www.francocardini.net

Benvenuti nel sito di Franco Cardini

L'ultimo romanzo....

E' il radioso mattino della Pasqua dell'Anno del Signore 1403. Tra le colline e i boschi presso Firenze, non lontano dal santuario della Madonna dell'Impruneta patrona della citta, affiora da un profondo pozzo una candida statua marmorea della dea Venere. L'evento è salutato con superstiziosa paura da chi vede in quell'idolo pagano un messaggio demoniaco e con gioia commossa da chi invece si sente, in quell'alba del Quattrocento, già toccato dal soffio gentile dell'umanesimo.
Vieri, duro ed energico erede del possente casato dei protettori del santuario mariano, i Buondelmonti, interpreta quel ritrovamento come un presagio che direttamente lo riguarda: e parte verso Oriente, verso l'Asia lontana, inseguendo le fantasie cavalleresche della giovinezza. Ma forse deve anche compiere una truce faida; e forse e perseguitato da un cocente rimorso. In quello stesso mattino pasquale, un giovane guerriero ghibellino convertito al messaggio francescano prega nella chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme e un anziano gentiluomo castigliano si appresta, in una Segovia ancora invernale, a ricevere dal suo re una delicata missione diplomatica.
I "destini incrociati" di questi tre cavalieri s'intrecceranno, nei mesi successivi, prima sulle onde inquiete del Mediterraneo e nei sortilegi incantati delle sue isole e poi in un'estenuante cavalcata lungo le piste carovaniere della Via della Seta, alla volta della magica Samarcanda del Signore della Paura, il potente e feroce Tamerlano che a sua volta sta ormai cullando il suo sogno piu folle, la conquista del Celeste Impero.
Con l'abilita degli antichi fabbricatori di miti, Franco Cardini trascina il lettore in un'avventura che procede con il ritmo di una fuga nella quale inseguitori e inseguiti si scambiano a vicenda i ruoli: fra mistici sufi, riti sciamanici, misteriosi cammini per i deserti e lungo le vie di sottoterra, paurosi segni premonitori, tigri mangiatrici di uomini e torri di teschi umani. Un racconto popolato di guerrieri spietati e generosi, di antiche leggende, di guide verso l'Aldila; un'epopea di terrore e di sangue attraversata dal rombo degli zoccoli dei cavalli da guerra e pervasa dall'aroma delle spezie piu preziose. Un romanzo che, fedele alla Storia, si concentra tuttavia sui destini degli uomini e sui percorsi misteriosi di cuori lacerati tra l'amore fraterno e il desiderio di vendetta. Al centro di tutto sta per i tre protagonisti la scommessa piu grande, l'unica che conti: la ricerca di se stessi, la sfida ad affrontare il senso profondo della vita.

Il Signore della Paura: una nota sulle fonti storiche

 


- MA COS’E’ QUESTA CRISI? –

L’articolo Un paese senza politica, pubblicato da Ernesto Galli della Loggia su “Il Corriere” del 7 scorso e che ha scatenato una serie a catena di reazioni, di critiche e di polemiche, mi ricorda la lapide che campeggia nel bel mezzo del Piazzale Michelangelo a Firenze e ch’è dedicata a chi ideò quel luogo unico al mondo, l’architetto Giuseppe Poggi: “Guardatevi intorno: questo è il suo monumento”.

Mi sembra che si potrebbe dire esattamente lo stesso dell’Italia di oggi: e forse magari di tutta l’Europa e di tutto il cosiddetto “Occidente”, perche la crisi c’è, è in atto, e non è soltanto finanziaria e socioeconomica oppure occupazionale. Visto che va tanto di moda parlare d’identità e di valori, diciamolo chiaro: è crisi, appunto, d’identità e di valori: e in ciò il nostro paese è, una volta tanto, all’avanguardia. Peccato solo che lo sia in un campo nel quale, viceversa, meglio sarebbe essere il fanalino di coda. Ma tant’è.

La crisi investe in pieno anche le istituzioni sulle quali fino a ieri si poteva contare, come la scuola e la famiglia; i casi di corruzione pubblica e privata si moltiplicano, e lo stesso si può dire della violenza; non esiste più qualcosa (nemmeno il calcio, dopo il flop ai Mondiali) da cui ci si senta rappresentati. E’ arcivero. Eppure ha straragione anche Cacciari, quando osserva replicando (“IL Corrriere”, 8.7.) che siamo pieni di personaggi e d’iniziative importanti e che si deve pur cominciar a parlare delle cose positive. Quali sarebbero? Principalmente una, che però è tutta da inventare: e qui, sul “Corriere” dell’8, Cacciari ed io – senza esserci messi d’accordo prima – abbiamo risposto allo stesso modo. Bisogna “aprire una fase costituente”. Con un gioco di parole, si potrebbe dire che il paese ha bisogno di un ri-costituente. Ma in che modo, in quali fasi, partendo da quali occasioni?

Cominciamo con il ricapitolare brevemente lo sfacelo nel quale ci troviamo. Proprio come nella lapide di Piazzale Michelangelo: guardiamoci intorno: questo è il monumento che ci siamo meritati, questa è l’Italia progressivamente costruita, o meglio distrutta, dalle generazioni grosso modo comprese fra i trentenni e i settantenni d’oggi, fra quella uscita dalla guerra e quella nata negli Anni Ottanta. Quelli nati prima, lasciamoli alla loro pensione con l’augurio di godersela (si fa per dire). A quelli di dopo, rivolgiamoci chiedendo perdono e incitandoli a far meglio di noi (lo dice un settantenne).

Quel che c’è, è il nostro monumento, pienamente meritato: ce lo siamo costruiti pezzo per pezzo. Dal ’45 ad oggi abbiamo lavorato – attraverso la ricostruzione postbellica, la “guerra fredda”, gli “anni di piombo”, il “riflusso”, “tangentopoli” e la “seconda repubblica imperfetta” – a distruggere sistematicamente, per quanto non in modo univoco e concorde, tutto quel che avevamo: cioè, appunto, l’identità e i valori, proprio le cose che ci mancano oggi e della mancanza delle quali andiamo di continuo alla ricerca dei responsabili.

Ma il punto è che gli italiani sono stati perfetti interpreti del Verbo moderno e occidentale fondato sulla distruzione nihilistica di tutto quel che non fosse affermazione dell’identità individuale e primato dell’economico e dell’utilitaristico: per lunghi anni, perfino lo studio e la cultura (“studia, ché ti fai una posizione…”) sono stati funzionalizzati anzi asserviti agli obiettivi dell’affermarsi individualmente, dell’esercitare diritti sempre più ampi (mettendo da parte il corrispettivo discorso dei doveri), nel guardare esclusivamente o comunque principalmente all’utile e al guadagno. La cultura? “E per che farne”? “A che serve”? Le tradizioni? Vecchiumi, orpelli, superstizioni. La solidarietà? “A queste cose, ci pensi lo stato” (ma al tempo stesso si evadevano le tasse). La morale? “Vietato vietare”; “il corpo è mio e lo gestisco io”. C’è da meravigliarsi se, con questi princìpi, abbiamo finito con il sentirci deboli e minacciati – noi, figli dell’opulenza e della società del benessere…- dagli extracomunitari che arrivano senza nulla, ma hanno la loro identità comunitaria, la loro religione, il loro senso della famiglia e della solidarietà: e abbiamo pensato che insidiassero la nostra identità, mentre altro non facevano, con la loro stessa presenza, che metterci davanti al nostro vuoto identitario autoprovocato?

La storia della società civile italiana somiglia all’apologo kantiano della colomba che, volando libera ma sentendo che l’aria le oppone resistenza, desidera un cielo senz’aria per librarsi senza fatica: e non sa che, in quel cielo vuoto, essa non solo non si sosterrebbe in volo, ma addirittura morrebbe. Abbiamo sostituito religione, patria, solidarietà, senso dello stato e dei doveri, con le “Isole dei Famosi”, i centri commerciali, i telefonini, lo “sballo” del sabato sera, il culto dell’avere, del possedere e dell’apparire anziche dell’essere, la schiavitu nei confronti dei capricci del proprio Ego alla liberta comunitaria ch’è fatta anzitutto di rispetto dei propri doveri e dei diritti altrui.

Ed ecco allora la validita della ricetta-Cacciari: “Cominciamo con il parlare delle cose positive”. Forse è vero che al peggio non c’e mai fondo: ma facciamo un atto di volontà forte, fingiamo di averlo davvero toccato. Quando si sbatte il sedere contro il fondo, c’è una sola cosa da fare: rimettersi in piedi. Acciaccati e doloranti, ma con la sensazione che ora si ricomincia e che questa sarà la volta buona.

Ci aspetta uno scorcio di legislatura, da ora al 2013. E ci aspetta un cambio della guardia, perché Berlusconi, nel bene e nel male, marcia verso gli ottant’anni ed è quindi al capolinea non della sua vita fisica (auguriamogli altri mille anni): ma di quella politica, sì. Il disagio che si registra di questi tempi del PdL, e che si riflette nell’incapacità propositiva e programmatica del Pd, si chiama anzitutto fine del berluskismo: se ne può pensare tutto il bene e/o tutto il male che vogliamo, ma il sistema del padre-padrone-padrino che pensa a tutto lui, che fa tutto lui, che dispone tutto lui, che compra-vende-comanda, è alle corde.

Abbiamo alcuni mesi di riflessione, da qui al ’13, per riorganizzarci le idee e per preparare nuovi quadri e nuovi strumenti. Se nel PdL sono sempre di più quelli che constatano che il partito-azienda non ha un domani e che il partito-plastica non serve a nulla, il succo di tutto è questo: che bisogna ricominciare a ridiscutere, re-imparare a stare insieme, riscoprire e rimodellare i valori desueti e costruirne di nuovi. Abbiamo bisogno di una riforma elettorale, perché il sistema del parlamento designato dalle segreterie ha abbassato la qualità dei nostri politici e ne ha accresciuto la corruttibilità; di un federalismo solidale, perché è inaccettabile un federalismo che distrugga l’Italia e mandi a remengo il Meridione; di una riforma fiscale che anziché fondarsi sui “tagli” riesca a battere l’evasione e restituisca non solo i redditi, ma anche i patrimoni alla loro necessaria funzione civica; di un nuovo patriottismo “italianista” ed “europeista”; di prospettive che ci aiutino a battere l’egoismo e a “risentirci popolo”; di una nuova primavera culturale che batta la TV-spazzatura, lo spettacolo-spazzatura, l’editoria-spazzatura; di un nuovo modo di far informazione mediatica, che per esempio ci restituisca la coscienza dei problemi sociali e di quelli di politica internazionale, scomparsi dalla nostra opinione pubblica.

Egoismo-individualismo, ignoranza-disinformazione, nichilismo-immoralismo: queste sono le nostre catene. Se ce ne liberiamo subito, è già tardi. Se indugiamo, siamo finiti.

8 luglio 2010

Franco Cardini

CELEBRIAMO IL CENTOCINQUANTENARIO: MA A TRECENTOSESSANTA GRADI.

PER ESEMPIO: IL “PALAZZO D’ESTATE”…

Strano centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia, che nasce tra contestazioni d’ogni tipo. Mettiamoci anche il nostro bravo cattozampino. Ma non nel senso che v’aspettate voi, le solite querimonie sui beni sottratti alla chiesa, sulle chiese profanate dai mazziniani, sulle monache violentate o sulle galline rubate dai garibaldini. Oddio, magari prima o poi su questa rubrica ci scapperà anche qualcosa del genere: e magari anche qualcosina di piu sostanziale e sostanzioso, ad esempio sulle eroiche gesta di qualche “moderato toscano” e sul suo contributo al tradimento dei patti tra il re di Sardegna e l’imperatore dei Francesi, che condusse alla soluzione centralista anziché a una – possibile, realistica, equa e magari a posteriori perfino auspicabile, visti i risultati… - federale dell’unità d’Italia.

Tuttavia, paulo maiora canamus. L’Italia è in Europa e nel Mediterraneo. Ma ormai, in pieno XXI secolo, ignorare il resto del mondo è un lusso che non possiamo più permetterci. Una solida, lunga esperienza ci ha insegnato che, piaccia o no, noialtri europei e “occidentali” non siamo più al centro del mondo e della storia. Abbiamo a lungo tentato d’ignorare questa verità: ma essa non ha ignorato noi. Abbiamo per lungo tempo pensato che la parola “globalizzazione” fosse la solita balla inventata dai sociologi, e che comunque non ci riguardasse: ed essa ci è caduta addosso come un macigno.

Dico queste cose perché vorrei dedicarle a un mio concittadino pratese (fiorentino di nascita, sono pratese di residenza) il quale, in margine alla questione dei cinesi che affollano le rive del Bisenzio, mi domandava giorni fa: “Ma insomma, che cosa vogliono? Ci andiamo noi, a romper le scatole a casa loro?”. Se fossi stato un politico o un imprenditore, avrei potuto rispondergli che ci andiamo eccome, con i nostri capitali, le nostre imprese, le nostre proposte di collaborazione che sono – almeno nelle intenzioni – vantaggiose per entrambi. Certo, di solito gli italiani non sono in Cina causa dei disordini e dei problemi che oggi i cinesi procurano qui da noi.

Ma, siccome mi occupo di storia, quindi del passato (e di come esso pesa e incide sul presente), vorrei ricordare all’amico pratese e a voi tutti che non è sempre stato cosi. A “romper le scatole” (e non solo quelle) in Cina, noialtri italiani ci siamo andati eccome: magari trainati da qualche partner occidentale piu importante di noi. Obietterete che queste cose a scuola (salvo rare e fortunate eccezioni) non ce le ha mai insegnate nessuno. E’ vero. Difatti, sarebbe ora di cambiare i modi d’insegnare la storia a scuola: ma non come desidera la buona signora Gelmini, ch’è rimasta a De Amicis e a De Sanctis e pretenderebbe ancora che ai nostri ragazzi raccontassimo che l’Italia l’ha fatta la bella Gigogin e col zumparapappappera.

Ne sapete nulla, della “rivolta dei Boxers”? Dovreste, perché anni fa gli americani ne fecero anche un polpettone in technicolor che si giovava del sia pur gia maturo ma ancor smagliante fascino di Ava Gardner, e dove noialtri occidentali, tutti insieme appassionatamente dagli yankees statunitensi ai “crucchi” prussiani – passando per i nostri bersaglieri, tutti fanfara e piume al vento -, davamo concordi una bella lezione a quei barbari aggressori dei cinesi. Con un particolare: che l’episodio si svolgeva a Pechino, nella “Città proibita” imperiale: e che quei barbari aggressori in fondo stavano a casa loro, e che noialtri aggrediti ci difendevamo, sì, ma asserragliati in casa altrui.

Ne parliamo proprio adesso, in quanto ricorre proprio quest’anno il centodecimo anniversario della “rivolta dei Boxers”, culminata in un episodio – quello narrato appunto nel film – del giugno 1900: ma le radici di tutta la faccenda datano da molto prima, da almeno gli Anni Quaranta dell’Ottocento, ed hanno il loro momento simbolicamente più significativo in qualcosa accaduto esattamente 150 fa, e indirettamente non estraneo all’unità d’Italia. Il trattato di Pechino del 1860, pietra miliare nella storia non solo della Cina, ma anche delle relazioni internazionali e nel processo di globalizzazione, è l’evento di cui vorrei invitar a celebrare il Centocinquantesimo.

Per adeguatamente parlarne, il mio amico pratese dovrebbe cominciare col chiedere a uno dei suoi vicini di casa cinesi se egli sappia che cosa fu la “guerra dell’oppio”: incassato il suo perplesso diniego (i cinesi, per nostra fortuna, di storia ne sanno forse ancora meno di noi…), egli potrebbe chieder al riguardo lumi a un normale strumento di elementare consultazione, quale ad esempio l’economico Atlante storico Garzanti – la “Garzantina di storia”, come si dice a scuola -, dove a p. 385 leggerebbe che “fino alla metà del XIX secolo il commercio estero, controllato dallo Stato (cioè dal governo imperiale cinese della dinastia Manciù, 1644-1911), passa attraverso i mercanti di Hong Kong. La Guerra dell’Oppio, scoppiata nel tentativo d’ impedire l’illegale commercio dell’oppio praticato dalla Gran Bretagna, dimostra la superiorità delle armi europee”. Ma non finì lì. E soprattutto, messa come la mette la “Garzantina”, è un po’ troppo comoda. Vediamo d’intenderci un po’ meglio.

Come tutti dovrebbero sapere, fin dai tempi di Marco Polo gli europei avevano desiderato di entrare in rapporti commerciali, politici e missionari con l’immenso impero cinese, del quale pochissimo si sapeva: tale desiderio fu addirittura una delle cause, indirette ma non troppo, della scoperta del “Nuovo Mondo” al di là dell’Atlantico. Ma solo ai primi del Cinquecento i portoghesi, cui si deve la circumnavigazione dell’Africa e quindi l’apertura delle rotte navali dell’ Oceano Pacifico, giunsero nel porto cinese di Canton stabilendovi la prima testa di ponte commerciale. L’impero, allora dominato dalla dinastia Ming che da circa un secolo e mezzo aveva stabilito nel paese un rigoroso regime di difesa dalle influenze straniere, reagì imponendo ai nuovi arrivati da un paese ignoto, dalla pelle sgradevolmente pallida e dal troppo lungo naso, di limitarsi alla base di Canton, cui nel 1557 venne aggiunta quella di Macao. Dietro ai mercanti, frattanto, erano arrivati i missionari: e ancor oggi i cinesi considerano il gesuita maceratese padre Matteo Ricci (1552-1610), di cui quest’anno si celebra solennemente il quarto centenario della scomparsa, uno dei loro “padri della patria”. Astronomo, matematico e geografo, padre Matteo inaugurò nel 1581 un’illuminata missione cattolica in Cina, all’interno della quale si elaborò una complessa riforma liturgica destinata a promuovere la conversione dei cinesi nel rispetto e nella valorizzazione dei riti e delle tradizioni locali, soprattutto confuciane e taoiste.

La Compagnia di Gesù seppe conquistarsi fiducia presso il governo e la popolazione cinesi; non altrettanto accadde all’interno della Chiesa cattolica, dove l’esperienza “acculturatrice” gesuitica, che era stata tentata anche in India con i “riti malabarici”, fu accusata di sincretismo, incompresa e ostacolata. E, in Cina, non altrettanto accadde nei confronti dei mercanti occidentali, che ben presto si resero responsabili di molteplici atti di violenza e di arroganza mentre l’impero passava attraverso un periodo di tumulti culminato nel 1644 con la cancellazione della dinastia Ming e di quella Manciù, la quale mantenne tuttavia un atteggiamento favorevole ai gesuiti in riconoscimento delle loro capacità tecniche e scientifiche. Ma tra 1736 e 1796 una rigorosa reazione confuciana induceva il sovrano Ch’ien-lung a vietare le missioni cristiane in tutto il paese, Nel frattempo, però, scoppiava in Europa la passione per tutto quel ch’era chinoiserie, dalle porcellane al tè alla filosofia confuciana e taoista: i philosophes francesi – ma anche personaggi come Federico II di Prussia - si posero alla testa di questo movimento orientalistico-esotistico, che faceva della Cina il modello della saggezza, della moderazione e del buon gusto proposto all’Occidente.

La Cina era quindi un mondo chiuso, impenetrabile, che tuttavia spargeva ormai il suo fascino in tutto il mondo. E non solo il fascino: anche le merci. Il tè, le sete, le porcellane cinesi invadevano l’Occidente. Nel 1600 era stata fondata la Compagnia britannica delle Indie, nel 1602 quella olandese, nel 1664 – con un certo ritardo – quella francese. Olandesi, portoghesi, inglesi e francesi si misuravano e si facevano economicamente – e ogni tanto anche militarmente – a brandelli per dominare lo sfruttamento delle ricchezze dell’Asia sudorientale. Ma, a differenza dell’India moghul e dei principati del sudest asiatico, la Cina resisteva: stava arroccata nel suo mondo imperiale, produceva ed esportava ma non importava. Nei suoi confronti, la bilancia commerciale dell’Occidente era tragicamente passiva.

Una situazione che, a metà Ottocento, venne giudicata intollerabile e quasi “scandalosa” negli austeri ambienti economici, commerciali e finanziari della City di londra, dalla quale ormai si dominava l’India dalla quale passava il commercio asiatico. V’era un’unica merce appetibile dai cinesi e che avrebbe potuto essere sportata vantaggiosamente nel Celeste Impero: l’oppio, il consumo del quale era oggetto in Cina di un vero e proprio desiderio diffuso ma rigidamente proibito dalle leggi imperiali dal momento che ben se ne conoscevano gli effetti distruttivi a livello così individuale come sociale.

Attraverso l’emporio di Hong Kong, i commercianti britannici cominciarono a introdurre clandestinamente massicce quantità di oppio sui mercati interni cinesi. Dinanzi alla reazione del governo imperiale, Sua Maestà Britannica – sempre così vigile sugli interessi e i “diritti” dei suoi sudditi – dichiarò guerra alla Cina per proteggere la “libertà” dei suoi commercianti. Ecco la “Guerra dell’Oppio”, tra 1840 e 1842, che secondo la Garzanti “dimostrò la superiorità delle armi europee”. Dimostrò solo quello?

Con la pace di Nanchino del 1842, la città di Hong Kong venne ceduta agli inglesi, insieme con alcune concessioni commerciali in altri porti: nei protocolli diplomatica di quell’evento, l’oppio non è mai menzionato. Dal 1844, si aprì una fase di “uniqui trattati” a cascata, riguardanti altre concessioni extraterritoriali su cui si buttarono altre potenze europee: gli interessi economici cinesi furono calpestati, i produttori tessili locali ridotti alla disperazione, il consumo dell’oppio dilagava distruggendo leteralmente il tessuto familiare specie nelle città, la gente era alla disperazione. Ma era proprio quel che gli occcidentali volevano. Tra 1856 e 1858, con la scusa dell’uccisione di un missionario francese nel Guanxi e della cattura di una giunca (una “lorcha”) battente bandiera britannica, la guerra riprese (c’erano, perbacco, due “buone cause”…).

Le truppe inglesi e francesi alleate sbaragliarono l’esercito imperiale imponendo un insostenibile trattato di pace, detto del Tientsin. L’inevitabile violazione, da parte cinese, di alcune delle sue clausole-capestro che praticamente distruggevano l’autonomia economica e commerciale della Cina a vantaggio delle due potenze liberali condusse all’occupazione di Pechino, con l’episodio centrale dell’assalto e della rapina delle immense, straordinarie ricchezze racchiuse in quell’insieme di padiglioni di residenza imperiale conosciuto come Yuanming yuan, “il Giardino della Perfetta Chiarità”, cioè il “Palazzo d’Estate” dei sovrani. Buona parte di quegli straordinari, preziosissimi oggetti finirono al castello di Fontainebleau, inviata in “omaggio” all’imperatore Napoleone III e all’imperatrice Eugenia dal generale Cousin-Montauban che comandava il corpo di spedizione francese. Chi vuol saperne di più, può trovar ciò che vuole nel bel libro La soie et le canon (Paris, Gallimard, 2010).

In Italia, intanto, il conte di Cavour aveva inghiottito o finto d’inghiottire – dopo le sua dimissioni all’indomani dell’armistizio di Villafranca, nel luglio del ’59 – il fallimento del progetto franco piemontese su cui ci si era accordati nel ’58 a Plombères, e che prevedeva per la penisola italica un assetto organizzato in tre regni sotto egemonia francese: era tornato al potere, aveva incassato l’assenso britannico a favore di una soluzione unitaria del problema italiano e si era deciso ad appoggiare al rivolta siciliana avviata a Palermo il 4 aprile del ’60. Il 17 marzo del ’61, a Torino, il parlamento unanime avrebbe votato quella che, tecnicamente, era l’annessione al regno di Piemonte di tutti gli stati della penisola e la sua trasformazione in regno d’Italia. Si era quindi molto distratti, da noi, per pensare a quel che i “protettori del nostro Risorgimento”, i francesi e gli inglesi, stavano combinando nella lontana Cina.

Ma le coscienze vigili non mancavano nemmeno allora. Chi voleva sapere e capire, poteva farlo: e giudicava. A sue spese, magari. Dall’Inghilterra l’esule Victor Hugo, là rifugiato per sfuggire alla dittatura di “Napoleone il Piccolo”, così si esprimeva scrivendo da Hauteville House il 25 novembre del 1861 al capitano Butler: “Voi chiedete, signore, il mio parere sulla spedizione in Cina. La ritenete onorevole e bella, e siete così benevolo da attribuire qualche valore al mio parere…Poiché volete conoscerlo, ecco qua…C’era una volta, in qualche angolo del mondo, una meraviglia del mondo: essa si chiamava Palazzo d’Estate…Tale meraviglia è scomparsa. Un giorno, due banditi sono entrati nel Palazzo d’Estate. L’uno ha depredato, l’altro ha incendiato. La devastazione del Palazzo d’Estate è stata perpetrata insieme dai due vincitori…Uno di loro si è riempito le tasche, l’altro i forzieri; ciò fatto, sono tornati in Europa sottobraccio, ridendo. Ecco la storia dei due banditi. E noialtri, gli europei, siamo quelli civili; e, per noi, i cinesi sono dei barbari. Ecco quel che la civiltà ha commesso nei confronti della barbarie. Davanti alla storia, uno di quei banditi si chiamerà Francia, l’altro Inghilterra…Io spero che verrà un giorno in cui la Francia, liberata e ripulita, restituirà il bottino alla Cina che ha spogliato. In attesa di ciò, constato che ci sono stati un furto e due ladri”.

Il voto di Victor Hugo non e stato ancora esaudito, e probabilmente non lo sarà mai. Frattanto, altri Palazzi d’Estate sono stati assaliti e svuotati in tutto il mondo, in cambio dell’esportazione, magari, della “libertà o della “democrazia”.

Dopo il trattato di Pechino del 1860, si crearono in Cina le sedi di tutte le ambasciate europee e ripresero le ricche concessioni commerciali nonché i permessi alla fondazione di missioni cristiane le quali furono da allora spesso, senza loro colpa, vittime inermi e innocenti della rabbia delle popolazioni che i governi e gli operatori commerciali e finanziari occidentali stavano sfruttando e spogliando. Nel 1894-95 era nata nelle province nordorientali dell’impero la società segreta detta “Pugno del Diritto”: i Boxers, appunto, che nel giugno del 1900 – godendo anche di qualche connivenza nella famiglia imperiale – assalirono le missioni cristiane occidentali e il quartiere delle legazioni straniere a Pechino. Stati Uniti, Inghilterra, Russia, Francia, Germania, Italia, Russia, Austria-Ungheria e Giappone inviarono immediatamente le loro truppe a liberare i diplomatici e le loro famiglie asserragliati nel quartiere e imposero all’impero cinese nel 1901 dure sanzioni punitive, obbligandolo ad accettare la “politica della porta aperta”: cioè libero mercato d’importazione e libertà completa di penetrazione economica. Ciò distrusse del tutto l’equilibrio socioeconomico cinese determinando la fine dell’impero e la rivoluzione del 1911 durante al quale i “Giovani Cinesi” di Sun Yat-sen (modellati sul movimento dei Giovani Turchi) imposero la repubblica e la modernizzazione-occidentalizzazione della Cina. Con gli esiti che, dalle guerre civili successive al comunismo ad oggi, sono o dovrebbero esser noti e chiari a tutti.

Ecco la risposta che Le dovevo, amico pratese. Siamo mai andati noi, in Cina, a romper le scatole? Ci siamo andati eccome. Se non lo avessimo fatto, loro adesso non sarebbero qui.

Firenze, 5 luglio 2010

Franco Cardini



Foto di Giliola Chistè, www.giliolachiste.com

- AFGHANISTAN: UN NUOVO CAPITOLO DEL GREAT GAME –

E’ un grande piacere, anzi è un’autentica soddisfazione, il tornar a leggere qualcosa di perfido e d’intelligente dopo il cumulo di odiose ipocrisie e di sciocchezze umanitarie che da anni siamo abituati a inghiottire a proposito dell’aggressione del 2001 all’Afhanistan, dell’occupazioni militare che le tenuta dietro e dei vantaggi economici e strategici che il governo statunitense e le lobbies internazionali sue complici in questo episodio di pirateria internazionale intendono ricavarne.

Abbiamo ormai capito da tempo, perfino nella disinformatissima Italia, che la lotta al “terrorismo di al-Qaeda” non c’entra da tempo piu nulla (se mai c’è davvero entrata); che il governo collaborazionista di Hamid Karzai – che nessuno nel paese ha mai preso sul serio – controlla da anni solo Kabul e dintorni e si sostiene solo grazie alle truppe straniere d’occupazione (le italiane ohimè comprese); che in alcune province i talibani sono tornati a controllare la situazione più forti di prima mentre, in altre, a comandare sono le forze tribali e i “Signori della Guerra”; e che con gli uni e con gli altri gli occupanti mantengono relazioni che definire ambigue e molto ottimistico. Non è ancora facile capire se, occupando prima Afghanistan e poi Iraq, l’infausto governo Bush intendesse o meno distruggere – forse irreversibilmente – quelle due compagini statali e gettare entrambi i paesi nel disordine e nella guerra civile strisciante e cronica: certo ciò è quanto è avvenuto, e non è per nulla detto che le amministrazioni statunitensi (la bushista prima, l’obamista poi) l’abbiano considerato e lo considerino del tutto un insuccesso. Il proseguimento e forse il complicarsi delle due campagne militari produra sì qualche smacco politico e diplomatico, ma procede con soddisfazione sia delle corporations produttrici di armi, sia del Pentagono che in qualche modo resta protagonista anche politico oltreché strategico e continua a studiare gli scenari delle aree occupate e dei loro confini, sia dei titolari del business della “ricostruzione” e della distribuzione dei proventi relativi all’ampio e vario sfruttamento del sottosuolo, sia dei disoccupati e dei sottoproletari che si arruolano ottenendo buoni ingaggi o che vanno a fare i contractors: un gran bel mercato di prestazione d’opera mercenaria.

Ciò non vuol dire che sian tutte rose e fiori: al contrario. La situazione politica è disastrosa, i prestigio del presidente Obama e il consenso che ne dipende stanno paurosamente calando, la gente ha una ben giustificata paura di un nuovo Vietnam. Quello vecchio, era popolato da miti e pacifici contadini: gli errori e la ferocia degli americani trasformarono quel popolo di timidi agricoltori in un esercito di eroi. Ma la storia sembra aver insegnato ben poco ai governanti della Prima Democrazia del mondo: i quali dal 2001 sono andati proprio a incappare, con la loro politica aggressiva, nei piu forti, abili e feroci guerrieri del mondo. Con gli afghani, negli ultimi duemilacinquecento anni, non ce l’ha mai fatta nessuno: né i persiani, né Alessandro Magno, né Genghiz Khan, né il Gran Moghul, né l’esercito dello zar, né Sua maestà Britannica, né l’Armata Rossa. Nonostante le sue terribili armi di distruzione e l’alto prezzo che stanno facendo pagare alla popolazione civile, non ce la faranno nemmeno gli americani e i loro complici.

L’Afghanistan è dall’Ottocento al centro della contesa internazionale per il controllo dell’Asia centrale, quella che gli inglesi chiamavano Great Game, “Grande Gioco”. Ma nelle ultime settimane, qualcosa è profondamente cambiato. La posizione dello screditato governo Karzai e diventata insostenibile; il generale Mac Chrystal, sostenuto dai “neoconservatori” che padroneggiavano al tempo di Bush, si è sentito franare il terreno sotto i piedi e ha deciso che, rovina per rovina, era meglio trascinare governo e Pentagono nel discredito finendo in bellezza con un feroce attacco frontale ad Obama e al suo intero establishment; frattanto però (guarda caso…), sono filtrate le notizie riguardanti le straordinarie ricchezze “di recente” individuate nel sottosuolo afghano.

Straordinarie ricchezze. Guarda, guarda… In realtà se ne sussurrava da tempo, addirittura da prima dell’aggressione dell’ottobre del 2001. Anche il governo talibano, in antiche trattative gia con il governo Clinton per il petrolio (la Unocal californiana, ma poi anche la Chevron legata a Condoleeza Rice e quindi l’onnipotente Halliburton del bieco Dick Cheney), sapeva qualcosa al riguardo e lo aveva già ventilato un pò in giro.

Clinton confidava ancora nei suoi prestigiosi consiglieri della “scuola realista”, come Henry Kissinger e Zbizniew Bzrezinski, infaticabili tessitori di tele geopolitiche e diplomatiche, ben consci che il mondo fosse ormai “fuori controllo” (è il titolo di un best seller d Bzrezinski) e che ci is dovesse muovere “navigando a vista” e scegliendo con cura diplomatica alleati e compagni di strada. Ma il “cambio della guardia” del 2000 spazzò via i politici temporeggiatori sostituendoli con gli sfasciacarrozze neoconservatori e con il loro Project for a New American Century: basta – si disse con piglio quasi trotzkista (molti neocons vengono da li…) con la dotta e prudente considerazione della realtà politica mondiale: noi non dobbiamo contemplare il mondo, vogliamo cambiarlo. Nell’interesse dell’America e del suo Destino Manifesto, ovviamente. Il resto, lo conosciamo.

Ed ecco, dopo troppi anni di stolida brutalità, il ritorno della perfida intelligenza. Lo abbiamo letto proprio nell’articolo di fondo pubblicato il 26 scorso da “Il Sole-24 Ore” a firma – nientemeno – che di Henry Kissinger, e dal titolo Ombra Vietnam sull’Afghanistan. Che sollievo il ritorno della Vecchia Volpe, dopo anni passati a subire le stupidaggini di Rumsfeld, le carognate di Wolfowitz, le noiose machiavellerie dei Ledeen, dei Kagan e dei Pearle che ci avevano ridotti perfino a rimpiangere Luttawk!

Certo, lo stesso Kissinger forse non è proprio al meglio nemmeno lui. Il suo giudizio storico di fondo (“L’Afghanistan non è mai stato pacificato dalle forze straniere”) è generico e appannato; le sue affermazioni del tipo “l’Afghnistan è una nazione, non uno stato nel senso convenzionale del termine”, per essere accettate, andrebbero rovesciate di centottanta gradi. Se c’è una cosa che l’Afghanistan non è mai stato né ha mai preteso di essere, è proprio una nazione.

Ma, per il resto, la Vecchia Volpe coglie bene il centro del problema. Il popolo americano esige l’uscita dal pantano afghano non meno che da quello irakeno: esso teme soprattutto la vietnamizzazione dei due scenari. Benissimo: tanto più che ritirare le truppe regolari statunitensi e alleate non è un problema (o qualcuno pensa che si dovrebbe consultare Frattini, o magari La Russa?). L’importante è, dice quasi apertamente Kissinger – un minimo d’implicito rientra nel fair play) – che si facciano patti chiari con le forze locali, regione per regione: con i talibani, con i Signori della guerra, con i gruppi delle minoranze etniche. L’obiettivo importante è organizzarsi per sfruttare il sottosuolo, non mollare la presa sulle valli dalle quali dovrebbero passare oleodotti e gasdotti dall’Asia centrale verso il Pakistan, gestire area per area i rapporti con i confinanti: con i paesi ancora legati alla Russia a nord, con la Cina ad est, con Pakistan e India a sudest, e badare allo scomodo vicino sudoccidentale, l’Iran (e qui l’abitudine a mentire riprende il sopravento: “un Iran bellicoso, impegnato a sviluppare la bomba atomica”).

Ed ecco allora la ricetta Kissinger: non accelerare il ritiro dall’Afghanistan, ma dotarlo di solide istituzioni statali e militari (magari, ma questo non e detto con chiarezza, con una bella riforma federale che esautori definitivamente il centro e affidi il governo concreto alle singole forze periferiche, secondo i casi e le opportunita); collegarsi bene a queste forze locali, indirizzarle, gestirle, associarsele. Per questo, un team i buoni “consiglieri” dei servizi, i tecnici delle lobbies e alcuni specialisti contractors, ben distribuiti sul territorio e in contatto con i notabili locali e i capitribù, saranno sufficienti; e Karzai sarà presto scaricato.

Abile, perfido, spregiudicato. E tanto chiaro da non prendersi neppure la pena di camuffare il cinismo del disegno indicato. Infatti, Kissinger non esita a citare il “precedente europeo”: l’indipendenza del Belgio, che nel 1830 le grandi potenze del vecchio continente vollero come “via d’accesso da e verso l’Europa e una testa di ponte per il controllo delle rotte marittime dell’Atlantico settentrionale”. Il Belgio, sottraendo il quale all’Olanda con la scusa del cattolicesimo di fiamminghi e valloni (e lasciando perdere la loro eterogeneità), Inghilterra, Prussia e Francia semplificavano a loro vantaggio il quadro politico-economico del nordovest europeo. Ovviamente, allora si penso a una “neutralità permanente per il nuovo stato”. Accordiamoci alla stessa maniera, consiglia Kissinger, con russi, cinesi e magari indiani. Il momento è propizio, ora che Mosca e Pechino sembrano aver “scaricato” l’Iran. Risolviamo il nuovo “Grande Gioco” centroasiatico promettendo alle potenze concorrenti qualche fettina della torta afghana, tropo indigesta per la sola superpotenza. I diritti dei popoli andranno ancora una volta a farsi benedire: ma questo non è grave. La rapina delle ricchezze afghane procederà più spedita e le potenze confinanti, essendovi cointeressate, non disturberanno più il disegno statunitense che dal canto suo sarà in una qualche misura ridimensionato. Si tratta di una proposta ispirata al “multilateralismo” caro ad Obama. Dopo la brutalità gorillesca di Bush, salutiamo con gioia il ritorno alla brutalità serpentina della geopolitica e della diplomazia. Il fine è sempre e comunque la sopraffazione e la rapina: ma, certo, somiglia di più alla politica.

Franco Cardini, 28/06/2010


- LETTERA A FRANCESCO -

Omaggio a Francesco Guccini, per il suo Settantesimo (giugno 1970).

C’è un luogo incantato, nella mia memoria. Non è un posto di fantasia, un’Isola Non Trovata: e perché penso proprio a quell’Isola, e alla poesia che gli dedicò tanto tempo fa Guido Gozzano, sarà chiaro tra un istante.

No: il luogo esiste. Anzi, esisteva. Da quasi sessant’anni avrei tanta voglia di tornarci. Due o tre volte sono andato fino alla stazione di Pistoia per prendere il “trenino” della Porrettana e tornare una mezza giornata là. E non l’ho mai fatto, e ho sempre avuto paura di farlo. Per non dover provare la delusione di trovarmi in mezzo a luoghi ormai estranei e diversi, o forse per non dovermi confrontare sul serio, di nuovo, con quel ragazzo timido e magrolino che allora aveva tredici anni, quella primavera era stato a Parigi per la prima volta in vita sua (con una gita scolastica, ovviamente…) ed era immerso nelle pene della primissima cotta preadolescenziale, quella dei sensi che si risvegliano e tu stai lì, pieno di sogni e di vergogna, e non capisci che cosa ti stia succedendo dentro, e senti che non sei più un bambino e che pure ti manca ancora tanto prima di diventare uomo.

C’era un grande spiazzato erboso davanti alla chiesa, a Pàvana. E c’era un grande albero annoso, decrepito, forse un faggio o un castagno, chissà: sono sempre stato debole in botanica. Ci si riuniva lì, alla base del tronco immenso, come ai tempi antichi, come nelle fiabe. Dallo spiazzato della chiesa partiva la stradina ripida che portava giù, al nastro d’asfalto della statale tra il passo della Collina e Porretta e che, attraversato con la dovuta cautela, conduceva al bacino artificiale circondato di alte conifere, il nostro Canada che ci piombava ogni volta nel sogno verde-azzurro dei paesaggi alla Jack London rivissuti attraverso i vecchi films americani che si vedevano d’estate, all’aperto.

Ma la fiaba continuava, anche più in là. Dopo la Venturina e il passaggio a livello, quando ci si andava ansando in bici, si prendeva a destra e si arrivava alla Rocchetta Mattei, vicino a Grizzana: e là ci si trovava di fronte al castello incantato dalle guglie gotiche e dalle cupole a bulbo coperte di smalti policromi, come nelle leggende russe tipo L’uccello di Fuoco o Sadko. Era il Neuschwannstein appenninico inventato nell’Ottocento da un eccentrico matto ex-amico del Minghetti, adepto della “medicina mesmerica” e cultore di astronomia, il conte Cesare Mattei per l’appunto.

Chissà se Francesco, un ragazzo della mia età (tutti e due del ’40: di giugno lui, d’agosto io) si ricorda del ragazzo fiorentino, “villeggiante” – una parola modesta, che allora, nell’immediato dopoguerra, sembrava evocar sontuose permanenze…-, che giocava con lui a biglie di vetro e che lo accompagnava per le passeggiate nei boschi. Francesco era magro anche lui, un po’ piu alto di me, con un cognome di quelli toscoemiliani dalla desinenza in –ini, come il mio. Mi sono chiesto spesso se abiti ancora là, se sia ancora vivo e in buona salute: se soprattutto sia proprio lui, quel Francesco da Pàvana divenuto poi poeta e bevitore, bandiera di chi “non ci stava” tra gli Anni Sessanta e gli Anni Settanta, che non ha mai fatto i soldi ma che perdinci nessuno come lui riusciva a riempire nelle notti d’estate la Piazza maggiore di Bologna, là “tra la Via Emilia e il West”. E nessuno come lui riesce ancora a esprimer quel che ci sentiamo dentro, la rabbia e la delusione, l’amore e la speranza.

Ci sono andato anch’io a sentirlo, saranno quarant’anni fa, in quelle notti in cui la rivoluzione sembrava a portata di mano e dietro l’angolo, tra i fiaschi di vino e gli amori improvvisati eppure a modo loro intensi e sinceri, tra le facoltà occupate e le feste delle matricole, quando entrambi avevamo barba ancor nera o castana e portavamo un eskimo innocente-dettato solo dalla povertà (ma anche una coscienza immacolata, come lui).

Eravamo brutti anatroccoli anche come tuoi fans, Francesco, noialtri minuscola pattuglia di “neri dal cuore rosso”: non avevamo ancora trovato i Paolo Buchignani, gli Antonio Pennacchi e gli Ivan Buttignon che avrebbero cercato di capirci o che ci avrebbero comunque fatti almeno oggetto di studio. Noialtri nipotini di Berto Ricci, di Ezra Pound e di Drieu la Rochelle sognavamo Lawrence d’Arabia, José Antonio e i piani di Castiglia, Berlino in fiamme, Budapest insanguinata, dona Evita e il comandante Ernesto Guevara (“Aprendimos a quererte…”): se ci fossimo incontrati e parlati, forse sarebbe finita a manate, forse a lacrime ed abbracci. Non c’è il tuo profilo, in Fascisti immaginari (Vallecchi 2003): l’ho cercato invano, tra le voci Golpe e Hobbit. Peccato. D’altra parte, chissà, ti ci saresti trovato a disagio. Magari – per dirla con le tue parole – ci avresti “sputato addosso”, anche se “compravamo i tuoi dischi”. Eppure almeno una volta il sospetto di esser dei nostri, o che noi eravamo dei tuoi, dev’esser venuto anche a te (“…io anarchico, io fascista…”). Noi, d’esser dei tuoi, abbiamo sempre avuto la profonda anche se indimostrabile consapevolezza.

Chissà se eri davvero tu, là sotto il grande faggio che forse era un castagno, intento nel gioco delle biglie di vetro cinquantasette anni fa: eppure le date tornerebbero, tante altre piccole cose anche. Ti ricordi di Franco da Firenze? Ormai, vedi, siamo arrivati a viver la stagione della vita che una volta si aveva la dignità e il coraggio di chiamar vecchiaia; e sentiamo che il tempo si assottiglia, diventa più duro da percorrere eppure forse per questo più prezioso. E andiamo allora alla ricerca del tempo perduto: come abbiamo fatto sempre, solo che ora sappiamo di farlo. Mi piacerebbe tornar a remare su una di quelle barchette, là nel bacino artificiale azzurro come un lago canadese, ammesso che nel frattempo non si sia inquinato: e cercarla a colpi di remi, là tra la montagna pistoiese e il west dell’infanzia perduta, la nostra Isola-Non-Trovata, quella che il re di Spagna ebbe dal suo cugino il re del Portogallo, con firma suggellata e bolla del pontefice in gotico-latino.

Franco Cardini, 11/6/2010


- BUGIE IN-CROCIATE -

La polemica montata in questi giorni tra un articolo di “La Repubblica” del 7 giugno e una replica apparsa su “Il Foglio” dell’8 ha l’aspetto, francamente un pò penoso, di un dialogo strumentale tra sordi che, oltretutto, non hanno nemmeno troppa voglia di dialogare tra loro. Da una parte si parla di un “addio della Chiesa allo spirito di crociata”: il che sembrerebbe presupporre che, questo non meglio precisato “spirito di crociata”, la Chiesa lo abbia fino a tempi recenti davvero custodito come uno dei suoi più preziosi tesori; e che fosse un bene primario, quasi allo stesso livello delle Scritture e della Tradizione, dal quale essa si sarebbe finalmente liberata in tempi recenti. Dall’altro si costruisce una bislacca neoteoria della crociata (o, se si preferisce, teoria della neocrociata) fondata su citazioni neotestamentarie e patristiche avulse dal loro contesto e da considerazioni che fanno sospettare, in chi le fa, un tardivo conseguimento di una cultura medievistica costruita sui testi di Duby (non diciamo di De Lubac) tardivamente riletti alla luce di Péguy. Da una parte un irenismo senza qualità, sul quale si vorrebbe appiattire la complessità della teologia e della storia del cristianesimo e delle Chiese cristiane; dall’altra una pervicace volontà apologetica che sarebbe impresentabile in una seria discussione tra specialisti ma le cui intenzioni divengono lampanti nel contesto nel quale si muove tutta l’edizione dell’8 scorso del giornale di Ferrara. Che è la conclamata necessità di tener alto il principio dello “scontro di civiltà” nei confronti del mondo musulmano, impiantata sull’enigmatico episodio dell’assassinio di monsignor Padovanesi del quale si offre naturalmente una spiegazione basata sul fanatismo fondamentalista islamico (“mostro da sbattere in prima pagina”, anche per relegare una volta per tutte nel dimenticatoio alcune cosucce imbarazzanti, ad esempio sugli incidenti avvenuti qualche notte fa al largo della costa di Gaza).

Leggi...


Franco Cardini al Cammino di Santiago


Foto di Giliola Chistè, www.giliolachiste.com

Contatti

Franco Cardini, c/o
SUM, Palazzo Strozzi, 5° piano, Piazza Strozzi 1, 50123 - Firenze.

e-mail – franco.cardini@sumitalia.it