; ma è proprio qui, mi pare, che il Logos, il Verbum del Vangelo di Giovanni si discosta dalla logica di matrice greca. Ed è proprio qui, mi pare, che incespichino sempre anche quei cristiani i quali ritengono che il cristianesimo, ispirandosi a “quel” Logos, sia sempre e comunque anche razionale: a differenza dell’Islam, il quale respingendo il principio della “Potenza ordinata” di Dio per rivendicare in via esclusiva la Sua “Potenza assoluta” si porrebbe dalla parte dell’irrazionalità: qui i conti non tornano: e non c’è controversista antislamico che tenga, nemmeno se si tratta del basileus Manuele II (che del resto s’ispirava, e anche piuttosto pedestremente, alle non irreprensibili ragioni del nostro buon Ricoldo da Montecroce, per giunta non irreprensibilmente tradotto dal latino in greco).
Ma non è di cio che in questa sede si deve trattare. Revenons a nos moutons. Ora, amicus Lucianus, sed magis amica veritas. Canfora non può aspettarsi che alle sue bordate da duecento libbre non risponda, dagli spalti di noialtri pontifici, nemmeno una timida salva di moschetteria. Piano, intanto, con la galleria degli Illustri martiri del libero pensiero, nella quale egli allinea Erasmo, Spinoza e Bruno come se fossero proprio la stessa cosa. Erasmo, intanto, non disse mai una parola contro l’ortodossia cattolica: e, se un martire in quel torno di tempo ci fu, e ce ne fu uno esemplare, si trattò semmai di Thomas More, martire al tempo stesso della fede e della libertà.
Ma prima di loro erano successe molte cose. Come ha ricordato un grande studioso, il De Lubac, ch’era anche cardinale di santa Romana Chiesa, la compresenza di addirittura quattro sensi nelle Scritture – tutti veritieri, ciascuno al suo livello – era alla base dell’esegesi medievale, in ciò gia forse qualcosa di piu che “prefilologica”. E non è stato a partire da un testo sacro, bensì da uno profano che la nascente filologia ha sgombrato in pieno XV secolo il campo da una secolare e fin ad allora condivisa menzogna, quella della cosiddetta “donazione di Costantino”: e a farlo, a tutto scapito degli interessi quanto meno mondani del papato, è stato proprio quel Lorenzo Valla che senza dubbio avrebbe ispirato Lutero per il “libero esame” delle Scritture, ma che dal canto suo – nemmeno nei trattati piu chiaramente anticuriali, come il De professione religiosorum – non si è mai allontanato nemmeno d’un pollice dall’ortodossia. Ed è proprio il Valla, princeps filologorum, che tanto nel De libero arbitrio quanto nelle Dialecticae disputationes ha prevenuto di mezzo millennio le critiche di Luciano Canfora ed ha ad esse replicato affermando (papale papale: è il caso di dirlo, una volta tanto) che i principii della fede sono indimostrabili e che male fanno quei teologi che cercano di ridurli alla dimensione di argomenti razionali attraverso cavillosi ragionamenti. E malissimo fanno, aggiungiamolo, quei filologi di oggi i quali dimenticano che la Chiesa si sostiene sulla fede e da essa trae i suoi principali argomenti (“fede e sustanza di cose sperate – ed argomento delle non parventi”). Ma non è stata proprio la filologia moderna, come appunto Canfora dimostra, a cercare sovente di trascinare la comunità cristiana sul piano della critica razionalista delle Scritture, con ciò pretendendo da parte di essa l’abbandono e lo snaturamento della fede?
Il punto che tutti noialtri, credenti e no, abbiamo difficoltà ad ammettere e ad accettare, e che invece è inaggirabile, è che fede e ragione possono anche convivere e camminare di pari passo: ma incontrarsi, convergere, venir verificata l’una nell’altra e l’una attraverso l’altra, addirittura confondersi, questo mai. Possono certo disporre di una qualche complementarità: ma lo statuto di tale complementarità è, per definizione, inattingibile sul piano immanente e razionale. I non credenti possono pertanto vivere etsi Veritas, idest Deus, non daretur: è una loro scelta e un loro diritto. Ma i credenti debbono aver la pazienza di aspettare che la Verità, che per ora è loro solamente “rivelata”, cioè proposta come sostanza di fede ch’essi hanno la libertà di accettare o meno, venga loro squadernata nell’Altra Vita. “Fede e sustanza di cose sperate”. Tutto ciò sarà “irrazionale” e “antimoderno”: ma è cristiano. Prendere o lasciare: è il ricatto razionalista qui non funziona. Quando si critica la fede cristiana, specie nella confessione cattolica, e le scelte della chiesa che da essa discendono, si deve accettare questo gioco: e starci. Altrimenti sì che c’è una “detizione di principio”, eccome.
Ciò premesso, perchè scorgere tante penose contorsioni nel Divino afflante Spiritu di Pio XII? Perchè meravigliarsi se la Chiesa, confrontandosi con la storia e il progresso scientifico e tecnologico, modifica progressivamente le sue posizioni, riconosce le verità della scienza mano a mano in cui esse emergono dalla ricerca (e la scienza stessa muta peraltro di continuo i contenuti delle sua verità), quindi rifiuta per esempio – dopo averlo a lungo e strenuamente difeso - il sistema tolemaico e accetta infine, non senza averlo prima avversato o quanto meno guardato con sospetto, anche la verità razionale contenuta nel metodo filologico?
Tutto ciò, questo cammino ascendente che la Chiesa compie con la società, magari non senza ritardi che possono anche essere stati colpevoli, e da molti anni ormai – non dico che lo sia sempre stato... – anche oggetto di riflessione perfino ai massimi livelli gerarchici ecclesiali. Ma allora facciamo un passo in più: diamo uno sguardo alla fenomenologia degli eventi. Solo la Chiesa ha, nella storia, avuto il coraggio di riconoscere e denunziare serenamente le colpe dei suoi figli. Lo ha fatto dinanzi alla filologia, dinanzi alla memoria di Galileo, poi per le crociate, l’inquisizione, il massacro degli indios. Puo darsi che ciò non sia avvenuto per molto tempo: Canfora ha ragione, ma ha anche buon gioco, nel ricordarci il Concilio di Trento. Possiamo dal canto nostro prenderci la libertà di fargli osservare che, dopo quell’evento cinquecentesco, sono accadute nel mezzo millennio successivo anche altre cose? Possiamo ricordargli che d’altronde, nel mondo europeo segnato dall’assolutismo, i regimi dei paesi ancora cattolici cavalcavano serenamente il dogmatismo ecclesiale e la disciplina che ne derivava (Jean Bodin, funzionario regio d’un sovrano che si autodenominava “cristianissimo”, ha fatto bruciare da solo più streghe di quante non ne abbiano fatte ardere le inquisizioni romana e spagnola messe insieme) mentre quelli protestanti, con le scuse della deformatarum rerum reformatio e del cuius regio eius religio, procuravano sistematicamente di non esser da meno? Possiamo infine fargli notare quel ch’egli sa meglio di noi, vale a dire che il “processo di laicizzazione” ha prodotto, e proprio partendo dal razionale e libertario Rousseau, nuove forme di dogmatismo e di tirannia, che magari hanno avuto anche – Lukàcs insegni...- la pretesa di aver la filologia dalla loro; e che quindi nemmeno la filologia, ch’è forse necessaria, e sufficiente a garantire sempre e comunque il libero pensiero?
Quanto alla Chiesa, il dogma certo rimane ed è irrinunziabile: ma sul piano della riconsiderazione della storia e di quella che un grande pontefice ha definito “purificazione della memoria”, credo si debba obiettivamente riconoscere che almeno da Pio XII a Benedetto XVI, attraverso Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II, c’è stata una lunga teoria di esami di coscienza e di pubbliche manifestazioni di umiltà: senza infingimenti e senza occultamenti, con autentica disposizione all’ascolto e al dialogo. Non trovo alcun esempio del genere, nella storia. Mentre Pio XII pronunziava il Divino afflante Spiritu, a Berlino e a Mosca i tribunali dei Detentori Laici della Verità stavano funzionando a pieno ritmo: ed erano tribunali rispetto ad almeno alcune ragioni dei quali ne tu ne io, amico Luciano, possiamo nemmeno adesso sentirci estranei; e che non si sono mai pentiti, non hanno mai chiesto scusa. Come, tanto per limitarci agli esempi piu illustri, Sua Maestà Britannica non si è mai lasciata sfuggire dalle auguste labbra una parola di vergogna per i milioni di morti indiani, arabi e sudafricani che le gravano la coscienza (e non parliamo poi, quanto a responsabilitàè nei massacri coloniali, della Spagna, della Francia, del Portogallo; e forse soprattutto dei piccoli, simpatici e liberali regni del Belgio e d’Olanda...). Come mister Bush, dinanzi al Santo Padre nella sua recente visita negli Stati Uniti, ha perduto a ciglio asciutto l’occasione di chieder perdono per Guantanamo e per Abu Ghraib; e magari, a nome del suo paese, per il massacro dei pellerossa e per la bomba di Hiroshima.
No. Nel suo cammino di “purificazione della memoria”, la chiesa è stata lasciata sola. La si è bensi accusata di reticenze e di esitazioni: ma ci si è ben guardati dal far come lei. La Chiesa da l’esempio della libertà e dell’umiltà; ma gli altri non la seguono. La Chiesa continua ad esser Maestra, sia pur non di filologia: ma parla a un uditorio di pessimi scolari.
Franco Cardini
BOICOTTARE LA CINA? NO, GRAZIE
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Foto di Giliola Chistè, www.giliolachiste.com |
Boicottare la Cina? No, grazie. Assolutamente no. Ipocrita o stupido chi lo chiede. E vi spiego perche.
Una premessa. Sono fondatore e Presidente onorario d’una piccola associazione di europeisti patetici, quelli che sognano un’Europa solidale, forte, unita e veramente indipendente: il suo nome e “Identita Europea”, e siamo quattro gatti. Da alcuni lustri denunziamo gli orrori dell’occupazione cinese in Tibet, della quale l’opinione pubblica fino a ieri o quasi non sapeva nulla perche non voleva saperlo. Le informazioni c’erano, il Dalai Lama parlava, le associazioni e i blog umanitari strepitavano. Ma i grandi mass media e l’opinione pubblica, sordi e muti. Come se non si dicesse a loro.
Tuttavia la Cina era nell’elenco degli “stati canaglia” diligentemente stilato dalla Superpotenza che tiene aperto il carcere illegale di Guantanamo, e tra i primi in classifica per le esecuzioni capitali, si e opposta alla moratoria alla pena di morte ma si ostina a dar lezioni di moralita e di diritti umani agli altri. Solo recentissimamente il governo Bush, che quanto a gaffes non se ne risparmia proprio nessuna, ha dichiarato di punto in bianco che tutto sommato i cinesi stavano migliorando e potevano esser promossi a una miglior graduatoria sulla loro diligente lavagna dei buoni e dei cattivi. Un capolavoro d’intempestivita: con, diciamolo pure, anche un po’ di scalogna. Perche ventiquattr’ore o giu di li dopo la lieta novella della derubricazione, zacchete, il governo cinese ne ha combinata un’altra: quasi peggio di Tien an-Men. E allora, contrordine my friends: ci si era appena adattati alla Voce del Padrone che diceva che in fondo i cinesi non sono poi cosi male, ma ora giu con gli eroici furori. Anche perche ormai siamo in piena campagna elettorale: e ricordare un po’ a giro che i comunisti mangiano i bambini ramazza voti. Si boicotti la Cina, quindi! Diritti umani e subito, o altrimenti niente commercio e magari niente Olimpiadi! Cosi ragionano gli anticomunisti duri e puri, tra i quali ce ne sono tanti che fino a qualche anno fa erano rossi come il fuoco: quando esserlo pagava.
Ma pare proprio che sia il saggio Dalai Lama a essere il primo che non ci sta, a questo inutile, demagogico e autolesionista gioco al massacro. Per piu ragioni.
Primo. La storia insegna senza possibilita d’equivoco che i boicottaggi non hanno mai fatto male a nessun governo boicottato: anzi, ottengono che le opinioni pubbliche interne , magari oppositori compresi, si sentono ingiustamente attaccate e fanno quadrato attorno alla loro classe dirigente. E’ successo cosi in Italia nel ’36, in Iraq fra 1991 e 2003, in Iran da quando c’e al governo Ahmedinejad. Piaccia o no, e successo cosi anche a Cuba. Noi vediamo solo la repressione: ma ci sfugge il fatto che c’e anche il consenso; specie in un paese abituato alla disciplina capillare.
Secondo. I boicottaggi provocano privazioni e sofferenze inaudite nelle popolazioni (in Iraq, oltre un milione e mezzo d’inutili “morti bianche” per denutrizione e carenza di cure, specie tra i bambini, in dodici anni) ma non scalfiscono quasi per nulla le classi dirigenti e i governi. Vogliamo sul serio abbandonare i tibetani e tutte le altre minoranze soggette a Pechino alla violenza del governo comunista? Allora boicottiamo.
Terzo. I boicottaggi si aggirano bellamente, con infiniti trucchi: specie poi quando quello boicottato e un grande paese, con un miliardo di abitanti, molte materie prime, potenti risorse, infiniti interessi e investimenti all’estero. Ci avete fatto caso che negli ultimi mesi la Cina si sta accaparrando pezzi interi del continente africano?
Quarto. Si dice che quando ci sono le mareggiate nella Manica, gli inglesi commentano che “il continente e isolato”. Carino, ben trovato: ma e un’illusione, un errore di prospettiva. Cerchiamo di non farlo anche noi. Il subcontinente cinese, immenso, con interessi e rapporti diplomatici innervati in tutto il mondo, boicottato starebbe piu o meno come prima: e se controboicottasse, ce ne accorgeremmo. Ormai, in molti settori, sono la Cina e i cinesi a “tirare”. Da un braccio di ferro con una Cina che si tirasse dietro (e se li tirerebbe) la Russia, l’Iran e una parte dell’Africa e dell’America latina, rischieremmo d’esser noi a uscire economicamente malconci. Specie nell’attuale congiuntura.
Quinto, e last, but not least. Vogliamo davvero giocar duro sulla questione morale? E allora, ci siamo mai chiesti quanti paesi dovremmo boicottare per faccende legate alla questione dei diritti umani, a cominciare da alcuni che sono nostri fieri alleati, dagli emirati del Golfo al Pakistan alla Guinea equatoriale?
Invece, un modo di colpire la Cina violenta e aggressiva c’e. Ed e proprio quello indicato dal papa e dal Dalai Lama. Accettare il dialogo, ma pretendere chiarezza, trasparenza, cambio di metodi. Pechino prepara la sua vetrina olimpica ed ha una gran paura che qualcuno gliela sfasci a sassate. La cattiva fama, l’indice di tutto il mondo rigorosamente puntato contro, la ferma e severa pretesa da parte della comunita internazionale che quella che sta apprestandosi a divenire una potenza mondiale cambi metodi e registro. Denunziare senza tregua, accusare in maniera stringente e documentata senza stancarsi mai: non dare quartiere a un governo che non aspetta di meglio che il boicottaggio per giocare alla vittima e puntare sull’indignazione del proprio paese contro gli stranieri. esigere un cambio di rotta e programmare, se esso non viene, censure programmate, rigorose e progressive. Far sentire a Pechino che ormai la Grande Muraglia e di vetro trasparente e che il tempo in cui all’interno dei propri confini si poteva far quello che si voleva e finito. Questa musica, la capiranno. Il boicottaggio sarebbe un ridicolo autogol: e i primi a soffrirne sarebbero i tibetani.
Franco Cardini